di Federico Zuolo

 

Ormai una decina di anni fa Amitav Ghosh aggiunse il romanzo alle entità colpevoli di non comprendere propriamente il fenomeno del cambiamento climatico.[1] Il romanzo, soprattutto nella sua versione realista e borghese, sarebbe, secondo Ghosh, incapace di far comprendere al lettore la portata e la realtà del cambiamento climatico. Essendo incentrato sulla dissezione dell’animo, dei dubbi, sensi di colpa e ambiguità di un numero ristretto di protagonisti, all’interno di uno spazio esterno definito e prevedibile, la tipica forma del grande romanzo contemporaneo non saprebbe come rendere conto di cambiamenti epocali, del tempo della terra che si riversa sulla società, del fatto che ciò che era prevedibile diventa incontrollabile e imprevedibile. Le uniche forme letterarie più in grado di gestire la sproporzione e la grandezza del fenomeno sarebbero la science-fiction o l’epica. Ma la prima, secondo Ghosh, soffrirebbe tutt’ora il vecchio stigma di essere un genere di serie B rispetto al grande romanzo, mentre la seconda è in disuso da secoli. Questa incapacità del romanzo non sarebbe soltanto un problema letterario, ma anche una delle forme della nostra “grande cecità”, cioè dell’incapacità di capire realmente il cambiamento climatico.

Non è qui il caso di ripercorrere tutte le reazioni ricevute dalla tesi provocatoria di Ghosh. Basti menzionare lo sguardo più ottimista sulle capacità della letteratura di affrontare il tema che ha proposto Carla Benedetti,[2] o i tentativi di rintracciare intuizioni e cenni di consapevolezza del problema in autori diversi e in epoche precedenti l’emergere della catastrofe ambientale.[3] E occorre ricordare anche che la tesi di Ghosh può anche essere in un certo senso rovesciata senza essere contraddetta: secondo Gianfranco Pellegrino, per affrontare collettivamente e cognitivamente il cambiamento climatico non abbiamo bisogno della letteratura, bensì di un avanzamento del dibattito pubblico rispetto alla capacità di discutere i dati scientifici rilevanti.[4]

Tornando alla tesi di Ghosh, dobbiamo però registrare un fenomeno. Benché il romanzo concentrato esclusivamente sull’individuo sembri non attrezzato per rappresentare la grandezza e alterità del cambiamento climatico, diversi romanzi hanno iniziato ad affrontarlo in varie forme, in parte rivedendo il canone in cui Ghosh situa l’emblema del romanzo, in parte mescolandolo con forme narrative chiaramente romanzesche ma adeguate all’analisi.

La questione, nella sua banalità, è che il romanzo dell’Antropocene sta emergendo come una molteplicità. Così come gli effetti del cambiamento climatico e più in generale dell’Antropocene sono disparati e presenti su ogni scala della vita, analogamente le percezioni possibili emergono come diffrazioni su tanti spettri di senso: ambientale – individuale, globale o locale, materiale o culturale, mostrando l’interconnessione tra queste dimensioni spesso ingiustamente viste come polarità.

In questo contesto sorprende uno degli ultimi romanzi di Ian McEwan: proprio perché McEwan può a buon titolo essere considerato un erede significativo del romanzo classico che Ghosh ritiene incapace di affrontare il cambiamento climatico. In Quello che possiamo sapere McEwan[5] opera un innesco riuscito, su uno scenario post-apocalittico, del suo stile e dei suoi temi (le miserie e le ambiguità di tutti, i sensi di colpa e i tradimenti, la meschinità privata di grandi personaggi, ampiamente già presenti in tanti suoi lavori e anche nel più recente Lezioni). Dopo il “Grande Disastro” l’umanità si trova ridotta a una condizione molto più primordiale materialmente, in una terra in larga parte inondata, spopolata e ritornata selvaggia. In questo contesto sopravvive qualche enclave di interesse culturale che noi chiameremmo “tradizionale”. Il protagonista è uno studioso di letteratura della nostra attualità alla ricerca ossessiva di un componimento poetico del più grande poeta della nostra epoca. Rimpallando la ricerca del poema dal futuro (anno 2119) con la narrazione delle vite a noi contemporanee, c’è una doppia linea narrativa fatta di una doppia quotidianità. La rappresentazione della catastrofe climatica è, secondo i canoni pieni del realismo romanzesco, sdoppiata su due periodi: prima e dopo la fine, ma in entrambi i casi con una piena attenzione a gesti, ossessioni, oggetti, quotidianità, e spazi di protagonisti tipici del romanzo borghese e contemporaneo (ossessivi, meschini, irrisolti). Così come i nostri contemporanei sono incastrati in quotidianità ordinarie, anche quando sono all’apice del successo, analogamente lo saranno i personaggi di un mondo dopo l’apocalisse. Ciò che li lega, nello sguardo inaspettato di McEwan, è quanto di più tradizionale e meno attuale possa esserci: il legame con la tradizione letteraria. Lo studioso della letteratura futura ricerca il pezzo mancante di un grande poeta del presente finzionale, mentre il poeta stesso si erge al culmine di una vera tradizione anglosassone all’apice del successo prima della catastrofe. Il paradosso grottesco è che l’illustre poeta, il cui poema scomparso sarà considerato un canto ambientalista al valore della natura, viene mostrato come un gretto negazionista del cambiamento climatico.

In questo interesse per la tradizione letteraria, il mondo futuro rappresenta una sfida materiale ma anche culturale alla continuità temporale: le inondazioni sommergeranno letteralmente le vestigia del nostro presente e la ricerca futura delle tracce del passato alla fine si arenerà. Il lettore scoprirà la verità più banale e romanzesca, cioè verosimile, che possiamo aspettarci: il poema perduto non sarà ritrovato non perché sommerso dalla grande catastrofe, bensì perché bruciato dalla donna a cui era destinato. Un pezzo della memoria collettiva viene distrutto, non dall’inesorabile natura alla fine dei tempi, bensì da una comprensibile ripicca verso il grande poeta che era anche un uomo pieno di meschinità. Il messaggio è che, pur nello sconvolgimento radicale della Grande Catastrofe l’umanità rimarrà attaccata a certe cose, e il senso di continuità collettiva dipende tanto dalle determinanti materiali, quanto dai tic e dalle nevrosi di cui il romanzo è espressione archetipica.

Su una cosa, invece, Ghosh aveva ragione: la forma narrativa più logica per raccontare le grandi trasformazioni materiali dell’Antropocene è la fantascienza. In questo quadro si staglia l’opera di Kim Stanley Robinson. La trilogia di Marte (Il rosso di Marte, Il verde di Marte, Il blu di Marte)[6] e Il ministero del futuro[7] sono a buon titolo delle rappresentazioni della catastrofe prossima ventura e l’immaginazione di una possibile uscita felice, nella terra o su un altro pianeta. La prima è un’epopea tecnologia e sociale di terraformazione di Marte, mentre il secondo è un romanzo di sci-fi del futuro prossimo in cui l’umanità riesce ad affrontare il cambiamento climatico dopo una serie di peggioramenti catastrofici. Nel primo caso tutto dipende dall’iniziativa di un gruppo di pionieri scienziati che, mandati su Marte a capire se il pianeta avrebbe potuto essere terraformato, riescono finalmente a costruire un modello economico e sociale alternativo alla terra, ormai sempre più in uno stato di disgrazia. Nel secondo caso, rimangono alcuni temi cari all’autore, ma i tipi di protagonisti si moltiplicano: non più esclusivamente scienziati, bensì un insieme di attori sociali attorno a un’ipotetica agenzia neutrale, basata in Svizzera, che, da piccola istituzioni ininfluente diventa – con mezzi leciti e illeciti – un attore capace di orchestrare la transizione sociale e tecnica verso un nuovo sistema.

Se la trilogia di Marte risolve il problema posto da Ghosh (il romanzo è limitato perché si svolge in un’ambiente ristretto e prevedibile) posizionandolo su un altro pianeta tutto da plasmare (Marte), ne Il ministero del futuro la terra viene rappresentata nei suoi sconvolgimenti climatici (ondate di calore eccessive, fine di pratiche oggi scontate come i viaggi in aereo). Il tempo nel primo caso è molto lungo, quasi epico, e la continuità dei protagonisti è assicurata da una nuova tecnologia di allungamento della vita, mentre nel secondo abbraccia alcuni decenni di vita. In entrambi i casi Robinson ha fiducia nel potere del sapere scientifico sia da un punto di vista tecnologico (compresa la geoingegneria), sia da un punto di vista sociale nel mostrare la strada per cambiare rotta. E in entrambi i casi le aziende e gli Stati Uniti non fanno parte del disegno di un’umanità salva dai disastri climatici, anzi ne sono il primo nemico.

Gli Stati Uniti, invece, riescono a redimersi nel romanzo prima eco-catastrofista e poi moderatamente eco-ottimista di Steven Markley, Il diluvio. Ambientato negli Stati Uniti di un futuro molto vicino a noi, qui i protagonisti sono alcuni attivisti climatici e alcuni scienziati. Rispetto a Robinson, Markley è maggiormente interessato a ricostruire alcuni attori sociali plausibili che possono essere soggetti di cambiamento (attivisti moderati e radicali, consulenti e scienziati), così come le parti sociali più diseredate vittime degli sconvolgimenti climatici, e alcuni ostacoli (lobbisti e politici).

Anche il romanzo di Markley, come quello di Robinson, riposa, in fondo, su una fiducia nella capacità degli attori collettivi di plasmare il futuro e invertire la rotta climatica. Il tono, piuttosto, è meno “tecnocratico” del primo, ma non meno basato sulle possibilità tecnologiche. L’esito è meno utopistico, almeno apparentemente, perché Markley cerca di ancorare ogni cambiamento in attori sociali in un qualche senso plausibili e riconoscibili per noi, mentre Robinson situa i personaggi in contesti tecnologici ma po’ vuoti di materia sociale. In tal senso, con Il diluvio di Markley viene fuori un romanzo molto corale che intreccia i destini del globo e i destini privati, con buone dosi di incursioni nella quotidianità e nella psicologia dei soggetti. Quest’ultimi non vengono scandagliati sino ai più intimi e perturbanti anfratti, come da tradizione, ma risultano figure sufficientemente rappresentative di tipi umani possibili, mentre i personaggi di Robinson, seppure molto più tridimensionali di quelli della fantascienza classica, vivono più nelle loro opere e creazioni che nel sostrato del loro inconscio.

In questo quadro è utile includere I quattro che predissero la fine del mondo di Abel Quentin.[8] Benché la politica non manchi da tutti gli altri, in questo romanzo è il centro, poiché si parla dei diversi fallimenti politici degli ultimi decenni. La trama si concentra attorno a quattro scienziati che vengono incaricati di redigere un rapporto sulla sostenibilità del modello economico e sociale della seconda metà del Novecento. Quentin rispecchia finzionalmente il noto Rapporto sui limiti dello sviluppo del 1973. La cosa interessante di questa storia non è tanto l’epilogo che giunge ai nostri giorni di inedia e indifferenza colpevole. L’originalità del volume è il percorso dei quattro scienziati: i due americani si impegnano con conferenze e interventi pubblici a divulgare il risultato presso politici e opinione pubblica, trovando però un crescente disinteresse; il francese si vende ben presto alla lobby petrolifera, preferendo una vita agiata all’impegno; il quarto, un matematico norvegese, si ritira dall’università e dalla vita pubblica in un eremitaggio di rinuncia feroce della modernità degno di Unabomber. I quattro destini individuali in fondo estremizzano le parabole sociali effettivamente vissute dall’ambientalismo: sincero impegno deluso da quelli che avrebbero dovuto ascoltare; tradimento per cinismo e disinteresse; rifiuto del rapporto con gli altri e chiusura in sé stessi. Ne emerge una ricostruzione di un quadro romanzesco molto simile, troppo simile, ai nostri veri ultimi decenni, in cui l’autodafé collettivo ha molte cause diverse ma convergenti.

Il romanzo di Paolo Giordano, Tasmania,[9] offre una prospettiva ulteriore. Il protagonista, per molti aspetti alter-ego dell’autore, è uno scienziato che collabora con testate giornalistiche e dovrebbe scrivere di una conferenza sul clima a Parigi. Ma tutto il romanzo ripercorre le emergenze e i temi della fine degli anni ’10 (terrorismo, #meetoo, accordi sul clima) riflettendo il senso di impotenza del protagonista e di altri personaggi in posizioni simili. Ciascuno a suo modo, ma in particolare l’autore, esperisce un senso di frustrazione nella consapevolezza di dover fare qualcosa di significativo di fronte alla sfida climatica ma rimane intrappolato in questioni famigliari e personali. È così per l’autore di fronte alla crisi con la sua compagna, e anche per altri protagonisti che si scontrano con i loro limiti umani quando sembra che potrebbero e dovrebbero prendere un ruolo più responsabile in pubblico. Sarebbe facile leggere questo romanzo come una sorta di auto-analisi individuale e collettiva dei fallimenti italiani. Del resto, è un tema di molta letteratura e cinematografia italiana degli ultimi decenni: di fronte alle grandi sfide della vita l’arte non può che rappresentare un consapevole e amaro ripiegamento su sé stessi. Eppure, forse non è questa l’unica chiave di lettura. Forse Giordano ci sta fedelmente rappresentando quello che è successo in questi anni. O forse indirettamente sta dicendo che è poco plausibile aspettarsi grandi atti di eroismo da figure (gli scienziati e gli intellettuali) che pur capendo meglio di altri la posta in gioco sono a loro volta presi nella vita di tutti i giorni come tutti gli altri, con i propri interessi, gli impegni personali, le incertezze e i difetti di molti.

Jonathan Safran Foer esprime questa ambiguità in termini molto chiari:

Affrontare il cambiamento climatico esige un genere di eroismo completamente diverso, molto meno spaventoso che fuggire da un esercito genocida o non sapere da dove verrà il prossimo pasto dei tuoi figli, ma forse altrettanto difficile perché la necessità di fare dei sacrifici è non-evidente.[10]

Mentre i romanzi di Robinson e Markley creano personaggi di un eroismo classico di fronte alla catastrofe avvenuta, i romanzi di Giordano, Quentin, ma forse anche di McEwan mostrano come al momento non ci sia ancora un modello chiaro e appetibile di azione ammirevole. Gli scienziati e gli attivisti vengono, giustamente, ricostruiti nelle loro fragilità e irresolute modalità di azione.

Senza pretendere di ridurre questi romanzi a una determinante esclusivamente socio-politica, come se fossero l’espressione di caratteri nazionali, è evidente che l’esperienza diretta o la proiezione del cambiamento climatico futuro genera risposte diverse che ne rappresentano caratteristiche piuttosto divergenti: l’ottimismo verso la gestione tecnologica (la geoingegneria di Robinson); la fiducia, nonostante tutto, nell’attivismo sociale riformista e radicale (Markley); l’ossessione per la continuità della memoria culturale di fronte a una cesura epocale (McEwan); il senso di impotenza individuale (Giordano); il pessimismo sulla capacità sociale e politica di accogliere il messaggio di allarme (Quentin). A prescindere da eventuali e forse anacronistici spiriti nazionali, è però forse vero che emerge una distinzione tra un certo ottimismo sociale-tecnologico americano e diverse forme di rassegnazione o amara consapevolezza di provenienza europea.

Forse tutto questo mostra semplicemente che la tesi di Ghosh, seppure stimolante e provocatoria, è vera solo se intendiamo il romanzo in un senso piuttosto ristretto, come a volte sembra ammettere lui stesso. Poco male, si dirà. Il destino del romanzo è niente di fronte al destino dell’umanità. Ma la forma-romanzo dice molto sulla nostra coscienza collettiva. E il fatto che non stia venendo fuori un romanzo dell’Antropocene, bensì ne stiano venendo fuori molti, forse testimonia il cambiamento della ricettività del problema che inizia a essere percepito, giustamente, nelle sue mille diffrazioni sulla vita. Da problema sociale e tecnico, sino alla sua dimensione più intima, l’Antropocene sta diventando il nostro nuovo orizzonte di riferimento. Non più un orizzonte prevedibile e stabile, come secondo Ghosh richiedeva il romanzo realista, bensì un altro orizzonte che sorprende, interviene nella vita privata, è attivo senza essere un attore. Ci vorrà ancora molto per metabolizzare la questione e forse la piena digestione nella nostra coscienza collettiva avverrà quando sarà troppo tardi. Ma il fatto che ci siano molti modi di elaborare la questione a livello simbolico contribuisce alla presa di coscienza collettiva, unico punto necessario, anche se non sufficiente, per provare ad affrontare il problema.

[1] A. Ghosh, La grande cecità. Il cambiamento climatico e l’impensabile, Vicenza, Neri Pozza 2017.

[2] C. Benedetti, La letteratura ci salverà dall’estinzione, Torino, Einaudi 2021.

[3] Narrare l’Antropocene. L’ambiente tra letteratura, politica e diritto, a cura di D. Amirante e G. Langella, Venezia, Marcianum 2025.

[4] G. Pellegrino, “Il romanzo dell’Antropocene. Uno sguardo scettico”, in Amirante – Langella, Narrare l’Antropocene, pp. 193-214.

[5] Torino, Einaudi 2025.

[6] Editi da Fanucci nel 2020.

[7] K. S. Robinson, Il ministero per il futuro, Fanucci, Roma 2022.

[8] E/O, Roma 2025.

[9] Einaudi, Torino 2022.

[10] J. S. Foer, Possiamo salvare il mondo prima di cena, Parma, Guanda 2019, p. 248.

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