di Sergio La Chiusa
[Esce oggi per Italo Svevo Edizioni Il dormitorio, il nuovo romanzo di Sergio La Chiusa. Ne proponiamo le prime pagine].
L’INCUBO
Sono trascorsi trent’anni ormai, ma lo stesso incubo continua a trovarmi impreparato, e sempre mi lascia sgomento per il suo carattere assurdo, arbitrario e tuttavia inoppugnabile. Si presenta ogni volta con nuove varianti. L’altra notte, per esempio, mi sono visto proiettato nell’avvenire, una sera d’estate, afosa e ronzante di mosche, e io, pensionato di settant’anni, raggiunto lo scopo di tanti anni di lavoro subordinato, e cioè vaste giornate senza padroni, senza orari e cartellini da timbrare, stavo pacificamente steso sul divano, tutto preso dalla lettura di un romanzo. E d’un tratto, ecco l’imponderabile irrompere sulla scena della vita e rimettere tutto in discussione: un cigolio sinistro di porta, e proprio mentre mi sto raffigurando il Professor Pimko, che immagino pedante e dai modi untuosi, insinuarsi nella camera da letto di Witold per riportarlo a scuola, lui, maturo trentenne tra quindicenni dalle facce deformate dalla ridarella e dai foruncoli, tutt’intenti a nascondere caccole sotto le sedie e lanciarsi palline di carta dai banchi, stacco gli occhi dal libro e dietro la lampada e le mosche che girano istupidite intorno alla luce vedo due personaggi equivoci, che hanno tutta l’aria della classica coppia truffaldina da romanzo, l’impostore e il portaborse, che sta lì solo per ribadire le parole dell’altro: sono vestiti da carabinieri e non sembrano per nulla sorpresi di trovarsi davanti un pensionato in mutande e canottiera, la testa incredula sollevata dalle pagine di Gombrowicz, che loro certo non hanno mai sentito nominare. Sembrano ben informati sul mio conto, invece. Infatti mi chiamano per nome e cognome, e per di più specificando luogo e data di nascita e segni particolari: nessuno. «Presente!», rispondo già prevedendo il peggio. «Bene, si rallegri, è convocato per la visita di leva, così potrà finalmente entrare nell’età adulta e dare il suo contributo allo Stato». «Lo Stato», ripete l’altro. «E perciò», riprende il primo, «per dare il suo contributo, s’intende, dovrà imparare tante cose nuove e interessanti, come rifare il letto, pulire i cessi, tirare a lucido gli scarponi e, soprattutto, stare a schiena dritta e obbedire, perché l’obbedienza dei molti è la benzina che muove il motore del mondo, e quindi cominci col sollevare il culo dal divano e ci segua!». «Ci segua!», ripete l’altro… E io non so che fare: protestare? impuntarmi? cercare scappatoie? dichiarare, per esempio, che il servizio militare l’ho svolto mezzo secolo fa e che nel frattempo la leva obbligatoria è stata pure abolita? Tutto inutile. È stata ripristinata, m’informano. Per via del pericolo rosso. E a loro non risulta che io abbia assolto gli obblighi di leva. Tirano fuori dalla borsa dei vecchi fascicoli rilegati, tutti impolverati e regolarmente ingialliti, e mi mostrano le liste di leva risalenti ai tardi anni Ottanta, nelle quali, accanto al mio cognome, manca in effetti il timbro del distretto militare: «Vede?», mi dicono indicando tra tanti timbri lo spazio vuoto, su cui proprio in quel momento si posa una mosca e ci si frega sopra le zampe. «Vede anche lei! Non c’inventiamo nulla, noi!». «Ma ho settant’anni», protesto. «Vi porto le prove», insisto, e con una mossa che presumo decisiva mi precipito in camera e frugo nei cassetti in cerca del foglio di congedo, e dato che non lo trovo prendo la carta d’identità e torno in soggiorno. La cosa però sembra irritarli, come se cercassi di corromperli e invece del documento volessi proporgli una bustarella. Nemmeno lo prendono in mano. «Poche storie! Chi vuole impressionare con quella roba?», e non serve a nulla che m’ostini, che lamenti reumatismi, sciatalgie e svariati dolori articolari, e che in un estremo slancio di fiducia istituzionale arrivi perfino a tirarmi su la canottiera per mostrare la tipica pancia da pensionato, disseminata d’angiomi, cheratosi e altri inequivocabili segni del tempo. La pancia! Guardate la pancia! Niente da fare! Non riesco a impressionarli. «Che vuole che sia un po’ di pancetta! La rimettiamo in forma noi!», dicono, e dandomi le spalle s’avviano incorruttibili verso la porta… Ma come? Mi sto finalmente godendo la pensione e questi mi riportano indietro di cinquant’anni! Invecchiato però! E senza poter dire la mia! Evidentemente laggiù, nelle amministrazioni infere, hanno concluso che con un tipo di poco conto come il sottoscritto, senza amicizie nelle alte sfere, non vale nemmeno la pena di trattare. Inutile sprecare le competenze di persuasori esperti, alla Mefisto… Mefisto. Magari. Il buon vecchio diavolo d’altri tempi m’avrebbe proposto un contratto regolare, rosso su bianco. Un tipo a posto, Mefisto. Se la prenda pure, l’anima, che tanto non è nemmeno quotata in borsa e anzi non vale più nulla, avrei pensato, immaginando che il diavolo ignorasse i nuovi valori di mercato e in cambio della svalutata anima, concessagli subito, senza discutere, m’avrebbe riportato dritto all’adolescenza con tutti i suoi pruriti intatti, le sue voglie, le sue ansie, le sue eruzioni cutanee, le sue erezioni pressanti e imperiture, e le sue passioni improvvise e transitorie, per la prima che passa. E se invece il vecchio fosse stato aggiornato sull’andamento dei mercati e il prezzo dell’adolescenza troppo alto per il misero valore di scambio dell’anima, m’avrebbe perlomeno trascinato in un viaggio tra le illusioni a basso costo del cinema, in sale tenebrose dove lui, satanico proiezionista, avrebbe lasciato scorrere davanti ai miei occhi vite inventate, in cui rimbambinirmi e perdermi; e nella peggiore delle ipotesi, se malauguratamente tutti i cinema fossero stati chiusi per prosciugamento generale della fantasia, m’avrebbe portato in uno dei suoi tanti centri di medicina estetica e affidato alle cure di chirurghi plastici ed estetiste, i quali, tra lifting, liposuzioni, peeling, creme, ciprie e belletti, m’avrebbero messo su, come una crosta, una maschera di giovinezza, e in capo un bel parrucchino di capelli neri, finti… Macché! Hanno mandato a prendermi questi due carabinieri da commedia. Una caduta a piombo nel ridicolo. Possibile? Non sarà il risultato delle mie letture? Il morbo di Gombrowicz che mi s’è insinuato nel cervello? Troppa immaginazione. Troppi romanzi. Normale vedere forme strane agitarsi nell’appartamento… E se fosse uno scherzo? Ma sì, uno scherzo, mi dico, una trovata goliardica: sei tutto agitato come se fossero venuti a prenderti per portarti al fronte, e invece vedrai che sul pianerottolo, sbucati dall’ombra in cui s’erano proditoriamente acquattati, ti si pareranno davanti gli artiglieri del 3° ’88, mattacchioni impenitenti radunatisi per il cinquantesimo anniversario del congedo, e ti guarderai intorno stordito dal concerto di trombette e nacchere dei compagni d’un tempo, che sono venuti a stanarti per batterti la stecca con dita artritiche e sembrano essersi messi sulle facce stravaganti maschere da vecchi decrepiti: un Lamanna trasformato in un trippone dal respiro asmatico; un Tagliavini dalla testa pelata, tutta bitorzoli, e dagli occhi liquidi, da alcolizzato; un Lomartire gobbo e raggrinzito che sospinge un Tarantola in sedia a rotelle, la mascella sbilenca, squilibrata da un’ischemia che sembra immortalare il suo stato d’animo in un ghigno… Preparato insomma a ricevere una scarica di cameratesche manate sulle spalle e a vedermi circondato dai miei diversamente giovani commilitoni, estratti dalle paludi del tempo e assemblati alla meglio per l’occasione, mi rassegno a seguire i finti carabinieri. Non mi vesto nemmeno. Tanto mi danno tutto loro, penso già cadendo nell’inganno. «Non si preoccupi per i vestiti!», confermano, come se mi leggessero nel pensiero. Sul pianerottolo però nessuna traccia di commilitoni. Niente. Nessun Lamanna. Nessun Lomartire. Nessun Tarantola in sedia a rotelle. Nessuna pacca sulle spalle. Nessuna risata. Nessuna stecca. Sono presenti invece vari condomini, che evidentemente hanno sentito i carabinieri e sono usciti a curiosare, e tra loro, in prima fila, pure il mio defunto padre, spuntato non si sa da dove, e peraltro molto più giovane di me, cosa che mi irrita, e tutt’agitato e premuroso: «Vai, su, razza di smidollato! E tieni la schiena dritta! Non farci fare brutta figura!», mi sollecita papà, e mentre mi sollecita mi pare d’intravedere alle sue spalle pure la mia defunta madre, nella stessa ombra che le competeva in vita, e ancora più minuta, tanto che in verità vedo solo la camicia stirata appesa alla gruccia, che cerca di farmi notare, e la riconosco più che altro dalla voce, apprensiva e imbarazzata: «La camicia bianca», dice, «metti la camicia bianca», e subito sento il mio buon padre che la riprende: «Lascia stare la camicia, vecchia scema! Deve andare in trincea, il ragazzo! A combattere per la patria! Che se ne fa della camicia della domenica!», e lei si ritrae, scompare insieme alla camicia, e mentre percorro il breve tratto di corridoio in pantofole, mutande e canottiera tra due pubblici ufficiali, mi pare di sentire gli occhi di tutti, e di mio padre in particolare, scortarmi per le scale, fino al portone.