di Mauro Piras
L’idea della democrazia rappresentativa è ben confusa, in Italia. Tutta questa discussione isterica su diritto all’astensione, dovere di votare, quorum, legittimità del referendum ecc. lascia costernati. Il dovere di votare viene lanciato come un macigno contro chiunque difenda l’astensione, reo di avere attentato alla democrazia stessa. Dall’altro lato, il diritto di considerare irrilevante o anche politicamente inutile il referendum si trasforma in un attacco alla legittimità del referendum stesso. Così ci tocca leggere le prediche di Gramellini sulla Stampa, che non contento di avere dato la stura al moralismo della pancia sulla pelle di una ragazza, rincara la dose con l’ironia supponente di chi si erge a difensore della Costituzione. E dall’altra, però, dobbiamo continuare ad assistere alla invasioni di campo del Presidente del Consiglio, che predica dal pulpito sbagliato. Proviamo allora a riordinare le idee, almeno nel nostro piccolo.
Il cittadino di una democrazia liberale (cioè rappresentativa) ha tutto il diritto di disinteressarsi alla politica. La libertà che questo tipo di regime politico difende non è, con buona pace di Gaber, solo “partecipazione”, ma è anche tante altre cose: libertà religiosa, libertà di scegliere la propria professione, di scegliere le proprie relazioni personali e affettive, di avviare attività economiche, di muoversi, di dedicare la propria vita a quello che si vuole, libertà di associarsi, di promuovere iniziative, di combattere contro i mali del mondo, di fare volontariato, di fare politica ecc. E anche libertà di non fare proprio niente, di starsene svaccato davanti alla televisione a sgranocchiare patatine. Non possiamo girarci intorno: per l’individualismo moderno la libertà non è tutelata se non è tutelata l’indipendenza della vita privata dalla politica e dalla coercizione sociale. E quindi anche la possibilità di disinteressarsi alla politica.
Tuttavia, si dirà, la democrazia è il governo del popolo, in essa la sovranità appartiene al popolo, e questo implica la partecipazione. Certo, ma le cose hanno una forma specifica nella democrazia rappresentativa, che non solo è la nostra, ma è quella che mi sentirei di difendere. La democrazia diretta implica necessariamente la partecipazione, e quindi l’obbligo di dare alla politica uno spazio nella propria vita, perché tutti i cittadini esercitano direttamente la sovranità. Ma la democrazia rappresentativa si fonda sulla delega, per quanto questa parola possa fare paura a una certa parte della sinistra italiana. I cittadini accettano che la facoltà legislativa sia esercitata dai loro rappresentanti, per varie ragioni. Perché la società moderna è complessa e altamente differenziata, e quindi la maggioranza dei cittadini non potrebbe fare politica e insieme continuare a fare il proprio lavoro. E poi perché l’unico principio condiviso dai cittadini di una democrazia è di considerarsi liberi e eguali, mentre per il resto possono avere visioni contrastanti dei valori ultimi della vita. E quindi molti di loro non pensano che il valore ultimo sia la partecipazione politica. Vogliono però che la loro eguaglianza sia rispettata, e che quindi siano garantite allo stesso modo le libertà di tutti. Ecco perché delegano i rappresentanti, tramite le votazioni: perché esercitino loro la facoltà legislativa, in coerenza con questi principi di libertà ed eguaglianza.
Certo, qui dentro si annida un paradosso, già visto bene da Constant nel 1819. La difesa della libertà dei moderni passa per la delega della sovranità, ma una delega eccessiva rischia di mettere in pericolo quella stessa libertà. Se la democrazia è rappresentativa, sono tutelati gli spazi della libertà individuale (“la libertà dei moderni”); ma se i rappresentanti non vengono controllati adeguatamente, possono abusare del loro potere e minacciare quella libertà, e comunque in ogni caso corrompono la democrazia. Quindi anche la democrazia rappresentativa, come antidoto alla propria degenerazione, e proprio per garantire i suoi fondamenti liberali, ha bisogno della partecipazione politica: altrimenti la libertà individuale rischia di soccombere. Allo stesso tempo, la partecipazione politica non può essere un obbligo imposto ai cittadini per legge, perché si violerebbe quella libertà individuale.
Per questo si dice che è un “dovere civico”. Una democrazia rappresentativa è in buona salute se c’è una cultura diffusa della partecipazione politica, se il dibattito pubblico è aperto e vivace, se l’opinione pubblica è informata e ha spazi per esprimersi e influenzare la deliberazione pubblica. Ma questo non è il piano dell’obbligo giuridico, e neanche dell’obbligo morale. Qualsiasi cittadino può scegliere di dedicarsi interamente alla propria vita privata, non sta attentando alla democrazia. Sta godendo degli spazi che la democrazia (liberale) garantisce. Il dovere della partecipazione politica può essere promosso come cultura diffusa, ma non può essere imposto, né lanciato come un anatema contro chi è disinteressato alla politica. Eccedere in un senso o nell’altro significa rompere il difficile equilibrio generato inevitabilmente da quel paradosso: cercare di imporre il dovere di partecipazione e incollare l’etichetta di “cattivo cittadino” a chi non vuole partecipare fa scivolare verso l’eticizzazione della politica; esautorare del tutto la partecipazione politica corrompe la democrazia e mette in pericolo la libertà individuale stessa.
Questi i principi generali. Che cosa ne discende per il nostro referendum, detto impropriamente “sulle trivelle”?
Il referendum, ovviamente, si trova in una situazione un po’ particolare rispetto alle elezioni politiche. Perché è un frammento di democrazia diretta in un quadro generale di democrazia rappresentativa. E perché il referendum abrogativo (di cui stiamo parlando) prevede un quorum di partecipazione per la validità del voto, diversamente, come è ovvio, dalle elezioni politiche. Questi due aspetti, tuttavia, non tolgono validità ai principi esposti sopra. Il primo non modifica il quadro generale: la partecipazione non è il valore ultimo della democrazia liberale, anche se questa prevede il referendum. Il secondo, al contrario, accentua la possibilità di ricorrere all’astensionismo: nelle elezioni politiche nessun partito promuoverebbe l’astensione, perché sarebbe a suo svantaggio comunque. In presenza di un quorum, l’astensione può diventare uno strumento di lotta politica perfettamente legittimo, come ogni mezzo di lotta politica (alleanze, strategie ecc.), purché si rispettino le procedure. Quindi, nel caso di un referendum è del tutto normale che si faccia campagna per il Sì, per il No e per l’astensione. Questo non tradisce la democrazia.
Dall’altro lato, bisogna chiedersi se tutti, e in qualsiasi condizione, possono fare propaganda per l’astensione. Qui bisogna introdurre una nozione che, nella vita politica italiana, fa decisamente fatica ad affermarsi, e che anzi in generale viene rifiutata: la rigida divisione tra il ruolo istituzionale e la propria parte politica. Chi riveste incarichi istituzionali ha degli obblighi verso tutti i cittadini, non soltanto verso quelli che lo hanno votato (nel caso si tratti di una carica elettiva). Quindi, in molte circostante, ha il dovere (civico, anche qui) di parlare un linguaggio che sia rivolto a tutti i cittadini, lasciando da parte il linguaggio della sua parte politica (o religiosa, o morale). Questa idea che ci si possa separare in due – il cittadino nel suo ruolo pubblico e il cittadino nella sua identità di parte – è molto contrastata in Italia, anche a sinistra, perché sembra artificiosa, difficile da realizzare, perché svuoterebbe la politica delle sue passioni, perché sembra ingenua (“tanto ognuno difenderà sempre i suoi interessi”). Questo iperrealismo della tradizione politica italiana ci lascia poi disarmati quando il Presidente del Consiglio, parlando nel suo ruolo istituzionale, fa propaganda per l’astensione. E la denuncia del suo operato diventa la denuncia di chiunque faccia propaganda per l’astensione. Con tutte le contraddizioni che abbiamo detto.
Invece le cose sono in termini diversi. Renzi ha sbagliato a fare propaganda per l’astensione a causa del suo ruolo di Presidente del Consiglio che, anche se guida un governo ovviamente orientato politicamente (non è cioè nella situazione più vincolata all’imparzialità del giudice o dell’amministratore), parla comunque anche a nome delle istituzioni, e quindi di tutti i cittadini. Dal punto di vista delle istituzioni, anche se l’astensione è sempre possibile per la democrazia rappresentativa, non è legittimo promuoverla direttamente, perché abbiamo visto che promuovere apertamente l’astensione significa mettere in pericolo la democrazia e la libertà individuale. Così come non si possono obbligare i cittadini a partecipare (e restano buoni cittadini anche se non partecipano), allo stesso modo la scelta di astenersi deve essere libera e individuale, non promossa e influenzata dalle istituzioni.
Ovviamente, forze politiche e associazioni hanno tutto il diritto di fare campagna per l’astensione. Quindi Renzi avrebbe dovuto lasciare al suo partito la campagna per l’astensione, senza promuoverla direttamente. Certo, non sarebbe stato facile gestire la sua immagine, tra una posizione pubblica che non deve promuovere l’astensione e il ruolo di leader di un partito che invece promuove l’astensione. Ma questo è un problema politico, che doveva risolversi lui, senza scaricarlo indebitamente sulle istituzioni.
(Torino, 15 aprile 2016)
[Immagine: piattaforma petrolifera]
Comunque la frase di Gaber voleva dire un’altra cosa. E’ una questione di generi letterari. Non si dovrebbero leggere le parole di un uomo di teatro e cantautore come se fossero sottoposte alle stesse regole di un discorso politico o costituzionale o giuridico. E non è nemmeno questione di separare il valore poetico dal valore etico – distinzione che finisce solo per significare questo: fate pure le vostre poesie, tanto non è roba seria. Si tratta di stare davanti ai testi con due attitudini profondamente diverse, quella che cerca di “spiegarne” il significato e quella che cerca di “comprenderlo”, si sarebbe detto una volta.
A proposito di referendum, Gaber in un monologo scriveva questo: “Il referendum, per esempio, è una pratica di “Democrazia diretta”… non tanto pratica, attraverso la quale tutti possono esprimere il loro parere su tutto. Solo che se mia nonna deve decidere sulla Variante di Valico Barberino-Roncobilaccio, ha effettivamente qualche difficoltà. Anche perché è di Venezia. Per fortuna deve dire solo “Sì” se vuol dire no, e “No” se vuol dire sì. In ogni caso ha il 50% di probabilità di azzeccarla. Ma il referendum ha più che altro un valore folkloristico perché dopo aver discusso a lungo sul significato politico dei risultati… tutto resta come prima e chi se ne frega.”
Politicamente disfattista in effetti. Ma Gaber vuol dire un’altra cosa, sempre un’altra cosa.
Ah, un’altra cosa. Io su una piattaforma petrolifera con quel panorama mi ci trasferirei seduta stante, e la difenderei pure dagli assalti di Greenpeace, baionetta inastata.
Non è che si fa propaganda subliminale per il NO o l’astensione?
(Si scherza, eh)
Grazie Mauro!
Non so se Daniele Lo Vetere mi vorrebbe, ma su quella piattaforma immersa in un paesaggio azzurrato – peraltro cosi poco italiano- ci andrei anch’io!
Dici bene Mauro ricordando che c’è confusione di valutazioni su libertà, diritti e doveri, obblighi morali e costituzionali, partecipazione e astensione. Già, infatti oltre a confonersi il singolo cittadino o chi parla via carta stampata, si confonde anche chi ci governa!
A proposito di ruolo istituzionale e rappresentanza di partito, Mauro mi spieghi perché abbiamo dovuto sentire questa sera in televisione il presidente del consiglio che imita la commozione di un papa (o della Fornero?) nel ricordare con voce rotta come a malincuore abbia dovuto suggerire ai giovani, magari al loro primo voto, di astenersi da esprimerlo pur di salvare tanti tanti posti di lavoro?
Sono così arrabbiata, sappi, che non voterò neppure Fassino sindaco!
E viva i poeti!
e la loro partecipazione
QUALCHE COMMENTO SUL DOPO REFERENDUM
1) Il discorso di Renzi continua ad essere del tutto inaccettabile, istituzionalmente scorretto. Definire “demagoghi” i promotori del referendum, “brindare all’astensione” ecc., sono espressioni che un Presidente del Consiglio non può usare: continua a delegittimare le istituzioni e il suo ruolo, e allo stesso tempo fa un errore politico perché trasforma tutto in un voto pro o contro Renzi.
2) Altrettanto scorrette sono le dichiarazioni di quanti dicono (Emiliano e Brunetta, per esempio) “15 milioni di italiani hanno votato contro il governo” ecc. Questa logica perversa è stata innescata da Renzi stesso, nel momento in cui si è intestato la campagna contro il referendum, offrendo così l’occasione alle opposizioni di fare un voto contro di lui. E’ una logica insensata, che potrebbe essere rovesciata in modo altrettanto insensato dal Presidente del Consiglio dicendo “tutti gli altri sono con me”. Sappiamo tutti che non è così, né in un senso né nell’altro, e che questo discorso serve solo ad avvelenare la politica e a delegittimare le istituzioni. In vista del referendum costituzionale di ottobre questa spirale va evitata assolutamente. Se il primo passo falso lo ha già fatto Renzi, dicendo “se la riforma costituzionale viene bocciata io me ne vado”, questo non vuol dire che le opposizioni, se credono davvero nella democrazia come dicono, debbano cadere nella trappola.
3) Chi promuove dei referendum impari una volta per tutte che non si possono fare dei referendum così specifici e tecnici, di fronte ai quali i cittadini sono disorientati; se si vuole promuovere la partecipazione politica e l’esercizio della democrazia diretta, bisogna essere politicamente accorti, non lamentarsi poi dell’astensione e del poco senso civico degli elettori.
4) Qualcuno, M5S in testa, deluso del risultato, propone già di abolire il quorum nei referendum abrogativi. Sarebbe una follia, perché svuoterebbe di legittimità l’attività legislativa del Parlamento e la porrebbe in balìa di ogni oscillazione dell’opinione pubblica.
molto d’accordo, solo due osservazioni: mi pare che oggi il pericolo per la democrazia rappresentativa venga soprattutto dallo svilimento dei corpi intermedi che dovrebbero essere tramite tra cittadini e rappresentanti (sindacati, partiti, associazioni ecc.). è un dato per così dire storico, una tendenza che sembra inarrestabile non imputabile a qualcuno, ma mi pare sia il vero pericolo per la democrazia perchè la espone alla demagogia e al populismo del leader di turno. Renzi interpreta bene questa tendenza e nessuno come lui fino ad ora è riuscito a deligittimare questi corpi intermedi. A me pare una cosa pericolosa.
Altra cosa, rispetto alla tua replica, al punto 3 dici che chi promuove un referendum deve imparare a non farli su argomenti tecnici e specifici. Sono un po’ perplesso. Quando sento questa obiezione penso che ci sia del vero, ma mi viene sempre in mente il referendum sulla legge 40, molto tecnica, specifica, che interessava solo una piccola parte degli italiani (le coppie che hanno difficoltà ad avere figli) e che fu facile vittima dell’astensione (voluta dai vescovi col non tacito assanso del governo di allora): dal punto di vista della nostra vita civile fu però una grave sconfitta. E poi ancora: il referndum sulla costituzione ci proporrà uno dei quesiti più complessi, tecnici che sia dato immaginare
Due cose: la prima è che sento poco parlare del fatto che l’astensione sia stata per molti una scelta consapevole. Non potendo sapere l’opinione degli altri, una persona contraria votando no rischiava di contribuire a raggiungere il quorum, e probabilmente perdere. Da ciò non capisco Piras, perché trovi sbagliato togliere il quorum. Io credo sia meglio il contrario, mettere il quorum per scegliere il governo, che riguarda tutti, e toglierlo nei referendum, che possono riguardare questioni particolari. Se non ci fosse stato il quorum tutti quelli favorevoli allo sfruttamento dei giacimenti sarebbero andati a votare. Semmai io obietterei che su certe questioni etiche non si può mettere un referendum, perché non è giusto che qualcuno decida della vita di un altro, come ad esempio il referendum sui matrimoni gay. Inoltre proprio perché ci sono questioni tecniche complesse, non sarebbe male che si esprimessero solo quelli che un minimo ci capiscono insieme con altri meno esperti, ma almeno alfabetizzati, e non cani e porci.
Su molte cose sono naturalmente d’accordo, dalla sacrosanta libertà di astenersi alla inopportunità dell’invito all’astensione di chi ricopre cariche istituzionali. Sulla piena legittimità della propaganda per l’astensione e sull’uso dell’astensione come strategia politica di boicottaggio di un referendum, invece, non sarei così sicura che questo non tradisca lo spirito di una democrazia. Con un’astensione cosiddetta fisiologica del 30% il fatto che i sostenitori del NO scelgano e propagandino l’astensione rende perfettamente possibile che vinca il referendum una minoranza. Inoltre, non è in generale buona prassi consentire, diciamo così, una gara su 50 metri e dare a una delle due parti in gioco un vantaggio di 30 metri. Inoltre, l’impossibilità di distinguere astensione fisiologica e astensione strategica rende impossibile svolgere un’analisi efficace delle opinioni delle/degli aventi diritto al voto e del reale esito del referendum stesso, il quale dovrebbe essere fondante e vincolante per le successive decisioni in merito del legislatore. So bene che questo non è scontato, basti vedere l’esito per adesso sconfortante della vittoria del Sì al referendum sulla gestione pubblica dell’acqua, però è un punto di cui credo sia opportuno tener conto. Per questa ragione io non sarei contraria a rivedere la questione del quorum, magari non abolendolo completamente, ma riformulandolo: il referendum è valido se si reca alle urne il 50% +1 del numero dei votanti alle ultime politiche, per esempio. Per fare in modo che siano ripristinate pari opportunità per le parti in gioco. Per sapere e per contare: Sì, No, astensione.
Mi lasciano perplesso due cose. 1) Mi sembra che a un certo punto, citando Gaber, nel suo articolo Piras sovrapponga indebitamente due diverse concezioni della libertà, comunemente riassunte con le formule “libertà da” e “libertà di”: che possono, anzi debbono, coesistere, ma non venire confuse tra di loro 2) Piras dice che nelle elezioni politiche nessun partito promuoverebbe come arma elettorale l’astensione; va bene, ma allora come la mettiamo col fatto che nessuno dei partiti attualmente presenti nel nostro arco parlamentare sembra minimamente preoccupato dal notevole aumento di astenuti nelle consultazioni elettorali degli ultimi anni?
“Lo scetticismo è la capacità di stabilire antitesi in qualsiasi maniera tra apparenze e giudizi: in virtù dello scetticismo noi, considerando l’ugual peso che si riscontra nelle contrapposizioni di stati di cose e ragionamenti, giungiamo anzitutto alla sospensione del giudizio (epoché) e, dopo di ciò, all’imperturbabilità (ataraxìa)”. (Sesto Empirico, P.H. I.8)
Caro Daniele,
ovviamente su Gaber hai ragione, l’inciso su di lui era provocatorio. Però, andando alla sostanza, vorrei criticare la posizione di chi, nella sinistra, crede che la libertà sia solo o principalmente la libertà di partecipare, e ritiene quindi che la libertà “individualista” sia meno importante o, peggio, una forma degenerata di libertà, perché egoistica o facile vittima del mercato e del consumismo. Queste sono cose che riguardano le scelte etiche delle persone, ma non si può svalutare chi dalla democrazia vuole soprattutto la difesa dei propri spazi di libertà. Inoltre, e in questo rispondo anche a Jacopo, io non voglio contrapporre “libertà da” e “libertà di”, né “libertà positiva” e “negativa”, perché penso che le forme di libertà siano più diversificate. Voglio dire che uno stato non solo democratico ma anche liberale deve lasciare spazi giuridici a tutte queste libertà. Quindi anche alla libertà come partecipazione, che semplicemente non ha un ruolo privilegiato.
Poi, ho cercato di esporre perché questo porta a un paradosso nella democrazia: se si insiste troppo sulla libertà della sfera individuale, si rischia di abbandonare la politica ai potenti. Questa è una difficoltà e un limite della democrazia liberale, come hai osservato, Daniele, in un tuo post su fb. La difficoltà appare a tre livelli: 1) il funzionamento della democrazia stessa; 2) la realizzazione etica della vita umana; 3) l’emancipazione.
Ad 1). La democrazia, per non degenerare, ha bisogno di un’etica pubblica animata anche da uno spirito di partecipazione; un eccesso di individualismo, abbinato alle forze in parte disgregatrici del mercato, ostacola la formazione di questa etica pubblica. Io penso però che una simile etica pubblica sia generata indirettamente dalle istituzioni democratiche stesse, con il loro funzionamento e le loro procedure, che rendono ordinario e irrinunciabile il ricorso ai diritti, all’eguaglianza nelle procedure, alla contestazione del potere ecc. Quindi la prima mossa è continuare ad alimentare le istituzioni dello stato di diritto, e quindi anche i diritti individuali che esse garantiscono: questo stesso individualismo, quando si vede riconosciuto nella sua sfera legittima, rafforza la fedeltà alla democrazia e quindi anche la voglia di partecipare. Se invece ci ostiniamo a screditare le istituzioni democratiche perché sono “eticamente neutre” ecc. allora indeboliamo l’etica pubblica. A contrario, gli stati etici, nella modernità, sono stati attraversati da violente lacerazioni dell’etica pubblica, a causa della paura di dichiararsi dissenziente. Proprio il disordine pluralista delle democrazie liberali può rafforzare l’etica pubblica, se ognuno è riconosciuto per quello che è, anche nel suo poco interesse politico. Se invece le istituzioni condannano chi non partecipa, questo diventa un nemico delle istituzioni.
Ad 2). Questo è il tema che ti interessa maggiormente. E’ chiaro che la politica non dà una risposta alla realizzazione del bene nella vita umana. La può dare solo per chi ha la vocazione politica, per chi vuole questo dalla vita. Ma non la dà in generale, perché la politica determina solo alcuni ambiti della vita umana. La risposta può venire solo da strati molto profondi della cultura e del rapporto con la vita stessa, di cui ovviamente anche l’espressione artistica fa parte. La seconda mossa quindi è alimentare questi strati, investire energie nel loro sviluppo. Ma neanche questo può dare una risposta totale. La modernità è condannata a riconoscere che le singole sfere, da sole, non bastano. Che il rapporto con la totalità della vita è frammentato e la ricomposizione può venire solo dall’esperienza stessa, senza garanzia di successo. Ecco perché diffido di ogni prospettiva che innalza uno di questi ambiti a funzione “salvifica”: non è la scienza, non è la politica, non è l’arte a “redimere” la vita umana. Oguno di questi ambiti va tenuto nei suoi limiti. Questo significa che la politica partecipativa, per quanto importante, non può diventare il valore ultimo che comanda gli altri, e che gli altri spazi di libertà hanno la stessa dignità. E che anzi il pluralismo renderà più facile il “fiorire” di quelle risorse di senso.
Ad 3). C’è però il problema del dominio sociale: se le forze sociali dominano le notre vite limitando di fatto i nostri spazi di libertà e di realizzazione del sé, la libertà democraticoliberale non è solo facciata? Anzi, addirittura complice del capitalismo che disgrega l’esperienza umana e le sue possibilità di realizzazione? Su questo tema enorme dico solo alcune cose. Anzitutto, evitiamo di fare del capitalismo la causa di tutti i mali, perché i mali del mondo sono incasinati e le cause molteplici. Poi, teniamo conto che, per quanto le costrizioni sistemiche limitino i nostri spazi di scelta, non sono i soli fattori che determinano l’agire sociale, anzi i rapporti tra tali costrizioni e le risorse di senso di cui parlavo sono sempre “porosi”, la riflessività trova sempre dei margini per modificarle e per far giocare lo spazio della critica. Inoltre, la tutela delle istituzioni democratiche anche nelle libertà individuali alimenta lo spazio della critica come proiezione di una eguale libertà che le relazioni sociali di mercato non realizzano mai. Quindi il gioco complesso di tutti questi fattori, secondo me, alimenta la critica anche del capitalismo. A me sembra che la critica del capitalismo sia più debole dove non c’è la democrazia liberale, non il contrario. La terza mossa, quindi, è quella di alleare democrazia liberale e critica, di articolarle, per quanto a volte in tensione, e non di contrapporle, come si è ostinata a fare la tradizione della teoria critica da Marx in avanti.
Gentile Piras,
in merito a quando afferma che “Qualcuno, M5S in testa, deluso del risultato, propone già di abolire il quorum nei referendum abrogativi. Sarebbe una follia, perché svuoterebbe di legittimità l’attività legislativa del Parlamento e la porrebbe in balìa di ogni oscillazione dell’opinione pubblica”, le consiglio la lettura di quanto affermato dalla Commissione europea per la Democrazia attraverso il Diritto, organo consultivo del Consiglio d’Europa, che ha raccomandato l’abolizione del quorum (https://piudemocraziaintrentino.org/2015/12/02/le-raccomandazioni-della-commissione-di-venezia-per-labolizione-del-quorum/).
Le segnalo anche, come ulteriore elemento di riflessione, il fatto che in Europa esiste un quorum del 50% in Italia, Slovenia, Ungheria, Polonia, Rep. Ceca, Slovacchia e quasi tutte le repubbliche dell’ex blocco comunista. Esiste inoltre il quorum del 40% in Danimarca.
I referendum non prevedono invece il quorum in paesi con lunga storia democratica: Francia, Gran Bretagna, Irlanda, Paesi Bassi, Islanda, Spagna, Malta, Lussemburgo, Finlandia, Austria, oltre che ovviamente nella patria dei referendum, la Svizzera (dove è richiesta la maggioranza dei votanti e dei cantoni) e il Lichtenstein. Altre informazioni qui: http://www.paolomichelotto.it/blog/2011/05/23/13-motivi-per-abolire-il-quorum-dai-referendum/.
Cordialmente,
Andrea Fogato
Leggo nell’articolo di Piras:
” Allo stesso tempo, la partecipazione politica non può essere un obbligo imposto ai cittadini per legge, perché si violerebbe quella libertà individuale.
Per questo si dice che è un ‘dovere civico’. Una democrazia rappresentativa è in buona salute se c’è una cultura diffusa della partecipazione politica, se il dibattito pubblico è aperto e vivace, se l’opinione pubblica è informata e ha spazi per esprimersi e influenzare la deliberazione pubblica. Ma questo non è il piano dell’obbligo giuridico, e neanche dell’obbligo morale.”
Non è esatto.
Il voto è un diritto e dovere. Il fatto che non sia (più) sanzionata l’astensione significa soltanto che viene meno la sanzione, non il dovere. La sanzione può venire meno anche per il motivo banale di essere concretamente inapplicabile.
Poi si possono fare degli esercizi di finezza, per esempio distinguere il dovere dall’onere, ma resta il carattere di comportamento doveroso (per quanto affidato al senso civico).
Anche il dovere di solidarietà sociale di cui all’art 2 Cost. si declina a volte in comportamenti doverosi ma non sanzionati, eppure esiste e finisce nelle sentenze.
Caro Andrea Fogato,
grazie per le indicazioni, sono molto utili. Le studierò con attenzione.
A una prima lettura però noto queste cose (mi riferisco ai livelli nazionali, non locali, che non ho avuto tempo di esaminare):
1) tolto il caso della Svizzera, che è un regime anche di democrazia diretta, i referendum in tutti i paesi citati possono essere promossi solo da capi di stato, governi e/o parlamenti, mai per iniziativa popolare, come avviene invece in Italia;
2) sempre escludendo la Svizzera, in tutti gli altri paesi oltre l’Italia si sono fatti ben pochi referendum, e solo (mi sembra) su materie costituzionali o su trattati internazionali, non su legislazione ordinaria nazionale, anche quando questo caso è previsto.
Insomma: l’Italia mi sembra (ma mi riservo di studiare meglio la questione) l’unico regime di democrazia rappresentativa in cui sono possibili e praticati referendum di iniziativa popolare (o comunque non parlamentare-governativa) che possono abrogare leggi del parlamento. Il problema è quindi che la sovranità legislativa del parlamento può essere revocata dai referendum, con un ritorno alla sovranità popolare diretta. E’ per questa ragione che è meglio porre dei vincoli: senza nessun vincolo la sovranità del parlamento verrebbe delegittimata. Ovviamente, i vincoli si possono modificare: si può abbassare il quorum. Per esempio, la riforma costituzionale appena approvata prevede che, se il referendum è promosso da 800.000 cittadini, il quorum sia fissato al 50% dei votanti alle ultime elezioni. Si posson fare anche altre proposte, ma togliere il quorum dai referendum abrogativi di iniziativa popolare renderebbe l’attività legislativa del parlamento troppo instabile, perché sempre revocabile.
Per il tutto sommato rossobruno in anticipo Giorgio Gaber, libertà era partecipazione solo perché faceva rima con moscone. Comunque è parte cipazione, parte cibazione e parte tante altre cose.
Caro Mauro, grazie della risposta articolata alle mie divagazioni sentimentali su Facebook. Direi che anche dalla tua sola risposta si capisce grosso modo il succo di quel mio post, che, come ho detto, avrei dovuto riscrivere in una forma più raziocinante perché fosse sensato e utile anche qui.
Non ho molto da aggiungere, né obiezioni sostanziali da fare.
@ Massino. No, si sbaglia: è moscone che fa rima con partecipazione, non il contrario. Non confondiamo le carte.
Egregio Professor Piras, mi permetta di dissentire su due punti che Lei sostiene nella Sue tesi riguardante l’astensionismo. Il primo risponde alla chiosa finale di un Suo commento di ieri mattino al che “…togliere il quorum dai referendum abrogativi di iniziativa popolare renderebbe l’attività legislativa del parlamento troppo instabile, perché sempre revocabile.” Ammesso e (vorrei sperare) concesso che ci si miri a conquistare maggior equità – “equilibrio”, ma anche “fairness” all’inglese – non mi è chiaro il modo in cui il non-quorum creerebbe instabilità, a meno che non all’interno di un organo legislativo di per se eccessivamente debole, e in tal caso, quorum o no, sarebbe meglio mettere il buoi davanti al carro e dare linfa alla legislatura invece di toglierla alla istituzione del referendum.
La seconda considerazione riguarda la libertà di astenersi dal voto. Certamente siamo liberi di astenerci dal partecipare in referenda oppure elezioni politiche. Non dimentichiamoci però che, con buona pace di Margaret Thatcher viviamo in un civiltà di carattere societario, il che implica vantaggi e svantaggi, onori e oneri e quindi benefici e costi. Il costo in questa fattispecie, è partecipare in prima persona alle decisioni che riguardano la collettività, per antipatico che possa sembrare, e non far recapitare il proprio orientamento per differenza e per via indiretta. Quindi, per tanto elegante che sia, danzare un minuetto di squisita complessità attorno alle libertà civili per giustificare l’annoverarci pure l’astensionismo, si tratta pur sempre di un atto lesivo – lieve finchè si vuole ma lesivo comunque – nei confronti dei nostri compagni di società e, ancora peggio, nei confronti della società stessa.
E se lo ponessimo come quesito referendario ….magari senza quorum!
La ringrazio dell’ospitalità.
“Quindi, per tanto elegante che sia, danzare un minuetto di squisita complessità attorno alle libertà civili per giustificare l’annoverarci pure l’astensionismo, si tratta pur sempre di un atto lesivo – lieve finchè si vuole ma lesivo comunque – nei confronti dei nostri compagni di società e, ancora peggio, nei confronti della società stessa.” (Donald Bathgate)
E’ proprio così.
Ma diciamolo con le parole dell’art 2 Costituzione:
“La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale.”
La norma è chiara: c’è relazione tra tutela da parte dell’ordinamento giuridico dei diritti fondamentali e (tra gli altri) il dovere INDEROGABILE di solidarietà politica (cioè il voto).
Sostenere che il voto non sia un dovere fa saltare la relazione stabilita dall’art 2 Cost. che è alla base dell’ordinamento giuridico.
Il fatto che l’inadempimento sia sanzionato o no è un problema affidato dai costituenti al legislatore, ma non fa venire meno la struttura logica che ho esposto sopra (tra l’altro si ritiene non possa essere toccata con revisione costituzionale – l’art. 2 riguardando i diritti umani è una sorta di chiamiamola così ‘supernorma’ costituzionale).
Il referendum abrogativo è la forma di referendum più barbara e incivile. Per ovviare a questo uso distorto lo strumento è stato infatti spesso impiegato in modo chirurgico per poter ottenere risultati di tipo “propositivo” e non semplicemente abrogativo. Un po’ come gli interventi della Corte Costituzionale, i quali non possono prevedere nuove norme ma semplicemente l’illegittimità di norme già esistenti.
Nelle democrazie occidentali esiste il referendum confermativo, il quale si declina in due forme: obbligatorio e facoltativo.
Il referendum obbligatorio esiste in Irlanda dal 1937 per le modifiche costituzionali (indipendentemente dalla maggioranza con cui i provvedimenti del Parlamento sono approvati) e per tutti i trattati internazionali che prevedono una cessione di sovranità. I risultati sono peraltro ovvi: gli elettori irlandesi sono i più informati in ordine alle politiche europee insieme ai danesi, i quali, vivono in un Paese con uno strumento referendario analogo. Da notare che l’Irlanda ha un impianto costituzionale molto simile al nostro.
Per fare un esempio, in Italia il fiscal compact è stato introdotto in costituzione senza il consenso popolare mentre in Irlanda è stata modificata la costituzione solo a seguito del referendum. Le conseguenze di tali differenze sono notevoli e sono di semplice intuizione ma questa non è la sede per farlo.
Naturalmente il referendum obbligatorio esiste anche in Svizzera a tutti i livelli di governo, incluse le gestioni associate di servizi pubblici che possono essere trasversali ai comuni (es. scuola), in USA, escluso il livello federale, e a livello di enti locali in Germania per tutte le modifiche che riguardano le Costituzioni dei Lander e gli Statuti comunali. In USA e in Svizzera sono sottoposti a referendum confermativo obbligatorio tutti i provvedimenti che riguardano l’introduzione di nuove imposte o l’aumento delle aliquote fiscale. Per inciso, queste sono spesso scritte in Costituzione o nello Statuto.
Per indire un referendum confermativo facoltativo i cittadini devono invece raccogliere le firme. Naturalmente sia in Svizzera che negli USA gli adempimenti burocratici sono al minimo (in sostanza in esistono) e il numero di firme necessarie è marginale. In Svizzera il referendum facoltativo può essere solitamente richiesto anche da una percentuale dell’assemblea legislativa cantonale e/o comunale. La percentuale è intorno al 30% degli eletti con un sistema proporzionale puro e nonostante ciò non vi è un abuso dello strumento.
Per quanto riguarda l’iniziativa popolare a voto popolare, oltre alla Svizzera, i referendum di iniziativa popolare sono fortemente utilizzati in buona parte degli Stati Uniti d’America. California, Oregon, Colorado, Washington e tanti altri stati hanno potuto approvare provvedimenti a indirizzo progressista proprio (e solo!) grazie alle iniziative popolari, strumento introdotto a livello statale, di contea e di città a partire dalla fine dell’800.
Storicamente va segnalato che anche in Italia all’inizio del Novecento, constestualmente alla Progressive Era in USA e all’introduzione dell’iniziativa popolare in Svizzera, si parlava della necessità di allargare il suffragio universale e di introdurre strumenti di democrazia diretta. Giolitti (che originariamente era un giudice della Corte dei Conti) introdusse il referendum per i servizi pubblici comunali nel 1903, obbligatorio per i capoluoghi di provincia se non sbaglio. Da segnalare che alcune città (es.Cremona) lottarono con il Governo per indire i cosiddetti referendum extra-legali. Poi purtroppo sono arrivati guerra e fascismo e l’Italia ha perso il treno della democrazia diretta fino ai giorni nostri (e della democrazia in generale?), treno che invece è stato preso da Svizzera e da parte degli USA. Dopo la caduta del fascismo gli strumenti referendari sono stati perorati da mondo cattolico sia a livello locale (vedi programma municipale di Sturzo) che a livello parlamentare (celebri gli interventi nell’assemblea costituente di Costantino Mortati, poi giudice della Corte Costituzionale) ma evidentemente senza grandi risultati.
Bisognerebbe parlare anche di Uruguay, Australia, Canada, Corea del Sud e Nuova Zelanda ma ora non c’è nè tempo nè spazio. Senza menzionare il boom referendario a livello locale in Germania a seguito della legislazione introdotto dopo la caduta del muro di Berlino o i nuovi provvedimenti della nuova amministrazione comunale di Madrid in Spagna.
A livello locale si sta muovendo qualcosa nelle regioni autonome ma non c’è ancora sufficiente e diffusa consapevolezza (e conoscenza dei passaggi procedurali) da parte degli elettori. Naturalmente la resistenza della classe dirigente è notevole.
Mi scuso per la forma dell’intervento ma vado di fretta. Spero risulti comprensibile.
Comunque grazie per l’analisi!
Scusandomi per il grando ritardo, rispondo alle altre critiche.
Cara Savina,
non capisco che cosa c’entra Fassino: confondere le elezioni amministrative con la politica nazionale secondo me è un grave errore. Tanto più che Fassino ha difeso il voto, ed è andato a votare.
Quanto alle scorrettezze di Renzi, ho già detto.
Caro Andrea 1,
la delegittimazione dei corpi intermedi è un problema reale. Ma per quanto Renzi vi contribuisca, lo fa nel rispetto delle procedure democratiche. Inoltre, i corpi intermedi devono ritrovare anch’essi il proprio centro, la crisi non viene dall’esterno. Mi spiego: se il Pd in periferia è balcanizzato, in preda alle cricche, allora è ovvio che prende il sopravvento il capo.
Il referendum sulla legge 40 riguardava un diritto individuale, che, anche se interessa direttamente poche persone, è sempre un diritto di eguale libertà; era molto tecnico l’aspetto che concretizzava questo diritto, certo, e questo può spiegare la vittoria. Quando il quesito referendario è troppo tecnico, dietro c’è un fallimento della politica rappresentativa, che il referendum non può risolvere. Bisogna comunque valutare caso per caso.
Cari FF vs PPP e Francesca Di Marco,
su quorum e astensione. Anche io ritengo che esista una astensione consapevole, del tutto legittima. Per queste ragioni: poiché il referendum revoca al parlamento la sua sovranità legislativa, la prima cosa che deve fare chi vuole vincerlo è convincere gli elettori che questa revoca è legittima; se gli elettori pensano che invece, sul caso specifico, basti l’attività legislativa del parlamento, l’astensione è una decisione politica consapevole in questo senso. Non trovo convincente l’argomento del “vantaggio in partenza”: se è vero che c’è un’astensione fisiologica del 30%, simmetricamente c’è anche una “partecipazione fisiologica” del 25-30%, quindi la partita è intorno al 20-25% restante da entrambe le parti. In ogni caso, questi calcoli sono scorretti, perché quello che conta è la questione di principio: gli elettori vanno convinti in primo luogo che è il caso di votare, perché normalmente il potere legislativo appartiene al parlamento, e non direttamente ai cittadini. Ecco perché, inversamente, non ha senso mettere un quorum per le elezioni politiche: in queste non si esercita il potere legislativo, ma direttamente la sovranità popolare, che nella democrazia rappresentativa si esercita proprio nell’eleggere i rappresentanti. Mettere un quorum vorrebbe dire limitare quella sovranità, che non sarebbe più tale.
La riforma costituzionale appena approvata dalle Camere prevede un quorum più basso, la metà più uno dei votanti alle ultime elezioni politiche, se il referendum abrogativo è richiesto da 800.000 cittadini. E’ una buona proposta.
(continua)
Caro Andrea 2 e 3 (direi che si tratta della stessa persona),
appunto, io ho detto che è un dovere civico, che va coltivato e promosso, e che per questa ragione le cariche istituzionali non possono promuovere l’astensione. Tuttavia, nel caso del referendum abrogativo l’astensione fa parte delle opzioni politiche per le ragioni che ho esposto nelle ultime risposte.
Comunque, anche nelle elezioni politiche nessuno pensa, credo, che chi non vota sia moralmente condannabile.
Caro Donald Bathgate (nice name; nickname?),
rispondo alle due osservazioni.
1) un referendum di iniziativa popolare senza quorum renderebbe instabile l’attività legislativa perché qualsiasi minoranza di cittadini organizzati potrebbe far revocare qualsiasi legge votata dal parlamento: basterebbero 500.000 firme (che su un corpo elettorale di 50 milioni circa sono poche) e il voto di quella minoranza. A questo punto il parlamento non sarebbe sicuro di garantire la permanenza di nessuna legge votata. Questo è sbagliato in termini di principio, qui la stabilità riguarda la legittimità, non la stabilità funzionale, e quindi riguarda anche l’equità (fairness): infatti, se il regime politico è rappresentativo, questo vuol dire che una legge votata dal parlamento nel rispetto delle procedure rappresenta l’opinione della maggioranza degli italiani, benché indirettamente; se una minoranza, in qualsiasi momento, può rovesciare quella decisione, allora il parlamento è delegittimato e non ha più il potere legislativo; se si vuole questo, si deve passare alla democrazia diretta.
2) Obiezione interessante: chi si astiene sarebbe un “free rider”, che prende i benefici dalla cooperazione sociale, ma non ne rende. Tuttavia, non so se l’argomento tiene. Nelle elezioni politiche, chi si astiene non è un free rider, in quanto può averne uno svantaggio, se i risultati delle elezioni lo penalizzano; nel referendum abrogativo, l’astensione può essere una scelta politica consapevole, per le ragioni esposte nelle mie altre risposte. Ritengo quindi che l’astensione sia certo dannosa in linea generale per una società democratica, ma che non si possa condannare chi si astiene. Dobbiamo convincerlo, piuttosto. Offrirgli delle ragioni per votare migliori di quelle che ha per non votare.
no, no: andrea 1 è diverso da Andrea 2 e 3. Andrea 1 non concorda con andrea 2 e 3 (oppure caso di disturbo dissociativo…).
il fatto che Renzi segua procedure democratiche non mi pare rilevante. Rilevante è il dato politico e sociale, le conseguenze di scelte fatte sia pure nel rispetto delle procedure (il voto di fiducia rientra nelle procedure, ma decidere la legge elettorale, che riguarda tutti, con voto di fiducia è un fatto politicamente grave, anche se corretto in via procedurale; ancora: sbeffeggiare i sindacati non infrange procedure, ma aumenta distanza tra cittadini e governanti – senza con questo assolvere i sindacati dalle loro responsabilità: anch’essi si sono allontanati dalla società). Ma mi piacerebbe un ceto dirigente che cerca di ricucire un legame sempre più labile tra chi governa e chi è governato
Egregio Prof. Piras
Nickname – Le chiedo scusa ma non mi ero accorto che la partecipazione era subordinata all’uso di un pseudonimo, anche perché la mia limitata esperienza di attivismo in questo ambito si è svolto prevalentemente di persona e tra persone. E’ troppo tardi per riguadagnare l’anonimato?
E, visto che siamo in argomento,
Nice name – (espressione ad uso semmai più ristretto in inglese): a me non è mai sembrato ‘nice’, anzi. Un po’ troppo facile associare mio cognome con la parte meno nobile delle funzioni fisiologiche. Il nome, invece, inizialmente portato quasi con orgoglio,omonimo del secondo re della mia natia Scozia, è stato negli anni logorato dall’associazione prima con l’unicità del hamburger universale, poi per assonanza stretta con il proponente dei reaganomics (che iddio l’abbia in permanenza), e ora,quella più ignominiosa averlo in comune tutto con Trump, la faccia inaccettabile del riportino. Nome e cognome, quindi, da anagrafe.
Ved. pure il mio blog dove annoto il pensiero occasionale:
https://dbathgate2015.wordpress.com/
Se ho capito bene, secondo il Suo teorema l’abolizione del quorum referendario delegittimerebbe il legislatore perché consentirebbe ad una piccola parte della cittadinanza la facoltà di annientare l’operato di chi invece ne rappresenta una parte molto più grande e legifera con la sua approvazione. La questione, a mio avviso è più complessa. I padri costituenti erano ben lungimiranti e se hanno previsto una sperequazione così marcata per l’istituto del referendum abrogativo ci sarà stato un motivo. Io credo che il motivo si annidi nei “checks and balances” – l’intreccio complicato e iperdelicato dei tre pilastri – esecutivo, legislativo e giudiziario – sui quali poggia lo stato di diritto. Non è ammissibile quindi che si sciolga la questione in una semplice equazione aritmetica diretta tra numeri da una parte o dall’altra. Comunque prendiamo in esame un attimo l’ipotesi di delegittimazione dei molti per mano dei pochi e ci troviamo di fronte a due premesse implicite: uno, il legislatore non sia già delegittimato di per sé, e due ha promulgato legislazione che godrebbe dell’approvazione della maggioranza dei cittadini. Sbaglio, o siamo già impantanati? Tra il ventennio berlusconiano la cui intera attività legislativa doveva servire a impedire un soggiorno coatto per l’ex cavaliere a Regina Coeli, due governi nominati dal Presidente della Repubblica compreso quello attuale, che, se non sono delegittimati, è perché non sono mai stati legittimati, il governo Craxi delegittimato sotto la pioggia di monetine mentre usciva dal Hotel Raphael, Mani Pulite con l’immagine desolante dell’ interrogazione del povero Forlani in tribunale. Poi, la criminalità organizzata, la corruzione dei politici dentro e fuori i palazzi. No, non si può appellare alla delegittimazione.
Ci si appelli invece alla Costituzione che prevede l’istituto del referendum abrogativo secondo una serie di condizioni – 500,000 firme raccolti in tre mesi, chiarezza e equità nella domanda etc. Viene stabilito un quorum nel senso che vadano a votare un minimo numero di persone. Non viene contemplato l’astensionismo come alternativo a votare no per umiliare l’istituto. Chi si astiene perché non capisce i quesito è un asino ma è doppiamente asino chi ha capito il quesito ma gioca a fare l’indeciso sotto mentite spoglie. Per favore, non si bistratti così La Costituzione!
Gentile professore,
Premetto che, oltre al suo articolo originale e all’aggiunta post referendum, ho letto solo il commento di Donald e la relativa risposta, perciò non ho un quadro completo della discussione ma solo sulle questioni discusse in quelle righe.
Concordo sul fatto che abolire il quorum sarebbe sbagliato da un punto di vista teorico e giuridico e pericoloso da un punto di vista pratico. Il Parlamento perderebbe totalmente il potere e la funzione che non può non avere in un sistema basato sulla democrazia rappresentativa: non voglio affermare con questo la superiorità della democrazia rappresentativa su quella diretta, questione spinosa, complessa e a cui non saprei dare una risposta, ma solo che l’abolizione del quorum e la democrazia rappresentativa sono due cose, a mio parere, assolutamente inconciliabili.
Non sono invece d’accordo sulla rivendicazione del diritto di astensione. È vero che i valori di uno Stato liberale sono uguaglianza e libertà, ma perché in questa libertà deve essere inclusa anche la possibilità di non interessarsi alla gestione di quella stessa entità che dovrebbe garantire la libertà? Saremmo meno liberi se fossimo giuridicamente tenuti a votare (come peraltro avviene in diversi Stati)? Non penso personalmente che sia così.
Contro le mie tesi, segnalo questo interessante intervento a critica dell’uso politico dell’astensione, con argomenti che mi danno filo da torcere, lo ammetto:
http://www.lavoce.info/archives/40842/segretezza-del-voto-violata-dallastensione/