cropped-126885-md-1.jpgdi Pietro Bianchi

Arriva nelle sale italiane con più di due anni di ritardo rispetto alla sua anteprima alla Semaine de la Critique a Cannes 2014 It Follows di David Robert Mitchell, uno dei giovani autori americani più interessanti degli ultimi anni con un film di cui difficilmente si potrà sovrastimare l’importanza. Innanzitutto si tratta di un film con una storia davvero singolare: sfruttando un cospicuo “effetto”-passaparola (o meglio, quella forma contemporanea di passaparola che sono i social network) e moltissimi passaggi in festival di piccole o medie dimensioni lungo quasi due stagioni (molti cinefili italiani se lo ricordano al Torino Film Festival del 2014) It Follows è riuscito a creare attorno a sé un enorme buzz critico e ad avere già da subito la fama di film di culto. Negli Stati Uniti a marzo del 2015, già dopo un anno che stava girando per mezzo mondo, ha avuto una wide-release di 1.200 copie (cioè, in buona sostanza era visibile in ogni piccolo cinema di provincia e in ogni mall della nazione) che gli ha permesso di incassare cifre insperate per un piccolo film indie a basso budget. Ma c’è anche il sito Rotten Tomatoes (che calcola l’aggregato di decine di recensioni) che ancor’oggi gli dà una percentuale di gradimento del 97% e una lunghissima lista di giornali e siti web che l’hanno inserito tra i film dell’anno del 2014 o del 2015, o tra gli horror più rilevanti delle ultime decade. Perché allora It Follows è davvero da considerarsi come uno dei film più importanti degli ultimi anni? Qual è l’interesse che sta dietro a questo piccolo film indipendente?

Innanzitutto dobbiamo fare un passo indietro e partire dal film precedente di David Robert Mitchell, purtroppo poco conosciuto in Italia, quel The Myth of the American Sleepover che venne presentato sempre alla Semaine de la Critique a Cannes nel 2010 e che con It Follows forma un ideale dittico, quasi il campo e il controcampo di una stessa opera. The Myth of the American Sleepover infatti, al contrario del successivo, non è un film horror ma un film che parla di adolescenti della provincia americana e della loro vita quotidiana. Siamo, come accadrà anche in It Follows, a Detroit, o meglio in quella spettrale megalopoli urbana che è diventata la Detroit post-crisi – uno dei più rapidi fenomeni di spopolamento urbano che si siano mai visti in Occidente (anche se ora le cose stanno già cambiando nuovamente) – dove Mitchell segue un gruppo di ragazzi durante l’ultimo weekend dell’estate prima che ricominci la scuola. Più Gus Van Sant che John Carpenter, The Myth of the American Sleepover fa parte di quel genere di film sull’adolescenza americana contemporanea che rivisita in modo singolare il modello del coming-of-age o del romanzo di formazione. I protagonisti mancano di figure adulte, non solo come punti di riferimento familiari o generazionali ma anche alle quali opporsi; e soprattutto manca l’idea di una temporalità verticale attraverso la quale simbolizzare i passaggi che portano dall’adolescenza all’età adulta. Il film di Mitchell ci rimanda un mondo compiutamente “orizzontalizzato”, privo di un simbolico di riferimento e nel quale gli adolescenti devono “inventarsi” un proprio mondo da sé. È appunto il problema che si pone il Gus Van Sant in Paranoid Park, dove gli adulti sono significativamente sempre messi fuori campo e dove il protagonista deve trovare un modo per simbolizzare un evento traumatico senza che esista un Altro normativo o educativo al quale riferirsi.

Mitchell poi al contrario di Harmony Korine o di Larry Clark che spingono spesso i propri coming-of-age sui toni della promiscuità sessuale, decide di rappresentare il mondo di questi adolescenti in un modo stranamente de-sessualizzato. O meglio, pur affrontando temi come la prima notte di sesso al liceo, o ribaltando i più triti cliché erotici – come il personaggio di Rob che in The American Sleepover si trova nella situazione di poter trascorrere una notte con due sorelle gemelle – Mitchell riesce a dare della sessualità una descrizione ambigua e quasi “neutralizzata”. Come se in un mondo privato del riferimento normativo adulto e sociale, e dove regna l’indifferenziato, non si scatenino pratiche di trasgressione generalizzata ma semmai una strana ritrosia nei confronti del desiderio e della vita erotica. I personaggi di The Myth of the American Sleepover così come quelli di It Follows è come se guardassero la sessualità da fuori: come se fosse un regime dell’esperienza enigmatico e incerto. Questo punto è importante perché ci fa capire il modo affatto originale attraverso cui David Robert Mitchell rappresenti l’assenza dell’Altro simbolico o della Legge: la sua scomparsa non porta alla liberazione della trasgressività o della perversione; semmai ci consegna un mondo dove regna l’indifferenziazione orizzontale e dove è il desiderio stesso a mancare. Lo vediamo nello sguardo sempre un po’ perso e nell’andatura rallentata di questi adolescenti, che ricordano così tanto il senso di smarrimento e isolamento dei film di Gus Van Sant e che ribalta completamente il cliché consumistico-compulsivo con il quale spesso vengono rappresentati gli adolescenti di oggi. È quello che diceva Lacan nel Seminario II, dove ribaltando la famosa frase di Dostoevskij de I fratelli Karamatzov – per cui “se Dio è morto, allora tutto è permesso” – disse che invece è proprio l’inverso: è quando Dio è morto che nulla è più permesso. È proprio quando il simbolico e il mondo degli adulti non esiste più, che si perde oltre alla Legge anche il suo rovescio consustanziale, cioè la trasgressione.

It Follows lungi dall’essere ridotto a un semplice film di genere deve essere invece considerato come l’ulteriore sviluppo di questi temi, a cui David Robert Mitchell in questo secondo film però decide genialmente di dare un twist horror. Il mondo è sempre quello degli adolescenti di The Myth of the American Sleepover, e tuttavia vi è un elemento perturbante in più. Il problema sarà stabilire la natura di questo elemento perturbante e soprattutto di capirne la sua localizzazione.

It Follows è costruito sulle vicende di una protagonista femminile, Jay, e del suo gruppo di amici. Al termine di un appuntamento con il suo nuovo ragazzo, Hugh, con cui ha per la prima volta un rapporto sessuale, Jay viene improvvisamente e violentemente legata a una sedie a rotelle e imbavagliata da questo. Tuttavia le intenzioni del ragazzo non sono paradossalmente malevole, perché appena dopo averla immobilizzata dice soltanto di doverle spiegare una cosa molto importante. Attraverso questo rapporto sessuale Hugh ha infatti trasmesso una sorta di malattia a Jay: da ora in poi lei sarà seguita da un’entità enigmatica – It Follows appunto, cioè un It che la segue – che solo lei può vedere e che sarà sempre nascosta tra la folla. Quest’entità camminerà verso di lei con un passo lento ma inesorabile; e nonostante solo lei possa vederla, nel caso la raggiungesse sarà in grado di ucciderla per davvero. Il problema è che questo It avrà sempre le sembianze di una persona diversa e a volte persino quella di persone conosciute. Questo It insomma può essere ovunque e può essere chiunque, e l’unico modo per riuscire a liberarsene è “trasmettere” il proprio virus a qualcun altro tramite un altro rapporto sessuale.

Il film è allora tutto giocato sul fatto che la localizzazione dell’elemento perturbante sia sempre impossibile. Tutti possono esserlo: tutto il campo visivo può potenzialmente essere abitato da questa entità malevola che noi non sappiamo mai quale sia e che potrebbe nascondersi nella camminata della persona più innocua e insospettabile. Mitchell gioca genialmente sull’ambiguità della normalità del campo visivo e soprattutto sulla profondità di campo dato che durante tutto il film ci sono sempre persone in lontananza che camminano da un lato all’altro dell’inquadratura e che non fanno altro che aumentare il senso d’inquietudine dell’immagine. È davvero straordinario fare l’esperienza della visione di questo film in sala e vedere il pubblico saltare letteralmente sulla sedia per dei movimenti di una persona sfuocata che si muove in secondo piano al margine dell’inquadratura (e che nella maggior parte dei casi si rivela semplicemente essere un passante). Ma soprattutto in questo modo il film è in grado di ribaltare quello che è uno dei grandi topos del genere horror: il fatto cioè che esista un elemento perturbante e che la sua localizzazione sebbene incerta e imprevedibile sia sempre possibile.

It Follows al contrario della maggioranza dei film horror non si basa sul paradigma della fobia. La fobia in psicoanalisi è quella figura clinica per cui un elemento della realtà risulta particolarmente insopportabile e terrificante per un soggetto. Nell’esempio storicamente più famoso, il caso clinico del piccolo Hans scritto da Sigmund Freud nel 1909, l’oggetto fobico era rappresentato da un cavallo minaccioso che secondo il bambino avrebbe potuto morderlo entrando nella sua stanza o che avrebbe potuto cadergli addosso. Il piccolo era allora terrorizzato all’idea di uscire in strada e di incontrare un cavallo. Nei casi di fobia dunque vi è un elemento localizzabile all’interno della realtà che convoglia tutte le paure del soggetto. Si potrebbe dire che nella fobia vi è un Altro, nel senso che vi è un organizzazione della realtà che assegna dei posti specifici: e uno di questi è occupato da un oggetto particolare, quello per cui proviamo paura.

È per questo che i film horror, costruiti secondo il paradigma della localizzazione fobica, risultano a un tempo perturbanti ma anche paradossalmente estremamente rassicuranti. Da un lato provocano un’esperienza di paura localizzando un oggetto fobico all’interno del campo visivo, ma dall’altro istillano nel soggetto la convinzione che l’oggetto fobico abbia effettivamente un posto specifico nel mondo (e che dunque non invada l’interezza del campo visivo). Si potrebbe dire che i film horror nel provocare un effetto pauroso facciano anche da schermo nei confronti dell’angoscia, che è invece quel sentimento di inquietudine strutturale che pare non avere una vera e propria causa scatenante. Sta qui il godimento che proviamo nella visione di film che fanno paura ma che a un livello più profondo ci rassicurano di essere protetti nei confronti dell’angoscia.

Non è un caso allora che in un periodo di decadimento dell’Altro simbolico e di crisi dei sembianti sociali, uno dei sintomi più diffusi diventi proprio quello degli attacchi di panico. Il panico –molti psicoanalisti parlano addirittura di un’ “epidemia” – è infatti un’esperienza di angoscia senza più mediazioni: la paura non è più il cavallo per strada, il mostro che viene dal basement di casa etc. è paura che non ha più alcun oggetto rilevabile nella realtà. È la paura per il solo fatto di essere un soggetto senza alcun appiglio simbolico, e quindi è paura di morire. It Follows è allora davvero il film horror al tempo del panico, perché evitando di localizzare l’elemento perturbante nel campo visivo ci restituisce l’esperienza di una paura senza oggetto: ovvero ci dà l’esperienza dell’angoscia in quanto tale, senza alcun specificazione.

E tuttavia è importante tenere insieme i due lati di It Follows: quello dell’esperienza d’angoscia ma anche quello degli adolescenti che vivono gettati in un mondo senza Altro, ovvero senza adulti. La psicoanalisi ci insegna infatti che nell’attacco di panico emerge in maniera estroflessa la dimensione pulsionale del corpo, come se qualcosa che non può più essere contenuta nell’immagine narcisistica del proprio corpo invada l’interezza del mondo. È per quello che la dimensione del panico, dell’impossibilità di localizzare l’oggetto che causa la propria paura (e quindi la paura di morire o di impazzire) e quella della sessualità enigmatica che vediamo in It Follows sono in realtà le due facce della stessa medaglia. Come ha scritto Massimo Recalcati il panico è infatti anche una difesa nei confronti “dell’imprevedibilità del ritorno del corpo ‘erogeno’”: e sappiamo che il corpo viene “erogenizzato” solo se riesce a trovare un suo principio di “organizzazione pulsionale”, senza il quale la pulsione si stacca dal corpo erotico e invade l’interezza della realtà tramutandosi in panico generalizzato.

It Follows – tutt’altro che un semplice divertissement di genere e nemmeno un esercizio di stile nella creazione di un affetto di paura – è allora una riflessione di straordinario livello su che cosa voglia dire vivere dopo la caduta dell’Altro sociale; in un periodo dove i sembianti sociali e i meccanismi di trasmissione generazionale sono entrati in crisi. Il problema è allora a un tempo quello di trovare dei principi di organizzazione immanenti delle proprie forme soggettive (che in It Follows, così come in Paranoid Park, vuol dire “come vivere in un mondo senza adulti”) e trovare un principio di “erogenizzazione” del proprio corpo. Che non è altro che il problema di come trovare un’erotica per il proprio desiderio ai tempi dell’epidemia del panico.

[Immagine: David Robert Mitchell, It follows (gm)]

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