di Maria Teresa Carbone

 

Tra il 9 dicembre 2022 e il 19 febbraio 2024 Le parole e le cose ha ospitato un ciclo di dieci interviste intitolato Il lavoro culturale. Ora queste conversazioni, aggiornate e affiancate da altre sei inedite, sono state raccolte in un libro, Il lavoro culturale. Domande e risposte, pubblicato dalla casa editrice della Uil, Arcadia. Si propone qui il dialogo con Jean-Baptiste Para, responsabile dal 1997 della storica rivista francese Europe, fondata nel 1923 da Romain Rolland, e inoltre curatore per le edizioni Cheyne della collana D’une voix l’autre, e lui stesso poeta. (mtc).

 

Anche con lei vorrei prendere avvio da quello che ha detto il critico e saggista Andrea Cortellessa in un altro di questi dialoghi: per lui la nozione di giornalismo culturale, e forse di giornalismo tout court, è superata, perché gli elementi che definivano il giornalismo (diffusione, periodicità, prezzo di vendita) sono scomparsi: ne parliamo ancora, ma è come la nave di Teseo, in apparenza identica a com’era, eppure composta di pezzi tutti diversi. Cosa ne dice, rispetto alla situazione francese?

 

In Francia un tempo c’erano settimanali o quindicinali come Les Nouvelles Littéraires, La Quinzaine Littéraire o Les Lettres Françaises, che trattavano di libri, e anche di arte, musica, cinema. Diverse generazioni, ed è stato pure il mio caso, si sono formate leggendo questi periodici, che erano al centro della vita intellettuale. E a leggerli non erano solo i lettori più colti; il pubblico che li seguiva, in modo più o meno regolare, era abbastanza ampio. E poi c’erano riviste letterarie, meno diffuse ma rilevanti, che si potevano leggere nelle biblioteche universitarie, in molte biblioteche civiche, nei centri francesi all’estero. Non avevano le tirature dei grandi media, ma erano un riferimento, un elemento indispensabile della vita culturale.

 

Quasi tutte queste pubblicazioni sono scomparse, in certi casi già dagli anni Settanta, ma qualcuna è rinata su Internet: per esempio, La Quinzaine Littéraire, animata per decenni da Maurice Nadeau, non c’è più, ma gli ex collaboratori hanno fatto un sito, En attendant Nadeau, che tratta di critica letteraria, di scienze umane, e di altri temi culturali. È un sito di buona qualità, ma non è la stessa cosa di quando i periodici si compravano in edicola. La pratica di un periodico a stampa e di un sito internet è completamente diversa: quando compri un giornale, o lo ricevi in abbonamento, hai fra le mani il lavoro di un collettivo che ha riunito diversi materiali., e te ne rendi conto bene, perché sta tutto in un unico oggetto, su un unico supporto. Su Internet, la lettura cambia: spesso le persone leggono un articolo che le interessa, ma perdono di vista l’insieme, la totalità organica.

 

Dico due parole sulla rivista di cui mi occupo, Europe. Ecco, uno degli aspetti più esaltanti del mio lavoro, la definirei quasi un’utopia, è che per ogni numero si costituisce un collettivo. Ovviamente il lettore legge la rivista nell’ordine che preferisce e può non leggere tutto, ma alla fine, anche se ha letto solo alcuni articoli, ha comunque la percezione che quei testi fanno parte di un insieme.

Per me una rivista culturale è come un bouquet giapponese, un ikebana. Non è un articolo più un articolo più un articolo, una somma di unità. Certo, c’è la singolarità di ogni contributo, ma c’è anche un’armonia che compone il tutto. E questa percezione mi pare stia andando perduta, purtroppo. Si perde di vista l’insieme del lavoro e il senso che può avere questo insieme, le prossimità. Una cosa che mi piace molto quando leggo vecchie riviste, per esempio, è vedere chi viaggiava con chi, chi era a bordo dello stesso treno, nello stesso vagone. Toh, c’era il tale, e pure tal altro. A volte gli accostamenti sono sorprendenti, ma è questo a dare il senso del lavoro. Oggi si legge un articolo qui, uno là, per lavoro o per curiosità personale, ma sempre con uno scopo un po’ utilitaristico, senza andare a vedere cosa c’è accanto. Siamo orfani della sorpresa, del processo di scoperta, dello sguardo sulle prossimità, proprio quello che un tempo formava una sorta di cosmo intellettuale. E quindi, per rispondere alla sua domanda, io non credo che ci sia nemmeno più la nave di Teseo, abbiamo davanti solo tavole di legno, pezzi di imbarcazione. La nave intera non la vediamo più, o sempre meno.

 

Pensa ci sia una contraddizione tra il lavoro giornalistico che esclude lo specialismo e il lavoro culturale che spesso lo richiede? Più precisamente, nella sua esperienza, come concilia la velocità della vita quotidiana con il tempo necessario per la riflessione?

 

È una domanda molto interessante, e di nuovo vorrei prendere spunto dal lavoro che facciamo a Europe, che esce con sette numeri l’anno, di cui alcuni doppi. In parte ci consideriamo slegati dall’attualità, se la vediamo come qualcosa di esterno da analizzare, di cui rendere conto ai lettori.  Se preparo un numero su Rilke, non dirò che è di attualità, anche se in un altro senso Rilke è sempre attuale, e quello che sto fornendo è un lavoro su cui potrò tornare ancora. Al tempo stesso, e pure questo è determinante nel definire l’identità di una rivista, abbiamo note di lettura che danno conto delle uscite editoriali in tutti i campi (poesia, narrativa, saggistica) e altre rubriche in cui cerchiamo di riflettere su creazioni recenti, spettacoli teatrali o film usciti in sala. Lì siamo più vicino alla definizione classica del giornalismo culturale, ma a noi preme soprattutto che in questo oggetto, in questa rivista, si incrocino temporalità diverse, come dire, in polifonia.

 

E poi, se decidiamo di dedicare un numero a Saffo, come abbiamo fatto di recente, per noi non è un’operazione museale: ci interessa capire in che modo i suoi testi incidono sul nostro presente, in che modo ci toccano ancora. C’è una frase enigmatica di Mandel’štam che mi piace molto, «Ieri non è ancora venuto», e io la interpreto così, che gli autori del passato non appartengono solo al passato, ma per il rapporto che intratteniamo con loro, sono più avanti sul nostro cammino, ci aspettano sulla strada che continueremo a percorrere. Per me tutto ciò che riguarda la cultura vive in temporalità diverse e simultanee: ci immergiamo in un tempo lontano nel passato, ma facendolo, esercitando la nostra attenzione, siamo pienamente inseriti nel presente, e nelle nostre analisi, nelle nuove percezioni che derivano dal nostro studio, è evidente che ci apriamo anche a una dimensione futura, a una dimensione della trasmissione.

 

Ma ora, a mio avviso, sta succedendo qualcosa di importante, legato al lavoro culturale e a come lo viviamo: credo che in modo quasi impercettibile abbiamo subito una mutazione antropologica proprio riguardo al tempo. Le faccio un esempio semplicissimo: fino a un periodo molto recente, la durata di vita degli strumenti era più lunga di quella degli uomini. Questo significa che anche persone non di cultura, adoperando un attrezzo, stringevano la mano invisibile di chi lo aveva usato prima e di chi lo avrebbe usato dopo. Anche in case modeste c’erano oggetti che venivano da lontano nel tempo: mio nonno, per dire, è morto nel letto in cui era nato. C’era una stratificazione, una profondità di prospettiva. Oggi il regime di temporalità non è più propriamente umano, la sua struttura è quella della finanza, della tecnologia, del commercio, che mirano ad accorciare i tempi sempre di più. Le transazioni finanziarie avvengono al nanosecondo, che dal punto di vista di un umano è quasi un’astrazione. Inoltre, la logica del commercio è sostitutiva, mentre quella della cultura è cumulativa. Mi spiego: se una certa marca di bevanda o di detersivo mette a punto una nuova formula, nel negozio troverete questa, e non la precedente, mentre in campo culturale e artistico Picasso non sostituisce Cézanne, si aggiunge a lui.

 

Ora, questa nuova logica rende molto difficile il giornalismo culturale, come si intendeva una volta. Quando leggevamo i giornali culturali su cui mi sono formato nella mia gioventù, spesso ritagliavamo gli articoli, li conservavamo, sentivamo che c’era qualcosa oltre il semplice oggi, ma ora siamo entrati in un sistema dove le cose non si legano alle cose, il tempo al tempo. Tutto è frantumato, dispersivo, effimero. Le do un esempio che rende bene quello che dico: un amico professore di liceo non chiede più ai suoi studenti di leggere un romanzo, poniamo, di Zola o di Balzac, perché ha visto che solo un terzo della classe è in grado di leggerlo. Per gli altri, un libro di trecento pagine è troppo lungo, sono incapaci di resistere nella durata. E c’è di peggio: avevano in programma Les fleurs du mal di Baudelaire, e fin lì nessun problema, perché studiavano un testo alla volta, ma quando il docente ha detto che dovevano sottolineare determinate parole sul libro, si sono rifiutati, hanno risposto che così non avrebbero potuto rivendere il volume alla fine dell’anno. Les fleurs du mal! Pensare che questi giovani studiano fino al baccalaureato e magari anche dopo, ma non sono disposti a conservare i libri importanti mi ha fatto capire fino a che punto si è compiuto il disastro.

 

Ha citato due volte Europe, la rivista di cui è caporedattore da quasi trent’anni. Me ne può dire di più? Com’è composta la redazione?

 

Se parlo della redazione, per prima cosa devo dire che sopravviviamo in condizioni economiche spaventose. Io continuo a lavorare su base volontaria, perché sono andato in pensione abbastanza giovane, e da sette anni mando avanti la rivista gratis. Se dovessi essere pagato, anche con uno stipendio minimo, non ci sarebbero i mezzi, abbiamo a stento quelli sufficienti per pagare una persona part time che si occupa della segreteria di redazione. Il fatto è che una quantità enorme di biblioteche civiche non si sono più abbonate, dicono che Europe sia meno richiesto di Paris Match. Ma sai che sorpresa! In questo modo hanno smesso di fare il loro lavoro. Io, la prima volta che ho visto la rivista, avevo undici anni: i miei genitori erano operai e non c’erano libri in casa, ma avevo scoperto l’esistenza delle biblioteche civiche, e prima sono andato nella sala dei bambini, ma a un certo punto mi sono detto: Bene, nella parte dei bambini ho letto tutto, andiamo a vedere cosa c’è dai grandi. Apro la porta della biblioteca per gli adulti, e cosa vedo per prima cosa? Le riviste! Les Temps Modernes, La Nouvelle Revue Française, Europe… Non è che le ho lette allora, ma già a quell’età ho capito cos’è una rivista, la differenza rispetto a un libro. E l’ho capito perché le riviste c’erano, qualcuno aveva pensato di mettermele a disposizione. Se non fosse stato così, non lo avrei saputo e la mia vita sarebbe cambiata almeno un po’. Ma ora questa possibilità non c’è più, le scelte si basano su un sillogismo perverso: Ecco, questa rivista è meno richiesta di Paris-Match, non la leggono in tanti, significa che è una rivista d’élite. Così, con un tratto di penna, in tutta Parigi, dove ci sono venti arrondissements, e per ciascuno due o tre biblioteche civiche, solo due hanno tenuto l’abbonamento a Europe. E con la presidenza di Sarkozy, e poi di Hollande, sono stati eliminati tutti gli abbonamenti dei centri culturali francesi all’estero.

 

È che da noi, la borghesia ha tradito. Storicamente, la borghesia francese, o almeno una sua parte, era un vettore di cultura, si interessava alla letteratura. Andavate da un avvocato, da un medico, da un notaio, e trovavate una biblioteca, il cui nucleo spesso era arrivato in eredità dagli antenati. Ora, andate a trovare qualcuno della nuova classe benestante: appartamento immenso, schermi giganti. Cercate i libri, non ce ne sono, nemmeno uno. E questo ha conseguenze fino agli strati più modesti della società. A casa mia, l’ho detto, di libri non ce n’erano. Mia madre faceva la domestica presso le famiglie borghesi. Mio padre era operaio, non si è mai davvero evoluto. Quando ho cominciato ad amare la lettura, a volte chiedevo di comprare un libro. Mio padre diceva: ma vuoi sempre spendere soldi, vuoi ancora dei libri, ne hai già uno. E mia madre mi difendeva, diceva: quelli da cui lavoro, non ne hanno uno, ne hanno tanti. Una donna delle pulizie che andava nelle case dei borghesi, a cosa associava l’idea di una vita migliore per i suoi figli? Al fatto che si istruissero. E che per questo servivano libri. Oggi non è più così.

 

Ma quali sono i vostri canali di vendita?

 

Dunque, ci sono gli abbonamenti. Adesso abbiamo un sito e lì le persone possono abbonarsi o anche acquistare singoli numeri della rivista. E un po’ di vendita si fa anche nelle librerie. Qualcuna c’è, che tiene ancora Europe, anche se molto meno di prima. Ma nella maggior parte dei casi in libreria si trova solo l’ultimo numero, al massimo gli ultimi due. Se vuoi quelli precedenti, li devi ordinare oppure, appunto, comprarli sul sito.

 

Tornando alla redazione, come vi organizzate? Ci sono riunioni collettive?

 

Il lavoro quotidiano, la cucina, se si può dire, poggia sulla redazione ristretta, ma due, tre volte all’anno teniamo degli incontri allargati, che servono per fare il punto sui progetti, per raccogliere idee e consigli, per sentire i commenti sugli ultimi numeri. Per ogni numero, tra gli autori dei testi che compongono i vari dossier, quelli che scrivono le note di lettura, i recensori e i traduttori, abbiamo una cinquantina di collaboratori, che possono cambiare da una volta all’altra. Ed è fantastico, noi cerchiamo di chiamare le persone più competenti sui vari temi, e ognuna può scrivere davvero in piena libertà, ma allo stesso tempo, si inserisce in un collettivo, e questa per me è la cosa più appassionante.

 

Secondo quali criteri scegliete i collaboratori? C’è una qualche forma di remunerazione?

 

Per i dossier, l’ho detto, cerchiamo di trovare le persone più competenti su quel dato argomento, in Francia e anche all’estero, che si tratti di Saffo o di William Carlos Williams. Ovviamente, le collaborazioni non sono remunerate, non abbiamo assolutamente più i mezzi. Un tempo, quando sono arrivato alla rivista, negli anni Ottanta, un gettone c’era, ma piccolo. Riusciamo però a pagare, sia pure in misura modestissima, gli autori delle cronache cinematografiche e teatrali. Io seguo le cose di arte, ma lo faccio gratis. Comunque questo non vale solo per noi, credo che nessuna rivista letteraria in Francia si possa permettere di pagare i collaboratori. O forse sì, la Revue des Deux Mondes, perché è proprietà di un uomo straordinariamente ricco. In generale, però, oggi le riviste non pagano più.

 

Ma in una situazione di questo tipo, quale può essere il ruolo di una rivista come Europe, rispetto allo spirito di quando è stata fondata da Romain Rolland più di un secolo fa?

 

Nel complesso io sono convinto che quello spirito non si sia perso, e in questo senso credo che il giorno in cui scompariremo, sarà una mancanza enorme. Allo stesso tempo, so benissimo che non abbiamo una forza d’impatto mediatica, e quindi non abbiamo nessuna influenza. O forse sì, un po’ negli ambienti intellettuali. Adesso, per esempio, in uno degli ultimi numeri, abbiamo dedicato per intero alla poesia palestinese la sezione intitolata Cahier de création, in cui pubblichiamo versi e narrativa di scrittori francesi o del mondo. Certo, è poca cosa rispetto alla tragedia che continua laggiù, ma è un modo di esprimere solidarietà e di mostrare che attraverso la poesia tutta l’umanità di un popolo si esprime. Quindi Europe ha mantenuto la sua dimensione politica, ma vorrei sottolineare che questa dimensione c’è, anche quando lavoriamo su un numero della rivista che non ha una connotazione esplicita: per me, oggi, fare un lavoro culturale serio, approfondito, di qualità, è un atto profondamente politico, perché si basa su un’idea, se vogliamo, di un essere umano che non è semplicemente ridotto al rango di consumatore, di qualcuno che si vede innanzitutto come cittadino.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *