di James Tate (trad. di Clarissa Amerini e Bernardo Pacini)

 

Esce oggi per Garganta Press la prima traduzione italiana (a cura di Clarissa Amerini e Bernardo Pacini) di Il pilota scomparso (The Lost Pilot, 1967) del poeta statunitense James Tate. Con introduzioni di Peter Gizzi e Matthew Zapruder.

James Tate è morto l’8 luglio 2015, all’età di settantun anni, dopo aver pubblicato più di venti raccolte di poesia e prosa con le quali ha vinto i maggiori premi di poesia americana, inclusi il Pulitzer e il National Book Award.

Pubblichiamo cinque testi in anteprima preceduti da un estratto dalla postfazione di Bernardo Pacini.

Tate (uscito di cabeza)

di Bernardo Pacini

 

In un lungo articolo dedicato alla carriera poetica di James Tate, il critico letterario Dana Gioia sosteneva che, nella storia nordamericana, furono Walt Disney, Max Fleischer e Tex Avery ad appropriarsi per primi degli strumenti del surrealismo: non solo il memorabile incubo di Dumbo ubriaco, ma anche i primi cartoni animati degli anni Venti e Trenta evocavano immagini grottesche e visionarie, riconducibili più a sequenze oniriche che a fiabe con intento morale o educativo. E non è un caso che anche il cinema comico muto anticipasse certi meccanismi onirici, deformando la realtà con un’ironia che sfiorava il surrealismo — basti pensare ai movimenti iperbolici di Buster Keaton in coreografie assurde, il volto impassibile al centro del caos. Prima ancora dei linguaggi artistici, furono dunque i mezzi espressivi della cultura di massa a intuire ed esplorare le potenzialità del surrealismo, costituendo — forse inconsapevolmente — una parte importante dell’identità culturale statunitense. Il passaggio di testimone avvenne solo quando i poeti outsider degli anni Cinquanta e Sessanta — autodidatti, orfani del Modernismo, spesso lontani dalle accademie e non per forza allergici alle contaminazioni pop — si confrontarono prima con i simbolisti e poi con i surrealisti (Valéry, Rimbaud, Trakl, Lorca, Neruda, Vallejo ecc.), trasformando quelle istanze in un materiale totalmente inedito, di cui questo libro — opera d’esordio uscita nel 1967 a firma di un poco più che ventenne James Tate — è stato per decenni (ed è ancora oggi) un esempio luminoso. La prima (e unica) volta che lessi Tate in italiano fu nel 2017. Ne rimasi folgorato. Si trattava di una traduzione della poesia eponima The Lost Pilot, a cura di Pietro Cardelli e Todd Portnowitz per la rivista «formavera». Nel tentativo impossibile di incontrare un padre mai conosciuto (era morto in guerra quando Tate aveva meno di un anno) intravidi una domanda urgente: come può un’identità così frammentata sopravvivere in un mondo in disfacimento? Cercai ovunque e invano il libro in lingua originale, e alla fine mi procurai Selected Poems, l’antologia con cui James Tate aveva vinto il premio Pulitzer nel 1991. I miei primi tentativi di traduzione risalgono al 2020, quando la rivista «Taut» mi commissionò la traduzione di Fuck the Astronauts, un trittico di poesie tratto proprio da quel volume collettaneo. Fu un’esperienza, devo ammetterlo, frustrante: ero sì attratto e divertito dai furiosi nonsense, dalle allucinazioni e delle combinazioni controintuitive del Tate maturo e disincantato, ma mi sentivo confinato su un vasto pianeta inaccessibile, nel quale il poeta si nascondeva con la corazza di un granitico black humor, negando ogni possibilità d’incontro. C’era solo un’eco lontana della leggerezza del primo Tate, della grazia naturale di un surrealismo che avvicinava il lettore tramite illuminazioni imprevedibili e una lingua letteraria elegante e controllata, persino nell’azzardo degli accostamenti più spiazzanti. Ho dunque deciso di abbandonare il mare aperto di Selected Poems e di retrocedere alla fonte, procurandomi The Lost Pilot e traducendolo nella sua interezza con il supporto della co-traduttrice Clarissa Amerini, accettando di restituire nella lingua d’arrivo anche le ingenuità e le sbavature tipiche degli esordi dei ventenni. Lavorare alle prime poesie di James Tate è stato per noi affrontare un’obliquità strutturale che si oppone alla presunta razionalità dei processi di traduzione: come ha detto Donald Justice, queste poesie sanno essere nello stesso momento “comiche, toccanti, caustiche, impertinenti, disperate, amorose”, senza che mai un sentimento, o un registro, prevalga sull’altro. “They swing”, dice Justice: flessibili, oscillano continuamente tra l’assertività della poesia confessionale e la lucida brutalità del nonsense (…)

 

*

James Tate

da Il pilota scomparso

 

The Book Of Lies

 

I’d like to have a word

with you. Could we be alone

for a minute? I have been lying

until now. Do you believe

 

I believe myself? Do you believe

yourself when you believe me? Lying

is natural. Forgive me. Could we be alone

forever? Forgive us all. The word

 

is my enemy. I have never been alone;

bribes, betrayals. I am lying

even now. Can you believe

that? I give you my word.

 

Il libro delle bugie

 

Mi piacerebbe scambiare due parole

con te. Possiamo rimanere soli

un minuto? Finora

ho mentito. Credi che

 

io mi creda? Ti credi

quando mi credi? Mentire è

naturale. Perdonami. Possiamo rimanere soli

per sempre? Perdonaci tutti. La parola

 

mi è nemica. Non sono mai stato solo;

corruzioni, tradimenti. Anche ora

sto mentendo. Puoi

crederci? Ti do la mia parola.

 

*

 

Miss Cho Composes In The Cafeteria

 

You are so small, I

am not even sure

that you are at all.

 

To you, I know I

am not here: you are

rapt in writing a

 

syllabic poem

about gigantic,

gaudy Christmas trees.

 

You will send it home

to China, and they

will worry about

 

you alone amid

such strange customs. You

count on your tiny

 

bamboo fingers; one,

two, three—up to five,

and, oh, you have one

 

syllable too much.

You shake your head in

dismay, look back up

 

to the tree to see

if, perhaps, there might

exist another

 

word that would describe

the horror of this

towering, tinselled

 

symbol. And… now

you’ve got it! You jot

it down, jump up, look

 

at me and giggle.

 

La signorina Cho scrive al caffè

 

Sei così piccola, non

sono nemmeno sicuro

che tu ci sia.

 

Io so che non

ci sono qui, per te: sei

tutta presa a scrivere una

 

poesia sillabica

sugli alberi

di Natale enormi e luminosi.

 

La spedirai a casa

in Cina, e loro

si preoccuperanno per

 

te, sola tra

così strane usanze. Conti

sulle tue piccole dita

 

di bambù; uno,

due, tre — fino a cinque.

E oh, c’è una

 

sillaba di troppo.

Scuoti la testa

costernata, alzi lo sguardo

 

verso l’albero per vedere

se, per caso, lassù

esiste un’altra

 

parola che descrive

l’orrore di questo

simbolo altissimo,

 

decorato.

Ce l’hai! Prendi

nota, salti in piedi, mi

 

guardi e ridi.

 

*

 

The Guests

 

Our house was strewn with

people whom no one claimed

to know, people who had

 

been there for thirty years

or more. One might show

himself at dinner, cobwebbed

 

and thinner than the dead.

No one would speak of it,

unless the guest became

 

unpleasant, and then it was

in gestures, because our

voices were saved for something

 

better. Our dry lips flecked

with foam, our hammering hearts

out-waited our guests, and

 

now, at last, we are alone.

 

 

Gli ospiti

 

La nostra casa era gremita

di persone che nessuno diceva

di conoscere, persone che

 

erano lì da trent’anni

e più. Uno poteva presentarsi

a cena, coperto di ragnatele

 

scarno più che un morto.

Nessuno ne avrebbe parlato

a meno che non fosse diventato

 

sgradevole, e lo avremmo fatto

a gesti, perché serbavamo

le voci per occasioni

 

migliori. Le nostre labbra secche

schiumanti, i nostri cuori martellanti

hanno avuto la meglio sugli ospiti,

 

e ora, finalmente, siamo soli.

 

*

 

The Tabernacle

 

Poor God was always there,

but He was something sinister,

and we worshiped the fear

 

we had of Him,

we had of the church on Tenth,

near the end

 

of the whole dark city.

The way the family

gathered murmuring on a Sunday,

 

surreptitious, solemn,

down to the midwest harlem

to give our worn

 

and rusty souls an airing—

grandmother swearing

at Ruthanna’s hoop ear-rings,

 

and Uncle Barrington,

hesitant, knowing what would come,

stealing his Sunday swill of rum

 

invariably. Once there, it was not

as bad as we had thought;

it was not God at all, but

 

Pentecostal

joy. A man would wrestle

with his soul, and all

 

the other sinners cheered,

and soon we heard

the voices of another tongue—

 

garbled, and far too

inflated for

us to understand who

 

taught them how to sing such songs.

 

 

Il tabernacolo

 

Il povero Dio era sempre lì,

ma era qualcosa di sinistro,

e noi veneravamo la paura

 

che avevamo di Lui,

che avevamo della chiesa sulla Decima

vicina alla soglia

 

della città scura.

Il modo in cui la famiglia

mormorando si riuniva la domenica

 

furtiva, solenne,

verso la harlem del midwest

per areare le anime

 

logore e arrugginite —

la nonna infuriata contro

le anella di Ruthanna,

 

e zio Barrington che,

conoscendo già il finale, esitava

nel rubare il solito brodoso

 

rum domenicale. Una volta lì,

non era affatto male come si

credeva; non era Dio, bensì

 

gioia

Pentecostale. Un uomo in lotta

con la propria anima, e

 

gli altri peccatori a fare il tifo,

e di lì a poco avremmo sentito

voci in un’altra lingua —

 

confuse, e troppo

enfatiche perché

capissimo chi

 

ispirasse quei canti.

 

*

 

The Lost Pilot

 

                                                    for my father, 1922-1944

 

Your face did not rot

like the others—the co-pilot,

for example, I saw him

 

yesterday. His face is cornmush:

his wife and daughter,

the poor ignorant people, stare

 

as if he will compose soon.

He was more wronged than Job.

But your face did not rot

 

like the others—it grew dark,

and hard like ebony;

the features progressed in their

 

distinction. If I could cajole

you to come back for an evening,

down from your compulsive

 

orbiting, I would touch you,

read your face as Dallas,

your hoodlum gunner, now,

 

with the blistered eyes, reads

his braille editions. I would

touch your face as a disinterested

 

scholar touches an original page.

However frightening, I would

discover you, and I would not

 

turn you in; I would not make

you face your wife, or Dallas,

or the co-pilot, Jim. You

 

could return to your crazy

orbiting, and I would not try

to fully understand what

 

it means to you. All I know

is this: when I see you,

as I have seen you at least

 

once every year of my life,

spin across the wilds of the sky

like a tiny, African god,

 

I feel dead. I feel as if I were

the residue of a stranger’s life,

that I should pursue you.

 

My head cocked toward the sky,

I cannot get off the ground,

and, you, passing over again,

 

fast, perfect, and unwilling

to tell me that you are doing

well, or that it was mistake

 

that placed you in that world,

and me in this; or that misfortune

placed these worlds in us.

 

 

Il pilota scomparso

                                              a mio padre, 1922-1944

 

Il tuo volto non è marcito

come gli altri — il co-pilota

per esempio, l’ho visto

 

ieri. Il suo volto è polenta

gialla: la moglie e la figlia,

povera gente ignorante, lo fissano

 

come dovesse ricomporsi di lì a poco.

Gli è andata peggio che a Giobbe.

Ma il tuo volto non è marcito

 

come gli altri — si è scurito

e indurito come l’ebano;

i tratti sempre più

 

definiti. Se potessi convincerti

a tornare per una sera,

giù dal tuo compulsivo

 

orbitare, ti toccherei,

leggerei il tuo volto come Dallas,

quel teppista del tuo artigliere, che ora,

 

gli occhi come vesciche, legge

i suoi libri in braille. Toccherei

il tuo volto come uno studioso

 

sincero un manoscritto.

Pur terrorizzato, ti

troverei, senza

 

denunciarti; non ti farei

affrontare tua moglie, o Dallas,

o il copilota Jim. Potresti

 

tornare al tuo folle

orbitare, e non proverei

a capire cosa significa

 

davvero per te. Solo questo

io so: quando ti vedo,

come ti ho visto almeno

 

una volta ogni anno della mia vita,

vorticare nel brado dei cieli

come un piccolissimo dio africano

 

mi sento morto. Mi sento come fossi

il residuo della vita di uno sconosciuto,

sento che dovrei seguirti.

 

La testa rivolta al cielo,

non riesco a decollare,

e tu mi sorvoli di nuovo,

 

rapido, perfetto, riluttante

a dirmi che stai

bene, o che fu un errore

 

a porre te in quel mondo,

e me in questo; o che fu una sventura

a fondare questi mondi dentro di noi.

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