di Stefano Raimondi

 

Non siamo né a Pompei né a Ercolano e non siamo nel 79 d.c. e non c’è neppure nessun Vesuvio o altro cratere che sta per eruttare sulla città, ma ci sono loro a emergere da un buio sonoro a concedere invocazioni. Sono i 32 corpi/sculture antropomorfe in terra cotta, rannicchiati per terra nella Sala Stirling di Palazzo Citterio a Milano.

Sono i “Dormienti” creati anzi, messi al mondo, nel 1998 da Mimmo Paladino (Paduli, 1948) per l’esposizione a Poggibonsi, nell’ambito della mostra “Arte nell’arte” e ora riproposti Milano a cura di Lorenzo Madaro (Palazzo Citterio dal 16 maggio al 26 luglio 2026).

E oggi come allora una partitura di Brian Eno accompagna la visione di questa installazione che, il musicista britannico realizzò nel 1999, in occasione di una mostra realizzata nei sotterranei della Roundhouse di Londra.

 

Mimmo Paladino – pittore, scultore e incisore, attivo anche come regista e scenografo – è stato tra i principali esponenti della transavanguardia italiana – movimento artistico teorizzato e spinto da Achille Bonito Oliva nel 1980, che individuava un ritorno alla pittura dopo le varie correnti concettuali sviluppatesi negli anni settanta.

Il gesto iniziale del giovane Paladino è stato il segno pittorico, ma già dai suoi primi quadri la materia usciva dalla tela chiedendogli ascolto e attenzione, arrivando così nel tempo alla scultura, pensata sempre come a una possibilità della materia di avere anche una postura, una pelle, un colore: elementi questi capaci di creare una traccia espressiva presenziale/esistenziale e sempre agente in uno spazio possibile.

Un’arte “povera” che è diventata poetica, materica ed elaborata da pensieri architettati sempre nella potenza della ricerca di una sacralità, in grado di trascendere la rappresentazione stessa.

Il reale è ciò che smette di essere invisibile ed è proprio in questa predisposizione d’attesa che Paladino coglie le stratificazioni caotiche del “nascere”, del “venire al mondo”.

Il suo “fare” è dunque sempre un gettarsi tra ciò che esiste a prescindere da ogni altra urgenza. Egli si immerge nelle cose con un’energia nascente, mettendosi alla prova, facendosi circondare, attendendo che il loro mostrarsi finisca per definire il concreto che appare:

 

“Si, diciamo che tento di circondarmi in modo da non avere nessuna via di scampo… quindi devi per forza dirigerti sulle cose che ti circondano prima che siano ultimate. Poi, non so, dico che un’opera è finita rispetto ad un’altra perché non vedo possibilità di poter aggiungere altro, ma spesso finisco i lavori mentre stanno uscendo dalla porta. Non c’è un metodo e questo è il piacere di non dover ogni volta ripetere la stessa liturgia”[1]

 

L’istallazione a Palazzo Citterio è nella discesa di una sala buia.

Un’immersione scura t’accoglie al varcare della soglia e un insieme di macchie di luce, circoscritte, si attanagliano allo sguardo come punti di un ancestrale alfabeto morse: ogni punto/luce dice una durata e la percezione trasmette un’impressione da iniziare a interpretare/capire.

 

 

Vedere è come ritrovarsi in un luogo/paesaggio/convivio che non ha nulla  di sconosciuto.

Qui tutto si ritrova: memorie, paure, liberazioni, utopie. Bisogna scendere diversi gradini per essere tra loro. L’attraversamento è senza invito: si decide di andare, nient’altro.

Scendere l’ultimo gradino è aver deciso perché questo incamminarsi tra loro è già incominciare ad ascoltare, vedere, sentire; è già tentare d’iniziare un dialogo, non solo con loro e noi, ma anche tra loro e il nostro buio, che sa come trapassarci con il silenzio che le impregna e che sembra curarle.

Tra questi trentadue corpi in abbandono, ognuno di noi compone il proprio viaggio, convocati da uno spazio dove – dice il curatore:

 

L’illuminazione dei corpi, prima di tutto, fa capire che si tratta di un’unica grande opera e non di sculture separate; poi, fa convivere i corpi direttamente con lo spazio, e specialmente con il liscio pavimento in cemento. Guardandola dall’alto, entrando, sembra quasi una costellazione capovolta.

 

Nulla si astrae da questa stanza brutalista e infinita: il buio è nel buio e le penombre scontornano le luci come seduzioni. Stratificazione di tempi su stratificazioni di epoche. Accenni di chiarità. Macchie d’aperture sensoriali s’intravedono appena, come riverberi su pelli lasciate in balia del tempo e delle sue consumazioni.
Qui tutto sembra che aspetti.
Qui tutto sembra farsi attendere.
Camminare tra i “Dormienti “di Mimmo Paladino è come attraversare la Genesi o l’Apocalisse.

 

Dal buio sorgono simulacri di esistenze colte nell’attimo acuto e silenzioso della sparizione, del riassorbimento, della riqualificazione dell’umano: ognuno è come ripreso nell’istante di un primo vagito inascoltato o nell’ultimo rantolo temuto.
Vederli da qui, questi corpi, sono corpi non più soli, ma immersi nel loro residuo abbandonato, dove tutto e ogni cosa è già completamente accaduta o deve del tutto ancora incominciare a divenire.
Da questa posizione ravvicinata ogni corpo sembra essere disperso dal proprio stesso isolamento. Tutti sembrano intonare un coro di solitudini quietate da un’interruzione improvvisa.

Qualcosa accade, sia esso un sonno o un’eterna veglia.
Le schiene rannicchiate domandano alla loro nudità di farle vedere.
Le gambe appoggiate al nulla della terra, desertificano le possibili posture dell’immaginario, che ancora non si è del tutto deprivato del reale.
Le teste accovacciate tra le buità delle cose, che le circondano, sono come racchiuse da una cecità protettiva, trasformandole in sentinelle di sé stesse, allontanate per nulla dal loro posto di guardia.
Ogni corpo racconta la propria storia, partendo da un silenzio: quello del sonno, quello del sogno, oppure da un distacco che sembrano tacere, come fossero pervenuti da un “sempre” o da un “mai” ininterrotto.

 

 

Fanno baccano i trentadue corpi dei Dormienti di Paladino come a non tenere più conto né del tempo né della temporalità, inseriti come sono nella seduzione della morte/sonno.
Guardarli è come avere di fronte un campo colmo di altrettanti campi ed è questa sensazione di vastità a portare il fruitore a un obbligo di visione d’insieme, a una coercizione di ascolto.

Ogni corpo non può tacere solo per sé.

 

Le loro posture dicono qualcosa di più. La loro insistenza nel restare è come se stuprasse la disattenzione. La loro temeraria immobilità è come se insanguinasse la distrazione malsana della fretta. Nello stesso tempo la loro fiducia dell’Altro accanto è come se glorificasse ogni volta anche ognuno di noi, immersi nelle nostre veglie e nelle nostre vigilie insieme.

 

Spostarsi tra questi corpi per terra è come iniziare a raccoglierci tra noi, incominciando a compiere riti, preghiere, invocazioni.
Si resta immersi tra le loro immobilità, come viandanti sorpresi dal buio senza più spazio da percorrere: impauriti o curiosi dello scuro dove le distanze vengono annullate.
Qui gli spazi vengono dispersi, creando per ogni visitatore un percorso, come fosse una “via dei canti” che sembra rivelarsi, tra le trentadue piccole are atte ai sacrifici, come reminiscenze.

Tutto è sistemato in prossimità di Esseri già stati o Esseri ancora da riconoscere: amori possibili, ma anche incontri probabili tra desiderio e abbandono.
Qui tutto si sdoppia, realizzando quell’unico volto, folle e illusivo, di Giano bifronte.

 

Sono corpi accovacciati e rannicchiati, che sembrano stabilire o stabilizzare con il loro silenzio, le epoche delle sparizioni antropocentriche del pensarci sempre presenti al nostro essere unici e isolati.
Trovarsi tra loro è come scivolare lentamente tra procedure di sopravvivenza già provate, già eseguite, oppure è  come trovarsi coinvolti in originari inneschi, che sanno come mettere al mondo ogni cosa.
È la dialettica del “prima” e del “dopo” a essere qui, la traccia di un procedere per migrazioni e conquiste: attraversamenti, che ci accolgono come presupposti mnemonici del nostro andare verso l’inizio o verso una fine di qualcosa.

 

C’è una mappa invisibile, che si crea tra questi paesaggi umani della percezione. Ogni corpo è come se fosse un paese immerso in una località di luci allestite da questa cupola di buio, in cui ogni “dove” sembra allontanare.
Vagare. È questo il verbo esatto per questa deambulazione tra loro. È come essere immersi in un’estensione serrata da un interno: una sorta di cisterna biblica – la cisterna di Giuseppe – dove scendere significa essere costretti ad ascoltare un dire che non risparmia nulla alla nostra follia di esistere né di sognare. È  da lì  infatti che Giuseppe sentiva la preparazione dei sogni, che incominciava la sua storia di cancellato che riaffiora e anche noi da qui, iniziamo a intravedere dialoghi sorgere dalle penombre, ascoltando i loro sussurri sgattaiolare da quei corpi così, apparentemente, indifesi.
L’interiorità di ognuno di loro qui è completamente esposta: questi corpi inanimati sembrano intrattenerci per confidarci l’imprevedibile del vivere o del morire. Siamo di fronte a una disperata o quieta immobilità, dove gli arti adagiati nel sonno sembrano invocare ancora gli ultimi gesti: atti imperituri accaduti tra atti inconsulti.

 

Ogni loro postura richiama un balbettio o un rantolo.
Tra loro tutto sembra “disnascere” nuovamente o “dismorire” per sempre.
Anche gli oggetti o i cocci di vasellame che Mimmo Paladino mette accanto ad ognuno di loro come fossero ritrovamenti –  custodi o soccombenti – gesticolano, generando scene o inquadrature di guarigioni o consunzioni.
Anche il colore della loro carne/derma diventa qui un luogo di comprensione: ognuno narra la propria origine; ognuno reclama la propria provenienza.

 

 

Fanno tutt’uno con le luci anche le loro ombrature impigliate agli angoli delle ginocchia, tra gli acuti delle spalle rannicchiate, incuneate sotto le nuche voltate tra le sconcezze di una realtà abbandonata da poco.
Ad ognuno dei 32 corpi appartiene un volto dagli occhi chiusi, girato dalla parte esatta di una fuga, o immobilizzato in uno spavento pre-potente.
Tra quei volti ciechi si celano presenze di sguardi che o non hanno mai veduto o di chi ha già veduto tutto: visioni nate da un’immobilità onirica e ancestrale insieme.
Sono figure “Maternali” quelle che Mimmo Palladino crea e non materne. Qui non c’è nulla di materno.

L’inizio della loro vita/morte sembra essere l’istante di un inizio senza inizio: quell’attimo scintillante sfuggito per caso da una pietra focaia, o una frattura di buio sostenuta dal passaggio sbadato di una nuvola.

 

Qui tutto sembra tremare.

Loro tremano.

Il resto che si presuppone esserci intorno a loro trema.

Tremano come fanno tremare le carezze desiderate; tremano come fanno tremare le eccitazioni o la follia lasciata stare tra gli amori mai vissuti.
Ognuno di questi corpi è come circoscritto dal suo cerchio, dal suo antro di penombra, come fosse sdraiato tra un desiderio consacrato da poco o in una tentazione lasciata andare da sempre.
In questo loro apparente dormire sembrano assentarsi dal vero eterno; sembrano ascoltare la terra. Tutti rivolgono l’orecchio al basamento.

 

 

Tutti prestano attenzione alle viscere. Prestare per ridare. Tutti sono acquietati in ciò che li sostiene, come fossero accovacciati in un loro punto esatto del vivere, come del morire.

Dov’è sono i Dormienti” che attendono di definire il loro “non ancora” o il loro “sempre”?

In questa eterna domanda restano come tentativi di risposte, come pezzi di dialoghi insepolti, lastre di pensieri infranti, stratificazioni di silenzi, che li ricoprono come pezze di lino, che custodiscono ferite e sanguinamenti.

 

 

Ma tra loro ci sono anche degli oggetti. Oggetti ancestrali che raccolgono, portano: ciotole sbeccate che tentano la custodia delle acque; vasi intarsiati dalle fratture che sembrano custodire sogni mai finiti, incubi mai capiti. Sembrano rovine di un mondo disfatto a pregarli, a restargli inesorabilmente accanto.

La loro delicata immobilità è un cantillare di urla, di promesse, di gioie, di disamori.
Tutto è giunto tra loro come un’improvvisazione del caso, del fato o del destino.
Ogni oggetto è una “cosa” posta tra loro come una donazione o una privazione: testimone di una storia che gli appartiene o che saprà raccontare.
Ogni “Dormiente”  che s’incontra è come se incominciasse a farsi vedere da un rito di memoria, da una gestazione anteriore.
Ognuno è l’inizio di un ascolto, che ci conduce da qualche parte, in attesa di qualcuno o di qualcosa che ci consoli, che ci capisca.

 

Ma questi 32 “Dormienti” sono anche presenze capaci di abitare le soglie, le frontiere, i confini. Sono contrabbandieri capaci di farci passare con loro come fossimo anche noi ombre cariche di merci da nascondere e barattare.
Uscire da questa stanza, uscire dal sonno dei “Dormienti” è come ritrovarsi coperti di sabbia o di placenta.

L’arte di Mimmo Paladino qui ci accompagna in un “fare”, che ci immette in una concretezza materica, che non toglie nulla alla leggerezza del sognare.
Le sue creature ancestrali o sovraumane sono il risultato del suo pensiero coerente che, da sempre e fin dall’inizio, è  riuscito a sostenerlo nel tempo.
La sua procedura artistica è un rito: conserva le sacralità del credere e dell’avere fiducia in un gesto, che scolpisce delle verità con sincerità e magia:

 

“L’idea della scultura è l’idea che probabilmente avevano gli antichi, e per antichi intendo gli Etruschi: non fare cioè un oggetto che potesse sfidare delle leggi di proporzioni o che avesse più a che fare con l’arte, ma che avesse a che fare con il senso del magico e del religioso – il che è diverso dal dipingere, perché la pittura ti offre l’idea della finzione, mentre quella cosa ce l’hai davvero davanti, te la costruisci, te la materializzi”

 

Milano 6/6/2026

 

 

[1] [“Il Metodo”. Estratto dalla conversazione tra Mimmo Paladino, Giancarlo Politi, Helena Kontova e Giacinto Di Pietrantonio in Mimmo Paladino pubblicato da Giancarlo Politi Editore nel 1990. In: https://flash—art.it/2025/05/il-mestiere-non-esiste-e-quello-che-ti-improvvisi-una-conversazione-con-mimmo-paladino/]

 

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