di Francis Ponge

 

 

[E’ uscita in questi settimane, a cura di Michele Zaffarano la traduzione de Il sapone di Francis Ponge (il Saggiatore, 2026). Ne proponiamo qui un estratto]

 

 

 

DEL SAPONE ASCIUTTO PRIMA DELL’USO

 

All’inizio, quando lo vai a prendere sul suo piattino, che è un piattino normalissimo, magari il più rovinato del servizio, non ti dice niente, ha l’occhio amorfo e ostinato, ed è un ciottolo (o dischetto) modesto, solo il tuo odorato si stupisce di trovarlo un po’ più grossolano rispetto a un sasso, un po’ più strano, profumato com’è dalla fatica dei fiori.

 

E poi niente, non ti dice niente…

Infatti, alla fine, visto che lui si vuole risparmiare per le feste che ci saranno tra poco, è a me che tocca parlarti di quanto sia taciturno il nostro oggetto.

 

Ne dovrei parlare poco solo per il fatto che è un oggetto taciturno? Ovviamente no. Innanzitutto perché, se fosse solo per quello, non ci sarebbe proprio nessuna ragione di parlarne. Ma poi anche perché dobbiamo ripagarlo per la grande pazienza che dimostra negli intervalli tra un utilizzo e l’altro.

 

Come ne dovrei parlare, allora? Di sicuro senza troppe prolissità, perché a quel tipo di feste non ci siamo ancora arrivati. Siamo soltanto al punto che ce lo andiamo a staccare con una certa fatica dal suo piattino e poi ce lo giriamo e rigiriamo tra le mani. Nonostante tutto, però, il particolare tipo di durezza che ci propone potrebbe forse giustificare un modo di parlare meno rigido, meno brusco. In cui ogni frase, fondandosi su una qualche espressione concreta della realtà di quello, finisce per valere solo per lui, senza dover significare qualcosa anche per tutti gli altri (oggetti). Insomma, ce lo dobbiamo continuare a sentire tra le mani, nel senso che, per esempio, il suo profumo potrà anche essere più o meno volgare, ma dovrà comunque persistere in ogni istante, dall’inizio alla fine del discorso, senza mai abbandonare le mani fintanto che staranno ancora scrivendo, così da non poter mai smettere di arrivare fino a te, caro Lettore.

 

Ma non stiamo magari parlando troppo proprio per non dire nulla? Quello che è sicuro è che, a furia di girarcelo e rigirarcelo tra le mani senza che si decidesse a dire qualcosa, siamo stati costretti a cominciare…

 

Impregnati però come siamo, non più del suo solo odore, ma anche di altre qualità che riesce a procurare alle mani attraverso il tatto (nonché attraverso certe infime parti della sua stessa sostanza), saremo presto messi nella condizione di poter esprimere (prima ancora che apprezzare o comprendere) le serie e profonde ragioni del suo comportamento.

 

Diciamo allora che la particolare specie di durezza (che rimane comunque un po’ malleabile) e di silenzio (quasi una riserva di parole), insomma la particolare specie di taciturnità che ci propone, a noi sembra il segno di un drammatico conflitto interiore. In altre parole, che il modo in cui si mostra rende manifesto il compromesso, così faticosamente ottenuto (e che sembra ogni istante riconquistato e ogni istante di nuovo perduto), tra la tentazione di durare e di conservarsi, addirittura di farsi eterno in mezzo a un silenzio e a un’asciuttezza sempre più perfetti (con il ciottolo, per così dire, chiamato a rappresentare il tipo compiuto di questa perfezione) e, dall’altra parte, la sensazione che non sia questo il suo dovere, e neanche, a ben rifletterci, a voler giudicare in maniera onesta, la sua natura, la sua vera destinazione, che sarebbe piuttosto invece quella di consumarsi e ovviamente allo stesso tempo di giubilare e di godere, di consumarsi e di perdersi nella propria funzione, nel proprio servire: insomma di rispondere della propria utilità.

Perché il sapone è un oggetto destinato a essere utile, e non può e non vuole in nessun modo dimenticarsi dei propri doveri. Nel suo silenzio, è capace ogni istante di parole, è come un volto che sta per mettersi a parlare.

Esattamente! Osserviamolo bene, e gli scorgeremo con emozione sul volto le tracce di questo drammatico compromesso. Se la sua inattività lo irrigidisce e lo conserva, la passione per l’acqua gli fa invece sempre sentire la lingua come asciutta. La fronte gli si fa scura, e gli si fa dura. La preoccupazione per la sua stessa inattività finisce per formargli delle crepe. Anche se poi, di fatto, a furia di restarsene sempre così inattivo e dimenticato, si conserva solo meglio. In ogni caso, deve riuscire a conservare tutte le sue parti e, contemporaneamente, tutte le loro relative qualità. E quindi non si protegge con nessun tegumento specifico, non forma nessuna crosta, guscio, corteccia o epidermide, ed è solo con riluttanza che partecipa ad alimentare quell’asciuttezza che rappresenta la sua stessa salvezza; e alla fine decide di non consacrare e di non sacrificare per intero nessuna di quelle parti che poi finirebbero per non servire più a niente. In effetti, nonostante ne possieda, nonostante ne sia anche ben consapevole, non si sente chiamato a proteggere dentro di sé nessun delicato meccanismo esistenziale o di principio autonomo – nessuno di quei meccanismi che hanno come unica utilità e unica giustificazione la conservazione e la perpetuazione di queste stesse esistenze, di questi stessi princìpi, vale a dire del loro peculiare modo di occupare e di dividere il Tempo. Nulla ha da mantenere, se non un complesso di qualità, o meglio di facoltà, che sono facoltà ben definite, facoltà specifiche per la funzione propria che è la sua: l’unica cosa che deve fare è rimanere adeguato al proprio scopo. In tutto questo, da qualche parte, una lezione ci deve essere di sicuro.

[…]

Tutto dipende dall’olio che lo compone e che forma il sostrato delle sue qualità. Che cosa può fare, all’olio? Certo, non può farlo evaporare, perché evaporare non rientra assolutamente nella natura dell’olio. Può solo continuare a suddividerlo in fialette sempre più piccole. Fialette sempre più numerose, e con sempre meno olio. Come quando vogliamo mettere in ordine l’armadietto delle medicine, e sistemiamo i flaconcini stipandoli uno accanto all’altro. Il tutto perfettamente immagazzinato in un qualcosa a forma di uovo, o di dischetto, facile da prendere in mano e non spiacevole al tatto, anche se magari in mano manca giusto di un po’ di peso (il che fa, per esempio, passare la voglia di lanciarlo, e venire invece quella di stuzzicarlo per fargli rendere testimonianza, per spingerlo cioè a testimoniare anche altre qualità, a parte il peso che manca).

E diciamo che, a comporre e a interpretare questo ruolo così complesso e difficile, ci riesce davvero alla perfezione. Lo si è appena rimesso sul piattino, che subito si sente in dovere non solo di contrarsi per riuscire a mantenere al massimo la propria capacità di essere riusato, ma anche di tenersi contratto nella forma stessa in cui l’ultimo impiego lo ha lasciato, perché il suo presupposto si fonda sul fatto che è in quella forma che verrà più facilmente rimobilitato, e dispenserà più piacere, e sarà più comodo da riprendere in mano.

Il sapone ci appare nella sua vera luce solo quando viene messo a confronto con il ciottolo. Il sapone è solido, serio e austero; il sapone è profumato, in maniera leggera ma comunque tenace; ed è senza dubbio tentato di trasformarsi nel ciottolo, che gli potrebbe apparire come il perfetto compimento del proprio essere. Niente però gli permetterà di arrivare fino a quel punto. E questo per colpa dell’olio che lo compone e che forma il sostrato delle sue qualità. Il sapone rimane un oggetto utile. Ha le sue qualità e ha una sua battaglia interiore da portare avanti: non c’è verso che si dimentichi il proprio dovere, non c’è verso che si dimentichi il motivo per cui è stato creato.

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