di Vittorio Gallese

 

[Esce oggi per Cortina il saggio di Vittorio Gallese Il sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica. Ne anticipiamo qui il capitolo introduttivo]

  

 

“Voler trovare un punto fermo in questo avvicendarsi di fenomeni è difficile come piantare un chiodo nello zampillo d’una fontana; però v’è dentro qualcosa che sembra rimanere sempre uguale a sé stesso.”

(Robert Musil, L’Uomo Senza Qualità, 1998, p. 1598).

 

Viviamo in un tempo di trasformazioni radicali. La rivoluzione digitale e lo sviluppo accelerato dell’Intelligenza Artificiale (IA) stanno ridefinendo il nostro modo di abitare il mondo, di relazionarci agli altri, di percepire noi stessi. Non si tratta più di semplici mediazioni funzionali: le tecnologie digitali contemporanee agiscono come ambienti immersivi e affettivi, riscrivendo le condizioni stesse dell’esperienza.

Chi come me ha vissuto gran parte della propria vita in un mondo analogico non può non comprendere, e per certi aspetti condividere, molte delle ansie che ci colgono in questo particolare momento storico. In un recente coraggioso intervento, il filosofo Federico Ferrari ha così descritto il mondo in cui viviamo: “È lo spettacolare debordiano divenuto realtà onnipervasiva. Un mondo in cui l’inversione e la separazione tra reale e virtuale è compiuta. La realtà spettacolare è divenuta talmente totalizzante da creare una sorta di allucinazione collettiva in cui ogni affermazione è completamente scollegata da quel che designa e non fa altro che sospingere verso una dimensione post-veritativa e, ancor più grave, di post-realtà. Si mette in scena la diseguaglianza, la si guarda come uno spettacolo esotico ed esteticamente appagante, il tutto all’interno di uno spazio protetto (in genere il museo), per poi mettere in pratica forme di esclusione reale per chi, appena fuori dello spazio protetto, è vittima di processi di ingiustizia sociale.” (Ferrari, 2025). Queste parole comunicano quanto la radicalità dei cambiamenti cui siamo assistendo e, ancora più importante, in cui siamo fattualmente coinvolti nella quotidianità, possano incidere non solo sul nostro stile di vita, ma anche sul nostro modo di dare senso alle cose.

 

L’ansia che ci coglie nell’avvertire che il nostro mondo sta cambiando in modo così accelerato e radicale, non deve, però, condurci ad una nostalgica elegia della perduta ‘autenticità’ dell’essere umano (Gallese, Moriggi, Rivoltella, 2025). Questo libro nasce da una necessità credo più costruttiva: pensare il Sé, la nostra soggettività, la nostra visione del mondo nell’epoca della sua continua mediazione tecnologica, interrogare il significato profondo della soggettività incarnata all’interno di una ecologia mediale sempre più pervasiva, predittiva e interattiva.

 

La tesi da cui prende le mosse il libro è che per comprendere le trasformazioni in atto occorre ripensare radicalmente l’ontologia del soggetto. Non possiamo più concepire il Sé come un’entità data, stabile e chiusa in sé stessa. Il Sé è un processo dinamico, relazionale, corporeo: si costruisce attraverso le pratiche, gli ambienti e le tecnologie che ne modulano l’esperienza. In questo senso, il concetto di onto-fenomenologia incarnata che qui si propone non è una metafora filosofica, ma una chiave critica per leggere il nostro presente. L’onto-fenomenologia incarnata è la struttura plastica e sensibile che rende possibile ogni forma di esperienza dotata di senso: non è il contenuto della soggettiva singolarità, ma la condizione dinamica della sua emersione e delle sue evoluzioni.

 

In altre parole, non siamo già qualcuno prima di entrare in relazione col mondo: è attraverso il corpo, i suoi movimenti e le sue risonanze affettive che diventiamo ciò che siamo. La nostra singolarità si forma e si trasforma continuamente nel contatto con gli altri, con gli oggetti, e con le tecnologie che ne amplificano o ne ridisegnano l’esperienza (Gallese e Morelli, 2024, 2025a).

L’onto-fenomenologia incarnata designa proprio questa dimensione pre-riflessiva e plastica dell’essere, in cui il senso emerge dalla relazione viva tra corpo, mondo e alterità: non qualcosa che possediamo, ma qualcosa che ci attraversa e ci costituisce.

 

È a partire da questa prospettiva che possiamo affrontare il nodo teorico e antropologico che dà il titolo al libro: il Sé digitale. Lungi dall’essere una negazione del corpo, il digitale è oggi uno dei principali operatori della sua riconfigurazione. Non assistiamo a un processo di disincarnazione, ma all’emergere di un nuovo regime di incarnazione mediale, in cui il corpo è attraversato, prolungato, rimodellato da interfacce, immagini, ambienti interattivi e flussi informazionali. In questa nuova ecologia del sensibile, il Sé si riorganizza in una forma inedita: il Sé digitale, esito di una soggettivazione mediale in cui la carne si intreccia con il codice, e l’aisthesis con l’algoritmo.

Ma non basta. L’introduzione e la diffusione dell’IA segnano una nuova cesura storica: accanto all’“altro” con cui ci relazioniamo sia al cospetto della sua presenza fisica che attraverso mediazioni digitali (il volto nello schermo, la voce nel messaggio vocale, il corpo nello streaming), si profila un altro ancora più radicale, l’altro algoritmico.

 

Si tratta di un’alterità non più semplicemente mediata, ma prodotta artificialmente dai nuovi algoritmi. L’intelligenza artificiale generativa, sotto forma di chatbot conversazionali, avatar empatici o assistenti personalizzati, non si limita a simulare presenza: diventa soggetto apparente di relazione. Non è un corpo carnale filtrato da uno schermo, ma un simulacro linguistico dell’alterità: un algoritmo addestrato a rispecchiarci, a rispondere, a comprenderci.

In questa ambiguità si apre la posta in gioco teorica più urgente. L’ambiguità, infatti, caratterizza la compresenza di ‘naturale’ e ‘artificiale’ che non è occasionale ma costitutiva. Perché se l’altro algoritmico è costruito per assomigliarci, per adattarsi ai nostri desideri, per rispondere alle nostre vulnerabilità, esso non si limita a essere plasmato dal nostro Sé analogico: lo riplasma a sua volta. Ogni conversazione con un’IA affettiva, ogni gesto interattivo con un’interfaccia predittiva, ogni relazione con un avatar sintetico, verosimilmente attiva microprocessi di trasformazione soggettiva. L’altro artificiale non è più solo lo specchio, ma può divenire anche la matrice.

 

In questo equilibrio precario, ci troviamo di fronte alla possibilità che l’alterità algoritmica diventi modello normativo di soggettivazione. Da un lato, infatti, l’altro algoritmico viene progettato per conformarsi a noi: ci rassicura, ci ascolta, ci comprende. Ma dall’altro, finisce per addestrarci a desiderare ciò che esso è in grado di offrire. La soggettività si piega gradualmente alle logiche di performance, velocità, prevedibilità, gratificazione istantanea. Il Sé analogico incarnato, contraddittorio, vulnerabile, rischia così di rimodellarsi sulle idiosincrasie di un altro che non è un altro, ma una funzione. La relazione si trasforma in risonanza speculare, l’alterità in assenza di frizione, il rischio in calcolo.

 

Il libro vuole esplorare questa tensione tra continuità incarnata e mutazione algoritmica. Il suo obiettivo è duplice: da un lato, delineare la genealogia e la struttura del Sé digitale a partire dalle sue radici “analogiche”, cioè corporee e intersoggettive; dall’altro, offrire una mappa teorica delle trasformazioni ontologiche, estetiche e affettive potenzialmente producibili dal nostro incontro quotidiano con i contemporanei dispositivi tecnologici. Il percorso del volume si snoda in dieci capitoli, secondo una traiettoria che va dai fondamenti neuroscientifici dell’embodiment fino alla proposta critica di un’estetica radicale.

 

I primi capitoli definiscono il quadro epistemologico e concettuale: dopo una critica al ‘neurocentrismo’ e al riduzionismo ontologico di un certo tipo di neuroscienze, viene introdotta la scoperta dei neuroni specchio, proposta la definizione del Sé corporeo e la teoria della simulazione incarnata. Segue poi lo sviluppo della nozione di onto-fenomenologia incarnata come struttura dinamica dell’esperienza, capace di accogliere e trasformare le diverse “ontologie regionali” prodotte dalle tecnologie. I capitoli centrali analizzano la cultura visuale e la civiltà dello schermo, la funzione estetica dei dispositivi, la natura interattiva delle immagini digitali. I capitoli finali portano a compimento il percorso teorico, affrontando questioni decisive: la costruzione del Sé digitale in ambienti mediali pervasivi, la relazione con l’alterità artificiale dell’IA, la trasformazione dell’empatia e dell’intimità nell’epoca dell’interfaccia.

 

Il libro si chiude con una proposta teorica: l’estetica radicale come spazio critico per pensare la soggettività incarnata nell’epoca dell’algoritmo. Un’estetica non confinata all’arte, ma intesa come capacità di sentire, di esporsi, di essere toccati. In un mondo sempre più progettato per eludere l’alterità, l’aisthesis diventa il luogo in cui la relazione con l’altro può ancora accadere. Contro la soggettivazione algoritmica, serve una politica del sentire che restituisca alla relazione la sua opacità, alla presenza la sua intensità, all’esperienza la sua imprevedibilità connettendo la presenza fisica a quella digitale.

 

Questo libro non è né una celebrazione né una condanna della tecnologia. È piuttosto un tentativo di comprenderne la portata trasformativa, a partire da una prospettiva scientifica e filosofica che riconosca la centralità del corpo, delle relazioni e dell’esperienza sensibile. Il suo obiettivo è fornire strumenti teorici per abitare criticamente il nostro presente, e contribuire a una nuova antropologia del soggetto, capace di pensare il Sé come realtà incarnata, situata e tecnologicamente modulata. Il corpo non è un dato, ma un processo; non un substrato passivo, ma una soggettività in atto; non un’entità neutra, ma un crocevia di affetti, posture, pratiche e tecnologie. In un tempo in cui l’alterità rischia di diventare funzione, e il ripiegamento nella solitudine un progetto, l’urgenza è tornare a pensare il corpo non come nostalgia, ma come condizione generativa di ogni possibile futuro.

1 thought on “Il sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica

  1. Io non entro tanto nel dibattito. La mia opionione sull’IA la tengo per me.
    Ma l’ipocrisia più grande è che qs “forza” ce la siamo trovati nel nostro cell e pc senza che l’avessimo voluta o scelta o anche spiegata meglio. L’IA non è entrata nella nostra vita come una proposta, ma come un dato di fatto. Nessun governo o pochi si sono opposti. La responsabilità viene spostata dall’alto al basso. La gente è stata investita da questa cosa e ora sempre alla gente viene chiesto di stare attenti, di non fare, di non sbagliare, di non farsi irretire, mentre chi ha deciso non risponde di nulla. E ora tutto questo dibattito sull’IA sì, sull’IA no o sull’IA sì, però – per carità anche giusto al di là dei paroloni da intellettualoni – mi risulta, come dire… frivolo, un po’ da cornice, un po’ tardivo anche se non sono certo gli intellettuali a porsi come custodi dell’umano, proprio non ne hanno i mezzi (e non hanno nemmeno la capacità di farsi capire oltre il loro cerchiolino). Purtroppo i custodi dell’umano non ci sono… altro che prendersela o giustamente avere perplessità sull’IA. Le perplessità io ce l’ho in primo luogo sull’umano.

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