di Umberto Fiori
[È da poco uscito per Marcos y Marcos il nuovo libro di poesia di Umberto Fiori, Il Conoscente. Ne presento alcuni testi].
4.
Scatta un lucchetto.
Sulla parete di roccia
singulta un neon.
Si illumina una grotta
odorosa di muffa,
ingombra fino al soffitto
di casse e scatole.
Su ognuna, un’etichetta
con un nome – lo stesso nome – e una data.
Me ne aprono una: dentro c’è come
un golf di lana d’angora. O uno scampolo
di pelliccia, irto, scuro. Lo prendo in mano
e mi si disfa. È la matassa di riccioli
che il parrucchiere ammassa con la scopa
sul pavimento.
Ne apro un’altra: lo stesso. Poi una cassa
più chiara. “Prova a toccare” mi dice quello
che mi ha portato lì. “O hai paura?”
Apro, tocco. Le dita adesso affondano
in un mare di spine.
Impallidisco. Lui
ha un’aria divertita. Lo guardo
senza riuscire a chiedere niente.
……………………………………………..“Sono
del padrone di casa”.
“Unghie, capelli, suoi?”, “A milioni.
Li conserva. Li tiene chiusi qui
da una vita”.
5.
Quante volte per strada,
oppure a letto, in piena notte,
da sotto il mondo
risale a visitarmi
la collezione,
il tesoro.
Risento l’odore di funghi
salire dai cartoni,
il mare di unghie crocchiare
tra le dita. (Risate, ammiccamenti.
E poi le spiegazioni
viscide, sorridenti,
che danno e tolgono il segreto.)
E come fosse adesso rivedo
le occhiate astute di quello
che mi guidava lì dentro.
Non un amico, no: uno così
È già tanto se è amico di se stesso.
Diciamo un conoscente, nel senso
che lui mi conosceva (io
solo più tardi l’ho riconosciuto.
O forse mai).
Il suo primo saluto
l’ho ancora in mente.
30.
(Io penso a un paese lontano,
ai vicoli di notte, a una piazza, al rombo
di voci che a una svolta, chissà da dove,
si alza sopra i tetti e le ombre, penso
al muro di fiati che avanza
nella mia testa spalancata
come sul mare il fronte di una tempesta.
Risento la danza tenuta, il verso selvaggio,
potente, puro:
un grido di dolore e desiderio,
di guerra e di nostalgia.
Come un ramo di mirto, o di lentischio,
ai margini di un incendio, sente il suo legno
di colpo, per simpatia,
accendersi, e fischiare, così il mio spirito
riconosceva il contegno di quei respiri,
si infiammava di loro.
Essere un coro, sì.
Non questa voce sola.
Essere torma, stuolo, compagnia.
Essere l’onda che si alza e frana,
non questa faccia pallida, nuda, mia,
nata per confessare,
per rispondere.)
61.
Vicoli, case di pietra
e di alluminio. Manifesti funebri.
Fumo di legna. Menta.
Il Conoscente rallenta,
trova un parcheggio proprio sotto la chiesa,
nella piazza centrale, in discesa.
Bar Sport. Caffè Ottolina.
Le tendine di plastica
crocchiano. Odore di caffè e bianchini,
di lisoformio e segatura.
“Non c’è di allarmi, non c’è di cancellate,
filo spinato, porte blindate, muri,
non c’è di grate, fossati, cani da guardia!
Non c’è di polizia!
state sicuri: prima o poi arrivano.
Oggi da te, da lui,
domani a casa mia, quando fa buio,
come scimmie, su su per la grondaia,
arrivano gli zingari.
Anche ubriachi,
conoscono la via, sanno la casa,
il garage, i balconi, sanno bene
dove e come passare.
Sanno morte e miracoli, gli zingari!
Uno aprirà i cassetti, troverà
le foto di tua moglie
e le farà vedere al suo compare.
Lui riderà
con in mano una scarpa, un calendario.
Sono sempre lì a ridere, gli zingari.
Ma il peggio verrà dopo, lo so io:
quando vedranno che lì non c’è niente
che valga quattro soldi. Allora – addio!
Butteranno per aria tutto: armadi,
tovaglioli, centrini, soprammobili.
Cagheranno sul tavolo, gli zingari.
Prima o poi, cari miei,
li avremo qui.
Vedranno cosa c’è dietro le porte,
le sbarre, le pareti. Ci frugheranno
l’anima, sputeranno
dentro i nostri segreti. Io li sento
già ridere, gli zingari!”
116.
Affacciati sul vuoto sputafuoco
i cantori dell’Ente si sporgevano
a mitragliare foto.
Dentro il fruscio frenetico degli scatti
il terremoto russava sempre più fioco.
Ratti e grilli, tra i sassi del crinale
e le valli di cenere, si consultavano.
Seduto su un lastrone, sotto il volo
dei lapilli, Mariano
reggeva tra le mani
il suo testone di cinghiale. “Hai visto?”
mi ha chiesto. “Visto cosa?” “Ma Dio,
secondo te,
esiste o non esiste?”
……………………………..Il ronzio
del vulcano friggeva dentro le scarpe.
Secondo me.
…………………… “Non esiste” ho risposto io
guardando l’ora.
La suora si è accostata. “Lei quindi,
signor Fiore, non crede?”
(Mariano brontolava, tutto da solo:
“Schifo, schifo, schifo…”) La mia opinione
era come un fiammifero
acceso dentro il cratere. “Vede, sorella,
non è questione
di credere o non credere…”
“Oh bella! Che cos’è questione, allora?”
ride la suora. Rido con lei. “Dio è”
dichiaro, dando un altro morso al sandwich.
“Siamo noi, poveracci, che esistiamo,
che stiamo fuori, qua,
che siamo al mondo, all’aria, al panorama,
ai discorsi, ai minuti; siamo noi”
che ce ne stiamo sparsi
qui uno, l’altro lì, scompagnati,
seduti, in piedi. È a noi
che si fatica a credere.
[Foto di Rodney Smith].
Funzionano i commenti?
Direi di sì