di Sergio Benvenuto
Non potevo non vedere un film che gode di un doppio primato: di essere stato letteralmente massacrato dalla critica e di aver ottenuto un gran successo di pubblico senza aver goduto di alcuna vera promozione mediatica. André Breton negli anni 1930 aveva preso a Parigi questa abitudine: evitava di vedere i grandi film del momento e vedeva sistematicamente i film stroncati dalla critica cinematografica. È in quel sottobosco estetico che trovava pane per i suoi denti e faceva scoperte. Non sono così metodico come Breton, ma il fatto che tanti critici indicassero questo film comico come sconcio e pericoloso per i giovani in quanto “politicamente scorretto” ha solleticato la mia curiosità.
Penso che nel fondo la comicità sia sempre “politicamente scorretta”, se vuol far ridere. Si prenda la scena comica più stupidamente elementare: gettare una torta in faccia a qualcuno, così ridicolizzandolo. È un atto aggressivo anche se mitigato, è l’inizio dolce di un pogrom. Il riso è sempre prendersi una vacanza trasgressiva dalla propria filantropia.
Ho visto quindi Io sono la fine del mondo di Gennaro Nunziante. E confesso di essermi persino divertito. Non mi faccio scrupoli di guardare il cinema detto spazzatura, perché è grazie a questo cinema plebeo e populista che capisco meglio la scabra realtà in cui vivo. Una realtà ben diversa da quella descritta da acuti sociologici e psicologi, è però la realtà che produce Salvini, Meloni, Orbán, Trump… il razzismo, il sovranismo… Febbri collettive che nessuno vede arrivare, e quando esplodono creano un incredulo sconcerto nell’intellighenzia.
Ma attraverso questo film ho avuto conferma di tante cose che avevo intuito attraverso sia la pratica clinica che la pratica delle chiacchiere da bar, questa non meno istruttiva della prima.
Per chi non avesse visto il film. Seguendo la filosofia del leggendario Actor’s Studio che raccomandava la completa identificazione dell’attore al personaggio, l’attore protagonista, un uomo di oltre 40 anni, si chiama esattamente come il suo personaggio, Angelo Duro. Ossimoro che gli autori del film hanno ben sfruttato. Cosa che ha favorito una frettolosa identificazione del protagonista con “il Messaggio dell’autore”, denunciato questo come reazionario. Durissima la faccia di Duro, mai un sorriso, sempre una fisiognomica grinta di disprezzo universale, un parlare rabbiosamente monotono. In realtà quel che la critica giudica scorretto non sono le opinioni politiche del Duro ma il suo modo di essere-nel-mondo sociale. Sin da bambino è stato così, ha esasperato i genitori bravagente così lo avevano spedito per sei mesi in un collegio e poi hanno cercato di dimenticarlo, concentrando tutte le loro gratificazioni sulla figlia, irreprensibile odontoiatra sposata con figli e rimasta vicina ai genitori. Invece Angelo, emigrato a Roma, è un single scorbutico e misogino. Non accetta mai le avances che gli vengono dalle donne attratte in modo imbarazzante dalla sua misoginia
anzi, ci si chiede se abbia mai avuto una fidanzata in vita sua.
Il film ha successo anche se non ci consola nessun personaggio positivo. Se i personaggi non sono odiosi, sono stupidi. Anche quelli femminili sono stupidi. Non c’è, come in tanti film americani, il finale catartico, il burbero che si rabbonisce o la canaglia che rivela buon cuore negli ultimi 10 minuti del film. E, a differenza dei film nostrani, la sua anima alla fine non verrà toccata dalle sorti di qualche immigrato africano che lo redimerà da sé stesso. Angelo resterà una roccia di odio dall’inizio alla fine.
Costretto a prendersi cura dei genitori anziani a Palermo, Angelo ne approfitta per mettere in atto il suo sconfinato livore nei loro confronti, che sin da piccolo lo hanno coartato, secondo lui. Angelo approfitta dell’occasione per vendicarsi sistematicamente dei due. Facendo loro credere di agire per il loro bene, rovina loro ogni gioia. Li defrauda della proprietà della loro casa, agita lo spauracchio dell’RSA, medita la loro eliminazione fisica. Tutto il film è la persecuzione farsesca di genitori pii immersi nella placida modestia piccolo-borghese, da parte del figlio. Non si ride, si sghignazza per il rigore con cui Angelo supplizia.
Il film si guarda bene dallo sposare l’interpretazione ormai cliché anche tra i non-psicologi secondo cui tutti i disordini mentali e caratteriali dei figli sono effetti degli errori o dei problemi irrisolti dei genitori. Lo spettatore propende piuttosto a pensare che Angelo sia stato una peste sin dai primi vagiti, e che certe coercizioni inflittegli fossero reazioni di esasperazione per un figlio che sempre emanava rabbia da tutti i pori.
Ecco il perno tematico del film: la rabbia. Qui la collera assume la forma di quella che i greci antichi chiamavano parrhesia, il parlar franco, il dire brutalmente ad altri la dura verità. Per esempio, una brava dottoressa lo corteggia e gli fa conoscere il suo unico figlio, un bambino obeso e goffo: Angelo le butta in faccia la verità deridendo quel rampollo. Un uso contundente della veridicità.
Io sono la fine del mondo è un film politico, solo non nel senso che mette in rilievo una categoria che tanti storici e politologi vogliono rimuovere: l’ira. Anche se in questi ultimi anni qualche filosofo della politica l’ha individuata: Peter Sloterdijk con Ira e tempo, Carlo Invernizzi con Vent’anni di rabbia. Angelo Duro potrebbe essere un’allegoria del tramonto della democrazia. La globalizzazione dell’incazzatura.
Nello studio analitico come nella vita d’ogni giorno si incontrano dei Duro, uomini e donne. Sono persone che non cessano di biasimare tutto ciò che accade, nel mondo tutti deludono. Queste anime schifate non si fidano di nessuno, non ridono né si divertono, in questa società tutto è noia. Questa rabbia misantropa nutre una grandiose idea di sé, “io sono la fine del mondo” appunto, ovvero “metterò fine a questo mondo disgustoso proprio perché io sono la fine del mondo, il suo apice”. E in effetti il Duro dice a una donna che lui non può trovare nessuna che gli vada bene perché “sono troppo perfetto!”.
Strano che non si sia trovata ancora una sigla psichiatrica per questa scorbutica forma di vita. Ormai ogni tipologia umana ha un acronimo inglese, ADHD, OCD, PTSD, REM, N-REM, RBD…. E siccome uno in più ne ho, più ne metto. Chiamerò la sindrome di Duro Social Insensitivity Disorder, SID. Sindrome di Insensibilità Sociale. E, come nel film, la rabbia di questi SID-umani è il prodotto di un credito spaventoso che reclamano a un genitore o a entrambi, e quindi poi al mondo.
Mi faccio un dovere di vedere film e filmacci in cui appare uno shrink, psicologo psicoterapeuta o psicoanalista, per vedere come il cinema lo raffigura alla massa. Questo modo di vedere lo strizzacervelli spiega l’enorme popolarità di questa figura nella società, la richiesta crescente di psicologi, di cui l’aumento costante dei laureati in psicologia sfornati da esamifici è il corollario demografico. Il cliché cinematografico oggi è quello dello shrink che ha problemi personali non meno seri di quelli dei suoi pazienti.
Nel film di Nunziante lo strizzacervelli appare una specie di prete imbecille, con il clinico camice bianco piuttosto che con la sottana nera. Dà ai suoi assistiti – i genitori di Angelo – consigli sballati che serviranno al figlio per compiere la sua vendetta. Mi spiace parlar male di colleghi – ce ne sono tanti che fanno invece un ottimo lavoro – ma credo che lo psicologo del film descriva fedelmente un certo shrink average dei servizi pubblici. Mentre l’autorevolezza del prete veniva da Dio, quella dello psicologo che ne ha preso il posto viene dalla Scienza. Personalmente penso che entrambe le autorevolezze si basino su fumo. Il consulente spirituale della famiglia Duro aderisce alla filosofia oggi dominante tra i laureati in psicologia: che se un figlio è problematico, la colpa è essenzialmente dei genitori e questi vanno istruiti su come diventare mamma e papà “abbastanza buoni”. Lo psicologo barbuto convince i genitori che devono essere affettuosi e comprensivi nei confronti del figlio SID, dargli fiducia. Prescrive al padre, che detesta il figlio da sempre, di abbracciarlo. Non è una licenza cinematografica, so di strizzacervelli che fanno proprio così: pensano che la loro missione sia riconciliare i genitori con i figli e viceversa, così raccomandano di abbracciare il rampollo o l’ascendente che si biasima. Come se un gesto di affetto esteriore prescritto esprimesse davvero tenerezza.
L’offerta sociale di “psicologi” risponde a una domanda di massa: appianare i conflitti tra uomini e donne, genitori e figli, dirigenti e dipendenti… in un abbraccio generalizzato. Dalle prescrizioni religiose – “va a messa la domenica”, “non masturbarti”, “non abortire”… – si è passati alle prescrizioni psichiche – “da’ libertà ai figli”, “occupati soprattutto delle tue emozioni e di quelle degli altri”, “[alle madri] staccate da voi i vostri figli”… Si prescrive a tutti l’autenticità delle loro emozioni – micidiale double bind, perché se l’autenticità è prescritta cessa di essere autentica. Insomma, gli psicologi in tutto l’Occidente sono i nuovi funzionari dell’ordine sociale spicciolo, gli avamposti capillari della pace tra chi si contrappone, i gestori stipendiati della mediocrità.
Bisogna dire che il film dà motivi per giustificare le stroncature da parte di tanti critici. La pellicola è una satira con esiti spesso molto prevedibili. Ma se il film fosse solo quell’obbrobrio qual viene descritto, non ci sarebbe bisogno nemmeno di parlarne. Invece, mi ha colpito l’urgenza che tanti commentatori hanno di parlarne male, e con i toni più infamatori. In un film si vedeva un critico letterario che liquida un romanzo che gli viene proposto (e di cui lo spettatore non sa nulla) con toni di supremo disgusto, oltre i limiti dell’insulto. Un amico che vedeva il film con me disse: “Ma allora deve essere proprio un capolavoro!” Se un’opera fa scattare reazioni negative smodate, allora deve aver fatto centro da qualche parte. Insomma, perché tanti critici si sentono offesi da un filmetto del genere?
Avanzo un’ipotesi. L’intellighenzia oggi è quasi tutta di sinistra. E la sinistra ha sempre incoraggiato l’emancipazione dei giovani sostenendoli contro i seniores. Ha esaltato i valori dell’autonomia individuale e la fuga da ogni lavoro strutturato e regolato da altri, ha deriso il conformismo e la religiosità superstiziosa. Ha invitato all’autenticità, alla franchezza, al superamento degli ipocriti rituali. Ora, Duro sembra proprio mettere in pratica questi auspici, ma… il risultato è inaccettabile. La rabbia iconoclastica di Duro non è quel che ci si aspettava dalla proclamazione dei valori della libertà. Così Duro potrebbe diventare quel che era Franti per i lettori del Cuore di De Amicis. Insomma, i critici non riconoscono in questo film il rampollo della loro catechesi, così come – nel film – i genitori di Angelo non riconoscono affatto in lui un loro figlio. Ci si confronta col proprio prodotto e lo si rifiuta.
Negli anni 1980 i grandi comici italiani – in particolare Troisi e Benigni – erano politicamente corretti. I loro personaggi spassosi erano buoni, non erano abitati da pregiudizi, votavano per il PCI. Se il successo di Duro andrà oltre questo film, ci troveremo di fronte a una tipologia del tutto diversa: fa ridere la rabbia. La vita sociale è descritta come ipocrita, sciatta, noiosa. Il mondo è schernito non perché bacato da ingiustizie cosmiche, ma solo perché è il nostro mondo, quello che ha tradito le nostre attese.
In Io sono la fine del mondo c’è anche qualche battuta azzeccata. La madre recita il rosario con il refrain continuo “Vergine Maria aiutaci tu”, e Angelo, che disprezza la religione come tutto ciò che fa di una persona una brava persona, la sgrida perché quella giaculatoria ripetitiva è “uno stalking nei confronti della Madonna”. Non è male.
Gentile Benvenuto, la ringrazio dell’articolo, acuto e brillante come sempre.
Ma mi crea qualche problema. Mi riferisco in particolare agli ultimi due paragrafi:
“Angelo, che disprezza la religione come tutto ciò che fa di una persona una brava persona”
“la sinistra ha sempre incoraggiato l’emancipazione dei giovani sostenendoli contro i seniores. Ha esaltato i valori dell’autonomia individuale e la fuga da ogni lavoro strutturato e regolato da altri, ha deriso il conformismo e la religiosità superstiziosa. Ha invitato all’autenticità, alla franchezza, al superamento degli ipocriti rituali”
Traendo le conseguenze, per essere una brava persona bisogna essere di destra. Intendendo per destra un atteggiamento sostanzialmente conservatore. Riformista, toh. Ma di fondo conservatore. Per essere più precisi catto-progressista, cioè falsamente progressista. E’ così? O com’è?
Mi permetto di disturbarla perché è una questione che mi occupa da tempo. La ringrazio dell’attenzione.
“L’intellighenzia oggi è quasi tutta di sinistra. E la sinistra ha sempre incoraggiato l’emancipazione dei giovani sostenendoli contro i seniores. ”
Sempre più curioso di sapere in quale mondo viva Sergio Benvenuto.
Finalmente l’industria del capitalismo dell’immagine ha incanalato la rabbia in un film non liberatorio, che insegnerà a tutti a sopportare e tacere ridendo, perché non si può sopravvivere altrimenti (ed è sempre meglio che sopravvivere in un campo profughi palestinese). A chi piace, auguro che gli righino la vernice dell’automobile con la chiave, anche perché quei mille euro al carrozziere fanno sempre muovere un po’ l’economia.
@Elena Grammann: lieto di rincontrarti.
Il punto: in quei due paragrafi di Benvenuto, che anch’io apprezzo e leggo, per me, c’è dell’ironia.
L’emancipazione dei giovani promossa dalla sinistra (quella vera di un tempo) si basava sull’empatia verso il diverso e sulla giustizia sociale, cioè proprio i valori con cui Angelo Duro si netta il fondamento. Se funziona, è perché la sedicente sinistra (falsa) di oggi predica quei valori a parole, ma nei fatti se ne netta altresì il fondamento e la gente l’ha capito e vorrebbe poter fare lo stesso, tanto per far dispetto; e in ciò Aldo Duro è solo Carletto che continua a farla nel letto per fare dispetto a mamma e papà. Crescere no?
A leggere l’articolo si ha la sensazione che il suo autore sia attratto dal personaggio livoroso del film. L’acredine contro gli psicologi, che tutto giustificano, a cui una società anch’essa vituperata avrebbe dato mandato di predicare l’abbraccio ( gesto del resto non facile da compiere, ma dal Benvenuto giudicato esteriore), togliendolo ai preti “imbecilli” , come i primi venditori di fumo; il sarcasmo dispensato a una generica “sinistra” , quella dei diritti immagino, prima imputata della ribellione ad ogni principio di autorità , e ora spaventata dall’aver generato mostri, i quali, come il protagonista, avrebbero la sola colpa di aver messo in pratica gli inviti alla sincerità , l’elogio in chiusura di una battuta che non fa ridere, la simpatia proprio per le opere che la critica che conta giudica brutte o immorali, il velato sarcasmo nei confronti di Benigni e Troisi, politicamente corretti (è una colpa evidentemente), innocui comici ed elettori del PCI (altro scandalo!)) e per tutto il saggio l’accorto spargimento di fiele che non risparmia nessuno…
Un’opera dal valore artistico scadente esprime contenuti non esemplari; sarebbe bastato dire che il film è brutto e il suo personaggio meschino e diseducativo. No, troppo banale e chiesastico, il Benvenuto ha inteso attribuire alla pellicola il valore di epifenomeno, per dare addosso all’intero mondo mediocre e ipocrita.
E di fatti “Io sono la fine del mondo” …
Ligio al bello, continuo a preferire Cecco Angiolieri. Toh, Arancia meccanica. Parliamo di Kubrick.
@Elena Grammann
Cioè. Quanto al primo paragrafo: è chiaro che Benvenuto non crede che la religione faccia di una persona una brava persona, però i nostri genitori, in modo più o meno ingenuo, sì.
Quanto al secondo paragrafo: a me sembra che Benvenuto semplicemente elenchi punti ideologici abbastanza riconoscibili della sinistra storica, ma oggi sappiamo quante di quelle cose fossero marchiane ingenuità (io per esempio, alla fine degli anni Settanta, ero convinto che il comunismo planetario fosse inevitabile).
@ Pierluigi
Lietissima di risentirti.
Sull’ironia: la si potrebbe sospettare dove si parla di religione e brave persone. Io ci leggo qualcos’altro. Ho trovato nell’articolo altri punti analoghi:
“Sin da bambino è stato così, ha esasperato i genitori bravagente ”
“genitori pii immersi nella placida modestia piccolo-borghese”
“una brava dottoressa”
Non credo ci sia dell’ironia; nemmeno che siano per forza le convinzioni di Benvenuto. Esprimono secondo me un sentire comune: il mondo non è popolato unicamente da cattivi (ci vorrebbe un’altra parola, ma temo che LPLC non me la passi), ci sono le brave persone, e anche se magari non è facile stilare un elenco completo delle qualità che danno diritto a essere compresi nella categoria, quando di qualcuno si dice che è una brava persona, capiamo perfettamente cosa si intende. Spesso, anche se non necessariamente, le brave persone sono religiose (il che non implica affatto, sia detto en passant e a scanso di equivoci, che le persone religiose siano spesso brave persone).
Insomma l’ironia può darsi che ci sia, ma io non la colgo. (La colgo benissimo invece, ed è un’ironia sacrosanta, qui: “la sua anima alla fine non verrà toccata dalle sorti di qualche immigrato africano che lo redimerà da sé stesso”).
Però, ironia o no, per me non cambia niente. Il problema rimane, ed è il seguente: Siamo sicuri che l’autonomia dell’individuo, che è moderna, progressista e anticonservatrice, e che io non mi sognerei di mettere in discussione, non porti dritto dritto, per via di logica rigorosa, a dei tipi genere Angelo Duro?
Teniamo presente, nella fattispecie, che il rispetto per i genitori è comandato dal quarto comandamento – il che vuol dire che non è affatto un comportamento spontaneo. Non lo è mai stato, evidentemente. E per delle buone ragioni.
Però…
Scorgere nessi necessari ove non ci sono, affidarsi alla logica per prevedere esiti conseguenti a certe premesse, porta quasi sempre a dare peso a cose marginali. Che sia un inesistente golpe o un futuro di disumana normalità .
Nulla se non una predisposizione all’angoscia autorizza ad imputare all’esaltazione dei valori di libertà e autonomia dell’uomo il loro cattivo uso da parte di una minoranza di pecore nere. Persino dal punto di vista utilitarista i frustrati rosi dal rassentiment non servono molto alla società, che ha bisogno di cittadini responsabili, produttivi e animati da sani principi ben noti, quali l”onestà , la lealtà , il senso di responsabilità , il rispetto per i genitori ecc.ecc..
La “sinistra”, categoria pur vaga e anodina, non ha mai predicato né la misoginia né l’irrisione dei genitori anziani, né la misantropia maudit, né l’aristocratico disprezzo pel mondo.
Sarebbe ora semmai di riattribuire alla persona, coerentemente con il riconoscimento della sua autonomia, tutta la responsabilità delle sue azioni, e dei suoi comportamenti, senza indulgere ogni volta in sociologici atteggiamenti giustificatori. Questa raccomandazione vale anche per i sacerdoti, che pare l’abbiano dimenticata.
Lo studente gradasso e svogliato, l’impiegato invidioso e malevolo, il bestemmiatore rancoroso che fa baccano apposta per rivalsa contro tutti, il figlio degenere che, Freud alla mano, urla in faccia ai genitori le loro mancanze imperdonabili, in un processo senza fine, l’ozioso ripetitore di aforismi paradossali imparati a memoria per fare colpo colle sue pose da gran cinico, il polemista improvvisato dispensatore di commenti su internet che dice nero quando gli altri dicono bianco, sono solo il portato della loro fatuità. Sovente recitano impostando la voce a guisa di rapper, ma poi nella vita di tutti giorni filano dritto. Oggi, coi social, dilaga l’ansia di esistere, il timore di non essere notati, quasi che il principium individuationis consista nel far da bastian contrari. Ma ci vuol altro per farsi apprezzare in società . Fare del volontariato ad esempio (ma ai registi ciò interessa meno).
Nessun disagio della civiltà è in grado di causarne la disgregazione.
La maggioranza che non fa notizia vive seguendo i saggi consigli del buon senso, adotta comportamenti pubblici corretti, nutre sentimenti in buona parte lodevoli e sociali. Magari si va a vedere il film, si ride, ci si distrae… o si ascoltano i brani rap, imitando scherzosamente nei gesti gli autori, ripetendo i testi incendiari o tenebrosi, ma restando gli allegri compagnoni di sempre, dei bravi ragazzi insomma. Esiste la catarsi in fondo.
La società si tutela dalle spinte autodistruttive premiando i comportamenti sociali a tutto vantaggio della specie, di cui è funzionaria.
Un buon film dovrebbe essere la traduzione in immagini di sentimenti fattisi da individuali universali in cui tutti possano riconoscersi; zavorrarli delle personali idiosincrasie, deformarli sino a far risaltare la patologia, può avere il premio del botteghino, ma non della gloria.
Risposta ad Elena Grammann.
Cara signora,
in effetti scrivendo “tutto ciò che fa di una persona una brava persona” ho preteso troppo dal lettore. Per me “brava persona” ha un senso ironico (è il lascito degli anni 60!). Le “brave persone” per me includono anche le massaie tedesche che inneggiavano a Hitler, o la brava gente che viveva tranquillamente ad Auschwitz nel 1944 facendo finta di non accorgersi di niente, ecc. Ha fatto bene a segnalarmelo, mi ha fatto capire che il tocco sarcastico non viene spesso colto.
@Sergio Benvenuto
Addirittura sarcasmo. Non la facevo così all’avanguardia, Prof. Benvenuto.
Adesso però, fra due genitori bravagente potenziali sostenitori di Hitler, e un figlio che di Hitler sembrerebbe svolgere privatamente il programma, chi ci capisce qualcosa.
Bisognerà guardare il film.
La ringrazio dell’attenzione e della risposta.
André Breton era una persona eccezionalmente fine, eviterei ogni paragone, ogni evocazione in questo articoletto…