di Enrico Minardi

 

Sono contento, è finalmente uscita, presso un piccolo editore di Ottawa (Legas, al quale si deve la maggior parte di traduzioni in inglese di poesia italiana e dialettale circolanti in Nord-America) la mia traduzione (con l’aiuto dell’amico e collega Taylor Corse) della raccolta La vóita d’una dòna (1980) di Giuliana Rocchi (Giuliana Rocchi: A Woman’s Life. Legas 2025). Non so se sia necessario qui soffermarsi sulla figura di Giuliana, che, nata poverissima nel 1922 presso Sant’Arcangelo, alla morte precoce della madre dovette abbandonare la scuola e condusse una vita di stenti, lavorando in fabbrica e poi (quando la fabbrica chiuse) come collaboratrice domestica, fino alla scomparsa nel 1996. Per merito della concittadina Rina Macrelli (attiva nel mondo del cinema e della televisione, ma anche nei circoli femministi romani degli anni ’70), iniziò ad essere conosciuta ed apprezzata, appunto dalle femministe, e la sua prima raccolta (La vóita d’una dòna) uscì proprio per una casa editrice ad esse legata, Amanda, nel 1979, per essere poi riproposta da Maggioli l’anno successivo. Cosa piaceva in lei? Come ha sottolineato Cinzia Lisi nella sua tesi di laurea diretta da Tiziana Mattioli a Urbino nel 2008 (e pubblicata da Maggioli nel 2018[i]), è la franchezza del tono e il carattere pittoresco del personaggio a conferirle un’aura che provoca un’immediata empatia nei suoi confronti, e la farà perfino, in due occasioni, apparire in televisione. In realtà, quando la si legge oggi, lo si fa dopo aver letto Guerra, Baldini, Pedretti, Fucci, Spadoni e gli altri. Ma anche, così, alla rinfusa, Biagio Marin, Albino Pierro, Franco Loi, Giacomo Noventa, Edoardo Firpo, Amedeo Giacomini, Franca Grisoni. Insomma, dopo aver letto la poesia dialettale post-Pasolini casarsese, che non è certo quella di Delio Tessa o di Olindo Guerrini, pure grandi poeti. Inoltre, nonostante Giuliana sia stata sempre considerata, assieme ai succitati poeti romagnoli, una delle promotrici di quella cosiddetta vena neo-dialettale, riconosciuta anche a livello nazionale negli anni ’80, non mi sembra che le sia stata assegnata l’attenzione critica che ella merita.

 

Per spiegare questa omissione, mi sia permesso di fare riferimento a un paio di aneddoti autobiografici. Il primo risale ai primi anni Novanta, allorquando mi recavo spesso a Sant’Arcangelo per seguire il festival di teatro (da Ravenna, dove risiedevo, non era così difficile), ed avevo già sviluppato una certa familiarità con la poesia dialettale (non solo romagnola). Nonostante queste frequenti visite, nessuno mi parlò tuttavia di Giuliana né della possibilità di incontrarla. Eppure, sempre in quegli anni, ebbi l’occasione di assistere, a più riprese, ad incontri con Tonino Guerra, e, ed in un’occasione, anche con Raffaello Baldini, a cui votavo un’ammirazione sconfinata. Per quanto riguarda il secondo aneddoto, mi riferisco invece all’incontro con le poesie di Giuliana, che dovette avvenire sette-otto ani fa, quando mi decisi finalmente a leggerle, cominciando, appunto, con La vóita d’una dòna, che produsse in me una sorta di shock, inducendomi immediatamente a riflettere sulla necessità di lavorarvi sopra (e forse, anche, di tradurla).

 

La domanda che mi pongo ora è cosa sia all’origine di questo shock, cosa cioè abbia potuto produrre in me quest’impressione. abbia potuto generare in me quest’impressione. Eppure, mi trovavo di fronte ad una poetessa che Pasolini, senza esitazioni, avrebbe definito ‘ritardataria.’ Baldini non è ritardatario, neppure Guerra, così come lo stesso Pasolini delle Poesie a Casarsa. Qual’è la natura dell’operazione che essi compiono? Mi sembra di facile interpretazione, e Pasolini stesso ne aveva fornito qualche ragguaglio nel saggio su “La libertà stilistica” del 1957. Approfittando della sfasatura (ancora) esistente, nel nostro paese fra lingua parlata e letteraria, essi adottano la parlata terragna, quella della realtà popolare (spesso, ma non di regola, non urbana), non adatta ad esprimere concetti troppo astratti, per metterla in bocca a personaggi che, al contrario, sono abituati a pensare ed, anzi, spesso fanno del pensiero la loro vita. Questo dà luogo a un corto circuito il cui effetto è quello di un profondo straniamento, con esiti anche comici, come avviene nel caso esemplare di Baldini. Tutti applicano questo schema, sul quale possono fare luce alcune nozioni discusse da Walter J. Ong nel suo famoso libro del 1982  Orality and Literacy. The Technologizing of the Word.

 

Giuliana vi sfugge invece completamente: quando la si legge non può non ritornare alla mente l’800 italiano, lo Stecchetti (Guerrini ‘italiano’), qualcosa delle Odi barbare di Carducci, Betteloni, insomma quei poeti che, in maniera embrionale, tentano qualche passo in direzione della prosa alludendo in maniera diretta alla loro esperienza personale. Una poetessa dell’800 con la quale si potrebbe forse fare un utile parallelo è Annie Vivanti, sopratutto per la maniera in cui l’espressione, fiera e bellicosa, del suo io, si articola nella sua unica raccolta (Lirica, 1890). Nella poesia di Giuliana è infatti proprio il vissuto dell’io a essere in primo piano, a richiamare tutta l’attenzione. Non si tratta però di un piano, come ci ha abituati la migliore poesia del ‘900, da interrogare per, possibilmente, dedurne il senso ultimo, trascenderlo cioè verso un significato meno individuale, astratto. Al contrario, Giuliana, la propria esperienza, la interpella direttamente per farla fungere da esempio per i lettori, la denuncia e la scandaglia perché è essa da cui si sente determinata, in toto. Nella sua poesia, questa dimensione immanente e materiale dell’esistenza non scompare mai, ella vi indugia instancabilmente perché è in essa che si trova il senso.

 

È in virtù del suo aperto ed impenitente autobiografismo che i confronti con l’800 non reggono più. Se si fa un parallelo con uno dei suoi più celebri conterranei, il già citato Olindo Guerrini, è infatti chiaro che, benché anch’egli parli con la lingua del popolo, la realtà quotidiana a cui fa riferimento non è mai così spiccatamente autobiografica quanto quella evocata da Giuliana. Egli recita infatti come se si trovasse all’osteria, al centro di un consesso di uomini che, non solo condividono la sua lingua, ma anche gli argomenti, e stanno bene attenti a non uscire dai limiti che questi tracciano, secondo quanto insegna Todorov, sulla scia di Bachtin. Come ho menzionato, neanche per quelli del ‘900 sembra possibile compiere questo movimento, ma per ragioni opposte. Giuliana, invece, vi rimane, vi si radica, e rivendica anzi questo terreno come l’unica valido per la poesia. È tuttavia questa sua unicità a farcene realizzare la solitudine, e ad avermi fatto capire la vera ragione per cui non ebbi la fortuna di incontrarla.

 

Affatto ritardataria, la sua poesia si snoda attraverso un percorso che vuole rivendicare il valore del vissuto come terreno di lotta e di affermazone individuale, e collettiva. Come Guerrini (e gli altri poeti dialettali pre-Pasolini), anche Giuliana infatti utilizza la poesia per stabilire un contatto diretto e immediato con i suoi lettori e lettrici, ai quali si rivolge senza mezzi termini. Eppure, la maniera coraggiosa, ma anche senza difese, in cui accampa la sua autobiografia nei versi, se ce la rende oggetto di ammirazione, suscita anche un sentimento di tenerezza, se non di vera e propria pietà. È il contenuto di quell’autobiografia, spesso avvolta nei veli dell’ironia (arma necessaria a Giuliana per trovare la forza di evocarla), ad essere all’origine di questi sentimenti. Quando la leggiamo, non possiamo infatti non assistere, nelle sue parole, soli e indifesi come lei, al destino tragico della miseria, alla condanna irredimibile che essa porta con sé, e ad averne dunque pietà. Giuliana è sola, non è più, come era Guerrini, al centro di una comunità: lei non canta per quelli che potrebbero capirla, i dialettofoni, perché o non esistono più o praticano quella lingua all’interno di un diverso contesto (per esempio, quello della lettartura) dove essa assume una funzione del tutto altra. Ella è insomma il residuo di una civiltà scomparsa, di cui offre una testimonianza, tanto più grandiosa quanto unica, nei suoi versi. Questa figura solitaria, la cui storia non ha con la maggioranza delle nostre nessun punto in comune, se non, forse, nel racconto di qualche nonno, o nelle memorie più remote dei nostri genitori, non può così che provocare il più profondo rispetto per aver saputo comunicare il suo destino in versi che graffiano il nostro cuore come incisioni che restano sul marmo.

 

[i]https://web.archive.org/web/20150617061305/http://online.ibc.regione.emilia-romagna.it/I/libri/pdf/dialetti_intesi_vol4.pdf

 

[Immagine: Archivio Stefania Ferrini].

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