di Gavino Ledda. Prefazione di Francesco Ottonello
[Proponiamo un estratto dell’introduzione di Francesco Ottonello alla nuova edizione a sua cura di Gavino Ledda, I cimenti dell’agnello. Sos chimèntos de s’anzòne, pubblicato il mese scorso negli Oscar Mondadori].
Verso la scrittura pluridimensionale: cimenti di lingua “gaìnica” tra passato e futuro
di Francesco Ottonello
I cimenti dell’agnello. Sos chimèntos de s’anzòne (1a ed. 1995, 2a ed. 2000) è un’opera che sfugge a ogni immediata definizione: si tratta di un singolare “novelliere gaìnico” – da Gaìnu in sardo, ossia “Gavino” – composto da testi che sconfinano dal genere narrativo a quello saggistico, dal poetico
al dialogico-teatrale. Se l’esordio narrativo-autobiografico dell’autore di Siligo racconta il riscatto di un pastore analfabeta a lungo soggiogato dall’universo paterno – con il dirompente Padre padrone (1975; nuova ed. Mondadori 2024) e il prosieguo più corale Lingua di falce (1977; nuova ed. Mondadori 2025) –, nel caso dei Cimenti è realizzata un’opera-mondo multilinguistica e polistilistica, distesa su variegati tempi di scrittura (1972-2000).
In questa prefazione si presenta anzitutto un resoconto dell’abbóju avvenuto a casa dell’autore nel dicembre 2025. Tale “incontro” si è rivelato un momento rivelatore per comprendere i Cimenti non solo come opera autonoma, ma come ponte necessario verso quel laboratorio della “scrittura pluridimensionale” che Ledda coltiva da decenni.
Questo resoconto è riportato per espressa volontà dell’autore, come testimonianza d’apertura a questa edizione dei Cimenti dell’agnello e all’opera a cui sta lavorando, di prossima uscita, che presenterà per la prima volta il risultato compiuto della sua lunga ricerca sulla scrittura pluridimensionale. Dopo aver dato voce a questo dialogo vivo, l’analisi si addentrerà nella genesi, nella struttura e nelle specifiche trame stilistiche dei singoli “cimenti”.
Abbóju cun Gaìnu (2025)
Il 28 dicembre 2025 Gavino Ledda mi ha accolto a Siligo, nel cuore del Logudoro, dove è nato il 30 dicembre 1938. La sua abitazione si distingue per il portale in arenaria sormontato da un muso di muflone, animale-simbolo della sua resistenza intellettuale e firma che l’autore adottava un tempo, prima di scegliere il nome Gaìnu de sos àghes (in cui il suffisso protosardo è quello presente nel termine “nuraghe”). La sua casa-laboratorio è un luogo dove il tempo sembra essersi contratto per fare spazio a una nuova, ardita architettura del pensiero.
All’interno, nella zona giorno al primo piano, il fuoco è perennemente acceso: Gaìnu confessa di dialogare spesso con le fiamme, ricordando come, negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza, il fuoco fosse l’unico compagno notturno nelle solitudini della capanna, insieme agli animali.
L’ospitalità di Ledda è generosa e premurosa: mi offre zuppa di fagioli e cipolle, salsiccia e formaggio genuini, fino alle castagne arrostite sul fuoco. Sotto un atteggiamento forte e risoluto si avverte una profonda gentilezza d’animo. L’ambiente riflette fedelmente la sua attuale ricerca: al primo piano gli scaffali ospitano prevalentemente testi di fisica, matematica, chimica e biologia, con numerosissimi volumi su Einstein e la relatività. La letteratura è quasi assente o confinata in disparte, poiché l’autore dichiara di non aver tempo per libri di altri letterati, al momento, essendo interamente assorbito dalla gestazione della sua nuova opera. Se il secondo piano è la zona notturna, il terzo è il laboratorio del linguaggio: sull’immensa scrivania, i tre tomi del dizionario etimologico sardo di Max Leopold Wagner sono aperti per la consultazione, accanto a quelli di greco, latino e italiano, circondati da computer e smartphone di ultima generazione, attraverso cui Ledda mi mostra divertito i dialoghi che intrattiene con l’intelligenza artificiale.
Il giorno successivo al nostro incontro si sposta anche a Baddevrústana, il luogo dove il padre lo condusse nel gennaio del 1945, strappandolo alla scuola. Percorrendo le impervie strade di campagna, Ledda rivela una tempra fisica sorprendente: lo seguo mentre scavalca muretti a secco e attraversa sentieri fangosi con agilità, mentre mi insegna a leggere i segni della natura – la transizione dall’olivastro all’innesto dell’ulivo – e riconosce nel vento il richiamo degli agnelli svezzati. È un’immersione che rivela la radice della sua poetica: il tentativo di recuperare quella facoltà di parola che la solitudine pastorale aveva quasi reciso, trasformandola oggi in una scrittura che chiama «pluridimensionale».
Sono ripartito il 30 dicembre, giorno del suo ottantasettesimo compleanno, dopo aver discusso a lungo del valore dei Cimenti come ponte verso l’opera nuova, la cui elaborazione prosegue da vari decenni. Questo incontro consolida un sodalizio iniziato con la curatela dell’edizione mondadoriana di Lingua di falce (2025); tuttavia, se in quel volume il testo si chiudeva con un dialogo formale sulla Sardegna, la storia e la letteratura, questo breve resoconto del nostro abbóju nasce da una volontà diversa.
Di fronte al fuoco Gavino mi ricorda la forza di questo termine: dal latino obvĭo, esso indica l’incontro frontale e sottende quindi anche l’idea dell’affronto e dello scontro condiviso riflettendo animatamente su vari temi, tra cui la comune passione per l’etimologia. Alla fine di un’ultima passeggiata in campagna, per esempio, ci siamo soffermati sul verbo “delirare” (dal latino dēlīro): la līra è il colmo di terra che si accumula ai lati dell’aratro (quella che in italiano è detta “porca”). Per guidare correttamente una vettura in quei terreni, Gavino mi istruisce a tenere la direzione sulle “lire”. Ci siamo congedati con una battuta, promettendoci di vigilare affinché il nostro cammino sulla parola non finisca per “delirare”.
La parola pluridimensionale affronta un problema nuovo, che la linguistica non si poneva. Di fronte al fuoco, Gaìnu chiarisce la genesi di questa svolta: la parola non può più essere soltanto un modulo convenzionale per comunicare, come lo fu la scrittura cuneiforme per la contabilità della Mezzaluna Fertile o la Lineare B per i commerci dei Micenei. L’uomo moderno ha conquistato nuovi spazi scientifici e la lingua deve farsi carico di questa penetrazione della natura. Riprendendo il modello di Leonardo da Vinci, che sbudellava cadaveri per disegnare l’interiore dell’interiore, Ledda sostiene che il poeta oggi sia “invalido” se non si misura con le verità di Einstein, Planck e Bohr. Per Ledda, il “poieta” non è più un semplice verseggiatore, ma un artefice che deve conoscere la linfa che sale nelle vene della quercia e la sintesi clorofilliana per poterle “dire” con credibilità. La poesia – mi spiega Gavino con vigore – rischia di morire se non segue la scienza: il poeta deve immedesimarsi nei sali minerali trasportati dall’acqua e nelle strutture invisibili della materia.
I cimenti dell’agnello sono dunque il ponte verso questa parola nuova: un’opera che, pur richiamando il mondo di Padre padrone e Lingua di falce, anticipa la sfida di inserire l’uomo dentro la “parola della natura”, che è per sua essenza pluridimensionale.
Mentre la sera avanza, Gaìnu approfondisce il legame tra parola e precisione scientifica. Mi confida che ha impiegato cinquant’anni per avvicinarsi alla “parola della natura”, una ricerca che oggi non può prescindere dalle matematiche non euclidee. Se la geometria di Euclide è bidimensionale e ormai insufficiente a descrivere la complessità del reale, la nuova frontiera è per lui la matematica tensoriale.
Ledda ricorda come proprio due italiani, Gregorio Ricci Curbastro e il suo allievo Tullio Levi-Civita, abbiano fornito ad Albert Einstein, tra il 1910 e il 1915, gli strumenti matematici necessari per descrivere la relatività generale. Per Gavino, il poeta contemporaneo deve compiere un salto analogo: deve abbandonare la linearità del passato per abbracciare una lingua tensoriale, capace di curvarsi e di espandersi nello spazio-tempo. «Solo Gesù Cristo può fare l’universo, non io,» scherza mentre il profumo del cibo si diffonde nella stanza «però il mio compito è cercare di rappresentarlo senza dire balle.»
La riflessione di Ledda scardina la metafisica tradizionale, perché contesta il concetto di “divenire”, giudicandolo ancora troppo ancorato a una visione lineare e passiva. Per descrivere l’essere che è tutt’uno con il movimento incessante della natura, egli ha ideato il termine “essèscere”. In questa nuova parola, che fonde l’ontologia dell’essere con il dinamismo del processo naturale, risiede il cuore della sua nuova scrittura anticipata dai Cimenti dell’agnello: una parola che non sta ferma, ma che è nel momento stesso in cui fluisce.
Nella nostra ultima chiacchierata Ledda evoca l’immagine di un pendolo millenario che oscilla tra arte e scienza. Se cinquantamila anni fa, all’epoca delle pitture rupestri, il pendolo verteva più sull’arte, oggi esso sembra sbilanciato verso la scienza. Proprio per questo l’arte oggi non deve “dormire”: essa resta la matrice, il fermento, il lievito necessario a ogni scoperta. La scienza cerca di vedere e penetrare la natura, ma è l’arte che ne conserva l’energia vitale. È con questa consapevolezza che Gavino pronuncia il suo motto finale, che suona come una profezia e una speranza: «Magari è l’arte che ci porterà a Marte». Non è un semplice gioco di parole, ma la spontanea rivendicazione di un percorso che parte dalla creatività ancestrale, dai campi di Baddevrústana e dal fuoco di Siligo, per arrivare a comprendere le leggi dell’astrofisica e le nuove frontiere dell’universo. L’immaginazione poietica può, sola, dare un senso e una direzione al viaggio tecnologico dell’umanità. Il “poieta” resta dunque il custode di questo equilibrio, colui che cammina tra le “lire” di Siligo mantenendo lo sguardo fisso sulle rotte interplanetarie.
Saluto Gavino, tra i libri di Einstein e il fuoco acceso di Siligo, mentre continua a guardare al futuro con la curiosità di chi non smette mai di leggere e carpire i segreti dell’universo. Mi pare questo l’invito che Gavino Ledda scrittore voglia rivolgere ai lettori dei Cimenti dell’agnello: non solo leggere un testo, ma imparare a sentire la pluridimensionalità della vita stessa.
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Il novelliere gaìnico nacque da un’idea dell’editore Vanni Scheiwiller, che lo pubblicò nel 1995 dopo essere stato più volte a casa di Ledda e avere raccolto materiali perlopiù già editi in volume o rivista. Nella nostra edizione si riproduce in coda la nota di Scheiwiller del 1995, nata dal dialogo con Ledda e prezioso documento per testimoniare la formazione dell’opera, cui si rimanda anche per i riferimenti bibliografici dei vari testi qui raccolti. Lo scritto più datato è antecedente a Padre padrone (il saggio La pecora e la sua vita), mentre i più recenti, posti come doppio incipit dell’edizione rinnovata del 2000 uscita per Rizzoli, suggellano il Novecento lanciando un appello al lettore per il futuro. Qui si fornisce un’edizione completa dei testi presenti sia nell’edizione Rizzoli (R) sia in quella Scheiwiller (S).
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Con quale chiave di lettura approcciarsi a un libro così sui generis? A fornirci un viatico è lo stesso autore negli scritti di soglia alle edizioni del 1995 e del 2000. Ledda non presenta tanto l’opera, quanto cerca di istruire il lettore ad attraversarla, configurandola come una continua sperimentazione per cui auspica una «comprensione speculativa, di ricerca estetica e scientifica» (p. 8) da parte degli editori e dei «lettori e lettrici delle terre della terra», in attesa della «conquista della libertà della parola sidèrea».
Che cos’è dunque questa «parola sidèrea» da cui l’autore, all’epoca, avvertiva ancora la distanza? Ledda ribadisce uno stato di «attesa matrice» (indúlghida madríghe, p. 9), ricercando una nuova identità nel coacervo della lingua (il Tuttiverso o Versitutto). In Attendendo gli avverbi quattràchici si fa strada già – parzialmente, in forma di “cimento” – la scrittura pluridimensionale, detta “patente” (dal latino pătēre, “essere aperto”) e “fluente”, che intende esprimere la quarta dimensione di einsteiniana memoria in modo fluido.
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Per l’autore-agnello, il cimento è l’atto di brucare il mondo: un’operazione che è al contempo distruzione del dato naturale e sua trasformazione in nutrimento intellettuale attraverso il fragore della lingua. In questa luce, l’agnello (s’anzòne) del titolo subisce una trasformazione radicale: non è più solo vittima sacrificale o del conflitto patriarcale ma soggetto che potenzialmente agisce nel “tetratèmpo”. Il fragore dei suoi cimenti è segno di esistenza attiva.
Nelle pagine del libro si ritrova solo parzialmente il Ledda degli esordi, poiché i testi testimoniano il tentativo di configurare una scrittura futura detta “tetràchica” o “quattràchica” (quarta dimensione), che intende riavvicinare arte e scienza, mediante la riproduzione di un andamento di natura e l’attivazione dell’«oralità di intelletto» (p. 201).
In una prospettiva critica più ampia, la produzione di Ledda si può inquadrare dunque in tre archi temporali: il “Ledda narratore autobiografico” degli esordi anni Settanta (Padre padrone e Lingua di falce); il “Ledda dei cimenti” degli anni Ottanta e Novanta, rappresentato oltre che dai Cimenti dell’agnello, dal film Ybris (1984) e dal poema cosmogonico aurumTellus (1991); il “Ledda del terzo millennio” con l’opera a cui sta lavorando.
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In conclusione, i sedici cimenti che compongono questa edizione rappresentano la sintesi della ricerca letteraria di Ledda. Se l’etimo italiano rimanda al crogiolo alchemico e alla malta architettonica, il termine sardo richiama il fragore della pecora intenta a brucare, riconducendo l’opera alla sua dimensione biologica e sonora. I Cimenti sono dunque, simultaneamente, atti di masticazione del reale e prove intellettuali di una scrittura in nuce già tesa alla pluridimensionalità, dove la parola si fa “patente” nella sua struttura e “fluente” nel suo bioritmo.
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