di Alessandra Saugo

 

[E’ uscito da poco per Wojtek I giardini Salvi di Alessandra Saugo (a cura di Emiliano Peguiron), con una prefazione di Massimo Recalcati. Proponiamo un estratto della prefazione e uno del libro].

Prefazione

di Massimo Recalcati

 

In tutti i libri sinora pubblicati la sua scrittura non si limita a raccontare delle storie o a fare cronaca narrativa ma inventa una vera e propria lingua. Non credo inappropriato considerarla come una versione femminile di Joyce. Il punto vertiginoso di contatto tra i due è che in entrambi il principio della narrazione viene subordinato a quello epifanico della rivelazione. La lingua letteraria di Alessandra non confeziona storie avvincenti ma genera luce come accade anche al grande maestro irlandese. Ma in Saugo la dimensione epifanica della sua lingua non può mai essere scorporata da quella della rabbia, dell’angoscia e della malinconia. Ne I giardini Salvi questo principio di rivelazione tocca indubbiamente il suo apice. Non a caso al centro sono le sue tre gravidanze e le sue tre bambine amatissime: Maria, Angela e Elisa. Il libro è costituito dai diari che accompagnano la loro venuta al mondo e i loro primi anni di vita. L’apparizione dei loro corpi neonati segue nel modo più coerente possibile il movimento radicalmente generativo della scrittura. Lo dichiara apertamente lei stessa: “il neonato poi forse è anche l’occasione che ha la lingua per rifarsi una vita”.

 

Vita e scrittura, vita e lingua, vita e generazione. Si tratta sempre di un solo battito, di una sola onda, di un solo rompighiaccio. La spinta alla scrittura risulta omologa a quella ma terna che sa rendere la materia viva. In entrambi i movimenti la forza della vita non si rassegna alla mancanza di senso che l’avvolge. Non è un caso che subito dopo avere partorito le prime due figlie Alessandra avverta l’esigenza di averne subito una terza. Non c’è tempo da perdere, non c’è pausa. Ma non si tratta affatto di una volontà di potenza matriarcale. Tutt’altro. È piuttosto il sentimento profondo che la vita non può essere sprecata. È decidere sino in fondo per la propria “usura”; fare un passo indietro, retrocedere per fare spazio alla creatura nuova, alla meraviglia incorruttibile dell’evento della nascita. Dopo i primi due tagli cesarei che hanno contrassegnato i primi due parti c’è la spinta inesausta verso un nuovo e ultimo taglio. Una spinta a generare che non si vuole esaurire. “Continuo per questa strada qua, senza dire ormai”, scrive nell’estate che precede l’inizio della terza gravidanza nel corso di un breve vacanza al mare trascorsa negli Abruzzi. Non c’è alcuna bramosia di possesso, non c’è autocelebrazione, non c’è vanità quanto piuttosto un consegnarsi alla vita che viene e che ci supera. “Sono pronta alla grande prestazione di fatalismo. Desidero accettare, ciò che deve arrivare”. La vita delle sue figlie oltrepassa l’Ego e le sue sterili paure. Gli esseri umani non sono fatti per morire ma per nascere ripetute volte diceva Hannah Arendt. In attesa della terza figlia la vista del mare dalla terrazza dell’hotel illumina l’anarchia pulsionale della vita: “camminavo nel mare fino alla cintola, qualche volta con festa di tipo che vivere è tutto, è tutto, e la mia sottana è il mare, mi parte dai fianchi e cammino cammino nella mia sottana di trasparenze verdi, tutta respiri”.

 

Essere incinta non è una semplice acquisizione narcisistica di una potenza, né compensa la vita ferita con una sorta di premio di consolazione. È piuttosto un movimento a doppio senso che impone alla lingua un giro nuovo: “resto incinta ancora, per scappare, e per fronteggiare, la battaglia intima intima intima casalina ciabattina copertina popottina della vita”. La lingua si arrotola, si sgancia dal suo codice universale per divenire, come direbbe Lacan, lalangue, lalingua, suono, ronzio antico, sciame, alluvione, inondazione di lettere. Il più piccolo e il più grande si toccano e si rincorrono. “Desidero l’ingombro che è la gravidanza, il suo carico, di illusioni, la sua durata, pigra, la sua montata”. Non è, come dice la psicoanalisi, la madre contro la donna o la madre-tutta-madre che abolisce la donna rendendo sacrificale la maternità, ma è la gioia pura, l’incanto, l’estasi senza rimborso della generazione. È quella gioia che attraversa I giardini Salvi. Scomodo e anomalo racconto della maternità in un’epoca che tende a descriverla come una prigione della donna o come una sua esaltazione narcisistica. La vita di Alessandra è invece, in contrasto con una certa retorica ideologica femminista, la vita di una donna che non nasconde di amare la sua casa, di cucinare per il suo uomo e la sua famiglia, di amare immensamente le sue tre bambine. È una vita dove possiamo incontrare ancora la modestia sobria e antica di comprare i fiori, di fare la spesa, di lavare, asciugare i panni e stirare, di portare le proprie bambine al parco, di prendersene cura senza immolarsi agli dei oscuri del sacrificio. È questo l’aspetto propriamente joyciano dell’epifania di Saugo: non la rivelazione di un assoluto lontano e irraggiungibile, ma quella che avviene grazie alle cose più comuni – come accade con la foglia di ippocastano o il fermaglio di capelli di Peter Handke ne L’ora del vero sentire – che se viste in una luce e in una lingua nuova, possono apparire miracolose. È la vita insieme della famiglia che si spalanca al mondo, è il più piccolo che si manifesta come il più grande nel segno inconfondibile dell’amore: “Mio piccolo nucleo del mio nucleo e del nucleo di lui, tuffati nel confondersi, nel raggiungersi, mio piccolo progetto di amarci […] Noi quattro sotto un albero, seduti sull’erba corta. Non ci mancava niente. Poi, scolare fagioli, e tagliare via le punte alle tegoline, pensare alle cose da mangiare, al pesce da comperare domani, al rifare il carico della frutta e di verdura, ricordarsi il mais, l’olio. Le candele prese all’Ikea, una rosa a pallini bianchi, e l’altra a quadretti bianchi e azzurri, accenderle insieme esaminare quale delle due fiamme è più grandina”.

*

I giardini Salvi

di Alessandra Saugo

Maggio 2008

…figlio meo dilicato…

(jacopone da todi, Donna de Paradiso)

La maternità, è tenera.

 

Si impastellano le parole.

Si imbambagiano.

Si postano a nido.

 

La mia bambina è nella culla durante l’ora bella.

La mia bambina ha butìni, ha celestino, ha buietto sotto il lenzuolino.

La mia bambina è scompiglietti è filantina, becoletti e ciuciantina,

di qua dalla finestrella

durante l’ora bella.

 

Io e la mia bambina piccola di otto mesi siamo come due muratori con in mano mattoni di acqua, e ci stiamo facendo su la casa-corrente.

Siamo sempre state due anellini infilati nella fibra ottica di intendersi a meraviglia.

Non ho mai avuto il senso di parlare da sola parlandole; c’è sempre stata corrispondenza, ascolto reciproco, andirivieni di messaggi.

 

Allattare, e tempo.

Essere cibo vivo, cibo permanente, è facile. Basta mangiare molto, dormire più che si può, ed esserci. Facevo attenzione alla pancia gravida, che non prendesse colpi, faccio attenzione alle mammelle piene di latte, che non prendano colpi. Non ho mai difeso così cavallerescamente il mio corpo prima che si mettesse in funzione della mia bambina. Funziona bene, nutre, fa crescere. E il bello è che non è una meccanica fredda.

Io cresco lei, e lei mi cresce l’amore.

È morbida come la schiuma della birra.

Sorseggia intensamente il mio latte, con la sua inconfondibile grazia focosa.

Dopo un po’ di vigore voluttuoso, piano piano la sua consistenza si fa sempre più tenerina e lei scivola dentro all’addormentino, che non è solo una disposizione a addormentarsi, ma è un raccoglimento pago, trasognato, che propizia l’atmosfera del sonno, è la vigilia, il torpore attento, che inghiotte, lei è tutta in ascolto, fa durare il tempo, lei sprofonda il tempo, la stanza ne è piena.

Da quando è nata la mia bambina, il presente ha uno spessore nuovo, si è messo a stazionare in modo apprezzabile, dura meglio. Forse perché per la mia bebè l’attimo non è in moto ma è in quiete, e me lo fa capire, e insieme lo abitiamo in lungo e in largo. Le parole che le dico cascano dentro la sua zucchetta rigenerate come da un presente totale.

Il suo misterioso comprendonio inspessisce i bordi del momento.

La sua vita è come se fosse un infinito presente, non si articola e non si coniuga. E se vado di là un attimo vado di là per sempre.

Lei è la piccola lancetta dei secondi. Centellina il tempo. Le unità piccole del tempo si distinguono così bene a contatto con lei.

E mi infila dentro al suo tempo libero, che non è delle 24 ore, le 24 ore sono per finta, il suo tempo è fuori dal quadrante, è un precipitato, è un abissino puntiforme, irremovibile, necessariamente fatto di noi due. C’è una legnosità flessile di attaccamento piena di linfa come di ramo con la gemma. Perché sformarla?

Così la interpello, la nomino, la soprannomino, la saluto perché la trovo, continuo a trovarla di nuovo anche se è sempre con me, e a salutarla, esultando come se salutarla sia la più esaltante notizia che posso riferirle. E lei esulta con me. Noi che siamo sempre insieme esultiamo di trovarci. Non ci stanchiamo di rendercene conto e di rendercelo noto.

Dove porta tutto questo?

È il granaio della corresponsione.

 

Accudire.

I primi mesi: il suo tormentato sperso esserci da poco niente.

Fortissima sua disabilità. Raccoglierla, raggrupparla, assisterla. Il suo corpicino praticamente paraplegico, in balia della tenuta, del trasporto, dell’appoggio, del tatto o della malagrazia altrui. Consegnato.

Il corpo della mamma ha vivida potenzialità di farsi paradiso, luogo di beatitudine e di pace. Perché non diventare il paradiso del proprio neonato per un po’ di mesi della propria vita? Andarsene al di là di dove si era state fino a lì, farsi rapire dal proprio neonato, che va verso la pangea e ha la potenza di risucchiare ogni deriva dei continenti, ogni frammentazione terremotata, e divisione.

Penso alle madri dei bambini handicappati. Alle cure che giorno per giorno gli hanno dato quando erano neonati in via di sviluppo delle loro menomazioni. Le cure, in termini di tempo, di occhio che si accorge, di corpo che soccorre e che si affatica, che si prodiga nelle azioni attente che ci vogliono, gli aggiustamenti gentili, le protezioni, le ispezioni, le interpretazioni dei pianti, nutrire, cambiare il pannolino, e ben lavare, predisporre per la notte, fare il bagnetto, asciugare, spalmare, riscaldare, coprire, nutrire, prendere ancora e sempre in braccio, dileguare con i baci canterini un pianto, un altro, nutrire, cambiare il pannolino, e ben lavare, alzarsi nel cuore della notte, rimanere sveglie, resistere ninnando, sbaciucchiando, resistere innamorando le ore del riposo, lavorando di amore, fare ambientare nell’arco delle ore il proprio neonato, opportunamente trattato, tenuto pulito, coperto appropriato, tenuto preferito, anteposto, tenuto tutto bello accarezzato, tenuto baciato e tenuto abbracciato. Penso alle madri dei bambini handicappati. Non è un pensiero patetico, è un pensiero forte, è un inchino. C’è sparpagliato nel tempo e nello spazio un cuore materno mastodontico e macigno.

 

Nascita della voce della mia bambina.

La mia bambina non sbuca, la estraggono con le mani guantate dal taglio cesareo. All’improvviso sento il suo pianto, non la vedo. Una voce nuova, sorprendente, non poderosa, la foga sincopata del suo piccolo furore ha struggimento. Ascolto dal tavolo operatorio il crepitare inaugurale della sua uscita, la sua vocina rosa, al massimo dello stralunamento, è tonantina: capta i miei sensi, il mio ascolto vezzeggiativo, lenitivo dello strappo tremendo, dello spavento, del freddo e dello sbattere contro la parete di luce che la sta mettendo tutta in tempestina.

È cominciato tutto con il piccolo sonaglio del suo primo pianto.

Mi sono intonata a lei nel più cristallino dei tintinnii.

È color ciclamino, anche la sua voce.

Appena posso tenerla tra le braccia è già lavata, con la tuta, un berretto, gli occhi due bollicine di palpebre, le dita delle mani di consistenza di gambi di ciclamino di bosco, poltigline filanti, affusolate, è vera, ma sembra inventata, atterrita di incredulità tasto la matassina di questa bambina grande come cinque sei gomitoli.

Più che parlarle, le confido in massima segretezza di bolle di sapone arcobaleniche, di spifferi di venticello tiepido, che vanno a infrangersi lievi sulle sue piccole guance, e sui suoi piccoli forellini in respirazione, in propensione, in ascolto, temendola leggermente, perché lei questo sensorino mi sembra anche accoccolata dentro una specie di sterminato risentimento.

Brancola con il bechetto che tirando forse vuole tirarsi dentro, rientrare; e tira dentro per tirare indietro la sua acqua buia calda, la rivorrebbe, sento, perché ora c’è interruzione tra il suo guanto di acqua buia e il suo ascoltino aspirantino. «Perché mamma c’è questo allentato enorme che ci racchiude adesso?». Mi chiede-ciuccia ciecamente.

Un grumetto muto.

La sua voce accovacciata nell’ascolto totale di quello che ho da dirle. L’avverto urgentemente che nel bosco, che loro intanto, nel bosco, che tutti quelli che sono piccoli, che loro sono tutti al sicuro, neanche uno si è perso, neanche uno sta male, e neanche uno ha freddo… dimmi semplicemente mamma. Dimmi con protezione dall’urto. Dimmi a cuscino. A pennellino. Dimmelo con garbo. Con bacchettina magica. Dimmelo con scia di xilofono e di campanellini. Dimmelo sottovoce. Metti giù piano le biglie dei mondi di qui nel panno piccolo del mio all’oscuro di tutto. Dicendomelo fa saltellare gli zoccoli di un cerbiattino, fa andare a nascondersi una piccola marmotta. Fai sbucare dagli aghi di pino a letto nel sottobosco un ciclamino come me. Dicendomelo fai andare a dormire gli scriccioli nel nido, le lucciole tra l’erba. Dicendomelo, metti un piccolo campanile a cominciare con me.

 

Ho saputo con chiarezza da subito che con la mia voce aprivo un interno per la mia bambina, per il suo inerme distaccamento dal mondo di dentro, la sua dislocatura, il suo sfasamento per l’infuori. Stava a me chiarirle tutto, in particolar modo dare un’eco ai suoi attimi corporei, i suoi attimi-bocca, attimi-nasino, attimi-liquidini caldi che le scendono, attimi-gola in tempestina.

Il suo sentirsi, irrelato, io glielo aggancio a un’abitudine di tono che le arrivi come una soluzione di collegamento.

Di notte cammino avanti e indietro nel corridoio del reparto maternità illuminato molto flebilmente che palpita di felpate vitalità nottambule di puerpere con i loro neonati, di puericultrici come farfalle notturne, tengo stretta a me la mia bambina, sento che le fa bene abbandonarsi a un torpore adesivo, la piccola testa slogata addossata, le sussurro all’orecchietto una monodia di tre parole… sei/ un / ciclamino /… sei/ un / ciclamino /…

Questo mantra viene su dalla sensazione del suo tessutino volonteroso di dormire immerso in qualche modo ancora dentro, il dentro di prima glielo dà la voce, ora più vicina, c’è un delicato scambio di spazi, si addormenta, sento il suo respirino abbandonato sul collo.

È come portare in salvo qualcuno camminare su e giù per il corridoio con lei, la scaldo, le ridò casa comportandomi così. La consolo perché spiantarsi è dura. Stringo questo grumo di carne tiepida, tutta respirata e settembrina, questa mia abitante che mi ha appena lasciata, e la ringrazio di non potermi lasciare per davvero.

 

Adesso che ha quasi otto mesi ancora non credo ai miei occhi nel vederla nelle stanze di casa. Questa casa adulta e anche solitaria, silenziosa, è ora il terreno della sua infanzia, è tutta foriera di indelebile risveglio. La mia bambina sta sgominando il gioco fisso delle stanze.

Al quarto piano di un appartamento di città lei evoca il suono del vento… e fruscii d’acqua… e campanellini… cinguettii… flauti di pan… spighe deliziate… incanti commestibili… fatazioni dei mobili… sogni a picco sul lavandino… luce nell’acqua della pentola… aria maghiforme tra le pareti… splendori dello zucchero… La casa, canta, è un carillon costante, ipnotico, estatico, la mia bambina circola magicamente, abita qui, e sembra che sia un sogno questa veglia variegata che sale nell’aria come il fumo profumato di un cibo caldo, promettente.

Vive a lungo addormentata. Mentre dorme sento la sua piccola crescita lanciata “la via ascensionale del filo d’erba… l’incedere all’insù dei tronchi…”.

Lei è il mio orgoglio e la mia maggiore trasparenza.

Le sue guance sono porporine, due piccole pesche zuccherine.

I suoi piccoli vestiti sono presenze fatate dentro l’armadio, e se penso a tutte le volte che non le andranno più bene, a tutti gli scalinetti mobili della sua crescita, mi viene ansia e nostalgia.

 

Ancora, il tempo: in lei ne vedo la fermezza, la fermata, il fermamente, e le compro un body taglia sei-nove mesi che è in tutto e per tutto puntuale. Ma nello stesso tempo c’è il che cresce da marea che sale, ci monta sopra, se la porta via così, com’è, e la ridà colà multiplamente.

Il tempo fa un enorme capolino in lei. Vederla è una forte previsione. E ad esempio la sua giovinezza e la mia vecchiaia balenano fuori una con gli orizzonti e l’altra senza.

Con lei così piccola l’intimità la vicinanza della propria vita e l’intimità della propria morte si infuocano. Non so perché. Ma anche nello stesso tempo a volte viene da chiedersi ma che cos’è questo esserino che a tratti è sistemato, è messo, è atteggiato nel modo della felicità piena, della morte tolta, che dov’è, che non c’è più. C’è soltanto la mia bambina, qui, che profuma di sé tutto intorno.

 

p.s.: I neonati: queste formazioni consequenziali, queste diramazioni viscerali, queste estatiche turbolenze, queste apoteosi domestiche, questi fattori di contentezza, di canzoncine, di toni gentili, di saggezza.

Questi neonati analfabeti, afasici, alloglotti, tolgono la corrente alfabetica in cui viviamo immersi. Che tramite loro salta, aprendo in seno al tessuto della vita, alla mamma, una presa di contatto con la basilarità umana, tutta carne appena accennata, tutta emozionale, e azzardata.

(Il neonato poi forse è anche l’occasione che ha la lingua per rifarsi una vita).

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