di Maria Teresa Carbone
Scomparse da decenni le vecchie terze pagine, caduto nel dimenticatoio l’esperimento di Repubblica che al suo esordio, nel 1976, pose le pagine culturali al centro del giornale, oggi nei quotidiani italiani tutto quello che ha a che fare con la cultura si trova quasi sempre in uno spazio “altro” che, a seconda della prospettiva, possiamo considerare privilegiato o marginale: il supplemento del fine settimana. Così, dopo le conversazioni con Gianluigi Simonetti e con Ilaria Feole, alla terza tappa di questa ricognizione nel territorio del giornalismo culturale italiano, a rispondere alle domande è Francesca Borrelli che da anni coordina insieme a Roberto Andreotti e a Federico De Melis Alias, l’inserto domenicale del manifesto e che nel 2014 ha raccolto in un volume edito da Quodlibet, Maestri di finzione, alcune fra le interviste più importanti da lei realizzate appunto per il manifesto (tra i suoi interlocutori, Anna Maria Ortese, José Saramago, Alain Robbe-Grillet, Susan Sontag, Don DeLillo, Javier Marías, Orhan Pamuk, Emmanuel Carrère).
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Partiamo dal lavoro quotidiano, quello su cui si basa Alias domenicale. Secondo quale criterio scegli i libri che verranno proposti? Più precisamente: come ti organizzi rispetto alla enorme quantità di titoli che escono? Hai consulenti magari informali che ti aiutano? Quanto contano gli uffici stampa nelle vostre scelte? Hai altre fonti di informazione?
Per quanto riguarda i titoli di finzione, il criterio con il quale scelgo i libri da far recensire, o da recensire io stessa, risponde in modo prioritario al loro interesse da un punto di vista letterario. Sappiamo bene che ciò di cui si parla nei vari libri potrebbe essere svolto egregiamente da altri generi, da telenovelas o da serie tv, o da pubblicità articolate, ragione per la quale trovo sempre molto irritanti le proposte di recensione che a volte gli uffici stampa ci fanno sulla base del fatto che, essendo Alias il supplemento libri di un giornale noto per la sua connotazione politica, considerano ovvio il nostro interesse per contenuti politici o militanti o, peggio, che riguardano i dannati della terra. Quello che invece ci sta a cuore, e che è un po’ anche ciò che ci si aspetta da noi, è portare a galla titoli di autori poco noti pubblicati da editori che non hanno i mezzi per circondarli di un battage sufficiente ad assicurare loro una certa audience. Ma, per la verità, tutti i supplementi libri sono ormai diventati bravissimi nell’esercitare questo lavoro di scouting, ammesso che sia ancora lecito parlare in questi termini. Da quando il rapporto tra l’autore e l’editore, e fra l’editore e il pubblico dei lettori, non è più un rapporto diretto bensì fortissimamente mediato dalla figura degli agenti, anche il nostro lavoro di critici è a sua volta interferito, nel bene e nel male: la pretesa di scoprire qualcosa di nascosto corrisponde a un’idea ormai trascorsa di editoria, e direi che la nostra bravura si limita semmai al reagire alla pubblicazione di titoli dimenticati, ripescati dai cataloghi di editori che li avevano abbandonati.
Le ricadute delle mediazioni editoriali finalizzate all’allestimento di un successo sono molteplici, e anche il nostro lavoro – dal momento che tutti i titoli ci vengono prontamente magnificati – esige più malizia ed è al tempo stesso meno meritorio. Per quanto riguarda la mia esperienza, gli uffici stampa funzionano tanto meglio quanto più sono sobri nelle loro segnalazioni e fanno a meno di accompagnarle con aggettivazioni ridondanti, che finiscono per azzerare qualunque gerarchia tra i diversi titoli, presentandoli tutti come novità imperdibili di autori irrinunciabili.
La retorica che accompagna la presentazione dei titoli è semplicemente controproducente, mentre a volte risultano utili le rassegne internazionali, che sono forse la nostra fonte prioritaria di informazione per quanto riguarda, almeno, i titoli stranieri.
Quali tratti caratterizzano Alias/domenica rispetto ai supplementi culturali di altre testate (La Lettura, il Domenicale del Sole eccetera)? Potresti tracciare un identikit dei vostri lettori? Rispetto a dieci o vent’anni fa ti pare che Alias sia cambiato (penso per esempio alla lunghezza degli articoli)?
Forse un dato che ci differenzia da altri supplementi riguarda la sintonizzazione con il mercato: nello scorrere le classifiche dei libri più venduti, molto raramente, diciamo pure quasi mai, vi si trovano i titoli che Alias propone. A fare da cassa di risonanza dei libri prevedibilmente di successo ci sono testate più brave di noi, semplicemente perché credono di più, evidentemente, in ciò che si intona allo spirito del tempo. Inoltre, i nostri articoli sono abbastanza lunghi, spesso critici, nei casi più virtuosi sono il frutto di un close reading piuttosto puntuale, per quanto stretto nella misura di un supplemento libri. Dunque, la loro funzione è al tempo stesso di segnalazione ma anche di analisi, e non tanto dei contenuti, quanto delle strategie con cui si organizzano questi contenuti. Fin qui i propositi, sebbene non sempre, ovviamente, il risultato sia conforme. Ma può dire qualcosa, intanto, il fatto che Alias richieda microsaggi critici, e non accattivanti resoconti del contenuto di un libro.
Per quanto riguarda i saggi, il discorso si fa sempre più difficile, dal momento che sembra molto in auge un genere che noi non prendiamo in considerazione, ovvero le trattazioni trasversali di un determinato tema (che so, l’albero nella storia dell’umanità, il racconto spirituale nella storia della letteratura, e così via) la cui pretesa di omnia circumspicere, almeno per quel che riguarda il tema prescelto, si traduce in inevitabile superficialità. Men che mai prendiamo in considerazione le biografie romanzate. Restiamo ancorati al genere saggistico che offre un punto di vista inedito su argomenti specifici, proprio in ragione di una approfondita frequentazione della materia trattata: sono saggi che prevedono lettori strumentati, come del resto sono, a me pare, i lettori di Alias, forse come noi affezionati ai caratteri novecenteschi più che a quelli del nuovo millennio, poco sintonizzati sull’impronta al tempo stesso veloce e pubblicitaria che ha la trasmissione culturale affidata ai social. Non se ne può prescindere, ovviamente, a meno di voler prescindere dal proprio tempo, ma non perciò è necessario accodarsi. Mi sembra particolarmente interessante l’esperimento appena inaugurato della rivista online, a pagamento, Snaporaz, ideata da Gianluigi Simonetti e da Filippo D’Angelo. Non credo tuttavia che questa idea vada interpretata come una sintonizzazione maggiore con il mezzo online, bensì come la presa d’atto della impossibilità di diffondere le riviste, dal momento che nessuna libreria le tiene più.
Tra le peculiarità di Alias mi sembra ci sia anche la cura riservata alle immagini, un lavoro nel quale i due altri curatori, Federico De Melis e Roberto Andreotti sono molto più bravi di me, e che richiede di cercare una qualche coerenza tra testo e immagine: perciò, scegliamo tendenzialmente artisti della stessa generazione e nazionalità dell’autore recensito; ma volte, invece, si rende necessario uno sforzo interpretativo, altrimenti essere didascalici si risolverebbe nell’essere scontati.
Non sono in grado di tracciare un identikit dei nostri lettori, ma pensando ai pochi che conosco mi pare siano connotati da una curiosità che va oltre la superficie del libro: non mettono in primo piano ciò di cui si parla nel testo ma il come. Probabilmente, molti di loro sono insegnanti delle superiori, o docenti universitari, ma ci sono anche tante persone curiose che intendono informarsi su ciò che offre loro il mercato librario, e che si aspettano una selezione a prescindere dal successo di vendite.
Non mi pare che Alias sia cambiato rispetto ai passati dieci o vent’anni, e non so se questo sia un bene, ma lo è per noi che lo facciamo: è una prova di resistenza… speriamo senza resa. Di fatto, l’unica strategia per indagare un libro passa per il leggerlo a fondo, e non mi pare che l’avvento dei social o altri cambiamenti di politiche editoriali abbiano segnalato un modo diverso di ingoiarli.
Come avviene la scelta dei collaboratori? Sei tu a suggerire i libri che verranno recensiti o accogli le proposte che ricevi? Al di là della committenza ti confronti con i collaboratori su quello che succede nel mondo dell’editoria? E come descriveresti il processo di editing dei pezzi?
La scelta dei collaboratori è forse il campo nel quale un tentativo, a volte riuscito, di scouting si rende ancora praticabile e secondo me augurabile. Il criterio preliminare riguarda la competenza sugli argomenti da trattare. Nel corso del tempo mi sono costruita una agenda che ha pescato i suoi nomi dalle prefazioni e dalle curatele, lette di volta in volta mentre cercavo chi avesse lavorato a un determinato autore. Ma questa stessa agenda include anche giovani studiosi, che a suo tempo mi vennero, o più raramente mi vengono, suggeriti da studiosi che stimo. Faccio un esempio: alcuni tra gli ex allievi di Remo Ceserani e di Mario Lavagetto che, dietro loro indicazione, ho avuto nel tempo la fortuna di conoscere, sono tra i nostri migliori collaboratori e hanno incominciato a scrivere per noi quando erano veramente molto giovani. Così, si è andata formando nel tempo una cerchia di persone particolarmente ferrate in determinate discipline, e perciò l’associazione fra i titoli che i bollettini editoriali offrono e i loro nomi è diventata ricorrente. Siamo noi a commissionare i pezzi, certamente, molto di rado accogliamo le proposte che ci vengono fatte. Non è difficile capire quali fra queste proposte sono dettate da una benvenuta curiosità personale e quali da contiguità con gli autori dei libri stessi: non a caso abbiamo tanta difficoltà a dare una giusta rappresentazione della narrativa contemporanea italiana, perché non facciamo intervenire gli scrittori su altri scrittori più o meno della loro generazione, questo ovviamente per evitare scambi di favori o giudizi compromessi da qualche forma di vicinanza. Restano candidabili i cosiddetti critici “puri” che sono sempre meno e che, comunque, anche loro non sono esenti da scambi di cortesia.
E certo, a volte mi confronto con gli specialisti delle diverse discipline su quel che esce nell’editoria, perché si presuppone che conoscano già le versioni originali dei diversi libri, più di me hanno presente se si tratta di riedizioni o se si tratta di novità, e meglio di me hanno presente se si tratta di nuove traduzioni e vale la pena parlarne o se si tratta di ricicli dagli abissi dei cassetti.
Quanto all’editing, è l’esercizio che a me personalmente sta più a cuore, perché credo sia la tessitura media di un prodotto editoriale a stabilirne la qualità, più che i suoi vertici o le sue eccellenze. L’editing è il grande negletto dell’industria culturale: nelle case editrici questo si rende lampante, nei giornali meno, comunque resta un lavoro a mio parere importantissimo perché in grado non soltanto di rendere leggibile quel che non lo sarebbe, ma anche di dare valore a testi che da un punto di vista concettuale sono pieni di buone idee e solidamente argomentati, ma da un punto di vista formale sono a volte trascurati, altre volte patentemente improbabili. Un buon lavoro di editing può rendere eccellente un pezzo a malapena fruibile, anche se certamente quel che non può fare è introdurre idee che non ci sono o rendere stringente una logica traballante.
Su Alias escono quasi esclusivamente recensioni di libri. Facendo riferimento anche agli altri supplementi, ti pare che la forma-recensione sia cambiata negli ultimi dieci-quindici anni (diciamo: dall’avvento dei social)? E in generale, secondo te in cosa consiste una buona recensione? Perché si leggono così poche recensioni negative? È vero che di un libro brutto è meglio non parlare?
Sì, su Alias escono quasi solo recensioni di libri, e più raramente interviste, quando si incontrano autori ai quali vale la pena dare la parola. Per seguire i cosiddetti “eventi” culturali ci sono le pagine quotidiane del giornale; noi non vogliamo scantonare dal rendere conto dei libri, proprio perché oggi lo si fa sempre meno. Non saprei essere più puntuale circa la confezione di una buona recensione di quanto lo è stato a suo tempo Cesare Cases sull’”Indice”, mentre per quanto riguarda la scrittura penso che le Norme per la redazione di un testo radiofonico di Carlo Emilio Gadda, estendibili in realtà a qualunque tipo di testo, siano intramontabili: andrebbero mandate a memoria e introiettate da tutti coloro che scrivono.
Sicuramente la forma recensione che si legge abitualmente è cambiata negli ultimi dieci-quindici anni, e somiglia sempre di più, mi pare, a una sorta di presentazione delle buone ragioni per le quali comprare e leggere un libro. A me pare che ci sia un malinteso affiancamento dei recensori alle case editrici mentre i due lavori dovrebbero essere tenuti adeguatamente distinti. Che gli editori facciano di tutto per guadagnare ai loro libri delle buone recensioni è comprensibile, ma che i critici abdichino alla loro funzione è una forma di rinuncia che mina la loro credibilità. Detto questo, non ha senso secondo me occupare spazio per stroncare un libro mal riuscito, che non alimentava particolari promesse: lo si può tranquillamente lasciare nel dimenticatoio, mentre ha senso leggere criticamente libri magnificati, pompati dalle case editrici, cui si prepara una grande audience, libri dai quali ci si aspetterebbe qualcosa, che di fatto non danno. Non penso tanto ai successi di vendite, dei quali in genere non ci occupiamo, penso soprattutto a quelle ghiottonerie editoriali che alla prova dei fatti, ossia di una lettura smaliziata quanto basta, si rivelano dei banali solleticatori delle velleità culturali in dotazione al lettore desideroso di frequentare i piani alti della produzione editoriale.
A proposito dei social, li segui? Su Facebook capita spesso che i libri siano oggetto di dibattito: secondo te questi scambi possono rientrare nell’ambito del giornalismo culturale? In generale l’avvento dei social ha avuto un’influenza sul modo in cui viene proposta l’informazione culturale? E i festival letterari?
Non seguo i social, né i dibattiti sui libri che ci sono su Facebook, mi sembrano un fenomeno più o meno dello stesso genere dei diffusissimi gruppi di lettura, che rispondono alla benemerita esigenza di discutere su qualcosa che ha occupato il proprio tempo, evidentemente in maniera soddisfacente, o a volte frustrante, e che si ha piacere a condividere. La natura di questi scambi è quasi sempre impressionistica, e la mia curiosità non è tale dalle farmene conquistare.
Chiudo con due domande che ho rivolto con le stesse parole anche a Gianluigi Simonetti. La prima: secondo te qual è (se c’è) il punto di equilibrio fra il lavoro giornalistico, che esclude lo specialismo, e il lavoro culturale che in buona misura lo impone?
Non saprei descrivere il punto di equilibrio fra il lavoro giornalistico e il lavoro culturale, penso che entrambi possono vantaggiosamente oscillare verso l’una o l’altra sponda, come spesso avviene nei paesi anglosassoni, senza perciò tradire le aspettative che legittimamente forniscono. Mi sembra che se c’è una preoccupazione oggi – sia da parte delle case editrici, che con ciò hanno abdicato al proprio ruolo, sia da parte dei giornali, che non perciò guadagnano più lettori – è sempre quella di ridurre a formule entrate a far parte del senso comune la complessità dei problemi da affrontare e da esporre, semplificando non sempre a favore di una maggiore comprensibilità. Il vero problema riguarda, mi pare, sia per quel che concerne le pubblicazioni più “scientifiche” sia per quel che compete alle pubblicazioni più “giornalistiche”, la qualità della scrittura, e prima ancora l’investimento che nella scrittura si fa, evidentemente considerata un ingombrante viatico del sapere, e molto raramente invece un oggetto di investimento in sé.
Ed ecco la seconda: al ministro della cultura, Gennaro Sangiuliano, è stato affidato da Giorgia Meloni il compito di ribaltare l’egemonia culturale della sinistra. Nella tua esperienza oggi questa egemonia esiste ancora? Ammesso sia così, cosa possiamo immaginare si farà per smantellarla? Cosa si può fare per contrastare questo tentativo?
Ammesso che abbia ancora senso parlare di sinistra e di destra come si faceva una volta, e ammesso che esista ancora una sinistra rispondente ai requisiti che noi evochiamo nominandola (ciò che ovviamente non si dà) allora sì, penso che in linea ipotetica esista ancora, non dico una egemonia, che mi sembra una parola purtroppo inadeguata a descrivere i risultati di quanto abbiamo intorno, ma insomma una qualche forma di prevalenza della sinistra nella trasmissione del sapere. E questo semplicemente perché la cosiddetta destra si è fatta un vanto del disinvestimento nell’istruzione, ciò che infatti ha portato a una sempre maggiore emersione della natura umana non addomesticata, altrimenti detto della natura bestiale dell’animale umano. A mio parere non esiste oggi qualcosa di molto diverso da quanto esisteva ieri per contrastare questo stato dell’arte. Se l’investimento nell’istruzione non torna ad essere una priorità, se l’arruolamento del corpo docente non avviene in ragione del sapere che è in grado di trasmettere, e se dunque dalle scuole superiori prima e dalle università poi non escono persone in grado di partecipare alla vita culturale, sia come protagonisti che come fruitori, allora è la materia prima dell’industria culturale a latitare ed è dunque del tutto illusorio pensare di scavalcare il problema affidandosi alla buona volontà di comunicare e di discutere dei social. Perché ciò che metteranno in circolo non è fatto della stessa pasta di ciò a cui tu alludevi.