di Stefano Jossa
Pirandello disegnava. Nulla di strano, se si pensa che tracciare figure sul foglio è sempre stata una pratica diffusa degli scrittori, dalle figurine che Boccaccio abbozzava sul manoscritto del Decameron alle vignette del giovane Italo Calvino. Tra i contemporanei di Pirandello disegnavano, ad esempio, Pascoli e Montale. Eppure la scoperta di una serie di disegni, schizzi, caricature, ghirigori e scarabocchi sui registri degli esami del Regio Istituto Superiore Femminile di Magistero, dove Pirandello insegnò dal 1898 al 1922, rende il suo caso più intrigante e suggestivo di altri simili.
Non solo perché Pirandello aveva un’indubbia vocazione figurativa, ben nota a critici e studiosi, che avrebbe trasmesso al figlio pittore, ma anche perché, nella scuola di Magistero, ebbe fra i colleghi (oltre a, fra le tante personalità dell’epoca, Giovanni Capuana e Maria Montessori) Manfredi Porena, filologo e docente di Lingua e Letteratura italiana, allievo da giovane del pittore Domenico Morelli, e Ugo Fleres, docente di Storia dell’arte, ma soprattutto disegnatore, ritrattista e pittore. Con quest’ultimo in particolare il sodalizio è sempre stato intenso e produttivo, molto di più dell’amicizia quasi scontata all’epoca tra siciliani trapiantati a Roma, al punto che Pirandello gli dedicava un sonetto in apertura della sua traduzione delle Elegie romane di Goethe, illustrate dall’amico («Quando a la boreal nebbia che stese»). Con lui tuttavia Pirandello condivise solo una delle commissioni d’esame sui cui registri compaiano disegni, per cui è da escludere tanto la mano di Fleres quanto un’eventuale collaborazione grafica in tutti gli altri casi. Porena fu invece più spesso suo collega di commissione, ma non appare in tutte le commissioni con la firma di Pirandello i cui registri sono accompagnati da graffiti.
Se i disegni sono di Pirandello, come pare, andranno psicanalizzati e decifrati alla luce degli sviluppi della personalità e della scrittura dell’autore, come fa benissimo ora una mostra all’Università Roma Tre, dove i registri della scuola sono esposti insieme con documenti d’epoca, libri illustrati, cartoline, fotografie e riviste: Il caos tra le righe. I disegni inediti e i libri di Luigi Pirandello, a cura di Giuseppe Crimi, Manuela Riosa e Monica Venturini, con la consulenza di Giovanna Capitelli (catalogo a cura di Giuseppe Crimi e Monica Venturini, con presentazione di Annamaria Andreoli, «L’Erma» di Bretschneider, pp. 115). Proprio sulle riviste vale la pena appuntare l’attenzione, perché al primo numero di una di esse, il «Don Chisciotte della Mancia», partecipò proprio Pirandello in persona, con un articolo-intervista del geniale pseudonimo Ghiri Goro sulla sua traduzione, ancora in corso, delle già ricordate Elegie romane di Goethe, illustrate per l’appunto da Fleres: si tratta allora non tanto d’immettere Pirandello in un’abitudine, quasi un vezzo, dei letterati del suo tempo, ma d’individuarne le coordinate dell’immaginario. Le sue figure, dal Fu Mattia Pascal al Saggio sull’umorismo, fino alle grandi invenzioni comiche e novellistiche, si radicano tutte in quelle riviste “pupazzate”, come si diceva allora, cioè illustrate con caricature (o pupazzetti), che erano già diffuse dalla metà del XIX secolo, ma che si affermano come fonte dell’immaginario delle élites intellettuali proprio tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo. A cogliere «i caratteri più spiccati» di una personalità (psicologici e somatici: tic, gesti, atteggiamenti, pose e posture) e insisterci su invitava del resto lo scrittore dell’Umorismo quando rifletteva su come si costruisce «la caricatura» (letteraria, ma forse è lo stesso).
Radicare Pirandello in questo immaginario, riscoprendolo grande osservatore della realtà quotidiana, significa anche liberarlo ulteriormente dalle incrostazioni delle accuse d’intellettualismo e cerebralismo che ancora qua e là permangono, nonostante l’impegno di critici e storici a collocarlo in contesto e restituirgli corpo (con l’esito ultimo, più forte per le ricadute di massa, nel film di Roberto Andò sull’invenzione dei Sei personaggi). La mostra riesce a rendere conto di questa formazione dell’immaginazione pirandelliana nel periodo romano attraverso il caleidoscopio di figure che lo circondavano, dalle passeggiate in strada alle illustrazioni dei libri, sulla scorta di quanto scriveva in una lettera in versi del 25 febbraio 1886 alla sorella Lina: «Io mi figuro incerti nella mente / scene, quadri, quadretti e schizzi a josa, / tratti dal tuo pennello, amabilmente».

Non si tratterà allora soltanto di ripercorrere la formula evergreen dell’ut pictura poesis all’insegna dell’interdisciplinarietà, come suggeriva un bell’articolo di Giulio Carlo Pantalei sulle mostre dedicate agli scrittori, ma di verificare il modo in cui il visuale si fa verbale, l’oggetto entra nella letteratura e la cultura materiale diventa cultura testuale. Le caricature di Pirandello costituiscono infatti anche una meditazione sugli esami, lo studio e la valutazione, andando da penna e calamaio ai dadi della sorte fino alla scalata al voto di una studentessa in salita su una gradinata: un modo d’interrogarsi problematicamente, senza risposte, sull’atto stesso che lo vedeva protagonista in quel momento, ma sempre comunque in dialogo con l’altro. È qui la prima sperimentazione di quel metodo umoristico, che lo spingeva a passare dal riso alla compassione, dal distacco all’empatia e dall’estraneità alla complicità? Non possiamo ancora dirlo, ma che il visuale e il verbale condividano la costruzione della percezione, della sensibilità e del ragionamento è acquisizione con cui dobbiamo senz’altro fare i conti.
“Come insegnava Pirandello”, ovvero “Pirandello professore”, è l’altra prospettiva che la mostra suggerisce, alla ricerca della sinergia tra l’esperienza magistrale e quella creativa: raccontata da una sua allieva, la scrittrice Paola Boni Fellini, in un racconto incluso nella raccolta I segreti della fama, e indagata storicamente dal critico Salvatore Comes nel libro Scrittori in cattedra, l’esperienza di Pirandello docente resta in gran parte da riscoprire, magari a partire proprio dai titoli delle tracce d’esame che si ritrovano sui registri (per lo più dedicate a Petrarca e Alfieri). La coincidenza è favorevole: essendo stata la Facoltà di Magistero il primo nucleo dell’Università di Roma Tre, i registri sono ora negli archivi di quest’ultima, che ospita la mostra nella sala espositiva che fu dell’Alfa Romeo prima che l’edificio diventasse sede universitaria. Una piccola storia d’Italia attraverso il Novecento si dispiega così intorno alla mostra, dall’educazione femminile d’inizio secolo alle trasformazioni industriali e commerciali degli spazi urbani dopo la guerra fino alla riappropriazione intellettuale e formativa di quegli stessi spazi da parte dell’Università contemporanea.

Gli oggetti culturali non sono solo strumenti di diffusione della cultura, ma protagonisti essi stessi della cultura, in quanto portatori e costruttori di significato: tanto in chiave simbolica quanto in termini qualitativi (cioè per come sono fatti: forme, colori, disegno e sistemazione). Si tratta quindi, dopo gli studi di Pierre Bourdieu, Arjur Appadurai e Bruno Latour, di capire quanto mostre come questa aiutino non tanto a completare il ritratto di uno scrittore, ma a immettere il suo significato dentro una storia che è fatta anche, se non soprattutto, di circolazione e diffusione materiale. Pirandello diventa un libro, l’uomo si fa oggetto, e la vita materia, secondo quella che era una delle sue ossessioni più costanti e produttive:
Nessun nome. Nessun ricordo oggi del nome di jeri; del nome d’oggi, domani. Se il nome è la cosa; se un nome è in noi il concetto d’ogni cosa posta fuori di noi; e senza nome non si ha il concetto, e la cosa resta in noi come cieca, non distinta e non definita; ebbene, questo che portai tra gli uomini ciascuno lo incida, epigrafe funeraria, sulla fronte di quella immagine con cui gli apparvi, e la lasci in pace non ne parli più. Non è altro che questo, epigrafe funeraria, un nome. Conviene ai morti. A chi ha concluso. Io sono vivo e non concludo. La vita non conclude. E non sa di nomi, la vita. Quest’albero, respiro trèmulo di foglie nuove. Sono quest’albero. Albero, nuvola; domani libro o vento: il libro che leggo, il vento che bevo. Tutto fuori, vagabondo.
(Luigi Pirandello, Uno, nessuno e centomila, libro VIII, cap. 4 Non conclude; corsivo nostro)
Se questa corporeità sia anche segno, toccherà a noi decrittarlo: consapevoli del fatto che la letteratura, i suoi supporti fisici e il suo contesto materiale non possono più essere visti come universi separati, ma sono uno stesso mondo, fatto di cose e di idee, di parole e di persone, di fatti, immagini e oggetti insieme con le astrazioni, i concetti e le interpretazioni.