di Paolo Giovannetti  

 

 

[Esce prossimamente presso Palumbo, nella collana “S-nodi”, diretta da Massimiliano Tortora, il saggio di Paolo Giovannetti Gioventù spettrale. Il dibattito sulla “giovane poesia” nell’Italia degli anni Cinquanta. Ne presentiamo in anteprima l’introduzione]

 

 

Introduzione

 

 

L’aspetto importante della figura dello spettro […] è che […] non può essere pienamente presente: non possiede essere in sé, ma marca una relazione con ciò che è non più o non ancora.

 

(Martin Hägglund, cit. da Mark Fisher, in Spettri della mia vita, Minimum Fax, Roma 2019, p. 33.)

 

Il 14 aprile 1961 i lettori del rotocalco «Oggi» potevano imbattersi nell’inserto pubblicitario sotto riprodotto, riguardante l’antologia di poesia che modificherà in modo decisivo (nel bene e nel male, beninteso) il modo di pensare la poesia italiana contemporanea. Non si tratta, qui, di enfatizzare il contrasto tra i due tipi di pubblicazione, per un attimo convergenti: fra il modo di lavorare dell’editore che pubblica un giornale popolare decisamente conservatore, e l’editore viceversa di un libro d’avanguardia, “rivoluzionario” nelle intenzioni. Anche perché l’editore è lo stesso, Rusconi e Paolazzi. Il punto è che la scelta pubblicitaria di chi vuole comunicare a quel pubblico l’uscita del volume I Novissimi. Poesie per gli anni ’60 comporta un claim decisamente sintomatico: «Antologia della giovane poesia italiana». Si parla, in quel 1961, di giovane poesia (italiana) per cercare di dare forma efficace a un preciso contenuto (come diremmo oggi), la poesia giovane, anche se ormai quel “contenuto” di fatto non turba più i sonni della critica ufficiale. In particolare, i cinque novissimi (in effetti giovani) vorrebbero liquidare proprio quel tipo di retaggio: il fardello di un decennio, il decennio dei Cinquanta che ha faticosamente inseguito la suggestione, il miraggio, l’idolo polemico, lo spettro della poesia giovane.

 

 

 

 Figura 1Inserto pubblicitario uscito in «Oggi»14 aprile 1961, p. 79. 

 

Questo libro ha l’obiettivo di restituire una particolare vicenda discorsiva che si snoda nella lunga decade 1948-1961. Vale a dire, l’inseguimento – ora coraggioso ora ipocrita, ora fenomenico ora ideologico, ora partecipe ora ostile – di una novità poetica che sta per manifestarsi ma la cui epifania viene costantemente rinviata, e nel corso degli anni finisce per essere accantonata e infine dimenticata. Nell’anno 2026 in cui scrivo, anche gli esperti di storia della poesia italiana secondo-novecentesca conoscono poco di una polemica che per due lustri è stata sulle bocche di tutti, critici, poeti e relativo pubblico. Le domande che venivano poste erano sempre, monotonamente, le stesse. È nata una nuova poesia dopo la fine della Seconda guerra mondiale? E che cosa ne è dei grandi modelli anteguerra, quelli che tutti o quasi chiamano “ermetici”? È davvero sbocciato un diverso modo di dire la realtà attraverso la parola in versi? Ossia: esiste un realismo poetico all’altezza dei tempi? Per molti anni si è parlato di questi temi, su giornali letterari e in varie sedi critiche; attraverso le antologie si è cercato a più riprese di fare il punto su ciò che ogni giorno si stava manifestando in una forma certo confusa ma sempre suscettibile di racconto e descrizione.

Appunto: di questa mole notevolissima di ragionamenti e comportamenti canonizzanti si conserva una memoria labile. Poco o nulla è restato di certe ambizioni, e di certe remore. Certo, non sono pochi i poeti “anni Cinquanta” che sono sopravvissuti all’oblio: a partire da Pier Paolo Pasolini e Andrea Zanzotto, passando attraverso Nelo Risi, Luciano Erba e Margherita Guidacci, per non dire della controversa Alda Merini e di Rocco Scotellaro, scomparso troppo presto. D’altronde, sarebbe ridicolo mettersi a fare un elenco che risulterebbe comunque impreciso, come sempre accade in questi casi. Quella che si è persa quasi del tutto è la cognizione di una discussione, anzi di uno scontro polemico, intorno alla possibilità di rinnovare la poesia italiana attraverso ciò che i giovani stavano facendo, attraverso ciò che nelle loro opere si esprimeva.  E per “giovani” si intende i nati dopo il 1920. Parecchi di loro avevano attraversato la guerra da ventenni, spesso avendo partecipato alla Resistenza, e premevano per dire qualcosa di serio e impegnativo anche con gli strumenti della poesia.

Soprattutto, a turbare i sonni dei detentori del gusto (di allora come di oggi), c’è la fatamorgana del neorealismo in poesia, esploso dopo il 1945 ma oggetto di costanti e violente critiche, anche a sinistra, dal 1948 in poi – e quindi lungo tutto il decennio. Il neorealismo è parte della “poesia giovane”, ne rappresenta l’esito per certi versi oltranzista ed eversivo. Per questa ragione il processo di rimozione a cui è stato sottoposto è risultato il più violento e resoluto, quello che ha ottenuto i risultati più efficaci. Prova lampante ne è la poesia dell’intelligentissimo Tommaso Giglio, scrittore di grandi potenzialità che non arrivò a raccogliere nemmeno un volume di versi, anche se Quasimodo aveva visto in lui una figura indispensabile per capire – attraverso il linguaggio della poesia – l’Italia uscita dalla Seconda guerra mondiale.

Tornare a parlare di certe questioni, più esattamente lasciare che certe questioni prendano di nuovo la parola, a me è sembrato necessario, e non solo perché certi oblii hanno oscurato alcuni talenti poetici, ma per ragioni che pertengono a un discorso sulla società italiana anni Cinquanta: con tutte le sue miserie, contraddizioni e potenzialità. Inevitabilmente, il pensiero va ai Dieci inverni fortiniani, a quel 1947-1957 esausto di freddo e di buio che fa capolino anche nelle mie pagine. Tanto più che in mezzo c’è il1956, che per molti è stato un anno di svolta e comunque ha costretto tutti o quasi a pensare in modo nuovo i rapporti fra letteratura, politica e società. Nelle mie ricognizioni, apparentemente, quella data rimane sullo sfondo, e incide quasi solo attraverso vicissitudini riguardanti la forma, anzi la metrica, che peraltro non ritengo affatto estranee al dibattito pubblico. Che i “nemici” Franco Fortini e Alfredo Giuliani pensino a un profondo rinnovamento metrico proprio in quel 1956-1957, è un’interessante allegorizzazione di ciò che potremmo chiamare una “risposta politica” a un mondo in trasformazione. In Fortini, fra problemi del ritmo e problemi della forma-partito il legame è stretto, come ben sanno gli studiosi della sua opera.

Confesso peraltro di non aver grandi simpatie per certe generalizzazioni. Ciononostante, se nella mia lunga parafrasi di un infinito dibattito intorno alla poesia, la “politica” fa capolino solo raramente, non si tratta di una mia scelta, ma proprio delle condizioni “astratte”, iperletterarie, dentro cui si articolano le contese. In certi casi, si può provare un senso di fastidio davanti al trionfo della separatezza, l’ostinazione con cui è difeso lo specifico della parola in versi.

Peggio ancora, lo confesso: c’è un’aggravante a mio carico di cui mi prendo la responsabilità.  E lo faccio citando una pagina dell’intellettuale che ho a lungo considerato lo spettro più interessante di tutto il mio lavoro, ossia Angelo Romanò. Nel 1965, raccogliendo certi suoi scritti in un volume perfettamente (nella mia prospettiva) intitolato Discorso degli anni Cinquanta, sceglie di integrarli con la seguente nota:

 

In queste pagine corre un filo continuo ed è il concetto che oggi la letteratura, e la cultura cui essa è più strettamente collegata, la cultura umanistica, non costituiscono più una totalità, un sistema autosufficiente di strumenti conoscitivi; non hanno più né l’energia né, forse, la volontà e l’ambizione di afferrare e spiegare i rapporti, sempre più complessi, che si intrecciano tra l’uomo di oggi e il mondo di oggi.

 

Rilevando i caratteri di questa crisi nel limitato episodio della crisi delle istituzioni letterarie del Novecento italiano, riflettendo e verificando il senso e i limiti entro i quali poteva ipotizzarsi in quegli anni un rapporto tra ideologia e letteratura, questi scritti appartengono a un discorso generale che continua ancora oggi, e il cui tema di fondo è proprio la funzione della letteratura in una civiltà che, stando a molte apparenze, sembra poterne e volerne fare a meno.

Mentre scrive queste parole, è probabile che il dirigente Rai Romanò stia già lavorando alla trasposizione televisiva dei Promessi sposi, che andrà in onda all’inizio del 1967 per la regia di Sandro Bolchi. Con gli anni Sessanta, l’attività letteraria e saggistica di questo critico (oltre che poeta) ingiustamente dimenticato si assottiglia, e il suo lavoro si accosta ad altri modi di praticare la cultura e di dialogare con il pubblico. La letteratura perde di autorevolezza, mentre (mass-)media forse più efficaci l’affiancano e mettono in crisi. Nei discorsi degli anni Cinquanta, così spesso difensivi e arroccati, alligna la paura di questo Commendatore, di questa radicale crisi di mandato. Alcuni timori diventano espliciti nel momento in cui si comincia a intravedere l’invasione di ciò che è chiamato “neopositivismo”, minacciosamente aggressivo nei confronti tanto della letteratura quanto del pensiero marxista. Una rivista come «Nuova corrente» rispecchia bene la discussione sui nuovi metodi e saperi, in parallelo all’azione di «Passato e presente», su un fronte in prevalenza non letterario. La stessa «Officina» nella sua fase conclusiva risente di queste polemiche. Ma il documento forse più significativo è il pamphlet di Cesare Cases, Marxismo e neopositivismo, che nel 1958 fa il punto di una situazione conflittuale suscettibile di determinare crescente disagio nella sinistra marxista, non solo italiana.

Ecco, discutere la pressione di questa polemica (molto presente, poniamo, in figure qui spesso seguite come quelle di Franco Fortini ed Elio Pagliarani) avrebbe potuto consentirmi di individuare uno sfondo solido per certe sofisticherie poetologiche che spesso – come si osserverà – girano a vuoto. È tutto un mondo, quello della letteratura e della poesia, che si percepisce sotto scacco, non certo per colpa dei giovani, quanto per la pressione di forze sociali e mediali che lo delegittimano ogni giorno e sembrano condannarlo alla marginalità, a una sempre più evidente separatezza.

Non ho percorso questa strada, appunto. Ho preferito, io per primo, collocarmi saldamente dentro la nicchia dei ragionari claustrofobici di quegli anni. Forse, ho guadagnato qualcosa in termini di precisione e di senso dello sfumato. Ho preferito inseguire i dettagli – còlti nelle loro interrelazioni e intersezioni – a letture di sintesi che, in qualche modo, sono precostituite. C’è una crisi del letterario negli anni Cinquanta che si fonda (almeno nella prospettiva di Fortini, Romanò e dello stesso Pasolini) sul ripensamento della crisi d’inizio Novecento, osservata attraverso il lavoro di riviste come «La Voce» che avevano interpretato forse per prime la marginalizzazione del ceto intellettuale. Negli anni Sessanta questa lettura storica verrà approfondita da Mario Isnenghi, Umberto Carpi, Romano Luperini, Alberto Abruzzese, figure tipicamente del Sessantotto. A ben vedere, la “crisi” del letterario è endemica da troppo tempo, e le parole usate da Romanò più di sei decenni fa potrebbero essere ripetute oggi, senza alcun vero incremento conoscitivo del presente – hélas.

Non volevo cadere in questa rimasticatura dell’eguale. La mia idea, infatti, è che quanto accade nel periodo 1948-1961 vada letto entro un perimetro specifico, diverso da altri a cui potrebbe essere, più o meno frettolosamente, ricondotto. Anche perché certi accadimenti di questi anni spesso denunciano forme di incoerenza e irrazionalità che devono essere attentamente valutate.

Un esempio minimo, fra i molti, può essere istruttivo. L’editore Schwarz di Milano costituirà lungo il decennio un riferimento sicuro per poete e poeti che si dedicano a un coraggioso rinnovamento, aperto da un lato al neorealismo e dall’altro a forme di avanguardia, di sperimentalismo. Lo testimonia con chiarezza l’antologia di Salvatore Quasimodo, Poesia italiana del dopoguerra, uscita nel 1958, che sintetizza parecchie delle potenzialità allora circolanti, poi in larga parte sperperate. Ora, un episodio potrebbe smentire questa interpretazione dei fatti, e in modo clamoroso. Nel 1952 (vedremo che Macrì segnala con energia l’evento) Giacinto Spagnoletti comincia a dirigere per Schwarz una collana, «Campionari», che esordisce con una delle raccolte più discusse in questo periodo, Primizie del deserto di Mario Luzi, perfetto esempio di continuità intelligente, poeticamente riuscita, tra retaggio ermetico e Italia del dopoguerra (come da vulgata interpretativa, che peraltro condivido).  Nella prospettiva di tanti altri critici ermetici (e non solo), quella doveva essere la strada da percorrere. La polemica sui giovani si impenna proprio nel momento in cui il modello Luzi viene proposto come, di fatto, l’unico possibile da un Carlo Bo intento a bacchettare le intemperanze di chi trascura l’eredità novecentista. La collana dura poco (un anno circa), anche se riesce a pubblicare Un grido e paesaggi di Ungaretti, che in effetti farà molto parlare di sé in termini non molto diversi da quelli di Luzi. Ma resta una domanda: come ha potuto Schwarz passare così velocemente da una poetica latamente conservatrice a una di segno opposto?

Il fatto è che negli anni Cinquanta il meccanismo critico-editoriale nel suo insieme resiste – per le ragioni e le vicissitudini più disparate – alle trasformazioni che il dopoguerra sembrava aver reso urgenti. Molte storie individuali lo argomentano pienamente. Le opinioni, poniamo, di Andrea Zanzotto e di Giovanni Giudici (che hanno riscontri nel pensiero di Francesco Leonetti) sono radicalmente diverse da quelle di Oreste Macrì o di Carlo Bo (per non parlare di Leone Piccioni, qui rimasto fuori campo); ma la loro rivendicazione di una necessaria continuità fra il presente e la tradizione della lirica moderna (a volte definita “decadentismo”) rischia di avvicinarle alle prime. Paradossalmente, un osservatore come Franco Fortini, nel momento stesso in cui polemizza, efficacemente, con il retaggio ermetico, non può sottrarsi a un dialogo con gli aspetti migliori di quei valori, di fatto legittimandoli. Questo comportamento, se è comprensibile in relazione alle sorti autonome della poesia, lo è leggermente meno per rapporto ad altre questioni. Mi spiego: la prospettiva di salvare il meglio di certi trascorsi letterari sarebbe stata più accettabile, se recenti e meno recenti passati fossero stati analogamente compresi. Il Fortini del 1959-1960 – del saggio Le poesie italiane di questi anni – va oltre, e giustamente, la polemica sui giovani e parla in nome di un’idea condivisibile (cioè ancora attuale) dell’istituzione-poesia; ma lo fa sacrificando proprio ciò che quell’istituzione aveva minacciato e minacciava ancora, e che aveva agito e agiva in modo forse poco equilibrato – ma generoso sì. Mi riferisco ai versi neorealisti. È un intelligentissimo filisteismo, insomma, quello di Fortini, che sa valorizzare il presente là dove conferma una certa eredità. Ne è prova la fatica con cui in quello stesso saggio è affrontata la poesia di Pasolini: accogliendola, certo, ma in maniera paradossale, attraverso una spietata analisi dei suoi limiti e contraddizioni (la famosa propensione per la figura della sineciosi).

A consuntivo, la mia impressione è che certe dinamiche abbiano fatto il gioco, da un lato, di quanto ancora oggi chiamiamo post-ermetismo e, dall’altro, della neoavanguardia. Il travaglio anni Cinquanta aiuta a consacrare figure come Luzi e Sereni in primo luogo e, dietro di loro, Betocchi e Caproni, con la progressiva apertura alle voci “nuove” di Fortini, Erba, Risi, Pasolini, Zanzotto, Giudici, attraverso un’integrazione indolore del canone, dentro il quale – come cercherò di suggerire – la linea “narrativa” Saba – Bertolucci svolge un ruolo marginale anche se non trascurabile. Nemmeno la poesia dialettale – per come viene assimilata nel corso del decennio – interrompe davvero una continuità, e anzi sembra confermare la dominanza di un paradigma “moderno” o “modernista”.

Ma è l’opposto versante a risultare più istruttivo. Gli anni Cinquanta sono caratterizzati, e non solo nella prima metà, dal lavoro di selezione e canonizzazione compiuto da Luciano Anceschi. Fino a tutto il 1961 la sua è una posizione “continuista”, realizzata in modi diversi, ma sempre molto calcolati, strategicamente efficaci. Nel percorso che va da Linea lombarda a Quarta generazione (non curata direttamente da lui, ma da lui diretta dietro le quinte), emerge un obiettivo chiarissimo: accogliere la nuova poesia, ma con prudenza, con nette esclusioni sul fronte dell’impegno e del neorealismo, e quindi negando che negli ultimi dieci anni sia successo qualcosa di storicamente importante, anche perché quello del poetico sarebbe un dominio necessariamente autonomo. Di fatto, la poesia recente non è in conflitto con il passato, perché, a ben vedere, non c’è un vero passato ma le ragioni della “lirica” nella sua continuità istituzionale.

Ed è un atteggiamento che farà il gioco di Sanguineti e dei Novissimi. Negli scritti del primo, il fastidio (in effetti giustificabile) verso la moderata Quarta generazione cova l’esplosione dell’antologia 1961. Come suggerisco in chiusura dell’ultimo capitolo: se negli anni Cinquanta certe scritture sperimentali avessero affondato solide radici, la letteratura italiana non “avrebbe avuto bisogno” dei Novissimi. La mortificazione del nuovo – che ha avuto in Anceschi uno degli esponenti più abili – ha comportato, per contraccolpo, la nascita di una particolare idea e pratica d’avanguardia, che tutti ben conosciamo. Inutile dire che la “quinta generazione” cui appartengono tre dei cinque novissimi si sbarazza con irridente facilità di un passato che – secondo Anceschi – non aveva ancora (!) preso una forma riconoscibile. La polemica accanita di Sanguineti e Giuliani contro Pasolini dal mio punto di vista ha soprattutto questo significato, all’insegna del classico “tanto peggio tanto meglio”: se davvero non esiste una poesia dei “giovani” (ormai, ahimè, quasi quarantenni, come si premura di precisare Romanò nel 1959) e se il neo-sperimentalismo e Pasolini non sanno produrre esempi convincenti di poesia nuova, allora lo scatto in avanti appare storicamente giustificato. I contenuti delle due protasi – io credo – sono poco verificabili; o lo sono solo nei termini in cui le aveva impostate Anceschi con la sua esibita perplessità di fronte a tutti i cambiamenti che avevano messo in dubbio il paradigma critico dei Lirici nuovi.

Queste e altre ancora sono le conseguenze che discendono dalla mia ricerca e che lascio per lo più allo stato di suggerimento. Tra quelle che aleggiano, c’è una possibile riflessione sul profilo del modernismo, inteso nei termini in cui in Italia lo si è caratterizzato da una ventina d’anni a questa parte. Osservo solo che esce ridimensionata la categoria di “neomodernismo” con cui si vuole leggere la tradizione postermetica, rinnovatasi negli anni Sessanta; o per lo meno, per coglierne l’utilità, sarebbe necessario declinarla diversamente, collocandone le origini negli anni Cinquanta e insieme sottolineandone il doppio legame che la unisce alla neoavanguardia. Paradossalmente, ma non troppo, postermetismo e neoavanguardia possono essere viste come figlie della stessa logica, delle stesse esclusioni e rimozioni.

Ma fermiamoci qui, spetta al lettore integrare i ragionamenti che ho cercato di imbastire. La metodologia del lavoro dovrebbe risultare chiara. In due dei tre capitoli parafraso lo svolgersi di un dibattito, di più dibattiti, prima sulle riviste anni Cinquanta, poi attraverso le antologie. Ho utilizzato perlopiù materiali poco frequentati dalla critica. Mi sono sforzato di cogliere i rinvii da un intervento all’altro, anche quando erano molto impliciti. Non sempre ci sono riuscito. Né ho letto tutti i libri, anzi tutte le riviste e tutte le antologie. Molti percorsi sono parzialissimi e potrebbero essere svolti in parecchi altri modi. Bisognerebbe però, per farlo, tornare ai testi, ai periodici e alle sillogi circolanti in quel decennio. Leggere con pazienza e schedare, senza cercare scorciatoie. L’arco cronologico, 1948-1961, è in parte giustificato da quanto ho appena detto, e insomma corrisponde alla conclusione del periodo “eroico” del dopoguerra, segnato dalle elezioni politiche del 18 aprile 1948 e, aggiungo, dalla chiusura del «Politecnico» alla fine dell’anno precedente, insieme magari all’esaurimento di quella notevolissima rivista che fu la napoletana «Sud» (le sue pubblicazioni si interrompono nel settembre 1947). Sul 1961, non c’è nulla da aggiungere, se non che in quell’anno si concentrano un gran numero di eventi, che vedremo volta per volta; uno dei quali è l’uscita della poco ricordata antologia di «Palatina», per le cure dei giovanissimi Mario Lavagetto ed Enzo Siciliano, in difesa di una linea narrativa legata ad Attilio Bertolucci (con Umberto Saba alle spalle) – che forse eredita qualcosa degli sforzi convulsi attivi negli anni Cinquanta, a partire dal lavoro di «Botteghe oscure». Ma insisto sul forse. Nel terzo capitolo mi soffermo su figure di sconfitti, di dimenticati, in generale su poetiche perdenti, anche in presenza di autori tutt’altro che rimossi come Sibilla Aleramo, Giovanni Arpino, Giorgio Bassani e forse Mario dell’Arco. Se queste figure e relative forme “avessero vinto”, cosa sarebbe stato della poesia italiana contemporanea? La risposta forse deludente è scritta nelle conclusioni del capitolo e peraltro ne ho già anticipato una parte. Dichiarare che la produzione in versi nazionale sarebbe stata più popolare e meno artificiosa, è un’affermazione forse irricevibile. Ma credo che l’esperimento da me impostato mi costringa a sostenere qualcosa del genere. Ovviamente, non c’è un protocollo di laboratorio che garantisca della correttezza dell’analisi. C’è la possibilità però di argomentarmi contro, in infiniti modi. Ci conto.

Anche perché – penultima, sofferta excusatio – ho scelto di non citare pressoché mai la cosiddetta letteratura secondaria. Ho preso questa decisione per diverse ragioni, a partire dal desiderio di non appesantire un volume che nelle intenzioni doveva essere breve. La più profonda ragione che rivendico, a mio rischio e pericolo, è che tutto quanto (o quasi tutto quanto) quello che cito è poco conosciuto e studiato solo marginalmente, e io l’ho cucito in un ragionamento, una specie di prolissa parafrasi, che è totalmente mio e non ha tratto alcun vero giovamento da precedenti critici. Non cito decine di letture da me fatte, non cito nemmeno certi miei saggi, perché quello che conta, qui, non è il paradigma (le auctoritates accademiche), ma il sintagma, lo svolgimento, lo sviluppo descrittivo e argomentativo. Oggi molti direbbero: la narrazione. La conoscenza di altri lavori serve a inquadrare l’insieme dei problemi, non ad affrontare la grana fine degli accadimenti con cui invece riga dopo riga mi confronto.  Come si sarà notato anche in questa introduzione, i miei riferimenti sono soprattutto certe idées reçues, che talvolta sono anche miei idoli polemici. Suppongo che chiunque abbia a che fare con la storia della letteratura del secondo Novecento li conosca già. Mi scuso pertanto con chi non si vede citato. Nulla di personale. È stata una scelta.

Infine. Sono stato a lungo tentato di fare uso delle categorie di Pierre Bourdieu per interpretare i risultati della ricerca, e tutto sommato avrei avuto buon gioco ad appoggiarmi alla bella sintesi di Anna Baldini, che si è fermata al 1936. Al di là dei limiti delle mie competenze (ma avrei potuto aggiornarmi…), ho preferito non ricondurre i contenuti a parametri precostituiti per le ragioni in parte dette: i fili non sono così noti e l’evidenza del percorso deve prevalere sull’interpretazione sistematica. Non sto dicendo affatto che questo libro è “oggettivo”, ci mancherebbe. Semmai il contrario: il mio movimento lungo certe strade si appoggia a qualcosa che forse funziona meglio se chi scrive se ne prende la responsabilità, senza nascondersi dietro metodologie utili sicuramente, ma forse un po’ troppo rigide rispetto alla tortuosità dei sentieri in cui mi sono cacciato. Sarebbe bello se, lavorando sui miei materiali, qualcuno o qualcuna ipotizzasse una lettura del sottocampo poetico negli anni Cinquanta cogliendo meglio di quanto io non abbia saputo fare la sconfitta dei “nuovi entranti” e il mantenimento delle forme di distinzione che erano sotto minaccia, con la conseguente vittoria di una produzione ristretta, contro una possibile produzione di massa (ma di qualità).

I ringraziamenti. Ho approfittato dei consigli e dell’aiuto di alcune persone, che mi limito qui a elencare nel debito ordine: Diego Bertelli, Dario Boemia, Lorenzo Cardilli, Vincenzo De Rosa, Rita Filomeni, Stefano Ghidinelli, Annalisa Giulietti, Raffaella Gobbo, Rosemary Liedl, Ezio Partesana, Cetta Petrollo, Claudia Piergigli, Gaia Riitano, Pietro Domenico Scalzo, Tiziano Toracca, Valentina Zanchin. La collaborazione di Filippo Pennacchio è stata, come al solito, preziosissima, ed è bello misurare giorno dopo giorno il suo “sorpasso” critico nei miei confronti. Grazie a Massimiliano Tortora che mi ha ospitato nella sua collana, accettando di sostenere un progetto che nel tempo si ampliava pericolosamente. Paola Tirone ha letto per prima questo testo, combattendo contro le mie infinite e logorroiche incertezze.

 

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