a cura di Italo Testa
[Prende avvio con una discussione a più voci del volume di Vittorio Gallese Il Sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica (Cortina 2026) una nuova rubrica, a cura di Italo Testa, dedicata alle trasformazioni delle pratiche sociali, dei processi di soggettivazione, e delle modalità di scrittura legate all’impatto del digitale e dell’AI sulle nostre forme di vita. In questa prima puntata intervengono Anna Maria Lorusso e Alberto Casadei].
Il reale digitale
di Anna Maria Lorusso
Il sé digitale di Vittorio Gallese ha un’idea forte e importantissima in un momento in cui le paure degli sviluppi tecnologici legati all’intelligenza artificiale sembrano occludere, nel dibattito sociale, le speranze e le attese positive: il digitale non sostituirà l’umano, né ci porterà a una vita smaterializzata, in cui ricerche incontri e relazioni passeranno solo per e su gli schermi dei nostri devices. Il digitale – ci dice Gallese – modificherà, come ogni tecnologia, l’umano, lo sta già facendo, e su questo dobbiamo interrogarci, senza alcuna ebbrezza apocalittica. La riconfigurazione delle pratiche per via algoritmica definisce una riconfigurazione delle sensibilità e del sé, ma non si tratta di una disgrazia epocale. Si tratta di un cambiamento radicale, che non lascerà nulla di invariato.
Se questa è la cornice, preziosa, in cui la riflessione di Gallese si muove, altri sono però per me gli spunti più interessanti, su cui vorrei provare a soffermarmi. Anzitutto la portata normativa delle interfacce digitali, ovvero la capacità di dettare una grammatica della visione, del sensibile, delle relazioni, del sapere. Tutti sperimentiamo l’abitudine a reagire sempre di più con un puro like (perfino col pollice verso in una interazione faccia a faccia), riducendo l’interazione a una iper-semplificata sanzione di apprezzamento o indifferenza; tutti apprezziamo ormai volti e inquadrature filtrate da luci calde e strategiche; tutti soffriamo sempre di più nella tenuta continuata di qualcosa, cercando viceversa via di fuga e distrazioni che interrompano la concentrazione annoiata. È in queste modifiche che si vede come la vita algoritmica – quella vita onlife che efficacemente ha descritto Floridi – stia normando le nostre vite, dando loro nuovi criteri, nuove regolarità, in quel sottile confine che unisce normalizzazione delle pratiche e normazione sociale dei comportamenti. Ed è questo, molto opportunamente, l’alert del libro, non quello della sostituzione dell’umano col digitale.
Ma c’è anche un altro punto che è per me prezioso; riguarda la non-umanità dell’azione algoritmica – tema anch’esso sfidante (voglio solo citare un altro contributo importante al dibattito attuale, di segno opposto su questo tema: il libro di Claudio Paolucci, Nati cyborg, che pone al centro della sua argomentazione una concezione che definirei continuista circa natura umana e natura macchinica, in nome di una analoga capacità di manipolare segni e fare inferenze). Gallese insiste – a mio avviso giustamente – sul fatto che l’interazione di una macchina basata sui LLM (Large Language Model), per quanto super addestrata, non possa essere paragonata all’interazione fra soggetti incarnati, perché qualsiasi “operatore” di intelligenza artificiale non è un soggetto, è un dispositivo, non avendo corpo.
Per Gallese il corpo fa tutta la differenza del mondo; implica resistenza, imprevisto, alterità, vincoli..
Gallese usa una espressione per me molto efficace: questi dispositivi ci pongono “un problema di performance, non di soggettività”, collocando la soggettività nel perimetro di una attività incarnata che non è solo manipolazione di segni. Io aggiungerei (collocandomi forse nel solco di un retaggio fenomenologico): la soggettività è intenzione, consapevolezza, iniziativa. Uso il termine “iniziativa” perché i device digitali sono sempre pensati per risponderci (da cui tutta la centralità di buoni prompt che li interroghino), non per interrogarci, né per iniziare nuove pratiche: continuano, soddisfano, gestiscono i processi che noi avviamo (che sia la ricerca di un ristorante o l’analisi di un corpus enorme di dati da analizzare). Siamo noi, dunque, a trattare questi dispositivi come soggetti, perché sanno adeguarsi alle nostre richieste e hanno modalità di gestione dei segni straordinariamente analoghe alle nostre, ma la nostra specificità umana sta nella capacità di invenzione radicale. Umberto Eco nel Trattato di semiotica generale ha coniato questa espressione per dire i casi in cui si inventano segni radicalmente nuovi, che manipolando la materialità segnica in modo nuovo riescono a esprimere qualcosa che fino a quel momento non esisteva: una nuova espressione dunque per un nuovo, impensato fino a quel momento, contenuto. L’urlo di Munch, attraverso le sue materiche pennellate deformanti, ci ha fatto pensare in modo nuovo la disperazione. Accanto a questa accezione di invenzione radicale, vorrei però affiancare anche una accezione euristico-argomentativa: c’è invenzione profonda (se non radicale nel senso echiano) anche nel porre domande fino ad oggi mai poste, che riguardino i neutrini o il da farsi rispetto a una decisione lavorativa. C’è, cioè, invenzione profonda ogni volta che non si risponde a una domanda posta da altri, per quanto creativamente o in modi inaspettati, ma si pone una domanda inedita – e questo i nostri algoritmi non sanno farlo. Sono responsivi, non ideativi. E per questo si muovono nella continuità di un orizzonte di previsione, non nella alterità radicale dell’imprevisto.
Dall’equivoco che i dispositivi digitali siano persone possono derivare alcuni problemi epistemici di tutto rilievo, anche (o specie) per la semiologia (me ne sono infatti occupata nel mio ultimo libro, Il senso della realtà). Si rischia di confondere la simulazione con la realtà, l’effetto di una disposizione algoritmica che funziona come la mente umana con la mente umana tout court (che opera come l’algoritmo ma fa anche altro), la manipolazione dei segni con la coscienza dei segni (che per me non è solo sapere e poter fare ma voler fare) e, come nota Gallese, che sui meccanismi empatici legati ai neuroni specchio ha dato un contributo ineludibile, si finisce per prendere l’empatia simulata da soggetti non umani per empatia “reale”.
Uso fra virgolette l’aggettivo “reale” perché sta ovviamente proprio in questo aggettivo la posta in gioco. Forse che la realtà algoritmica non sia reale? Non sia cioè una parte del mondo che abitiamo?
Assolutamente, Gallese non ha dubbi (e io con lui) nel riconoscere la consistenza mondana del digitale, cosa fra le cose, intelligenza fra le intelligenze, mediazione fra altre mediazioni. Si tratta però di vederne le specificità e fare le differenze del caso. Cercando di concentrarsi, magari, su cosa questi nuovi enti del mondo fanno a noi, come ci condizionano, come ci regolano, quali nuovi abiti introducono, come modificano la nostra percezione (fatta di immaginazione percettiva, categorizzazione di sensazioni, intercorporeità…). Un compito molto semiotico – che è la ragione per cui ho letto con speciale interesse, e ritrovandomici, questo libro.
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Estetiche radicali e stili (a)personali: qualche prospettiva
di Alberto Casadei
Del nuovo e importante saggio di Vittorio Gallese vorrei riprendere alcuni spunti che riguardano il rapporto fra corporeità, forme di intelligenza algoritmica e opere d’arte, in particolare letterarie. Darò per acquisite le tappe che hanno portato, dopo decenni di studi specifici, all’ipotesi dell’ontofenomenologia incarnata, che riassume aspetti legati al sé corporeo e alla mente incarnata, nonché quelli della relazionalità (simulata o attuata), e in particolare le indagini sull’essere umani compiute assieme a Ugo Morelli. Mi interessa qui proporre qualche riflessione sulle conseguenze dell’interazione ormai costante che gli umani tengono con i loro dispositivi digitali, e ora con quel particolare tipo di elaborazione algoritmica che viene denominata ‘intelligenza artificiale’ (IA) e che va ben al di là di un semplice processo di ricerca e selezione di dati. In effetti, possiamo individuare innumerevoli differenze ontologiche fra questo tipo di ‘intelligenza’, disincarnata e statistica, e quella propria degli umani, frutto di un accumulo esponenziale di micro e macro esperienze, acquisite e messe in circuito nella corporeità di ogni individuo; e tuttavia non si può negare che le risposte fornite a nostre precise domande, addirittura personali-esistenziali, risultano molto vicine a quelle che potremmo, e magari vorremmo, sentirci dare da altri umani cosicché non risulta improbabile in futuro la realizzazione di umanoidi dotati di questo tipo di IA e perfettamente integrabili nelle relazioni reali. Le ipotesi di tanta fantascienza filosofica, e magari di informatici visionari come Ray Kurzweil, costituiscono adesso non una mera elocubrazione ma il prossimo limite evolutivo o addirittura l’adjacent possible verso cui stiamo andando.
Anche se non si potrà sviluppare qui questo spunto di indagine, occorre essere consapevoli che le pagine di Gallese presuppongono problemi filosofici decisivi, e in qualche modo riconducono a paradigmi del pensiero occidentale che coinvolgono la permanenza o la mutabilità di quanto definiamo ‘realtà’, dunque sistemi interpretativi che da Parmenide e Eraclito arrivano alle idee platoniche e al nesso potenza-atto aristotelico: ma decisivo appare il ruolo della prospettiva fenomenico-corporea iniziata, e purtroppo non completata, da Maurice Merleau-Ponty, nonché quello dei tanti che hanno cominciato a indagare il funzionamento cerebrale non in termini puramente funzionalistico-combinatori, sulla scorta del cognitivismo strutturalista, bensì di relazioni incarnate in un campo sempre riadattato e modificato. La plasticità del cervello è indispensabile allo sviluppo della relazione con il reale (qualunque sia la definizione che ne diamo), ma la modellazione avviene solo attraverso la sensorialità corporea, di continuo stimolata dagli ambienti ‘caotici’ e non da soli dati processati e ricomposti. Sarebbe persino lecito sostenere che è appunto la perenne esposizione al Kaos (nel senso originale del termine) a differenziare in ultima istanza l’azione-elaborazione umana da quella degli algoritmi delle IA, che non si potrebbero fondare su dati costantemente variabili e richiedono invece corpora enormi ma finiti.
Sta di fatto che, per Gallese, il rapporto fra gli esseri umani dotati di corpo e mente incarnata e i dispositivi digitali non si esplicita in una semplice addizione o estensione (alla Chalmers) e implica invece una riconfigurazione dei modi di percezione del reale e ciò spinge a evitare la pericolosa passività che si genera se ci si limita a interagire con gli input forniti dalle IA attraverso i vari strumenti elettronici. Si deve invece auspicare che gli umani vadano verso una nuova crescita cognitiva, e specialmente verso una nuova ‘estetica’, ossia una percezione del mondo rinnovata per una sua rinnovata interpretazione: quest’estetica radicale si fonda su una resistenza ai risultati standard degli algoritmi e favorisce la creazione di forme artistiche sperimentali, di cui nel saggio vengono forniti vari esempi.
Va allora accantonato subito il banale problema di come valutare opere ‘d’arte’ prodotte dalle IA, che già hanno raggiunto ottimi livelli nella pittura e nella musica (e qualche romanzo è stato persino premiato in Giappone): questo sarebbe un nuovo caso di ‘imitazione eccellente’, come gli umani sono sempre stati in grado di fare (si pensi alle copie, alle seriazioni ecc.), eventualmente con alcune variabili riguardo al concetto di falsificazione quando non si tratta solo di ‘imitare’ opere già esistenti ma di crearne altre ‘alla maniera di’, come è stato fatto per Rembrandt. Piuttosto, la questione è quella di capire cosa può fare un artista che adotta la sua esperienza umana come primum però la modella in dialogo o in interazione paritaria con un’IA, che diventa così una co-creatrice, avendo fornito stimoli e magari parti che l’artista non avrebbe ideato per conto proprio. Un’acuta riflessione su questo aspetto è stata proposta da Italo Testa&ChatGPT in Come se fossi io. Un dialogo sull’autenticità, uscito il 19 novembre 2025 su LPLC2 (https://www.leparoleelecose.it/come-se-fossi-io-dialogo-sullautenticita/).
Ma il punto che vorrei adesso toccare è un altro ancora. Come ogni grande fase dell’evoluzione tecnologica, pure questa cambierà i confini concettuali del primo grande prodotto umano simbolico, il linguaggio, che è plasmabile al punto da potersi riferire all’esistente così come all’inesistente, creando mondi possibili su cui si fonda gran parte della nostra concezione del reale. Questa potenzialità è stata messa a frutto attraverso progressive finalizzazioni, addirittura antropo-poietiche come hanno sostenuto vari antropologi: e su questa funzione della poesia in senso lato sta riflettendo da tempo Tommaso Di Dio. Per quanto mi riguarda, ho provato a ricostruire l’intricato nesso fra propensioni biologico-cognitive, mezzi materiali e simbolici e capacità di stilizzazione nel mio Biologia della letteratura (il Saggiatore 2018), che ora sarebbe da integrare grazie alle nuove ricerche, come quelle di Michele Cometa sulla Paleoestetica (Cortina 2024, anche per altra bibliografia sui Cognitive studies). Di certo, nel corso dei millenni storicamente esaminabili le arti e la letteratura, almeno in Occidente, si sono specializzate nell’elaborare il destino individuale secondo forme e generi più o meno riconoscibili, e si è dato sempre più spazio allo stile inteso come carattere del tutto personale o invece di maniera, comunque riconoscibile. Ma se adesso ogni tipo di stile può essere replicato e può veicolare condizioni umane note, in particolare emozioni (l’emozionalità è il tratto che sancisce ora il largo successo di un oggetto artistico), quale sarebbe la valenza specifica di un’opera che nasca da un individuo reale anziché da un’IA ben addestrata? E la percezione corporea pregressa serve ancora oppure, come di fatto ha sostenuto Walter Siti in C’era una volta il corpo (Feltrinelli 2024), l’andamento è quello di attribuire pari rilievo a immagini, e in prospettiva esperienze, virtuali, che però spesso risultano soddisfacenti? Per quel che conta come sintomo, varie indagini sociologiche ci dicono che la Generazione Z si affida sempre più ai dialoghi con l’IA per risolvere le consuete problematiche adolescenziali.
Le posizioni di Gallese sull’estetica radicale, e più in generale sulla responsabilità verso ciò che appare nell’universo digitale, rischiano di apparire improntate a un wishful thinking a fronte della facile delega a IA sempre più performanti riguardo all’implementazione del nostro immaginario artistico e alla diffusione di tratti che dovrebbero essere considerati ‘stilistici’. ChatGPT e Gemini, da me interrogate in merito, forniscono interessanti considerazioni sul fatto che il nostro concetto di stile, in particolare letterario, non sarà più adeguato (peraltro, una definizione di ‘stile’ è ab origine assai problematica), e se la cavano affermando che in futuro sarà definibile come “la configurazione linguistica che rivela una singolarità temporale incarnata, ossia una coscienza situata che attraversa il tempo trasformandosi” (un’estrapolazione un po’ becera di posizioni legate all’embodiment), e aggiungono che le opere dovranno essere variabili, addirittura adattabili alle esigenze dei fruitori: ovviamente non ci sarà più un autore bensì un elaboratore ancora umano che si dovrà concentrare sul problema “perché scrivo in questo modo e non in un altro, sapendo che potrei fare altrimenti”, usando comunque le potenzialità delle IA a tutti i livelli a cominciare dall’inventio.
Ora, io personalmente considero lo stile come un concetto ben più ampio rispetto a quello che mira a definire l’operatività di ogni singolo artista, concezione di fatto decisiva solo a partire dal Rinascimento italiano e poi, in modi diversi, dal Romanticismo europeo in avanti. Lo ‘stile’ caratterizza le opere che possiamo definire artistiche sin da quando, nella preistoria, si iniziava a rielaborare vari materiali per raggiungere un’attrattività che consentiva di sfruttare al meglio tutte le propensioni biologico-cognitive umane (attenzione, ritmicità, mimesi, metaforicità). Attualmente, il lavorio sulle nuove stilizzazioni, in rapporto a materie del contenuto che si modificano storicamente, è trasformato ma non azzerato dalle interazioni con la tecnologia, e questo è probabile che avverrà pure con le IA. Il problema però è che, mentre media come quelli sinora cooptati nella creazione letteraria (la scrittura al posto dell’oralità; la stampa meccanica al posto della grafia manoscritta; l’ipertesto multimediale al posto del libro ecc.) erano facilmente amalgamabili in nuovi processi, adesso si potrebbe assistere a un’obsolescenza del capitale propriamente umano. L’elaborazione del singolo, con la sua esperienza corporea e culturale (aspetto decisivo nelle ‘opere mondo’ di tutti i tempi), può continuare a produrre uno stile, da intendere come ‘energizzazione’ rispetto alle medie depotenziate, tuttavia non è detto che ci sia interesse per questo: in fondo, le tendenze dei vari mercati librari internazionali riguardo al possibile pubblico per opere elaborate e stratificate indicano un inesorabile restringimento.
Plausibilmente, gran parte di quell’ormai vastissimo settore che si definiva Infotainment, non a caso al centro di Infinite Jest (forse l’ultimo successo planetario di un meta-romanzo innovativo), è destinato a essere colonizzato da prodotti di IA, e le varie versioni ipermediali, che ormai hanno collegato letteratura scritta, graphic novel, film, serie televisive e altro ancora, potranno essere gestite e migliorate da IA professionali. E va sottolineato che, già adesso, l’insieme di questi prodotti ha relegato al ruolo di antecedenti arcaici i film di gran parte del XX secolo, specie quelli in cui la componente ‘esistenziale’ appariva decisiva (Bergman, Tarkovskij ecc.), e ha invece consentito di recuperare opere che già venivano giocate su situazioni emotivo-partecipative facili da riconoscere e da riprodurre, secondo una logica da ‘forma semplice 2.0’ (Sergio Leone riletto da Tarantino ecc.).
A mio avviso una possibilità per procedere nella direzione indicata da Gallese è quella di una strenua riflessione sul partage du sensibile riprendendo le posizioni di Rancière (citate nel Sé digitale), però in un contesto in cui una qualunque evidenziazione del sommerso non ha più una valenza trasgressiva e un senso condiviso, perché è da tempo inglobata come potenzialità dai social, e ormai metabolizzata. Il ciclo di decadenza di ogni tipo di ‘nuovo fenomeno’, persino rilevante come sintomo del disagio socio-economico diffuso (pensiamo al rap in tutte le sue forme), risulta ormai velocissimo, mentre il grado di stilizzazione riconoscibile è quasi azzerato, come in gran parte degli altri prodotti ‘artistici’ pre-marcati, ossia adeguati alla nostra idea attuale di arte, basata su prestigio del passato e vendibilità nel presente.
Tutto ciò s’inquadra perfettamente nelle macro-tendenze socioeconomiche e politiche incominciate negli anni Ottanta del secolo scorso e ormai, dopo l’effetto destabilizzante generato da Trump, andate ben oltre quanto aveva indagato, appena un anno fa, Guido Mazzoni nel suo Senza riparo (Laterza 2025). Cosa si potrà quindi ipotizzare per la letteratura e le arti in un ambiente storico-culturale così caotico? Forse proprio il guardare al Kaos che sono diventati tutti i regimi socio-culturali del mondo, compresi quelli che sembravano rigidamente consolidati, per proporre opere che arrivino a un meta-blending, ossia a una pratica che fonda davvero campi dell’esperienza e della conoscenza umana che di solito si collocano in uno specialismo tanto necessario quanto solipsistico. Come, all’inizio del XIX secolo, la forma-romanzo risultò idonea ad accogliere e rifondere in storie credibili e quotidiane la sempre più vasta attività lavorativa – e però una sintesi di quella condizione la si trova soprattutto nell’‘opera mondo’ Faust anziché in un singolo testo romanzesco; così ora sembra indispensabile che si avvii una interazione consapevole tra gli umani che indagano sull’esistenza e sulla realtà e le IA che agiscono in un Cloud immenso di dati che vengono mirabilmente destrutturati e ristrutturati, ma non forniscono risposte ultime.
Intanto, è significativo che le ‘opere mondo’ si siano infittite negli ultimi anni, e che siano sempre più numerosi i testi, letterari o artistici in generale, che s’interrogano sulla stranezza intrinseca alla nostra realtà, spesso allegando riflessioni ricollegabili alle teorie quantistiche: del resto, un fisico teorico quale Carlo Rovelli ha voluto esporre una sua riflessione ragionata, in rapporto alle arti e alle culture (specialmente dell’Oriente), nel suo recente Sull’eguaglianza di tutte le cose (Adelphi 2025). Se il ‘realismo weird’ costituisce una componente decisiva di notevoli testi letterari recenti (me ne occupo, assieme ad altri temi, nel mio Narrazioni mutanti, in uscita per Mimesis), e se il weird, pure nella concezione di Mark Fisher, costituisce una modalità rilevante per uscire dalla logica onnicomprensiva del sistema capitalistico del XXI secolo, è proprio in questa direzione che potrà essere decisiva un’effettiva simbiosi umani-IA. È probabile che sia necessaria una lunga fase di riassestamento, per s-personalizzare le arti, ossia per renderle stilizzazioni non di traumi ed esperienze esibite come personali bensì come parte di un’indagine collettiva sul mondo, in tutte le sue manifestazioni.
Si tratta forse di puntare su forme di oggettivazione anche delle specificità del singolo, come è avvenuto sin dalla Bibbia e dai poemi omerici, mirando a una visione larga anziché a un focus individuale. In questa prospettiva, di ‘ricerca di’ e di ‘tendere a’, non si perderebbe mai la dimensione umano-corporea (che in ogni caso va problematizzata), né quella esperienziale (uscendo una volta per tutte dall’equivoco della ‘fine dell’esperienza’), e nemmeno si rischierebbe la totale subalternità alle risultanze delle IA. Al di là degli algoritmi, il sé digitale di Gallese può avere insomma un consistente margine di manovra nella futura ‘nuvola’ delle arti e della letteratura.
Buongiorno,
tutto davvero molto interessante ma vorrei uscire un attimo dalla questione filosofica: perché usate tutti Chat gpt e Gemini tranne poi lamentarvi che l’Europa non ha indipendenza, che Trump è cattivo, ecc. ? Esistono altre IA generative non statunitensi e, per quanto ho sperimentato, non certo inferiori a queste ultime. Sarebbe bello se tutti facessero uno sforzo invece di dare la colpa alla Meloni o simili. Ogni volta che scegliete Chat GPT state vassallizzando i paesi europei (alcuni vassalli volontari, altri no), per i quali un’independenza, o almeno una sudditanza non esclusiva a una sola nazione è assolutamente fondamentale per avere una voce propria. Filippo Bruschi
Ringrazio sinceramente Italo Testa, per questa importante iniziativa che ha promosso su LPLC, e che incontra, per quel che mi riguarda, uno grandissimo interesse. Ringrazio anche gli interventi molto articolati di Anna Maria Lorusso e di Alberto Casadei. Il luogo e le persone coinvolte mi sollecitano a fare un commento lungo e a mia volta articolato articolato. Qualcosa probabilmente di fuori moda, ma spero non fuori tono. Mi si potrebbe dire, che quello che io critico nel loro discorso è il fatto di aver scelto di parlare di una certa cosa e non di un’altra, e anche che questo tipo di critica è assurda, perché potrebbe essere fatta di ogni tipo di discorso e sempre. Io credo che oggi, invece, se si parla di IA, la scelta di un certo tema, di un certo taglio argomentativo, di una certa prospettiva non sia del tutto innocente. E sono ben d’accordo, che con l’IA c’è poco da essere innocenti. Ma appunto per questo, non scegliamo le mezze misure. Rendiamoci interamente colpevoli.
Partiamo dal contesto sociale in cui un’analisi o un discorso sulle applicazioni dell’intelligenza artificiale dovrebbe intervenire. Anna Maria Lo Russo sostiene che siamo “in un momento in cui le paure degli sviluppi tecnologici legati all’intelligenza artificiale sembrano occludere, nel dibattito sociale, le speranze e le attese positive: il digitale non sostituirà l’umano, ecc.”. Non so se questo punto di vista sia espressione di Gallese o dell’autrice dell’intervento, ma mi pare già una presentazione tendenziosa del contesto reale, in cui una discussione di questo tipo avviene. La tendenziosità qui più che essere di Gallese o di Lo Russo, è tipica di un’argomentazione standard, ripresa innumerevoli volte, per introdurre un discorso “consapevole” sull’impatto dell’IA e distinguerlo da una “doxa”, basata su stati emotivi poco razionalizzati. Mi sembra evidente, frequentando i media di massa tradizionali e digitali, che la “doxa” manifesta tutt’altro che paura, ma grande fascinazione, immediata familiarità d’uso, urgenza semmai di ulteriore diffusione. E questo è già evidente, anche nel solo ambito delle istituzioni educative. Naturalmente esiste un assillo e un vero e proprio elucubrare sulla supremazia delle macchina, sul sorpasso cognitivo della macchina sull’uomo, sulla distinguibilità tra macchina e uomo, ecc. Ma questo terreno autenticamente “speculativo” di discussione, mi sembra non occluda nulla, anzi alimenti dibattiti abbastanza vaghi ma molto frequenti. Esistono certo anche delle paure più concrete e circoscrivibili, ma esse spingono a sviluppare il discorso, l’analisi, la ricerca, invece che a ostruirla. Queste paure, però, nascono su un terreno molto più politico che speculativo, e si traducono in analisi e ricerche settoriali assai solide, che poco hanno a vedere con i discorsi approssimativi e pregiudiziali di qualche doxa imperante.
Evoco quattro ambiti problematici di carattere politico, ognuno dei quali legato a un’opera significativa. Il sociologo A. Casilli in diversi studi in italiano e in francese (ricordo “En attendant les robots. Enquête sur le travail du clic” (2019, 2021), interroga le trasformazioni del lavoro salariato e del tempo libero, in seguito sia all’apprendimento indispensabile necessario ai dispositivi d’intelligenza artificiale per evolvere ed essere pertinenti (apprendimento realizzato da lavoratori sfruttati e alienati), sia alle nostre modalità di produrre “valore”, nel nostro tempo di comunicazione sulla piattaforme, per le grandi aziende del digitale. La sociologa statunitense Shoshana Zuboff nel suo celebre L’età del capitalismo della sorveglianza (2019) si è interrogata sul potere che certi soggetti economici (le grande imprese del web), attraverso la gestione dei dispositivi d’intelligenza artificiale, hanno acquisito nel condizionare i nostri comportamenti e nell’influenzare direttamente anche le nostre scelte politiche. Più in generale, è posta la questione di come queste tecnologie possano funzionare anche in mano a dei poteri statali, per rafforzare forme di controllo anti-democratico. Non sono questi ovviamente scenari ipotetici e fantasiosi, ma già in gran parte attuali.
La studiosa indipendente Kate Crawford, australiane e fondatrice del AI Now Institute, in Atlas of AI (2012) si è interessata tra le altre cose all’impatto ambientale, che lo sviluppo delle infrastrutture tecnologiche permettono lo sviluppo dell’intelligenza artificiale e big data. Infine, Nello Cristianini, professore d’Intelligenza Artificiale all’Università di Bath (Regno Unito) in un suo libro del 2023, “La scorciatoia”, segnalava un problema importante legato all’uso sempre più diffuso dei dispositivi IA anche nelle istituzioni pubbliche, ossia quello dei “biases”, ovvero pregiudizi legati alla modalità d’apprendimento della macchina, e quello “dell’ispezionabilità” degli agenti intelligenti artificiali da parte di istituzioni indipendenti.
So bene che sono questi nomi e argomenti che conoscete. Ma mi chiedo perché, da parte di chi ha una formazione umanistica o un’attività letteraria, vi sia una spiccata preferenza a scegliere il punto di vista di un neuroscienziato piuttosto di quello di un sociologo. Certo, non escludo, come i vostri stessi pezzi dimostrano, che l’approccio Gallese sia fruttuoso, ma esso tende inevitabilmente a marginalizzare proprio le questioni politiche che, in quanto tali, dovrebbero interessarci tutti. Questioni che per altro Alberto Casadei tocca verso la fine del suo intervento, ma appunto marginalmente. Se vogliamo davvero seguire la lezione di Jacques Rancière, che è esplicitamente citato da Gallese e da Casadei, non dovremmo tenere ben connessi i germi di una nuova estetica e quelli di una nuova politica, germi che sono da considerare come delle “provocazioni” provenienti dalla diffusione della IA e non delle “determinazioni”?
Quello che mi pare manchi, alla fine, anche in uno sguardo come il vostro, comunque critico e ricco di proposte, è l’uscita dall’ipostasi delle “tecnologie”. Ma questa mi sembra una difficoltà diffusa ed enorme. L’IA, i dispositivi, il digitale, le nuove tecnologie, tutti questi sono “soggetti” abusivi, falsamente impersonali, falsamente deterministici, falsamente fatali, dietro a cui ci sono uomini, aziende, stati, strategie economiche e politiche, scelte educative, programmazioni istituzionali, cultura più o meno grande della deregolamentazione. Insomma, non ci sono solo io lettore, studente, o scrittore, e l’algoritmo; ci sono gruppi e classi sociali, istituzioni e aziende, partiti e masse che si confrontano: dei “noi” confrontati all’algoritmo introdotto e controllato da “loro”.
Su tante questioni importanti che sollevate, e che mi riguardano come scrittore e teorico, tornerò magari in altre occasione di scambio, anche perché le condivido. Sono del tutto d’accordo con Casadei, ad esempio, quando scrive: “È probabile che sia necessaria una lunga fase di riassestamento, per s-personalizzare le arti, ossia per renderle stilizzazioni non di traumi ed esperienze esibite come personali bensì come parte di un’indagine collettiva sul mondo, in tutte le sue manifestazioni.” Aggiungerei solo, che certe correnti, certi autori, questo lavoro l’hanno già cominciato nel Novecento, prima dell’IA e alcuni lo continuano ancora oggi, e in gran parte fuori dall’IA.
Mi sembra di vedere una sfilata di moda a Karkiv: perchè non andate a vedere le interviste di Geoffrey Hinton (il padre dei LLM) o i testi di Guido Amodei sugli effetti dirompenti dell’AI nei prossimi due decenni?