di Yves Bonnefoy
[In questi giorni Il Saggiatore ha pubblicato Insieme ancora (a cura di Fabio Scotto), l’ultimo libro di Yves Bonnefoy composto nel 2016 sul letto di morte. Proponiamo in lettura il primo frammento.]
È strano, non vi riconosco.
Fa così buio che più non vedo il vostro volto
Malgrado nei vostri occhi questa luce
Di vari colori così lontano laggiù.
Capisco che voi tutti non siete altro
Accanto a me che un’unica presenza,
A chi porgere la coppa, non so
Né voglio, la poso, per un istante.
Scorgendo le vostre mani,
Le sfioro con le mie, è sufficiente.
Perché è vero che nulla è reale, in questa sala
In cui siamo insieme, voi e noi.
Ha pareti? Si cancellano
Non appena mi avvicino. Non so
Se sia dentro, o fuori, questa notte chiara,
Prendo la coppa, la innalzo, non esiste più.
E cosa conteneva, l’avrò mai saputo,
Sembrava reale, lo era forse,
Fu un vino, diciamo,
Che desideravamo bere insieme.
Mi ricordo dei nostri luoghi condivisi,
Eravamo lì dove desideravamo,
Un prato, e quei grandi alberi di fronte al cielo,
O addossati a rocce, nelle tenebre?
Mi ricordo, ma cos’è ricordarsi?
Rapido l’allargarsi del nulla nella clessidra.
La memoria è questo pozzo.
Attorno, l’estate,
La gariga è deserta. Sono qui,
Sollevo il coperchio di ferro arrugginito
Dall’acqua di un altro secolo, di un altro cielo,
Mi chino, sei tu,
Il sorriso di tanti anni in questa notte.
Che volevamo?
Soltanto conservare un senso alle parole.
Erano la nostra coppa, il linguaggio,
La innalzo per voi e con voi,
Sono le nostre voci, questi echi confusi
Sotto una volta, oscura, poi questo silenzio?
Degli sconosciuti hanno forzato la nostra porta,
Passano come un vento attraverso noi,
La nostra sala si riempie e si svuota.
Amici miei, questa terra va così male
Ed è anche così spesso tanto immonda
Che non so che dire. Quest’albero, bello?
Ma si getta un bambino in fondo a un pozzo,
Questa linea di schiuma? Parlare, tradire.
Tradire, poiché significa continuare a voler vivere,
Perfino felice, a volte. E questi istanti
Sono belli, non è vero? Bella la luce
Che avvolge, a sera,
Questi mandorli che avevamo piantato,
Ah, amica mia,
Credo, quasi so
Che la bellezza esiste e significa. Credo
Che abbia ancora senso far nascere,
Attesto che le parole hanno diritto al senso.
Comunque quanto è difficile
Fare di questa fede un pensiero,
Quanto sembra naturale averne vergogna!
E chi è,
Quest’uomo che vedo che ci ha raggiunti?
Ma sì, sei tu
Che mi facesti tanto bene quando avevo vent’anni
E non dubitavo minimamente di me, eppure
Avevo bisogno di uno che mi desse fiducia.
Non ho mai smesso di darti del lei,
Amico mio. Ma sento ancora
La tua voce martellante
Quando ti piaceva dire che è «fragorosa»
La parola insensata della poesia.
Spesso avevi torto,
Ma sapevo il vero dei tuoi errori.
Accetta quel che ti offro, stanotte.
È il mio bisogno di continuare a credere
Che abbia senso essere. E anche se
Fuori, tira vento e pietra. Appena, in lontananza,
Qualche vacillo della luce.
E anche Plotino
Insegnava che la luce nasce dagli occhi,
Da essi si lancia nella materia,
Cerca, e talvolta quel grande raggio
Che gira, a tratti esitante, s’immobilizza
Per diventare parole ancora indistinte,
Emana da occhi ciechi. È commovente
Veder quelle orbite vuote cacciare lampi.
Vi afferro, mani di cieco,
Poso sulle vostre dita
Le mie labbra assetate. Un altro tra voi,
Fu colui le cui parole, soffocate
Da un bisogno insaziabile d’assoluto,
Hanno lacerato con il loro raggio
Il mio cielo per qualche anno così nero.
Conosceva il tipo di sofferenza
Che causa sapere
Che il bene più che mai desiderato
Per sempre sarà negato; e, peggio ancora, capire
Che quel bene non era che un sogno. Ma seppe
Che occorreva decidere che fosse reale quel sogno
Per ridare vita
A colei che amava, che non lo amava,
Ma moriva di sognare quanto lui.
E quegli altri, quei pochi altri,
Già calava la notte, mi offrivano dei libri,
Ne giravano le pagine. Non osavo
Udirne le parole, che crescevano
In me anch’esse come un abisso, con quelle grida
Di strato in strato affiancate alla pietra,
Quelle braccia protese verso il cielo vano,
Quei sordi colpi in sale senza finestre,
Il molto eterno di questa morte
Che è per noi incomprensibile. Ma ascoltavo
Attraverso la mia angoscia, ed era vedere
Più giù, come un bambino rannicchiato
Nella quiete del suo sogno, il cielo, la terra,
Con dall’uno all’altra il piccolo arco degli alberi
Ancor grigio d’alba che attingeva
A piene mani al colore vicino.
Uscire, al mattino presto, quando tutto è calmo,
Quando il bene è il frutto nel fogliame,
E il vero il brusio quasi impercettibile
Delle bestie che si svegliano da ogni lato.
Amici miei, capiamo che queste vite pensose
Di rami, di cespugli,
Sanno; che la loro attesa
Giustifica che si ami. Decidiamo
Che la fiamma di questo abbecedario sulle nostre tavole
Arda dritta, stanotte ancora. Prendiamo la coppa
Delle nostre parole perfino accartocciate, carbonizzate,
Brindiamo al nulla.
Amiamo il nulla degli ammassi di stelle, delle nane bianche.
Uno di noi s’alza, lascia la sala,
Guarda il cielo sopra la notte.
È un fiume senza rive, ma la sua corrente
D’un tratto svolta, laggiù, come chiamata
Da chissà quale grido, nel futuro.
La raggiungerete,
Sfiorerete con la mano la sua spalla,
No, non sussulterà.
Il suo nome,
Sembrerà che non lo senta.
Pur volgendo verso di noi
Quel che resta, sotto le stelle, del suo volto.
E mi dico, sei tu,
Mio professore, mio maestro di filosofia,
Che ci dicevi, con il tuo sorrisetto,
Che ti saresti rifiutato di stringere la mano A
un visitatore celebre ma che mentiva.
Tu sapesti tradurre
L’epitaffio sublime di Kierkegaard.
*
C’est bizarre, je ne vous reconnais pas.
Tant il fait nuit je ne vois plus votre visage
En dépit dans vos yeux de cette lumière
De diverses couleurs si loin là-bas.
Je comprends que vous tous, vous n’êtes plus
Auprès de moi qu’une seule présence,
À qui tendre la coupe, je ne sais
Ni ne le veux, je la pose, un instant.
Apercevant vos mains,
Je les touche des miennes, c’est suffisance.
Car c’est vrai que rien n’est réel, de cette salle
Où nous sommes ensemble, vous et nous.
A-t-elle des cloisons, elles s’effacent
Dès que je m’en approche. Je ne sais
Si c’est dedans, dehors, cette nuit claire,
Je prends la coupe, je l’élève, elle n’est plus.
Et que contenait-elle, ai-je su jamais,
Cela semblait réel, ce l’était peut-être,
Disons, ce fut un vin
Que nous avions désir de boire ensemble.
Je me souviens de nos lieux de partage,
Étions-nous là où nous le désirions,
Un pré, et ces grands arbres devant le ciel,
Ou plaqués à des rocs, dans des ténèbres?
Je me souviens, mais qu’est-ce, se souvenir?
Rapide l’évasement du rien dans le sablier.
La mémoire est ce puits. Alentour, l’été,
La garrigue est déserte. Je suis là,
Je lève le couvercle de fer rouillé
De l’eau d’un autre siècle, d’un autre ciel,
Je me penche, c’est toi,
Le sourire de tant d’années dans cette nuit.
Que voulions-nous?
Seulement préserver du sens aux mots.
C’étaient eux notre coupe, le langage,
Je la lève pour vous et avec vous,
Est-ce nos voix, ce désordre d’échos
Sous une voûte, sombre, puis ce silence?
Des inconnus ont forcé notre porte,
Ils passent comme un vent à travers nous,
Notre salle s’emplit et se désemplit.
Mes amis, cette terre va si noir
Et même si immonde si souvent
Que je ne sais que dire. Cet arbre, beau?
Mais on jette un enfant au fond d’un puits,
Cette ligne d’écume? Parler, trahir.
Trahir, puisque c’est continuer de vouloir vivre,
Heureux, même, parfois. Et ces instants
Ont beauté, n’est-ce pas? Belle, la lumière
Qui enveloppe, le soir,
Ces amandiers que nous avions plantés,
Ah, mon amie,
Je crois, presque je sais
Que la beauté existe et signifie. Je crois
Qu’il y a sens encore à faire naître,
J’atteste que les mots ont droit au sens.
Qu’il est difficile pourtant
De faire de cette foi de la pensée,
Qu’il semble naturel d’en avoir honte!
Et qui est-il,
Cet homme que je vois qui nous a rejoints?
Mais oui, c’est toi
Qui me fis tant de bien quand j’avais vingt ans
Et ne doutais nullement de moi, et pourtant
Avais besoin d’un qui me fit confiance.
Je n’ai jamais cessé de te dire vous,
Mon ami. Mais j’entends encore
Le martèlement dans ta voix
Quand tu aimais à dire qu’est «fracassante»
La parole insensée de la poésie.
Tu avais tort, souvent,
Mais je savais le vrai de tes errements.
Accepte ce que je t’offre, cette nuit.
C’est mon besoin de continuer de croire
Qu’il y a sens à être. Et même si
Dehors, c’est vent et pierre. À peine, au loin,
Quelques trébuchements de la lumière.
Et Plotin, aussi bien,
Enseignait-il que la lumière naît des yeux,
Elle s’élance d’eux dans la matière,
Elle cherche, et parfois ce grand rayon
Qui tourne, hésite à des instants, s’immobilise
Pour se faire des mots encore indistincts,
Émane d’yeux aveugles. Il est émouvant,
De voir jeter leurs feux ces orbites vides.
Je vous prends, mains d’aveugle,
Je pose sur vos doigts
Mes lèvres qui ont soif. Un autre parmi vous,
Ce fut celui dont les mots, suffoquant
D’un besoin insatiable d’absolu,
Ont déchiré de leur rayon à eux
Mon ciel qui fut si noir quelques années.
Il connaissait la sorte de souffrance
Que cause de savoir
Que le bien qu’on désire plus que tout
À jamais se refusera; et, pire, de comprendre
Que ce bien n’était que son rêve. Mais il sut
Qu’il fallait décider du réel ce rêve
Pour rendre vie
À celle qu’il aimait, qui ne l’aimait pas,
Mais mourait de rêver autant que lui.
Et ces autres, ces quelques autres,
Il faisait nuit, déjà, ils m’offraient des livres,
Ils en tournaient les pages. Je n’osais pas
En entendre les mots, qui se creusaient
En moi comme eux aussi un gouffre, avec ces cris
De niveau en niveau à flanc de pierre,
Ces bras qui se jetaient vers le ciel vain,
Ces coups sourds dans des salles sans fenêtres,
Tant et tant à jamais de cette mort
Qui nous est incompréhensible. Mais j’écoutais
À travers mon angoisse, et c’était voir
Plus bas, comme un enfant pelotonné
Dans la paix de son rêve, le ciel, la terre,
Avec de l’un à l’autre l’arceau des arbres
Encore gris de l’aube qui prenait
À pleines mains dans la couleur prochaine.
Sortir, tôt le matin, quand tout est calme,
Quand le bien, c’est le fruit dans le feuillage,
Et le vrai la rumeur presque imperceptible
Des bêtes qui s’éveillent de toutes parts.
Mes amis, comprenons que ces vies pensives
Des branches, des buissons,
Savent; que leur attente
Justifie que l’on aime. Décidons
Que la flamme de cet abécédaire sur nos tables
Brûle droit, cette nuit encore. Prenons la coupe
De nos mots même racornis, carbonisés,
Buvons à même le rien.
Aimons le rien des amas d’étoiles, des naines blanches.
L’un d’entre nous se lève, il quitte la salle,
Il regarde le ciel par-dessus la nuit.
C’est un fleuve sans bords, mais son courant
Tourne d’un coup, là-bas, comme appelé
Par on ne sait quel cri, dans l’avenir.
Irez-vous jusqu’à lui,
Toucherez-vous de la main son épaule,
Non, il ne sursautera pas.
Son nom,
Il semblera qu’il ne l’entende pas.
Tout de même tournant vers nous
Ce qui reste, sous les étoiles, de son visage.
Et je me dis, c’est toi,
Mon professeur, mon maître en philosophie,
Qui nous disait, avec son petit sourire,
Qu’il se refuserait à serrer la main
D’un visiteur célèbre mais qui mentait.
Tu sus traduire
L’épitaphe sublime de Kierkegaard.
*
Dall’Introduzione di Fabio Scotto
Cosa ha caratterizzato da sempre il pensiero poetico di Yves Bonnefoy? Innanzitutto la volontà di propugnare una parola aperta, transitiva, desiderosa di costruire il dialogo, l’incontro, la relazione. Pur nella consapevolezza dell’oscurità del linguaggio, per via della concettualizzazione che implicitamente separa le parole da ciò di reale cui rinviano, egli ha sempre cercato in esso la luce di una presenza, quell’immediatezza sensibile che rivela l’evidenza del semplice nel luogo umano del vivere.
Proporre oggi per la prima volta al pubblico italiano in traduzione integrale quella che è di fatto – con L’écharpe rouge, libro autobiografico a cavallo tra il romanzo di autoanalisi e il saggio uscito parallelamente a pochi mesi dalla sua scomparsa – l’ultima sua raccolta pubblicata in vita, significa confrontarsi con una sorta di legato testamentario nel quale si condensa il senso dell’intero suo percorso di scrittura di oltre un settantennio. Libro solo apparentemente rapsodico (così almeno mi parve a una prima lettura allorché il poeta me ne inviò il testo poco prima dell’uscita), Insieme ancora seguito da Perambulans in noctem è in realtà, come sono andato gradualmente comprendendo reiterandone e approfondendone la lettura nel lavoro di traduzione, un’opera straordinariamente coesa che riassume e porta a pieno compimento le ragioni stesse di un’esistenza e del fervido lavoro poetico che ne è testimonianza.
Il titolo del poemetto liminare, che è anche quello dell’intera raccolta, riassume in sé una convinzione profonda dell’autore, ovvero che il poeta non debba più incarnare la personalità solipsistica di un romantico isolato nel mondo, poco incline all’incontro e alieno dagli altri, semmai quella di un essere socievole, generoso di sé e in costante ascolto del suo simile, o, come scrisse Baudelaire, poeta a lui fra i più cari, «[s]on semblable, ‒ [s]on frère!». In tale ottica va letto quindi il senso di Ensemble encore, che unendo, senza segni d’interpunzione, un avverbio di modo con un avverbio di tempo afferma la necessità di essere con qualcuno e contemporaneamente di prolungare nel tempo rinnovandolo il benefico effetto di questa unione, sia essa amorosa, amicale, relazionale, comunque umana.
Bonnefoy ha più volte affermato anche pubblicamente che fosse bene che il poeta avesse molti amici, perché potesse condividere insieme agli altri l’esperienza del vivere, del tempo trascorso insieme. Mi sia concesso a riprova di ciò un ricordo personale a riguardo. Anni fa, al termine di uno dei nostri frequenti incontri nel suo studio parigino di rue Lepic, fatti di belle chiacchierate, ma anche d’intense sedute di lavoro sui suoi libri a mia cura in corso, allorché immaginando i suoi molti altri impegni gli manifestai dopo varie ore il desiderio di congedarmi, egli mi chiese con un tono sincero e quasi accorato di «restare ancora un poco». In episodi come questo, tutt’altro che infrequenti, vedo ancor oggi una delle manifestazioni amicali e affettuose del suo piacere di stare insieme e di rinnovarlo nel tempo a ogni nuovo incontro, ancora e ancora, se sempre nel salutarmi mai mancò di dirmi: «Continuiamo… a vederci, a collaborare, a lavorare insieme per la poesia».
Coerentemente, il poemetto liminare del libro si rivolge infatti agli amici, all’amico, all’amica chiedendo e dando ascolto, se è importante «conservare un senso alle parole», non certo per narrare di un mondo idilliaco, semmai per ribadire la volontà di vivere nonostante la precarietà e il male, per riaffermare la bellezza e il tributo di fiducia dato all’altro, sia esso il professore suo «maestro di filosofia», oppure l’«amica» compagna di vita con la quale visse l’esperienza fondamentale di Valsaintes. Ciascuna di queste esperienze confluisce poi in quella che potrei definire una poetica del lascito, già palesatasi nello struggente explicit de L’ora presente, che qui assume toni di sentita gratitudine e riconoscenza:
Amici miei, amate mie,
Vi lego i doni che mi faceste,
Questa terra vicina al cielo, ad esso avvinta
Da queste innumerevoli mani, l’orizzonte.
Vi lego il fuoco che guardavamo
Ardere nel fumo delle foglie secche
[…]