di Marta Vero

 

“I listen to the voice inside my head… Help me from myself”. Queste parole di “State of Love and Trust” ben rappresentano, secondo i curatori di un libro recente sui Pearl Jam (Pearl Jam and Philosophy, Bloomsbury, London-New York 2022), la destinazione filosofica della musica della band di Seattle. Nell’Introduzione al volume, Stefano Marino e Andrea Schembari sostengono (3) che per parlare di un legame tra i Pearl Jam e la filosofia basterebbe citare alcuni dei versi più famosi delle canzoni della band, che esibiscono già evidentemente l’interesse di Eddie Vedder e compagni per questioni eminentemente filosofiche. Proprio questo spiccato interesse per le domande esistenziali, così come l’atteggiamento critico verso sistemi politici, spirituali ed etici, ha contribuito, secondo i curatori, alla grandezza dei Pearl Jam. In particolare, i testi dei Pearl Jam sembrano essersi agganciati ai bisogni della cosiddetta “generazione X” e aver tentato di rappresentare i loro dilemmi esistenziali. In questo senso, per i curatori del volume, i Pearl Jam hanno avuto e conservano, nella loro carriera trentennale, la capacità di “salvare la vita” (2) ai loro ascoltatori e fan. Questo perché i loro dischi riescono a “stimolare la capacità di introspezione” (3), a presentare la musica come occasione di critica al conformismo di una piccola città di provincia, a proporre la scrittura e il pensiero come opportunità di resistenza.

 

Tra le autrici e gli autori del volume, tutti riconoscono la musica dei Pearl Jam come un’occasione di crescita intellettuale e spirituale, spesso proprio a partire dalla propria storia ed esperienza individuale. L’istanza principale del libro, dunque, risiede proprio nel desiderio di stabilire la continuità tra l’incontro con la musica dei Pearl Jam e il delicato momento che sancisce l’inizio dell’introspezione profonda. Se, in breve, la musica dei Pearl Jam ha avuto indubbiamente un ruolo nella formazione intellettuale della gen. X (e anche delle successive), le autrici e gli autori del volume non si limitano a riconoscere l’importanza di tale ruolo. Come ricordano Marino e Schembari, il progetto si propone di esaminare i vari livelli entro cui si esprime il contatto dei Pearl Jam con la filosofia, trasponendolo in un linguaggio accademico. Da qui l’originalità del progetto portato avanti da Marino e Schembari (5): Pearl Jam and Philosophy vuole esplorare la destinazione filosofica della produzione della band in tutte le sue pieghe, riflettere sugli esiti politici e morali della loro lirica, discutere le implicazioni estetiche delle trasformazioni musicali che hanno attraversato durante la loro carriera.

 

Per questi motivi, i curatori dichiarano di aver resistito alla tentazione di identificare un solo approccio metodologico da proporre ad autrici e ad autori. Per questo, il volume si compone di tentativi eterogenei di esplorare i significati di questa espressione. È possibile, ad esempio, rivolgersi al significato concettuale dei brani per trarne qualche insegnamento filosofico. Altrimenti, si può spiegare l’estetica musicale del progetto Pearl Jam, soffermandosi sugli album che esibiscono momenti di “crisi” dei paradigmi artistici adottati – così viene considerato No Code, le cui peculiarità sono al centro di diversi contributi nel volume. Ancora, è possibile mettere a tema l’attitudine alla critica politica dei Pearl Jam, così come il modo in cui la band ha concepito il proprio rapporto con lo show business o la società americana degli anni novanta del Novecento (che viene ben raccontata dal film Singles, girato a Seattle nel 1992, nella cui colonna sonora originale spiccano pezzi come il già citato “State of Love and Trust” o il celebre “Breath”). L’eterogeneità degli approcci metodologici impiegati dalle autrici e dagli autori di Pearl Jam and Philosophy è dovuta, per i curatori, alla necessità di riconoscere, adornianamente, nell’interpretazione l’autentico metodo del filosofare e di distinguerlo da quello della scienza, ossia la ricerca (8). Non è pertanto azzardato sostenere che questo volume vuole proporre delle chiavi interpretative per spiegare il progetto Pearl Jam, la sua longevità e resistenza, la sua capacità di intercettare i bisogni esistenziali dei contemporanei e, non da ultimo, di accogliere in sé, a più livelli, i problemi della filosofia.

 

Nel suo contributo, Stefano Marino si propone di prendere in esame alcuni versi tratti dai diversi album dei Pearl Jam per individuarne la “costellazione concettuale” fondamentale, che per Marino “orbita attorno al domandare stesso” (13). L’individuazione di tale costellazione appare, comunque, svincolata dalla pretesa di considerare la poetica filosofica dei Pearl Jam come sorretta da una pretesa sistematica. Piuttosto, si vuole qui dare spazio a quelli che possiamo associare ai poli gravitazionali verso cui i testi dei Pearl Jam sembrano tendere, ossia l’idea dell’impermanenza e della molteplicità dei significati cui ricorriamo per spiegare la vita. Al tempo, per come viene rappresentato nelle opere della band di Seattle, bisogna riconoscere una costante fluidità, che possa rendere conto della dimensione che Marino chiama “present tense”, riprendendo il titolo di un brano di No Code. Nel tempo al presente dei Pearl Jam, la disposizione al domandare diventa totalizzante e onnicomprensiva (“all-encompassing”: 14 e ss.). Si tratta di una rivalutazione del tema del tempo in senso “post-metafisico” o, potremmo dire, profondamente zetetico. I Pearl Jam descrivono una storia senza progresso, esposta continuamente al cambiamento e immersa nei limiti della contingenza. L’opera dei Pearl Jam esibisce dunque un legame necessario con quelle dei filosofi, nella misura in cui la band ha assorbito la disposizione al domandare che appartiene primariamente alla filosofia (18) e che Heidegger attribuiva alla natura meditativa del filosofare (19). Un brano come “Alive” sembra sottendere una visione “negativa” della storia, unita a un posizionamento critico verso i suoi costanti orrori. Proprio da questo scaturisce la rivalutazione del “present tense” come dispositivo, appunto, zetetico, volto a dubitare della tendenza moderna a concepire il tempo come teso in avanti, verso un futuro di progresso (tra i critici della nozione moderna del futuro, Marino cita Nietzsche, Heidegger, Löwith, Koselleck: 25-29). L’attenzione che i Pearl Jam dedicano alla configurazione di un tempo al presente, che sia insieme critico e affermativo, secondo Marino conduce alla meditazione esistenziale: “l’affascinante sfida filosofica che i Pearl Jam ci pongono esplicitamente è quella di riconoscere spudoratamente ‘la nostra mancanza di significato’ e, a quel punto, invece che retrocedere cercando risposte alle domande che ci confondono e disorientano nel passato […] o nel futuro […], propugnare coraggiosamente il primato del presente e provare a derivare un qualche significato proprio da tutto questo” (31-32). Un approccio filosofico all’opera dei Pearl Jam, infine, non esclude che da un siffatto orientamento critico sia esclusa una propensione all’azione. La filosofia dei Pearl Jam va interpretata come un “pessimismo intellettuale” unito a un “ottimismo della volontà”, scrive Marino citando Antonio Gramsci (37-38). Si tratta di un invito a riconoscere le fragilità della condizione umana senza però intenderla in senso nichilistico. Quella dei Pearl Jam, per Marino, è una filosofia critica dell’azione e della responsabilità, dell’accoglienza delle differenze e dei limiti di un tempo al presente.

 

Come Marino, anche Sam Morris si concentra sull’intera produzione dei Pearl Jam, provando a fornirne un’interpretazione non sistematica. Morris riprende il tema della possibilità di azione nella storia per soffermarsi sui connessi concetti di innocenza e speranza. Nel saggio di Morris, la filosofia dei Pearl Jam viene avvicinata al pensiero utopistico, riconosciuto da Ernst Bloch (44), per la sua disposizione a ricordare o riscoprire la speranza. La chiamata a un ritorno all’innocenza avvicina i Pearl Jam alla poetica del romanticismo inglese (il legame con il romanticismo è discusso anche nella Prefazione di Theodore Gracyk: IX). Morris fa dialogare i testi della band di Seattle con la poetica di Coleridge, Blake e Wordsworth per tracciare una sorta di dialettica dell’innocenza, in cui le fasi propositive si accompagnano a quelle di delusione, in cui si sperimenta la limitatezza dei nostri mezzi e la possibilità di fallire. In effetti, per Morris l’intera produzione dei Pearl Jam può essere considerata un vero esempio di questa dialettica dell’innocenza. In particolare, No Code rappresenta uno dei punti di svolta fondamentali; quello in cui viene formulato un desiderio impossibile da soddisfare, in cui si immagina un’umanità stravolta dalla vorticosità dell’esperienza (52; si vedrà che anche Alberto Siani nel suo saggio vede in No Code un contributo importante dal punto di vista estetico). No Code e le sue note oscure non sono, tuttavia, il punto d’arrivo della dialettica dell’innocenza dei Pearl Jam. In album più recenti come Binaural o Riot Act, secondo Morris, i Pearl Jam confermano un orientamento utopistico, superando così gli stessi romantici inglesi (56). Tale investimento utopico viene ancora riconfigurato nel recente Gigaton, che è inaugurato da un nuovo, coraggioso appello a trovare ancora la speranza in “luoghi desolati” (58).

 

I contributi di Laura M. Bernhardt, Enrico Terrone e Alberto L. Siani si concentrano, a differenza dei primi, su singoli brani o album dei Pearl Jam per offrirne una chiave interpretativa ed evidenziarne la rilevanza filosofica. Bernhardt prende in esame “Better Man”, tratto da Vitalogy, in cui sono riscontrabili i temi della permanenza in una situazione dolorosa, in un posto che non ci si addice. La difficile condizione della protagonista di “Better Man”, connotata da una dipendenza relazionale (descritta da un Vedder giovanissimo, che soffriva di una situazione familiare tormentata) che la trattiene in un contesto disagevole, viene ricondotta alla posizione dei Pearl Jam stessi rispetto all’industria musicale e al dissidio rispetto al tema della commercializzazione della band, oggetto di dibattito negli anni del tramonto del panorama grunge negli Stati Uniti. I Pearl Jam si chiedono se sia possibile mantenere una posizione mediana, di permanenza nel mondo dell’industria musicale come “atto di resistenza” (83). Vitalogy è un tentativo, da un certo punto di vista fallito (ibid.) della band di Seattle di venire a capo della questione del compromesso “morale e artistico” (84) e dello stato di “afflizione”, scrive Bernhardt citando Simone Weil (89), che ne deriva.

 

Mentre Enrico Terrone si confronta con “Unthought Known” e con il tema della possibilità del libero arbitrio in una visione determinista dell’esistenza, riportandola alla narrativa fantascientifica della serie TV Flashforward e di film come Minority Report, Alberto L. Siani formula l’“estetica di No Code”. Della centralità del quarto album dei Pearl Jam e della sua originalità rispetto alla produzione della band si è già detto qualcosa. Siani propone di ispezionare attentamente il “concetto generale” dell’album unitamente alla “generale atmosfera di dissoluzione, contingenza ed eterogeneità che la pervade” (109) oppure, potremmo dire, l’ambiente estetico che esso costruisce. Il problema principale che No Code pone risiede, secondo Siani, nella sua ambiguità di fondo, nel suo essere sospeso tra “l’audace rifiuto dei codici e il rischio che questo stesso rifiuto diventi un nuovo codice” (ibid.). Siani riporta il tema portante di No Code a quello della “fine dell’arte”, una delle tesi più dibattute nell’estetica filosofica. Siani ricorda che per “fine dell’arte” non si deve intendere l’esaurimento delle possibilità della pratica artistica, ma l’esatto contrario. La tesi della Ende der Kunst porta invece riconoscere l’irrimediabile discostamento dell’arte dal paradigma della bellezza, connesso a quello della compiutezza, e dell’armonia. L’arte di cui abbiamo esperienza, profondamente diversa da quella degli antichi, esibisce allora uno spiccato valore concettuale, è connotata da un significato non più universale, da un immaginario profondamente frammentato (111). Coerentemente con questa interpretazione, Siani considera l’estetica di No Code nel suo richiamo alla frammentazione musicale, alla sua capacità di pervenire a un paradigma “non armonico” (117), in grado di incorporare differenti “codici” estetici nel tentativo di approdare, appunto, a un’assenza di codice. Ma è davvero così? Se, da una parte, Siani afferma che il rifiuto dei codici porta i Pearl Jam a cimentarsi in con la sperimentazione compositiva, dunque di confrontarsi con la crescita delle possibilità dell’arte, dall’altra riconosce che l’adozione di un paradigma così eterogeneo e dichiaratamente disarmonico possa essere inteso come un nuovo codice, dunque impiegato in modo piatto e “normalizzato” (116). La dimensione paradossale che connota No Code ha per Siani un grande merito estetico, nella misura in cui essa conduce chi ascolta ad “adottare un approccio più riflessivo e più problematico” (119) all’opera d’arte. Si tratta proprio di quell’approccio problematico che secondo i filosofi della fine dell’arte contraddistingue la fruizione moderna dell’arte. No Code problematizza la dialettica tra soggetto e comunità dopo la fine dell’arte, insieme a quella tra “impegno e distacco”, ossia tra osservazione partecipata del mondo e “interrogazione distaccata e riflessiva” (120).

 

L’accento posto da Siani sull’estetica della frammentazione di No Code si connette al tema della potenza “selvaggia” della natura, che è al centro del contributo di Paolo Stellino. Il saggio prende in esame la colonna sonora del film, diretto da Sean Penn, Into the Wild, composta da Eddie Vedder per raccontare l’avventura nelle terre selvagge di Alexander Supertramp, al secolo Christopher McCandless. Stellino si chiede se le canzoni composte da Vedder possono essere complici di quella romantizzazione dell’impresa tragica di McCandless, operata secondo alcuni da Krakauer nel romanzo del 1996 da cui il film prende spunto (126). Considerando il valore simbolico che il viaggio di McCandless possiede, insieme al suo potenziale critico verso la quotidianità del mondo consumistico che viviamo, Stellino esamina attentamente i versi di Vedder. Vi riconosce il topos della rinascita che sembra connotare la nuova vita di McCandless nelle terre selvagge, la valenza spirituale della sua “unio mystica” (128) con la natura. Se è vero che un pezzo come “Rise” richiama espressamente alla novità della nuova vita, va riconosciuto anche che McCandless era mosso dal rifiuto per le strutture sociali, per il consumismo che le avvelena e per l’illusoria felicità che promettono: tutti elementi, questi, che pervadono il brano “Society” (132). Si può dire, dunque, che la colonna sonora del film Into the Wild evidenzi la natura filosofica dell’impresa di McCandless e che, nonostante il pericolo della romantizzazione della sua impresa, fa riflettere sul nostro modo di vivere in una realtà artificiale, ma comunque violenta e piena di orrori.

 

Gli orrori della storia, assieme ai suoi “fantasmi”, sono l’oggetto del saggio di Jacqueline Moulton. A partire dal “The Home Show”, il concerto tenuto a Seattle nel 2018 a scopo benefico per fronteggiare la crisi abitativa e il conseguente incremento del tasso di persone senza fissa dimora, Moulton esamina i richiami allo spazio dell’esilio come costitutivo della società occidentale contemporanea. I fantasmi dei Pearl Jam sono le persone prive di dimora, ma anche quelle che scappano da paesi costantemente in guerra, che hanno perso la loro casa e temono di non ritrovarla. Secondo Moulton, alcune liriche dei Pearl Jam pongono la “domanda etica” su come possiamo vivere se la condizione di esilio diventa la nostra dimensione costitutiva (171), in cui siamo infestate dai fantasmi dei morti e dal ricordo dell’orrore di cui siamo circondate.

 

Quello dei Pearl Jam è allora un pensiero critico verso l’ideologia dell’emarginazione, dell’esilio e confini (178). L’estetica della sconfinatezza motiva il frequente impiego dei Pearl Jam di metafore acquatiche, oggetto del contributo di Andrea Schembari che conclude il volume. Schembari considera soprattutto il tema del viaggio per mare, presente in molti brani, da “Oceans” a “Tremor Christ”, come metafora di allontanarsi da una vita sicura per imbarcarsi, appunto, in un’impresa avventurosa e nuova (223), abbandonandosi all’”energia” condotta dalle onde dell’oceano (224). Le metafore acquatiche valgono, per i Pearl Jam come per Valéry, come garanzia della perpetua disposizione al rinnovamento. Il tempo, come l’acqua dei fiumi, è “nunc fluens et nunc stans” (230), fluisce costantemente. Il richiamo, presente in “Matter of Time” di Eddie Vedder, al marinaio che solca le acque, per Schembari, è un appello a non essere condizionati dall’orrore, ma a fronteggiarlo con coraggio, a porre “valore nelle nostre azioni, e a condividerle con gli altri” (233). Infine, per Schembari un approccio filosofico-letterario alla poetica dei Pearl Jam incita a scoprire il coraggio pure nella fragilità. È questo che ci ricorda la metafora della conchiglia evocata in “Help Help”, discussa tramite un confronto con Qfwfq delle Cosmicomiche e del beduino di Wordsworth (234-235): a riconoscere le tante voci del mare selvaggio e cangiante, a ricorrere all’arte per interpretarle, a continuare a cantare, nonostante tutto.

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