di Ugo Morelli
In Infiniti possibili, un film dedicato a Luigi Nono, Massimo Cacciari parla di “un suono completamente libero” come condizione dell’agire politico del musicista. Allo spazio del politico, Cacciari dedica il proprio saggio in Kaos [Il Mulino, Bologna 2026], un libro che contiene anche un saggio di Roberto Esposito su geopolitica e metafisica. “Nonostante la sua debolezza, il Politico continua a sporgere da ogni neutralizzazione, resta irriducibile a semplice amministrazione” [p. 10]. È polemos la cifra distintiva di ogni realtà in costante movimento e mutamento. Così Eraclito, nel frammento 53: “Polemos è padre di tutte le cose, di tutte re; gli uni fa schiavi gli altri liberi”. Buona cosa è comprendere non superficialmente polemos. Non ridurlo alla coincidenza banalizzante con l’antagonismo. Riconoscere che riguarda il giocare con e non solo il giocare contro. Le sue intrinseche proprietà costitutive attengono alla fenomenologia di ogni incontro e di ogni relazione, in cui siamo allo stesso tempo hospes e hostis. Ma anche alla complessità conflittuale interiore che a livello intrapsichico non consente di definirci in nessun modo per vie lineari e determinabili. “Ciò che l’arte e la mitologia riescono a tradurre in immagine è l’attrito, sempre più marcato, tra luoghi sovrani, spazi imperiali e potenze globali tecno-economiche. Ciascuna di queste forme è in conflitto non solo con le altre, ma anche con sé stessa.” [p. 10]. Il contrario di quell’attrito è la stasis, l’indifferenza, l’anestesia del politico e, quindi, del possibile. “Se la possibilità non può spezzare i limiti della necessità, non deve temere di affacciarsi sulla soglia dell’impossibile. Anche senza poterla varcare, solo in questo sforzo ritrova l’anima che al contempo la sorregge e inquieta” [p. 11]. Cercare di assumere una simile prospettiva significa riconoscere, prima che la propria potenza, la propria fragilità. Prende così forma uno spirito che anima il contributo di Cacciari, che potremmo ricondurre alla ragion poetica. A quella ragione che, ben oltre la ragione calcolante, e anche di quella che riconosce i limiti della razionalità, cerca di stagliarsi dallo sfondo per affacciarsi sulla soglia del possibile. Vittorio Gallese, recentemente, occupandosi della mediazione digitale nella costruzione della nostra esperienza, pone, in quella che definisce “estetica radicale”, le condizioni politiche per gli umani di valorizzare le proprie distinzioni per affermare la propria libertà [Il Sé digitale. Dai neuroni specchio alla mediazione tecnologica, Raffello Cortina Editore, Milano 2026].
In particolare in questo tempo di kaos, allorquando stanno maturando nuovi ordini e nuovi principi, il “vuoto” apre a infiniti possibili, e la morfogenesi di Chaos genererà nuovi Ordini. “Somiglieranno alla Mathesis del Mondrian riprodotto nella nostra copertina – o a una apocalisse di Anselm Kiefer?”, si domandano e ci domandano gli autori.
L’interrogazione sullo spazio del possibile conduce Cacciari ad esplorare lo spazio del Politico. È nelle possibilità e nei limiti di quello spazio che forse sarà possibile ravvisare i segni dei nuovi ordini. Del resto, come ha scritto Musil: “La felicità senza limiti non esiste. Non vi è grande felicità senza grandi divieti. Anche negli affari non si può correre dietro a qualunque profitto, se no non si approda a nulla. Il confine costituisce l’arcano del fenomeno, il segreto della forza, della fortuna, della fede e del problema di sostenersi, uomo microscopico, nell’universo sconfinato.” [L’uomo senza qualità, Einaudi, Torino 1996; p. 572]. Se lo spazio è un ordine costituito da una relazione tra gli enti che non può essere calcolata secondo geometrie euclidee, secondo Cacciari, la relazione è il prodotto dell’azione che ogni sostanza produce sulle altre. Si potrebbe sostenere che la relazione non è il prodotto, ma è essa stessa che attiva le sostanze. Per quanto possa apparire controintuitivo, e forse lo è, la relazione precede l’ente in quanto è una proprietà costitutiva dell’essente. Lo spazio non è, quindi, semplice forma a priori dell’intuizione, ma è relativo al movimento e alla relazione degli enti e, perciò, al conflitto che così si produce. La relazione è incontro e, da cum-fligere, il conflitto è incontro, non scontro, nel qual caso sarebbe antagonismo in cui il conflitto può degradare. “La relazione tra luoghi risulta perciò intrinsecamente polemos” [p. 19]. L’analisi mitologica condotta da Cacciari sulla genealogia del potere e sulle sue dinamiche planetarie porta alla constatazione del tramonto degli imperi, proprio mentre visioni troppo contingenti per comprendere lo stato delle cose sembrerebbero osservare il loro ritorno e la loro affermazione. Tutto il contributo di Cacciari a questo libro si pone, come sempre per l’autore, in una prospettiva di ampio respiro e di lunga durata dei fenomeni. Si pone, soprattutto, in una posizione di anticipazione del futuro possibile. Ne deriva la constatazione che siamo noi a vivere nel passato, o più precisamente ad operare una proiezione con cui ci collochiamo in un futuro desiderato, immaginato, concepito da questo passato. Una verifica della nostra propensione alla dipendenza dal cammino o path dependence. Indugiamo in una lettura della nostra condizione come se ci fossero ancora al centro del confronto tra gli Stati la Terra e il Mare. David Lapoujade, allievo di Gilles Deleuze, in Mondi che cadono a pezzi, [Einaudi, Torino 2026], sostiene che, essendo noi di fatto intrappolati nel sogno/incubo della crescita illimitata, viviamo in questo vecchio futuro, nel futuro del vecchio mondo, ragion per cui il nostro mondo non riesce a risolvere nessuna delle crisi attuali, ecologiche, energetiche, politiche. Secondo Cacciari, lo Stato comprende fin dalle origini che la propria potenza è debole e finirà con l’annullarsi se non si esercita anche sul mare. Sarà questa, tuttavia, la “prima navigazione”; la seconda si rivolge all’Aria ritenuta all’inizio in qualche modo anch’essa determinabile e compartimentabile. “Tuttavia ben presto l’elemento aereo manifesta la sua vera natura: l’aria non è vuoto, è un’infinità di onde, di energia attraverso le quali le sostanze si comunicano, dialogano e si pongono collettivamente all’opera su scale sempre più vaste” [p. 31]. Siamo di fronte al terzo movimento, già profetizzato dal mito; in esso le sostanze che si sono sprigionate a partire dall’energia dei luoghi, innalzano il loro polemos per l’egemonia a dimensione meta-planetaria, stellare. “Il potere politico non giungerà a compiersi, a raggiungere il proprio Bene, senza affrontare questa terza navigazione. E questo appare già il nostro futuro-presente.” [p. 31]. La potenza dello Stato tende a trasformarsi e ad affermarsi come globale, ma per riuscirvi esso dovrà estendere sempre più la propria sovranità sull’Aria, prima con armi in fondo tradizionali, per quanto volanti, e poi dominando l’immateriale complesso di onde che la costituiscono e che trasportano in sé ogni informazione. “Il dominio dell’universale Tecnica non svuota di significato, luoghi, Stati e contrade, imponendo soluzioni che cedono ogni forma istituzionale tradizionale?” [p. 33]. A vincere ovunque è l’idea dello sviluppo indefinito senza misura e senza fine. È questa la cultura delle leadership di tutto il globo. Secondo Cacciari, è possibile che l’unità del sistema tecnico-economico-finanziario trattenga da una lotta assoluta per l’egemonia globale, cui oggi nessuna potenza potrebbe pacificamente aspirare. Ma può darsi anche l’opposto: che del sistema sia interesse la grande catastrofe, per dar vita sotto il suo incontrastato dominio, liberandosi da tutto il “vecchio politico”, a un nuovo inizio. La conclusione del saggio di Cacciari merita di essere ripresa per intero, in quanto pone il problema nel quale conviene sostare, non solo per comprendere ma anche per cercare di agire: “Se osiamo volgere lo sguardo in avanti appare certo soltanto che la prassi politica si agita ancora nello spazio-tempo formato dal complesso ‘luogo-contrada-Weltraum’, che ogni suo ‘volo’ continua a essere costretto ad atterrare, mentre dilaga il potere di oligarchie monopolistiche insofferenti di ogni archè spazio-temporalmente rappresentabile e di ogni governo che non si limiti ad ‘appaltare’ a loro funzioni e servizi. Scompare la res publica. Soltanto chi comprenda con realismo, la tragedia rappresentata da queste contraddizioni può permettersi di coltivare qualche non vana speranza.” [p. 45].