di Valeria Cagnazzo

 

[È appena uscito nella collana Adamàs (La vita felice), il volume di Valeria Cagnazzo Il pesce lampada. Ne pubblichiamo un estratto, accompagnato da una tavola di Antonella Calabrese.]

 

Quando il venti di settembre mio padre si imbarcò per la caccia alla balena

con una compagnia di tonno in scatola dalla baia di Torre Lapillo,

io ero troppo piccola perché la morte potesse interessare qualcuno

all’infuori di me. Il paese ci guardava con occhi viscidi color mattone

come l’anguilla sfuggita al secchio alla vigilia, scivolava verso i piedi

e io gridavo «Ammazzatela». Di mia madre si diceva

che era stata sposata a un ladro o a un fantasma grasso.

Qui ti dimenticano o ti uccidono, se non gli dai più il pane.

……………………………….Mio padre nel mare, come una corrente.

Gli divenne amico un pesce lampada e si affidò alla sua luce

più che alla stella polare. Una notte, nella lingua dei pesci abissali

mio padre gli disse «Sei uguale a me», perché sempre

inseguiva una speranza, ma il pesce gli rispose

«Questa lanterna vorrei solo mangiarla». La vela gelata del cielo,

un’indigestione di stelle e di tonno. Mio padre ha un cuore come cuoio,

il suo pianto lo ricordo e non l’ho visto. Approdò a Otranto nel giorno

……………………………….in cui i Turchi prendevano la città.

 

Svuotata come un vespaio nell’acqua. Le nove del mattino spaccavano

la maiolica cinese del cielo in sette frammenti sottili. Ogni cosa

rimasta com’era stata lasciata. Le lenzuola sui letti a raffreddarsi.

Sulle tovaglie le briciole del pane, i semi gialli dell’avena e quelli lunghi

del melone, una piega nella stoffa da far venire alla mano voglia di stirarla.

I Turchi venuti a prendere tutto, come soldati israeliani qualunque.

Le case vuote delle voci. La città si radunava nella chiesa, nella luce

che trafiggeva le navate con otto spade un giovane con l’artrosi

alle ginocchia. Addentava l’osso di una pesca, trascinava le ciabatte,

non credeva più. Martire, invece, all’improvviso – vale a dire

testimone. Non doveva morire così, eppure muore. La sua fine

……………………………….un errore in mezzo a tanti.

 

Il cranio è oggi incastrato tra quattro persone, in una teca diversa

il femore custodisce un principio di nécrosi che già vivo

lo consumava, un ricordo di tarli che tramavano per lui un finale

diverso. Il Turco che l’ha ucciso aveva un tumore tiroideo,

le cellule gli si replicavano dentro mentre lo decapitava.

 

Il suo corpo abbandonato offrì nutrimento a una famiglia

di farfalle aglaie, lo rivestirono di un arancione che lasciava

scoperchiato l’ombelico. Disegnarono la sagoma con un orlo nero,

gli deposero le uova dentro agli occhi, confondendoli per una specie

di viola selvatica – questa chiamiamola trasmigrazione dell’anima,

riassunzione tra le forme senza materia, senza naso. Con quale furore

le anime gentili si dileguano senza perdersi nel nulla.

 

Tutte queste cose mio padre non le vide,

fermo sopra al molo a scoperchiare scatolette di tonno.

Imbucò una cartolina dove scrisse:

«Otranto, città molto, molto tranquilla».

 

 

***

 

A certe profondità, tanto vale il piombo. Raccolto dal pelo dell’acqua

il pesce lampada nell’asma pronunciava il suo segreto. Un tempo

gli antenati nuotavano nel buio come dentro a un mantello.

Gli occhi erano ciechi, le pressioni schiacciavano l’udito, il sangue

e ogni organo vitale: così definiamo l’atterrimento,

da un’esperienza di fondale dove il corpo appartiene all’abisso

fino a liquefarsi o a soffocare. La madre di tutti i pesci, mancandole

poco a poco i figli, pose a ciascuno nel centro della fronte

una lanterna per salvarlo. Ci sono pesi impossibili

da tollerare, il mare intero sulla schiena o sapere di dovere

morire: distrarli li strappò all’estinzione.

 

 

***

 

 

Prima era solo col cuore di mio padre, che è infarcito di colesterolo.

Lo vedevo nitido al centro dell’assedio, colpito al segnale dalla forza

di minuscole palline di grasso, una sassaiola, l’esplosione, come fosse stato

da sempre ripieno di tritolo. Bum, e succedeva, e mi sembrava di sentire la voce

di mia madre dalla stanza accanto, come di un’oca a cui strappassero il fegato –

il fegato di mia madre non è un fegato da farci il fois-gras – chiamare il mio nome

e sentirlo diventare una cosa nuova, come le dita dei bambini di Chernobyl

dopo l’incidente. Ora capita anche col mio, Adesso esplode e non puoi farci niente.

Mi giro nel letto sul fianco sinistro, penso ai fianchi che continuano a gonfiarsi,

e poco dopo Adesso esplodo. Il cervello un grande cavolfiore che lascia praline

nelle fessure tra le piastrelle. Un dolore mi trafigge dalla gola e me ne parto

per il mondo degli uccelli. Devo concentrarmi. Frequentare una nutrizionista.

Oggi alla tv nel servizio da Kabul due bambini nella neve senza calze.

La cosa più importante è domandarsi dove alloggi la giornalista, quanto spende

il suo giornale, con o senza colazione, basta pensare sempre al cibo, chissà

se è una brava giornalista anche se chiama tutti per nome e le donne

se le stanno davanti coi baci come gatti. Da brava, devi distrarti,se ti addormenti

arrivi a domani, le bombe vengono disinnescate. Per oggi nel mondo

……………………………….nessuno muore più.

 

 

***

 

 

Fino a prova contraria, Lucy è il primo ed è una donna.

Teme tutti i fiumi da quando uno nella coscia

le ha lasciato una ferita ricoperta di funghi. Non ha molte cose

di cui parlare, hanno inventato ancora poco

questi piccoli selvaggi. Quando le nasce un figlio

le sembra una cosa normale, una gemma spuntata di traverso

al ramo, uno scarabeo dalla terra, un mal di pancia.

Ma la fame è diversa da quando esiste la sua.

Se lui ride o piange, le lacrime le cadono su un fondo nuovo

dentro al petto di velluto e taffetà. Gli insegna a camminare

e ogni inciampo è un masserello che si distacca dalla roccia,

le provoca un dolore in posti che non sa nominare. Più che vivo

lo vorrebbe immortale: per questo inventa la scrittura.

 

Giorno dopo giorno, sta inventando anche la luce,

l’alfabeto cirillico, le tovagliette monouso, la chemioterapia

e comunica con le stelle via radio. Il branco con cui parlava in versi

ora le appartiene meno di un’unghia. Ha nidificato attorno

agli occhi del suo bimbo con un capannello di candeline

e di apprensioni, il suo metro e dieci è una montagna di neve

e quando il figlio dorme ordina ai lupi e alle lucertole giganti

che ancora stanno sulla terra di tacere, di non muoversi e si trasforma

in stalattite. Misura il tempo in sbadigli e gridolini e ginocchia sbucciate

e crede di avere dieci millenni per le mani. Scopre i sentimenti

uno a uno, tutto succede per la prima volta.

 

Quando il fiume se l’è portato dentro come un tronco,

non aveva ancora inventato i cerotti colorati, i videogiochi,

i lego. L’ha guardato scomparire come dentro a un sogno,

morire tutto e all’improvviso e spezzettarsi nell’amore.

Ha scoperto l’urlo quel giorno e si è strappata per sempre.

Non conosceva nulla della morte e adesso

conosce soltanto una cosa. Gli organi le si sono srotolati nel fiume:

chiamiamola così, disperazione. Non poteva nascere da un posto

tanto profondo, la voce. L’enormità della faccenda la sconvolge,

gli esseri umili si imbarazzano di fronte alla grandezza e lei è davvero grande

nel dolore. I simili che la vedono adesso trasfigurata mischiarsi

con la roccia vociferano di un’invenzione straordinaria.

 

Adesso Lucy è deposta in un museo e non sono proibiti

i flash attraverso la teca che la tiene né ai turisti

sorseggiare aranciata. Nella sala accanto, vicino a un pannello

di istruzioni alla preistoria, gli ossicini di un piccolo che sarebbe

somigliato al suo. Un’insegna in due lingue lo chiama

«Il figlio di Lucy». Un faretto gli trafigge il cranio leggero

che ha uno screzio verdino – ma non è esattamente lui.

 

 

***

 

 

Sono capace anch’io: germogliare in marzo, la costellazione del ragno,

le acque violette di Monet. Posso anch’io sprofondare la terra

nel palmo rosso del Grand Canyon. La voce trasparente

della sera, il cinguettio fragoroso dell’alba da tutte le sue

porte. Posso anch’io il primo vagito, il suono delle corde

nella bocca del legno, il fuoco, gli scheletri delle città, le fondamenta.

Sono capace anch’io: la guarigione di tutte le piaghe in una notte,

il cicatrizzare. Perpetuare una tragedia attraverso le generazioni,

partorire chiunque a immagine e somiglianza della mia colpa.

Frammentare il mio bicchiere nel cielo e inventare così

gli anni-luce. Estinguere rettili enormi se non mi piace più

il loro modo di mangiare rumoroso. Posso all’incirca

tutte le cose, tranne questo: morire e poi rinascere.

 

 

1 thought on “Il pesce lampada

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