di Paolo Puppa

 

Nonostante l’autentica tempesta che da ore imperversa, l’aereo è decollato egualmente, e in orario, destinazione Gatwick, a Londra. Tutti i posti sono occupati. Una volta chiuse a fatica le portiere dei porta bagagli, le hostess e gli steward paiono esausti dopo la collocazione di una massa sterminata di zaini e borsoni oltre a enormi valigie in alto, sopra le teste dei passeggeri. In questo momento gli chiedessero se la vita ha senso per lui, risponderebbe subito di sì. Si considera infatti quasi un uomo felice.  Il “quasi” dipende dalla situazione familiare. Ma sua moglie prima o dopo capirà e perdonerà. Anche se l’ha sentita, uscendo dalla camera da letto con il trolley rumoroso per il convegno londinese, piangere disperata e mormorare “Maledetto”. Nondimeno, lei non potrà continuare a ignorarlo. La casa in fondo è sua, e Elena è un’ospite. Non gliel’ha intestata, per fortuna. Se la situazione precipitasse, lui potrebbe sempre mettere in vendita quell’appartamento ereditato dai genitori, prendendo appuntamento con un’agenzia immobiliare. Certo, potrebbero intervenire avvocati aggressivi, tirando fuori l’adulterio scoperto, ma chi li paga? L’idea del divorzio per colpa (esiste ancora?) però lo terrorizza. No, mai, mai.  Gli occhi della donna se furibondi lo esasperano, ma colmi di dolore lo fanno crollare. Perché lei, ormai, si è trasformata a poco a poco in una seconda madre, dopo che la vera è stata cancellata in poche settimane da un tumore scoperto per caso quando era già metastasi. Il ragazzo che gli siede accanto, e scruta di continuo l’orologio, pelle molto scura e un pizzetto da capra sul mento, sulla guancia destra esibisce un profondo taglio, da poco cicatrizzato. Un duello per gelosia? A che paese appartiene? Senegal, India? Occhi in ogni caso verdi da gatto, sguardo inespressivo quando lui l’ha fissato per un attimo. Gli ha pure sorriso per educazione e debolezza di carattere e quello s’è girato bruscamente verso il finestrino senza ricambiare la gentilezza, e sistemandosi il berretto da baseball un po’ unto che gli copre il capo. Alla sua destra, sferruzza una donna grassa che armeggia con un inizio di scialle rosso. Anziana tiene capelli neri lunghi, chiaramente tinti, che la ingaglioffano ulteriormente. Sedere in mezzo, per lui, è sempre stato un disagio intollerabile. Per fortuna, il volo dovrebbe durare poco più di due ore. Se tutto va bene.  E poi il direttore, informato del convegno internazionale in cui lui terrà una breve comunicazione, non una relazione, e in un panel periferico, non nel consesso primario, si è complimentato con lui e gli ha chiesto se leggerà il suo intervento. “No, a braccio”, ha risposto mentendo e simulando una conoscenza della lingua che non ha.  Sul testo ha distinto le i aperte e le i chiuse servendosi di google pronuncia. E l’altro manifestandogli ammirazione gli ha accennato ad un posto di ricercatore che forse si libera in Calabria, scomodo, lontano, ma perché no? Potrebbe essere la scialuppa di salvataggio per non morire da assistente. Ma l’euforia che cela con difficoltà dipende dalla mail inviatagli il giorno prima dal lettore della Casa editrice importante. Contro ogni sua aspettativa, dopo giri di frasi che parevano annunciare l’ennesima bocciatura, trapelava invece la decisione di far passare il testo all’ultimo livello, il comitato di lettori, e di fronte a un probabile esito positivo il suo romanzo usciva entro l’anno. In appendice, una clausola in cui lo si invitava a non mostrare ad altri il suo dattiloscritto. Un successo letterario potrebbe penalizzare la carriera accademica, ma lui non vuole essere ricordato, quando sarà, solo come uno studioso mediocre e mal trattato dai vertici accademici. No, una visibilità dischiusa dalla nuova identità, quante vendette gli consentirà allora!  L’aereo si mette a ballare tutt’a un tratto. L’inverno vuole far sapere che è in arrivo nel cielo, ma lui non se ne cura. Riprova infatti l’emozione selvaggia di poche ore fa. Avrebbe voluto chiamare sua moglie, ma la tensione tra loro rendeva improbabile un balletto per la sala da pranzo, meglio rinviare. Insomma, gli verrebbe da gridare di gioia. Vorrebbe condividere con qualcuno quel momento. Magari con quello stesso ragazzo che si controlla qualcosa nella tasca. Già, costui sta facendo strani movimenti sotto la cintura che lo stringe allo schienale. Hanno spento le lucette sopra le loro teste, il buio irrompe così quasi totale, se non fosse per i neon pallidi. La pioggia e il vento aggrediscono intanto i finestrini. Lui non ha mai avuto paura di cadere nei rari voli fatti. Gli incidenti, si sa, sono una percentuale irrisoria, paragonati a quelli sulla strada. Prende dal borsello che tiene sotto il sedile, da prescrizione, il cellulare sconnesso e inizia a scrivere un messaggio per Elena. Vuole dirle alla fine dell’esito editoriale e pertanto convincerla a deporre l’odio: “Quando mi hai maledetto, ti sei sentita meglio? Dov’è finita la tua ironia?  Non sto a dirti che è stata un’avventura senza importanza, perché è andata avanti a lungo, è vero. Ma io sono esuberante, lo sai. Eppure ti amo e ti vorrei abbracciare, anche adesso, davanti a tutti”, e mentre scrive si emoziona come un adolescente. Si guarda attorno a sé, per controllare se qualcuno possa leggere quelle frasi stereotipe, che non fanno onore al futuro romanziere di successo. E il ragazzo, orientale o africano, che sia, ha altro per la testa che spiare nel cellulare del passeggero alla sua destra. Qualche minuto fa, vedendolo in difficoltà, e non spiegandosi l’ansia che sembra divorarlo, si è spinto a chiedergli, tanto per fare esercizio “Is it your first flight? “, domanda ignorata dal ragazzo. Domanda incongrua, perché dovrebbe vivere a Venezia e con quella pelle è improbabile. Quindi ricomincia a scrivere la minuta: “So, so bene che adesso è tutto inutile per te, ma non sai, non sai davvero mentre l’aereo balla da far paura e pare voler precipitare, quanto piango dentro ma anche fuori, se il ragazzo che mi siede vicino mi ha chiesto nel suo inglese stentato se mi sento male”.  Resta incerto se mantenere un simile dettaglio, pura menzogna. Vuole, una volta tanto, dire solo il vero. Da cancellare, nella riscrittura finale, ma per ora meglio lasciare. Non si sa mai, dona freschezza. Il ragazzo in questione continua a toccarsi la tasca destra, da cui spunta, se ne accorge adesso, qualcosa, simile a un rametto d’albero. Non ha senso portarsi in tasca un ramo tagliato, e gli viene da ridere. Sarà magari un amuleto, un rituale di qualche religione braminica, un’astruseria bella e buona. Per le scosse violente che aumentano, gli capita di stringersi a ridosso del corpo del suo giovane vicino, mentre l’oggetto misterioso gli tocca il fianco e gli procura dolore. Ma cos’è sta roba? Gli viene di nuovo da ridere, ma torna a Elena. Ora è convinto di trovare le parole giuste. La Signora non potrà resistere, perché è veramente pentito e in più, stanco com’è, non ha intenzione ormai di lanciarsi in nuove storie. Non è proprio il caso. L’anagrafe segna mezzo secolo, lo specchio gli rimanda un filo di pancia (guai a portare golf chiari), e sul capo i capelli stanno diminuendo. Sì, le sue energie dovranno essere convogliate non in copule non sempre trionfali e nella recita logorante dell’innocenza, ma nella scrittura. Perché del resto ha la grande notizia da portare a sua moglie, quando si sarà calmata. Il che funzionerà da collante, chiaro, salvando il loro rapporto.  Si coricherà con lei di nuovo volentieri, e la guarderà negli occhi a fingere e poi a risvegliare in entrambi antichi desideri.

All’improvviso, mentre gli sembra che la pioggia si accanisca con minor ferocia sui finestrini, vede la Gabri sopra di lui, ansare nel ritmo crescente dell’amore, le labbra dischiuse a mostrare i denti dalla bianchezza immacolata, tra i rantoli che tanto lo eccitavano. Subito, un’erezione potente risponde all’immagine. Copre con il giornale, in precedenza infilato nella tasca del sedile davanti, i calzoni in quanto il gonfiore risulta ben visibile e teme che il ragazzo strano al suo fianco se ne accorga. Ci risiamo?, sospira, ma le braccia della ragazza sono più fresche di ventidue anni rispetto a quelle di Elena. Cosa può fare, lui, in fondo? Una creatura che gli si è data senza alcun interesse, sapendo da subito che un assistente non può fare niente per una dottoranda. Solo farle perdere tempo. Una creatura del tutto lontana dagli ospedali, che non deve ogni sei mesi controllarsi le mammelle per assicurarsi che le macchie non siano ricomparse. Si trova orribile, certo, ma è più forte di lui. E nondimeno ha spiegato alla ragazza che bisogna smetterla di vedersi, in quanto la consorte avrebbe scoperto tutto. E lui dovendo scegliere… Un copione logoro. Non ha idea cosa accadrà in Istituto incontrandola, ma dovrà essere forte e cancellarla dalla sua vita. Ripone il giornale, adesso per fortuna inutile, dove stava prima.

Dopo un po’, lo invade una grande stanchezza. Vorrebbe trovarsi nel suo piccolo divano in salotto, dietro la grande chenzia, allorché dorme separato dalla moglie, i piedi sporgenti al di fuori dalla spalliera bassa. Poi sente alla sua sinistra un crepitio strano, quasi qualcuno segasse un tronco. E vede, girando la testa, il ragazzo ora irriconoscibile. Le guance arrossate, gli occhi dilatati, il respiro affannoso. “Ma lei sta male, vero?”. Non gli viene bene in inglese, ma quello indifferente alla sua presenza si mette a imprecare con foga. Gli è caduto il berretto, e i capelli crespi hanno un che di minaccioso. Non è araba, comunque, quella lingua, dai suoni esageratamente gutturali, mai sentiti prima. Ed ecco nella mano sinistra il bastoncino che si allunga, grazie alla pressione che il ragazzo esercita su una delle due punte. E gli verrebbe da ridere, come davanti ad una magia o ad un atto da prestigiatore. Nel frattempo, in altri due sedili, al centro e in coda all’aereo, si sono alzati di scatto altri due passeggeri, che sembrano voler intonare una preghiera assieme al ragazzo. Gli viene allora da frignare. No, non intende morire. Vorrebbe chiedere almeno se si tratta di un sequestro o di kamikaze. O magari di una serie televisiva? No, fanno sul serio. E vorrebbe inviare un messaggio a Elena, dirle in poche parole che è stata la donna della sua vita. Piange anche per lei. Resterà sola, adesso, la sua povera donna tanto trascurata. E anche per Gabri, si dispiace, che non si meritava finisse così la loro storia. Ma piange per sé, soprattutto, per il romanzo che non verrà alla luce. Per il posto di ricercatore in Calabria, dato ad un altro. Proprio adesso! Sulla cronaca, il suo nome insignificante di oscuro assistente. Ah, cos’è stata la sua vita! Ma non trova il cellulare. Dev’essere caduto! Si ricorda di un ragazzino visto in vaporetto, qualche giorno prima, gli occhi sbarrati dal panico, che gemeva inginocchiato sotto i sedili, facendo spostare le gambe ai passeggeri irritati “Ma dov’è, ma dov’è?”. E lui s’era sentito tanto superiore. Già. Quando sta per gridare travolto dal senso di impotenza, uno steward dal volto femmineo e una voce chioccia lo sta scuotendo impaziente. Gli intima di chiudere il tavolino e di allacciarsi la cintura, per l’imminente atterraggio. Non si trovano tra le fiamme dell’inferno, dunque, né stanno scendendo le acque gelide della Manica. No, sono tutti banalmente vivi. Il ragazzo al fianco prima di rigirarsi verso il finestrino gli ha in compenso lanciato un’occhiata sprezzante.

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