di Anna Candeago
Scomparso nel 2022, Vitaliano Trevisan ci ha consegnato un’eredità letteraria di gran pregio, grazie alla sua capacità di far convivere temi sociali spesso scomodi con pagine di lucidissima introspezione. D’ispirazione dichiaratamente bernhardiana e, come il suo maestro, amante del flusso di coscienza e di una riflessività a tratti frenetica e ossessiva, è riuscito a delineare con voce caustica un ritratto fedele della società contemporanea, specialmente entro i confini del Veneto. Proprio l’intenso legame con il vissuto locale è uno degli aspetti che più lo rende riconoscibile: la sua letteratura è profondamente radicata nell’italianità e ancor più, appunto, nella venetitudine. Il rapporto conflittuale con i capi d’azienda (i ‘padroni’), la riflessione sulle problematiche relative all’estensione incontrollata delle zone industriali e delle periferie cittadine e la sfiducia nei confronti delle leggi e dei regolamenti che, per usare una sua espressione, “in Italia esistono e non esistono”, costituiscono il fil rouge che attraversa la sua produzione letteraria.
La cifra stilistica di Works, opera del 2016 che qui ci interessa, consiste nella commistione tra momenti di cinismo sferzante con altri dal taglio umoristico che consentono di toccare con mano l’esperienza quotidiana di strati sociali di rado raccontati. Si tratta di un memoir il cui tema portante è il lavoro: le innumerevoli e diversificate esperienze dell’autore ne offrono una trattazione assai sfaccettata, tanto che l’impressione che si ha leggendo è che parlare del lavoro sia sufficiente a descrivere un’intera esistenza. Non si fa cenno ad altro, se non raramente, lasciando intendere che la vita al di fuori del lavoro sia del tutto separata, come se si trattasse di due percorsi tra loro avulsi. Tuttavia lo sguardo dell’autore si estende ben oltre il racconto autobiografico: attraverso la dissertazione sulla trasformazione del Nord-Est, finisce per riflettere su fenomeni di portata ben più ampia, come l’industrializzazione, la gentrificazione delle città e il cambiamento del rapporto tra individuo e lavoro.
Dalla lettura scaturisce poi naturalmente una riflessione su quanto sia indissolubile il legame tra l’esistenza umana e il lavoro, in relazione sì alle norme sociali ma soprattutto alla dimensione esistenziale: il lavoro è un obbligo da assolvere, ma allo stesso tempo appare come un possibile elemento definitorio, o almeno un modo con cui molti cercano di chiarire la propria identità e il proprio senso. Vitaliano, nel momento in cui si ritrova in un periodo di mobilità, approfitta della nuova condizione di libertà e ne gode appieno, viaggiando e svolgendo le attività che più gli piacciono, realizzando quella parte di sé sovente accantonata per via degli impegni lavorativi. Qui si paragona la condizione di disoccupazione a “una pozza d’acqua stagnante tagliata fuori dal fiume che gli scorre vicino: tutto in essa sembra fermo; ma se saremo noi a fermarci, se saremo capaci di restare fermi abbastanza a lungo per riuscire a esserci, allora, noi immobili, tutto, intorno a noi, prenderà vita”. In questo passaggio l’autore trova la pace e il testo assume quasi una piega meditativa; pur senza negare, con pragmatismo, l’utilità del lavoro, si stacca con somma gioia da quegli obblighi, conscio che questo distacco avrà una durata limitata. Poco più avanti nel racconto, dopo aver ripreso a lavorare, dichiara di farlo puramente per guadagnarsi da vivere, mentre le persone che lo circondano paiono essere ossessionate dalla realizzazione personale attraverso di esso. Trevisan non è dello stesso avviso, anzi considera il lavoro utile solo in quanto distrazione dal vuoto esistenziale che si percepirebbe altrimenti intenso. E poi si chiede: “Perché trovo sempre un lavoro?, mi dicevo, Perché non mi lasciano andare alla deriva in pace? Diventare un barbone. Una delle possibilità che contemplavo. Che contemplo tuttora. Poi non ho coraggio”. Con queste parole suggerisce che rimanere defilati, ai margini estremi della società, potrebbe essere l’unica vera soluzione per rimanere fuori dal sistema del lavoro, ma a caro prezzo. Infatti, non ne ha coraggio. Questo pensiero richiama l’eco dell’utopia di Marcuse per cui la rivoluzione comunista avrebbe dovuto essere innescata da alcune categorie di persone gravemente emarginate, tra cui proprio i senzatetto, ma anche da disoccupati, studenti, minoranze etniche. Secondo il filosofo, solo chi contravveniva all’apparato economico in essere avrebbe potuto realizzare un cambiamento sociale tanto ampio. Ma certo Trevisan non sostiene una visione di questo genere: emerge, semplice, la consapevolezza della necessità del lavoro per la sopravvivenza.
Più avanti, però, si sofferma a lungo sui rimorsi legati alle sue scelte di carriera, rivelando un coinvolgimento maggiore rispetto a quello prima dichiarato. A quel punto si percepisce una forte auto-colpevolizzazione e l’autore piomba in uno stato d’animo sempre più inconsolabile e disilluso a causa della propria situazione lavorativa. Questa apparente contraddizione sembra suggerire che Trevisan, nonostante rifiuti l’idea di trovare un senso identitario stabile in una professione, in fondo finisca per misurare se stesso anche attraverso le proprie scelte professionali.
In Works compaiono più di trenta professioni: a partire dai primi lavori occasionali, come operaio in fabbrica, manovale e cameriere, fino al mestiere di scrittore che, nel momento in cui viene intrapreso dall’autore a tempo pieno, coincide con la conclusione del memoir. Un merito del testo è quello di riuscire a mostrare le professioni umili, così come quelle più prestigiose, nella medesima lucidità analitica: le differenze di rilevanza sociale ed economica che distinguono le classi vengono smorzate, ridando dignità anche ai margini; Trevisan offre una disamina degli aspetti peculiari che definiscono il geometra così come il muratore e non sempre sono quelli che ci si aspetterebbe.
Il lavoro preferito tra tutti dall’autore, come si afferma all’interno dell’opera stessa, fu quello di lattoniere, appartenente alla seconda parte della sua vita professionale, in cui svolgere un impiego d’ufficio non era più una possibilità contemplata e in cui tornò perciò a dedicarsi per propria scelta ad occupazioni manuali.
Imboccò quello specifico percorso per puro caso: trovò un annuncio in cui veniva offerto un posto come operaio in una ditta di lattoneria; non conoscendo il significato del termine, lo cercò sul dizionario trovando la seguente definizione: “stagnaio, riparatore di oggetti di latta”. Dopo un colloquio, sinteticissimo, in cui il titolare gli chiese solo se soffrisse di vertigini e se avesse voglia di lavorare (risposta alla prima domanda: no; risposta alla seconda domanda: sì), l’autore racconta di essersi presentato il primo giorno di lavoro senza ancora sapere di che si trattasse.
Non è in effetti tra le occupazioni più note quella di chi installa grondaie e scossaline, taglia e posa lamiere destinate ai tetti delle abitazioni. In sostanza: si trattava di lavorare ad altezze elevate (ecco il perché della domanda sulle vertigini!) in ambito edilizio, circostanza che permise all’autore di osservare ogni giorno il mondo dall’alto.
Tale particolare elevazione gli consentì di adottare una prospettiva ben precisa: nel senso letterale del termine, cioè della visione inusuale rispetto al solito di ciò che sta sotto di sé, ma anche in un’accezione relativa al concetto di rischio. L’altezza e la notevole pericolosità ad essa connessa lo costrinsero a una intensa consapevolezza di sé: era costretto a concentrarsi e attuare uno sforzo mentale per “essere nel qui e ora” di modo da evitare di cadere. Trevisan rimarca qui la propria fascinazione per il pericolo e le altezze, già evidente nel racconto di una precedente esperienza in cui gli era capitato di girovagare sui tetti di Vicenza, ammirando da lassù il panorama.
In un primo momento questa prospettiva potrebbe essere percepita persino come romantica, anche in considerazione del titolo del capitolo dedicato alla lattoneria: “Il mondo dall’alto”. È descritta infatti come uno stato contemplativo, in cui la corporeità e la fatica fisica si connettono per l’autore allo sforzo mentale di restare in equilibrio mantenendo il proprio baricentro. Ciò non comporta però affatto una sottovalutazione della dimensione del rischio per i lavoratori nel campo edilizio, che anzi finisce per spiccare come un tema centrale di questa sezione narrativa.
Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, ogni anno circa tre milioni di persone al mondo muoiono per infortuni o malattie professionali. L’INAIL ha registrato che in Italia il numero dei morti sul lavoro è diminuito rispetto ai decenni del boom industriale, ma continua a superare stabilmente il migliaio di vittime all’anno. Tra i settori più colpiti figura l’edilizia, che negli ultimi anni ha registrato il maggior numero di decessi.
Trevisan, che in quel campo lavorò tra il 1995 e il 1997, afferma: “[…] se il numero di morti e feriti sul lavoro in Italia sempre mi stupisce, è per difetto, mai per eccesso”. A partire dal proprio vissuto, l’autore osserva come l’abitudine al contatto con il rischio e parallelamente l’eccesso di fiducia nelle proprie capacità provochino un maggior grado di disattenzione e una sottovalutazione del rischio.
La sua riflessione è dunque centrata sulla progressiva normalizzazione del rischio: le attrezzature di sicurezza, nei due anni in cui esercitò la professione di lattoniere, non vennero mai utilizzate né dall’autore, né da alcuno dei suoi colleghi, per ragioni culturali, sociali, d’abitudine, di mole di lavoro da smaltire. Sebbene in Works questa dinamica trovi riscontro solo in un’esperienza circoscritta, suggerisce una riflessione sul modo in cui il rischio viene percepito e normalizzato sui tetti, nei cantieri e in molti altri contesti lavorativi.
Trevisan descrive poi come, durante la sua prima cena in ditta, apprese che tutti i colleghi lattonieri erano caduti almeno una volta, e da altezze ragguardevoli: solo il caso volle che nessuno di loro fosse mai incorso in conseguenze gravi o letali.
Viene infatti raccontato anche un episodio in cui Trevisan afferrò per la cintura un compagno che stava per cadere e riuscì a trarlo in salvo, mentre in un’altra occasione rischiò lui stesso di cadere. Paragona questi episodi alla facilità con cui si cade dalla moto: “per quanto bravi e/o prudenti si possa essere, prima o poi, inevitabilmente, si finisce per cadere […]; è qualcosa di insito al mezzo, e non ci si può far nulla, a parte sperare che la caduta, quando arriva, non sia troppo rovinosa, o fatale. Così nella lattoneria, dove tutto è questione di baricentro e di equilibrio – e quest’ultimo, come sarebbe sempre bene ricordare, non è mai del tutto sotto il nostro controllo”.
Così, nel suo racconto, l’eventualità di incorrere in incidenti fatali sembra sempre dietro l’angolo, ma la percezione del rischio rimane ridotta, per adeguarsi a condizioni che di per sé rendono il pericolo la norma, qualcosa da affrontare giorno per giorno come una prova di forza: “Una sorta di orgoglio, di fierezza, molto legata al fatto fisico, per così dire, ovvero alla fatica e al pericolo che il lavoro comportava”. Dunque il coraggio che richiede il mestiere si lega ai concetti di forza fisica e resistenza: un modello che non riguarda esclusivamente, anche se in larghissima parte, gli uomini, come dimostra la menzione a una collega donna. In sostanza, affrontare il rischio appare una regola non scritta per misurare la competenza; così, emulandosi a vicenda, i lattonieri rinunciano a seguire i principi di sicurezza prestabiliti, a favore del raggiungimento di un forte senso identitario professionale. Ma è bene ipotizzare anche la possibilità di motivi più futili, simbolici ed estetici: ‘…giovani operai, che rifiutavano anche solo l’idea di indossare le scarpe antinfortunistica fornite dalla ditta perché gli facevano schifo esteticamente’. Dunque, il rischio non solo sembra essere accettato, ma diviene parte integrante dell’identità dei lattonieri, per cui esporsi al pericolo è dimostrazione di esperienza, resistenza e appartenenza al gruppo.
Questa sezione di Works costituisce un esempio emblematico dell’abilità dell’autore nell’integrare una narrazione vicina al concreto, al contempo operando forti critiche ad un sistema che non è scevro da responsabilità; non gli è possibile, però, riuscire a individuare dei colpevoli. Non c’è distinzione tra buoni e cattivi, come spesso si millanta in articoli di giornale dal tono sensazionalistico: la realtà è più complessa, qui operai e datori di lavoro lavorano insieme seguendo la stessa prassi e la gerarchia tra loro non è netta. Si evita dunque di scadere in una narrazione semplicistica dei morti sul lavoro, osservando con umanità le conseguenze su chi svolge professioni rischiose. C’è poi da aggiungere come, se già trent’anni fa tali posizioni erano state delegate in maniera importante agli immigrati, oggi circa la metà della manodopera dell’edilizia è di nazionalità straniera. Solo l’origine s’è diversificata rispetto al passato, perché se prima la provenienza era perlopiù est-europea, ora si sono aggiunti in maniera consistente coloro che vengono dall’Africa e dall’Asia centro-meridionale. Rischi e mansioni descritte da Vitaliano sono quindi sempre più caricate sulle spalle di lavoratori immigrati, mentre i giovani italiani rigettano tali possibilità, consapevoli di ciò che comportano.
Guardare il mondo dall’alto attraverso la prospettiva di Works significa osservare la dimensione del lavoro e quella del rischio da una posizione diversa dal solito. Viene portata alla luce la costrizione che rappresenta il lavoro, visto in un’ottica pragmatica e critica, e se ne mettono in dubbio le potenzialità di realizzazione dell’essere umano. Tuttavia, il suo reale impatto risulta ben più intricato e contraddittorio all’interno del testo.
La normalizzazione del rischio, invece, rappresenta una delle ragioni principali degli incidenti sul lavoro, per cui diventa comprensibile non rifuggire la possibilità di cadere, guardando in faccia il vuoto sotto di sé senza necessitare appigli. Le possibili conseguenze drammatiche sono invisibilizzate ed identificare dei colpevoli chiari e delle cause evidenti non è affatto scontato.