di Paola Giacomoni

 

Michail Gorbaciov è mancato da pochi giorni e la sua morte mi ha fatto ripensare alla storia da cui la sua figura proviene e al ruolo storico Vorrei provare a raccontare qualche episodio personale collocato nel periodo immediatamente precedente alla sua apparizione, che ad essa può fornire in qualche misura un contesto. Era il maggio 1984 e andavo in Russia per la prima volta. Certo si trattava ancora dell’Unione sovietica, ma io, fresca di lettura dei grandi romanzi russi dell’Ottocento, cercavo davvero la Russia. Cercavo quella forza, quella vivacità, quell’altezza spirituale oltre che letteraria che dai romanzi si sprigionava con una forza incredibile, quella cultura che riconoscevo come europea, vicina nelle problematiche e nello stile ai grandi romanzi francesi, inglesi e tedeschi dello stesso periodo. Trovai invece l’Unione sovietica nella sua versione peggiore, quasi caricaturale: era l’epoca di Cernienko, l’ultimo dei grandi vecchi della nomenklatura sovietica, dopo il quale venne la grande svolta di Gorbaciov, che ci fece sperare nella riformabilità del sistema. L’immagine del 1984 era invece quella di persone vecchissime e come imbalsamate, metafore viventi di quel che restava del potere comunista: un regime arrivato alla consunzione finale, che poteva solo proporre di sé una difesa conservatrice, immobilizzata nel suo stile ormai impresentabile, incapace di reggere il mutare dei tempi, dal punto di vista tecnologico come da quello economico.

 

All’epoca non si poteva parlare con la gente comune per la strada. Gli unici contatti erano con le guide locali del viaggio, con cui poi si scambiava anche qualche osservazione personale e di cui magari si conoscevano poi anche i familiari, ma in segreto: bisognava nascondersi per parlare in privato. Roba da gulag, da veri prigionieri nel più vasto paese del mondo. La pena che provai fu enorme: conoscevo dai romanzi lo stile, la cultura, l’amore per la vita del popolo russo, il suo carattere vivace e festoso, contraddetto e sigillato in quel momento da ogni contatto esterno da parte di un regime davvero totalitario. Chi di noi aveva frequentato i gruppi studenteschi occidentali degli anni Sessanta e Settanta, chi aveva accolto con favore la svolta del PCI italiano che prendeva le distanze dall’URSS, si trovava tuttavia di fronte alla smentita più secca nei fatti di ogni sogno comunista: nel paese in cui era stato costruito il socialismo reale, nato come emancipazione dei popoli, si era arrivati a un regime dittatoriale, in cui ogni forma di libertà era bandita e in cui l’economia era allo sfascio. Molte delle idee che ci orientavano allora venivano messe in discussione radicalmente. Potevamo davvero fare finta che questo non contasse nulla nelle battaglie per i nostri ideali? Quello era solo un esperimento fallito perché il vero marxismo era stato tradito? Molti furono i dubbi per me da allora in poi. Forse bisognava ripensare qualcosa daccapo, proprio volendo rimanere di sinistra. Non ci aspettavamo Gorbaciov, che apparve invece come una speranza di rigenerazione e come possibilità di una nuova interpretazione delle nostre idee di emancipazione e di liberazione.

 

Ma, prima di lui, bastava guardarsi intorno: le splendide città russe, da Mosca a Leningrado (allora San Pietroburgo si chiamava ancora così), a Kiev, spettacolari nei loro edifici dorati e coloratissimi, erano deserte: non c’erano negozi, bar, ritrovi, se non in pochissimi casi in cui si esponeva merce di infima qualità e poco attraente. Nessuno in giro perché la vita sociale era in tal modo resa impossibile. L’austerità comunista, che mi era apparsa come non spregevole dal nostro punto di vista non consumista, mostrava il suo vero volto: era povertà. Questo non me lo aspettavo: mi attendevo uno stile di sobrietà, un severo stile popolare, non l’indigenza. Le scene davanti agli alberghi in cui donne giovani e carine, vestite con i vestiti semplicissimi di allora, cercavano in tutti i modi contatti diretti e “fruttuosi” con gli occidentali mi colpirono molto. Era questa l’eredità etica del comunismo? Persone pronte a vendersi a qualsiasi prezzo per beni che noi consideravamo comuni o forse anche eccessivi, ma cui loro non avevano mai avuto accesso, non per lo stile “sobrio” del Partito, ma perché l’economia non funzionava più e non riusciva più a produrre beni da noi accessibili a tutti. Un fallimento storico avevo davanti agli occhi, qualcosa che era uscito da ogni binario, che aveva prodotto il contrario di quanto auspicato, e di più: anziché ideali di solidarietà si vedeva il peggiore individualismo, quello selvaggio e senza norme, né giuridiche né morali. Impressionante. Una svolta, quella tentata da Gorbaciov, era indispensabile ma al momento non se ne vedeva segno, se non negativo: occorreva cambiare qualcosa alla radice, cambiare paradigma. Ma la sua grande svolta, che tanto ci ispirò in Occidente, fu insufficiente.

 

 Altri viaggi mi confermavano questo quadro allucinante. Ero già stata a Berlino negli anni precedenti, e per passare dal famigerato Check point Charlie mi ero anche vestita come per le grandi occasioni, per incontrare, credevo, una sorta di vetrina del socialismo reale nel suo aspetto a noi più prossimo: e trovai invece la Friedrichstrasse come se la guerra fosse appena finita, in rovina, nel deserto angosciante di Berlino Est. I viaggi successivi nella Germania Est, in particolare a Weimar nel giugno del 1989, immediatamente prima della caduta del muro, aggravavano se possibile il quadro. Ottenuto con fatica il visto per un viaggio di lavoro con altri colleghi, passati i controlli alla frontiera attraverso ispezioni con enormi specchi sotto le auto e nei libri che portavamo con noi, entravamo in contatto diretto con la vita normale dei cittadini della DDR. Weimar era peraltro un posto salvaguardato e in buone condizioni perché il culto goethiano lo aveva protetto; ma nel momento in cui servivano fotocopie, ecco che manca la carta, cosa inconcepibile da noi, dato che era allora materiale base del nostro lavoro. Le città vicine, da Jena a Halle e poi Dresda erano in uno stato incredibile: tutti gli edifici storici erano carbonizzati, neri come fossero stati davvero bruciati, molti mai ricostruiti, ancora in rovina, altri che apparivano come resti arsi, prosciugati e spettrali di un grande e tragico passato. Come poteva la gente vivere in quelle città di morte? Come si poteva respirare un’aria soffocante con l’odore fortissimo di carbone? Come si poteva accettare che nessuno potesse viaggiare, che si fosse letteralmente internati nel proprio paese? La gente per strada allora poteva cominciare a parlare e diceva che non se ne poteva più, che la vita era intollerabile in quelle condizioni: la svolta era alle porte, pochi mesi dopo la caduta del muro non mi sorprese e fu una liberazione.

 

Gorbaciov rese possibile il passaggio, pur senza la forza di ricostruire un sistema sulla base della libertà, della prosperità e della democrazia, ma incarnò, nella sua stessa persona, il segno di una svolta radicale. Per la prima volta un leader sovietico, nel suo stesso linguaggio del corpo, si riavvicinava a noi: lo sguardo, il sorriso, le strette di mano amichevoli accompagnavano uno stile mai visto e poi provvedimenti mai visti, come il trattato di disarmo nucleare firmato con Reagan, che sancì la fine della guerra fredda. La mia reazione fu quella del sollievo nel rivedere finalmente le donne e gli uomini veri, quelli di cui avevo letto nei romanzi ottocenteschi, non quei manichini senza dignità cui loro stessi erano stati ridotti. Dopo fu l’apertura totale, la libertà e la ricchezza solo per i pochi che ne furono capaci, che si accompagnava alla consapevole rinuncia alla grandezza imperiale sovietica che viene ancora oggi imputata a Gorbaciov come perdita di una potenza storica. La Russia di oggi ha fatto un’inversione a U e la strada va in direzione opposta nel modo più funesto; il tempo farà presto giustizia della nostalgia di un prestigio perduto, di un risentimento profondo nei confronti dello stesso Gorbaciov, cui non si dedica un funerale di stato, e, al contempo, di una povertà non ancora debellata nelle sterminate campagne russe.

4 thoughts on “Gorbaciov e la Russia

  1. Stimo e apprezzo il personaggio e capo di stato Gorbaciov. Credo che però il vero dibattito ci sarà quando Putin finalmente sarà uscito di scena. Per un motivo semplicissimo: credo che il dopo-Putin possa essere molto più stimolante per il popolo russo. Ora il dibattito è solo praticamente tra occidentali.Salvo qualche dissidente che dice la sua a proprio rischio e pericolo. Quello che ha fatto Gorbaciov è molto importante; ma in parte lo stesso occidente e soprattutto la maggioranza del popolo russo lo hanno contrastato. Bisognerà uscire da questa palude di pregiudizi (forse c’entra ancora il neoliberismo per quanto ci riguarda?) e ignoranza per consegnare alla Storia la vicenda di questo grande capo di stato.

  2. Credo sia il presidente meno amato dai russi, forse ancora meno di Eltsin. Qualcosa vorrà pur dire.

  3. @ Filippo Bruschi
    Argomentazione pericolosa la sua. Facilmente estendibile. Es.: «È indubbio che gli ebrei sono stati (e in parte sono ancora) poco amati in Europa. Qualcosa vorrà pur dire». E converso, quelli che sono stati molto amati: Hitler, Stalin…

    Sicuramente, come disse una volta la mia signora russa di riferimento, il naufragio dell’URSS non fu l’affondamento di una barchetta ma di un transatlantico, e ci credo. I russi vedono in Gorbaciov colui che aprì la falla, e non vogliono saperne di riconoscere che la falla c’era già, e enorme. Ad esempio, quando le dissi che era comunque un po’ strano che tutto il blocco sovietico fosse crollato in due e due quattro come un castello di carte si trovò in imbarazzo, e rispose che il motivo era probabilmente che Raisa Gorbaciova andava in giro a fare acquisti con la carta di credito. Poi è piuttosto evidente che non solo Gorbaciov, ma nessuno dell’élite politica dell’epoca è stato in grado di gestire la transizione. La transizione a una forma di convivenza , di governo e di economia che, buona o cattiva, la Russia non aveva mai sperimentato.

    «La nonna disse: un attimo, ragazzi, ora vi racconto tutto per filo e per segno. Miei cari nipoti, questi sono i tre busti di tre fatidici governanti della Russia, ecco davanti a voi le Tre Sublimi Pelate, i tre grandi cavalieri che hanno ucciso il drago. Il primo – disse –, quello subdolo con la barbetta a punta, ha fatto fuori l’Impero Russo, il secondo, quello con gli occhiali e la chiazza sulla pelata, ha distrutto l’URSS, e questo qui col mento piccolo ha mandato a carte quarantotto l’orrendo paese che aveva nome Federazione Russa. E i tre busti li ha scolpiti sessant’anni fa il mio defunto marito, democratico, pacifista, vegetariano e scultore professionista. Li scolpì nell’estate in cui il drago Russia crepò definitivamente e smise per sempre di divorare i suoi abitanti. […] Naturalmente io avevo un sacco di domande: come mai e per quale motivo e perché. La nonna mi ha raccontato per bene tutta la storia e poi ha tratto una specie di conclusione. Secondo lei, la Russia era stata in tutti i tempi e tutte le epoche uno stato terribile e disumano, ma il mostro aveva infuriato particolarmente nel XX secolo, quando il sangue scorreva a fiumi e le ossa umane crocchiavano che era una bellezza nelle fauci del drago. E per distruggere il mostro il Signore Iddio inviò tre cavalieri che erano segnati con lo stresso segno, cioè una pelata. Ed essi compirono grandi cose, ognuno nel suo tempo. La barbetta a punta schiacciò la prima testa del drago, l’occhialuto la seconda, e quello col mento piccolo tranciò la terza. L’impresa riuscì al Barbetta grazie all’audacia, all’Occhialuto per debolezza, al terzo invece attraverso l’astuzia. Ed era chiaro che, delle tre teste pelate, proprio l’ultimo era quello che la nonna amava di più.»
    (Vladimir Sorokin, Telluria, cap.XXXIX)

  4. Credo che Gorbacev volesse, malgrado tutto, portare il popolo russo ad una consapevolezza importante, e cioè superare il culto della personalità che stava colpendo anche Marx ed Engels, come si evince dalle parate del 9 maggio nel periodo di Breznev. Tuttavia il tentativo fallì non per una crisi interna al sistema sovietico, che aveva superato ogni possibile crisi con la vittoria di Leningrado durante la seconda guerra mondiale; bensì per le magagne causate in Europa dal fraintendimento in negativo della “rivoluzione russa” del 1917. Nell’articolo si parla di individualismo, che starebbe alla base del fallimento del socialismo reale, ma quell’individualismo giunse proprio dall’Europa non ancora pronta per la “rivoluzione”; fu, come dire, la visione distorta del sistema capitalistico trasposta su un sistema granitico che si fondava saldamente sugli ideali politici. Le beghe interne del partito comunista sovietico durante il periodo di Gorbacev vennero cassate assieme a chi le fomentava irragionevolmente e tutto rimase come prima, in realtà non ci fu il cambiamento che l’occidente sognava per se stesso…

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