di Fabrizio Sinisi
[E’ uscito da pochi giorni per Mondadori Il prodigio, il romanzo di esordio di Fabrizio Sinisi. Una notte nel cielo di una grande città italiana compare un volto. Quando i cittadini si svegliano, guardano in alto e rimangono sbigottiti. Compreso Luca, il giovane prete a cui è affidato il racconto di questa storia. Pubblichiamo in anteprima web un estratto dalla prima parte del romanzo].
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Ho seguito la conferenza stampa in televisione, in una saletta del palazzo diocesano. Da quando era comparso il Volto, era la seconda volta che il vescovo si presentava davanti alle telecamere. “Sulla base delle indagini finora condotte non è possibile affermare che gli eventi in questione siano identificabili come apparizioni o fenomeni sovrannaturali.” Con voce il più possibile ferma – ma io gliela sento, sotto la cercata e voluta fermezza, la paura di star firmando in diretta la più pilatesca delle rese. “La Chiesa Cattolica” sostiene, e alza lo sguardo a guardare in camera con una fatica che nonostante lo sforzo non riesce a nascondere “rifugge ogni prosecuzione di riti o atti di devozione, e raccomanda il ritorno alle forme tradizionali del Magistero, della preghiera e della vita comunitaria.” Invita “caldamente” i pellegrini a lasciare la città. “Il consiglio che lascio – da padre spirituale prima ancora che da pastore – è di tornare al silenzio. La preghiera” aggiunge con un sorrisetto da venditore disonesto “non ha certo bisogno di essere pronunciata qui per essere efficace. Dio” e qui ha una piccola esitazione, una specifica che non è sul foglio “il vero Dio sente ogni nostra supplica da qualsiasi punto gliela rivolgiamo. Cerchiamo di dare una mano alle forze dell’ordine: ritorniamo alla normalità.”
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Convinto che la dichiarazione del Vescovo – a cui seguì quasi a ruota quella dell’imam della moschea centrale e delle maggiori autorità religiose cittadine – avrebbe indotto i pellegrini a sbaraccare tutto e a tornarsene a casa, il sindaco predispose treni e pullman supplementari per organizzare le partenze. Rimase così molto stupito quando si accorse che non succedeva niente: il Volto restava lì, e così gli eventi che gli si scatenavano sotto. Alla maggior parte dei pellegrini che affollavano la città, delle dichiarazioni del vescovo e dell’imam fregava poco o nulla. Come aveva predetto don Lucio, quella soglia era già stata superata da un pezzo. Quando il vescovo parlò, la gerarchia che lo teneva in piedi era diventata già obsoleta; i fedeli del Volto non erano più da tempo dei bravi cattolici in gita, ma banditi sperduti in un sogno di fede, uomini senza patria schierati contro ogni potere costituito, clandestini del corpo e dello spirito in una città-catacomba che presto, molto presto avrebbe rivelato al mondo il suo prodigio. Del vescovo si limitarono a dire: arriverà anche per lui il canto del gallo verso l’alba, e allora avrà un bel piangere. D’altronde, cosa sono le dichiarazioni di un rappresentante istituzionale, sia pure un alto gerarca dello spirito, al cospetto di un dio presente, visibile, fotografabile? Un dio che dopo millenni di crudele silenzio ha finalmente deciso di mostrarsi? Un dio finalmente oggettivo, sordo a ogni relativismo, un dio improntato a una sola incontrovertibile immagine, un dio a cui capovolgendo i tortuosi paradossi dei filosofi basta esistere per essere. Un dio che finora non c’era mai stato. Niente era più reale di Lui. No, pensai, non se ne andrà nessuno. Se non se ne va Lui, non se ne vanno neanche loro. Piuttosto se ne vada il vescovo, e tutti i suoi indegni scendiletto: segretari e parroci e burocrati del clero. Ed ecco allora, come a un segnale unanime, mobilitarsi insieme intere parrocchie, diventate da un giorno all’altro popolose come piccoli villaggi ardenti di fede, capeggiate da anziani parroci e giovanissimi Savonarola appena usciti dai seminari, increduli all’idea di poter diventare, dalla sera alla mattina, i padripii dell’epoca nuova, ribelli alla Chiesa e suoi riformatori. Preti che fino al mese prima erano stati sempre mansueti come colombe, fedeli senza ombre al voto di obbedienza, si ribellarono al vescovo e dall’alto degli amboni, davanti a folle febbricitanti, pronunciarono contro di lui vibranti invettive da predicatori del deserto. Già la mattina dopo, ognuno in testa alla sua comunità come condottieri di piccoli eserciti privati, si presentarono fuori dal palazzo della diocesi, dove suor Maria Calenda aveva organizzato un presidio. Suor Maria, detta l’Ugola degli Angeli, l’anno prima aveva vinto un reality per cantanti non professionisti ed era diventata famosissima. Per mesi il vescovo aveva provato a spostarla fuori città, quella popolarità non gli piaceva, ma non immaginava che – per furore santo ma anche, dissero i maligni, per vendetta – se la sarebbe ritrovata sotto le sue finestre con un megafono in mano a urlargli: “Santissima Eminenza / hai perso ogni decenza” e a mostrare a favore di telecamera il gesto eloquente di lavarsi le mani in un bacile. Nel giro di un’ora sul sagrato del palazzo si era raccolta una folla colorata e scomposta, almeno un migliaio di persone che bloccavano la piazza e cantavano a gran voce, suonavano chitarre e tamburelli e chiedevano senza mezzi termini, seduta stante, la rimozione immediata del vescovo.
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Non ho potuto vederlo ma me lo sono immaginato molte volte, sua Eminenza, terrorizzato e confuso, che spia quella ressa dietro le pesanti tende di broccato, barricato in una stanza nei meandri del suo palazzo cinquecentesco, questa residenza da principe rinascimentale di cui lui nella sua umiltà paesana in fondo non ha mai subìto il fascino, ma di cui pure non ha mai osato discutere la legittimità: l’autorità esiste, pensava, ed è bene che esista – le gerarchie ecclesiastiche sono una struttura immutabile come le montagne o il mare. Ora improvvisamente il mondo gli trema sotto i piedi: lì fuori suor Maria Calenda gli sta urlando invettive cariche di un livore incomprensibile, è vero che ogni pastore è un servitore indegno, ma da dove viene tutto questo odio? Verso di lui poi, che ha sempre agito in buona fede e a fin di bene, sempre a maggior gloria del Signore, come ha fatto a procurarsi tutto questo rancore? Si morde le mani, non sa cosa fare. Si chiede – pensiero inconfessabile di ogni sincero pastore – cos’avrebbe fatto Gesù nella sua situazione. Si chiede anche, più modestamente, cos’avrebbe fatto sant’Ambrogio. La risposta arriva nella forma di un pomodoro che si spiaccica contro la finestra più vicina. Il vescovo adesso è spaventato – un terrore misto a una sacra indignazione: che cosa sta accadendo, ché da un momento all’altro tutto regredisce e precipita? Come siamo arrivati a questo punto? Il vescovo decide, e come spesso succede a chi esita troppo a lungo e confonde il coraggio con l’imprudenza, pensa che la cosa giusta da fare sia quella più audace: uscire in prima persona e parlare alla folla; come si usa dire oggi con un’espressione che a lui non piace ma è efficace: metterci la faccia. Finalmente risoluto, nonostante il suo segretario glielo sconsigli animosamente, calzerà i paramenti ufficiali, quelli più colorati e i più sfarzosi. Indosserà la mitria. Che vedano, i suoi fedeli, non l’importanza della sua persona – che è niente davanti alla grandezza dell’unico Dio –, ma la santa maestà di ciò che rappresenta. Non può sapere, il vescovo – e sono crudeli gli storiografi a sostenere che invece doveva ben immaginarlo – di stare per scrivere una tra le pagine più grevi e imbarazzanti della Chiesa Cattolica: un episodio che oggi la storia ecclesiastica mette insieme allo schiaffo di Anagni e alla fuga avignonese, per giunta aggravato dall’imperdonabile mortificazione del ridicolo. Il vescovo, in tenuta da cerimonia, esce sul sagrato del palazzo vestito da principe della Chiesa, e non sa che ci rientrerà in veste di buffone: meme per i pagani, scandalo per i suoi.
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Per un attimo la folla ammutolisce, stupita di trovarselo davanti così parato a festa. In balìa dell’ennesimo equivoco, il vescovo scambia quel momentaneo silenzio per il giusto rispetto che deve incutere la sua presenza: ora non è più il provinciale gesuita cresciuto e maturato nel grembo della Vergine e dei Santi, ma un pastore d’anime, un condottiero di Cristo, erede legittimo dello scettro di Pietro. “Figli miei” dice con il tono vibrante delle grandi occasioni, “sono addolorato per la vostra situazione, e dispiaciuto per la vostra rabbia. La Chiesa guida e madre del suo popolo si trova a volte nella situazione di dover essere ferma lì dove i suoi figli vorrebbero forse che fosse tenera; di dover tenere gli occhi aperti lì dove altri li vorrebbero chiusi; sono venuto qui personalmente ad accogliervi, ad abbracciarvi, a darvi il mio conforto; ma anche a dirvi con estrema fermezza: non perdete la luce degli occhi, non fatevi accecare dal Maligno, che sempre mostra agli uomini segni ambigui per confonderci…” Parte un altro pomodoro, che lo centra in pieno petto, lasciandogli una macchia rossastra sulla casacca immacolata che ora pare sporca di sangue come se gli avessero sparato. Il vescovo alza lo sguardo, sbalordito che qualcuno possa aver osato tanto. “Voi” urla con la voce spezzata dall’indignazione, “voi dovete rispetto all’autorità del Vescovo!” Tutti sanno che rivendicare la propria autorevolezza è il modo più repentino per perderla definitivamente. Quella frase è il segnale che fa tracimare la folla, già da ore impaziente di celebrare l’espiazione. Aizzati da suor Maria, i fedeli più ardenti oltrepassano la linea del sagrato e circondano il Vescovo, iniziano a strattonarlo, urlandogli addosso. “Mi mettete le mani addosso! Mettete le mani addosso al Vescovo!” grida sua Eccellenza mentre lo tirano per l’ampio vestito, così ampio che qualunque mano si tenda per afferrarlo trova sempre il suo lembo di stoffa da tirare, e non si capacita che stia accadendo davvero, non può che sembrargli un incubo questa folla che lo solleva e lo issa al di sopra delle loro teste e lo trascina in delirio verso la parte più esterna della piazza, come un pubblico adorante con la sua rockstar. Una volta, in tempi più feroci e più seri di questo, l’avrebbero impiccato. Oggi si limitano a lanciarlo in una fontana. Il resto lo fanno telefonini e telecamere: il vescovo che si tira su dall’acqua tutto grondante, coi paramenti inzuppati che colano ruscelletti dalle maniche, la mitra sbilenca che gli è caduta sulla spalla come un palloncino sgonfio. I pochi capelli che portava col riporto ora pendono tutti da un lato. Sembra un clown alla fine di un numero particolarmente rocambolesco. Senza una parola, senza alzare gli occhi, solo sbuffando acqua e muco come un cavallo in preda a un accesso nervoso, il vescovo esce dalla fontana, scavalcando il parapetto di marmo con fatica. Nessuno lo aiuta. Sotto gli occhi della folla immobile, si dirige verso l’ingresso lasciando una fila di impronte bagnate sul sagrato. Scompare nel palazzo diocesano, dove il segretario misericordiosamente subito lo ricopre con un telo. Un’ora dopo lo si vedrà uscire dentro un’auto blu, invisibile dietro i vetri oscurati, tra gli applausi e i fischi e i cori e gli schiaffi contro i finestrini – la macchina dovrà farsi strada con fatica prima di riuscire a guadagnare il viale. Il passeggero curvo all’interno non si volterà mai. Il giorno dopo, un quotidiano più spiritoso degli altri titolerà “Il volo dell’angelo”, mostrando in prima pagina la foto del vescovo immortalato al centro del suo lancio, a metà strada fra le mani dei suoi vecchi fedeli e la fontana, con la veste sollevata a scoprire le gambette anziane in una sgraziata piroetta. L’espressione del Vescovo in quella foto è storica quanto l’evento in sé: è la faccia di un personaggio di commedia dell’arte in preda a un equivoco che è lui l’ultimo a capire, il pubblico ride e lui non sa perché.