di Antonella Anedda

 

[Esce domani per Garzanti il nuovo libro di Antonella Anedda, Geografie. Ne pubblichiamo un estratto, ringraziando l’editore].

 

Presente esteso

 

C’è stato un sonno imperfetto e un risveglio martellato dall’emicrania ma entrambi sono slittati verso lo stupore a cui contribuisce l’analgesico: Contramal quasi un nome crociato che punta le insegne contro il male e lo sconfigge. Adesso puoi guardare meglio il luogo in cui sei: la casa di qualcun altro ma con tutto l’essenziale: letto, tavolo, cucina, sedie, vasca da bagno. Inutile negarlo, esiste la presenza mentale: te a te presente, te a te in un groviglio, lunghi rami che vanno in avanti e toccano altri rami, foglie secche, foglie vive. Si ascoltano le voci che rimbombano sui muri, il tiro dei palloni di un campo vicino. Quanto tempo è passato? Zero meno di zero? Siamo nella zona intermedia. Quella dove passato e futuro sono contigui, non più davvero passato, non ancora futuro. È un presente esteso solo che non lo sappiamo. Io oggi me ne accorgo. Le equazioni di Maxwell lo hanno calcolato e provato ma qualcuno (io) in questa casa di qualcun altro lo sta provando. Presente esteso. Non solo presente. Tac, nunc, ma ah-ha, il petto si apre. Questa è una casa vicino alla Stazione a Venezia e non bisogna fare nulla fino a sera. Osserva come i minuti scivolano, come riprendi sonno e le immagini dell’acqua ti visitano una dietro l’altra con diverse densità di flutti. Al largo, lo sai, dopo le isole, verso Torcello la laguna si apre, il vaporetto che porta al cimitero è piccolo ma preso d’inverno non è pieno. Quando scendi non c’è nessuno, entri senza che nessuno ti fermi. Sai dov’è la tomba: in un rettangolo vicino a un albero. Così, le cose come sono, non idee se non nelle cose e queste sono la pietra, la foto, la scritta, le date. Ci sono fiori che non ho messo ma avrei potuto quando la sofferenza era acuta. Invece il dolore si frantuma e si perde, questo è il significato della parola perdita, forse. Così non metto fiori, li guardo, giro intorno allo spiazzo. Sono distratta da un passero che salta e abbassa il becco sulla terra. Contemplo lo scatto e la grossa nuvola carica di pioggia che corre spinta dal vento freddo verso ovest e penso all’ovest, all’Occidente dove troverò amici. Il mondo esterno distrae dal dolore, se ne fai un resoconto. Potresti essere in Islanda o verso le isole Shetland. Viaggi, hai viaggiato. Il tuo presente espanso sta raccogliendo questi dati, registra, proietta pezzi del passato, sul futuro a pochi passi da te.

 

Chiudi la finestra e dopo il sonno vedrai che (lo stai già costruendo) arriva per approssimazione il segreto della serata, la prefigurazione del luogo dove andrete a mangiare, un certo tipo di scaffale, lo scalino, la porta sormontata di pietra. Ti scenderanno le lacrime? Forse, ma la notte rincasando sarai à toi-même.

 

Le nubi soffiano le une sulle altre. Non piove ora ma pioverà. Per questo non servono cognizioni fisiche ma il semplice programma meteo, le icone comparse sul cellulare con le gocce che cadono.

 

Per quindici estati abbiamo attraversato in macchina la foresta di querce di Fonni. Dopo aver virato a Jerzu, avvistato le colline della Marmilla, i resti del villaggio archeologico di Serri e superato il nuraghe alle porte del paese di Isili raggiungevamo Isili. Il nome viene, sembra, da Exilium perché al tempo dei Romani vi fu deportata una colonia di Ebrei. Più tardi invece e fino al secolo scorso arrivarono i romaniski, degli zingari che smisero qualsiasi forma di nomadismo e diventarono stanziali cominciando a lavorare il rame che infatti splende o almeno splendeva in ogni cucina. Di questa ultima presenza resta traccia nel dialetto che viene studiato dagli antropologi per la sua particolarità. Jerzu oltre che per il vino era ricordata per una strage particolarmente efferata. Il motivo come sempre era la vendetta che durava generazioni. Sembra che i muri della casa dove l’intera famiglia (bambini compresi) era stata uccisa conservassero ancora le tracce delle dita.

 

La campagna intorno non sembrava toccata da questa memoria (o lo era?), i castagni e le querce, i cespugli di rovi e il rumore di una fonte non troppo lontana disperdevano immediatamente l’idea della morte. Un cane abbaiava, un gregge si muoveva. Si sentiva uno scampanio e le pecore si alzavano. Era un movimento ostinato, estatico e immotivato nell’ubbidienza a qualcosa che sembrava più forte del cane. Ogni volta ci fermavamo al cimitero che ancora oggi sta di fronte al nuraghe, invece di entrare dal cancello sceglievamo di scavalcare il muro, lungo e abbastanza largo da camminarci, che saliva tra i cipressi e il paesaggio visto dall’alto si intrecciava al brivido fornito dal luogo, con i morti che non smettevamo di visitare e in un certo senso di interrogare.

Spazio, geografie, non più storie. Ricominciamo.

©2021, Garzanti S.r.l., Milano

[Immagine: Luigi Ghirri, Ile Rousse, 1976].

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