di Sofia Santosuosso
Consigli di classe. Scuola, democrazia e società,
rubrica a cura di Mimmo Cangiano
Aprendo il manuale di grammatica per i licei Il nuovo “L’italiano da fare” (L. Albiati – A. Baldaccini – M. C. Zanti, Palumbo, 2020) al capitolo 8, ci si imbatte in una curiosa presentazione dell’unità di apprendimento relativa alla morfologia verbale. La sezione introduttiva propone infatti un approfondimento di marketing sulla figura dei book influencer, sulla base del pretesto che il verbo sia «l’influencer della lingua italiana»: «il verbo – proseguono gli autori – influenza la funzione e la posizione degli elementi a esso legati stabilendo il grado di incisività e persuasione trasmesso dalla frase, allo stesso modo in cui gli influencer dettano le tendenze condizionando l’opinione di milioni di consumatori» (p. 224). Laddove si attenderebbe un’introduzione coerente con i confini epistemologici della materia, allievi e docenti si ritrovano di fatto davanti a una lezione di marketing; invece di approfondire, ad esempio, il concetto di universale linguistico o, in generale, il ruolo cruciale del verbo all’interno dei processi cognitivi, gli autori del manuale preferiscono orientare l’unità didattica sui dati di mercato, sottraendo spazio prezioso a una più coerente contestualizzazione del tema.
Ma come si è arrivati al paradosso di rinunciare alla lingua in un manuale di lingua? Una possibile risposta arriva dal testo stesso, e deve partire dall’esegesi di una formula ormai onnipresente nell’architettura dei manuali: Agenda 2030.
Il margine inferiore della pagina mostra infatti una sequenza di riquadri numerati, tra cui spiccano, in colori vivaci, quelli relativi a “Istruzione di qualità”, “Imprese, innovazione e infrastrutture”, e “Partnership per gli obiettivi”: si tratta di una parte dei diciassette obiettivi dell’“Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile”, sottoscritta nel 2015 dai Paesi membri delle Nazioni Unite.[1] Protagonista assoluta dei programmi scolastici di educazione civica, l’Agenda 2030 si è ormai imposta in modo trasversale nei testi di ogni ordine e grado: a prescindere dai contenuti disciplinari, è necessario che i manuali dimostrino di veicolare un’offerta formativa conforme ai dettami dello sviluppo sostenibile – la fine della povertà e delle disuguaglianze, il rispetto dei diritti umani, il contrasto dei cambiamenti climatici. Obiettivi encomiabili, in teoria, se non fosse evidente che, come già notava Marina Polacco in questa stessa rubrica, le affermazioni del programma appaiono non solo del tutto «avulse da qualsiasi contestualizzazione socio-politica ed economica» e «affidate genericamente al potenziamento di “buone pratiche” e di “spirito di resilienza”», ma anche «in netta controtendenza rispetto alle reali politiche europee e internazionali».[2]
La retorica dell’Agenda 2030 condivide in definitiva le medesime le strategie discorsive della governance neoliberale che l’ha prodotta, e la cui narrazione del mondo si fonda su una rimozione del conflitto tanto sistematica quanto paradossale: traslando la complessità politica del reale nello spazio inoffensivo dell’utopia, i ‘buoni propositi’ dell’Agenda diventano così un pacchetto di risposte assolute a domande che sono state accuratamente rimosse. Così si può realizzare la pace nel mondo senza chiedersi – esempio tanto banale quanto tragico – cosa ne è stato e cosa ne sarà di Gaza. Non è un caso, dunque, che il gattopardismo implicito dell’Agenda abbia messo radici tanto profonde nella scuola contemporanea, dove si educa alla pace nel mondo ma si censura ogni discorso sulla Palestina.[3]
Il successo scolastico dello ‘sviluppo sostenibile’ appare tuttavia legato non solo alla rassicurante offerta di un’educazione alla cittadinanza senza conflitto, ma soprattutto, forse, alla possibilità di accompagnare e legittimare la progressiva aziendalizzazione dei saperi del programma neoliberale, come mostra il caso della strana interazione tra morfologia verbale e marketing.
L’approfondimento sui book influencer nel manuale “L’italiano da fare” si propone infatti di rispondere alla gamma degli obiettivi imprenditoriali fissati dall’Agenda 2030. Oltre a un testo informativo su questa nuova categoria professionale e sui vantaggi che apporterebbe nell’avvicinamento dei giovani alla lettura, il manuale presenta cinque curiosità di mercato relative al settore dell’Influencer Marketing, e in particolare alla sua incidenza sulla crescita economica delle aziende. Il quinto punto riporta poi un dato riferito all’utenza femminile: «L’86% delle donne usa i social media prima di procedere all’acquisto». Decontestualizzato da una più ampia riflessione socio-economica, questo dato viene così offerto alla platea degli adolescenti in assenza di strumenti critici utili alla sua interpretazione: se ne deduce che le donne sono più facilmente manipolabili dalle strategie di mercato rispetto agli uomini?
Un altro vistoso problema figura infine nella proposta finale di esercizio attivo: «Racconta una tua esperienza di acquisto guidato dal consiglio di un influencer». Il gesto del consumo orientato dall’Influencer Marketing si dà quindi come esperienza condivisa dello studente medio italiano (ed è impossibile non immaginare l’imbarazzo, di fronte a una simile traccia, dei giovani che vivono in condizioni di povertà – il 13,8% degli under 18).[4] L’eccessiva miopia di una prospettiva di classe, inaccettabile in rapporto a un contesto socialmente eterogeneo come quello scolastico, acuisce in questo modo la già grave problematicità dell’ingerenza sempre più forzosa e inaggirabile dei meccanismi di mercato nel campo dei saperi scolastici. Se l’aziendalizzazione della scuola, a partire dalla riforma del PCTO, è ormai un dato di realtà, si può ancora costruire un argine di indignazione alla sfacciata narrazione utilitaristica che pretende di subordinare ogni aspetto della cultura – perfino la didattica della lingua – alla logica del profitto?
L’insegnamento della grammatica italiana, stando ai programmi ministeriali vigenti, è previsto in modo sistematico durante il primo biennio della scuola secondaria di secondo grado – non oltre. Il manuale di grammatica del gruppo Palumbo si rivolge quindi ad allievi giovanissimi, chiamati ad avvicinarsi, attraverso l’acrobatico accostamento morfologia verbale-book influencer, al mondo del marketing – e quindi del lavoro – già all’età di 14-15 anni. Motivo di diffidenza, tuttavia, non vuole essere l’apertura alla nozione di marketing in sé, ma la sua iniezione silenziosa nel corpo di un sapere – la lingua – il cui apprendimento nasce libero perché è alla conquista della libertà e dell’emancipazione che la sua padronanza dovrebbe tendere: è la grammatica, tutt’al più, che serve al marketing, non il contrario.
Nel manuale “L’italiano da fare”, l’accostamento verbo-influencer non è dunque, come potrebbe sembrare, un’innocua esca retorica per intercettare l’attenzione degli studenti nelle noiose ore di grammatica, ma fa parte di una precisa strategia ideologica dove gli studi linguistici e letterari, poiché inutili al mercato, acquistano nuova legittimazione in un forzato processo di messa-a-profitto, dove l’apprendimento della grammatica e l’esperienza della letteratura subiscono un attrattivo re-styling per rendersi più appetibili al mondo del lavoro. Il ritratto del verbo come “influencer della frase” funge così da aggancio pretestuoso al panegirico sul book-influencing, unica risoluzione al problema del drastico calo di lettori tra i più giovani (mentre, poche righe più sopra, si elencano i profitti delle aziende che si affidano all’Influencer Marketing): apologia della letteratura o del marketing della letteratura?
L’editoria scolastica, d’altronde, risulta in questo aspetto del tutto simile all’editoria letteraria. Poche settimane fa, Loredana Lipperini aveva già posto l’attenzione sulla tendenza, da parte di alcune catene di librerie, ad ordinare gli scaffali non più secondo il criterio dei generi letterari, ma sulla base di arbitrarie categorie di mercato che dovrebbero costituire un fattore d’attrattiva verso il pubblico più giovane (soprattutto femminile): in una Feltrinelli milanese, se si cercano I fratelli Karamazov, sarà possibile trovarli nello scaffale “I mattoni”, affiancato a sua volta da “L’angolo del piantino” o da una sezione di cartoleria denominata “Cose cute”.[5] La letteratura, insomma, non basta più a sé stessa come prodotto del consumo culturale, ma il suo contenuto è declassato a recipiente di emozioni a basso costo o a reperto archeologico da venerare con ironica religiosità.
Dentro e fuori la scuola, i saperi linguistico-letterari sono quindi soggiogati allo stesso modo all’egemonia imprenditoriale, riconfigurati nella neolingua delle competenze, delle soft skills, del “saper fare”: gli obiettivi di sviluppo dichiarati dall’assetto delle nuove politiche scolastiche (Agenda 2030, Indicazioni nazionali, Raccomandazioni del Parlamento Europeo) associano insomma, come notava già Emanuele Zinato, «il mercato ai diritti (…) coniugando in modo disinvolto l’ideologia dell’inclusività e della democrazia con l’autocrazia economicista aziendale».[6] La difesa dei liberi saperi umanistici appare oggi come un residuo reazionario contro le magnifiche sorti dell’innovazione, eppure difendere le discipline umanistiche dal marketing ha a che fare con i diritti più di quanto all’ideologia della nuova scuola piaccia pensare.
Note
[1] https://www.agenziacoesione.gov.it/comunicazione/agenda-2030-per-lo-sviluppo-sostenibile/
[2] https://www.leparoleelecose.it/la-scuola-riparte-da-gaza/
[3] https://corrieredelveneto.corriere.it/notizie/venezia-mestre/cronaca/26_gennaio_16/incontri-pro-pal-al-liceo-marco-polo-di-venezia-bufera-sui-social-e-interrogazione-di-fdi-al-ministro-valditara-3469d760-63b1-40af-b2d6-77f1b7bc6xlk.shtml
[4] https://alleyoop.ilsole24ore.com/2025/11/11/indigenza-grave-italia-europa/?refresh_ce=1
[5]https://www.facebook.com/loredana.lipperini/posts/pfbid02RQ5W4dyAUFvewVaLPeF5Tj7fZgonQ2cY1pP4sU6SwZ1NSajaCbHtfcCDET8XE3ySl
[6] E. Zinato, Modesta proposta per insegnare letteratura oggi, in «Insegnare, educare, prendere parola», 9 (2021), pp. 237-246, cit. a p. 239.
L’articolo mette il dito sulla piaga, e il lettore ringrazia per l’acuta segnalazione, ma la difesa dei liberi saperi umanistici contro il marketing/mercato mi sembra un po’ intellettual-aristocratica. Non credo ci si possa più arroccare su presunte libertà dei saperi umanistici, il book influencer non è sempre e solo il diavolo che vende emozioni a basso costo, e il verbo-influencer è, sì, proprio un’esca retorica che (forse) può aiutarci a parlare nel mondo reale degli adolescenti, che di social e e influencer è fatta. In dialogo, naturalmente. Non mi entusiasma, d’accordo, ma almeno esce dal linguaggio noiosissimo e devitalizzato della manualistica scolastica.
Come non essere d’accordo
Occorre immaginare pratiche di resistenza, da attuare in ogni situazione scolastica e all’interno degli organi collegiali. Per la rinascita di un movimento di resistenza a scuola e nell’università, è necessario imparare a demistificare le parole dell’avversario (come quelle che permeano l’Agenda 2030) e pensare dialetticamente: le politiche da decenni dedicate alla formazione, con obiettivo prioritario il disciplinamento della funzione docente (learnification “liberal” ) e le più recenti politiche repressive che attaccano la libertà d’insegnamento (es. ddl sull’equiparazione di antisionismo e antisemitismo, intrusione delle aziende che producono armi a scuola, schedature dei docenti “di sinistra”) sono fenomeni intimamente correlati. L’articolo di Sofia Santosuosso, che demistifica un dettaglio assai eloquente in un libro di testo e ne svela l’ideologia sottesa, è un vero e proprio strumento di resistenza. Ringrazio dunque l’autrice!
Ringrazio di cuore Emanuele Zinato e Debora per i commenti.
A Debora in particolare vorrei rispondere che non era mia intenzione scadere nella banale equivalenza saperi umanistici = bene / marketing = male: speravo di averlo reso chiaro nell’articolo, ma forse il messaggio non è passato a dovere, e me ne scuso.
Credo che il marketing come insieme di conoscenze e strumenti utili a orientarsi nel mondo – oggettivamente dominato, che ci piaccia o meno, dal mercato – vada trasmesso agli studenti nelle forme e nei modi che la materia richiede; resta però un problema enorme, almeno per me, se si tenta di sovrapporre il marketing alle discipline umanistiche, la cui difesa non trovo intrisa di intellettualismo aristocratico, ma al contrario portatrice di ideali e pratiche di uguaglianza sociale e democrazia. Vero, come scrive Debora, che occorre avvicinarsi al linguaggio dei giovani anche attraverso il loro linguaggio e i loro interessi, ma sempre nel solco di una sana consapevolezza ‘epistemologica’: certo che si può parlare di book-influencer nel libro di letteratura o grammatica, ma bisogna scegliere le parole e gli spazi giusti per non far passare l’idea che le discipline umanistiche siano “utili” perché sfruttabili sul mercato. Sono d’accordo sul fatto che la manualistica scolastica vada in molti casi ‘vitalizzata’ (questo per molte grammatiche: difendo invece manuali di letteratura insostituibili e preziosi come il Luperini-Castaldi), ma non credo che a questo serva il marketing.
Grazie per il commento, spero di essere stata chiara.