di Thea Rimini
Paolo Di Paolo è uno scrittore che privilegia i tramonti, ma quei tramonti che porteranno a nuove albe. Sono gli anni sul crinale fra due epoche a interessarlo: ecco allora soffermarsi sui primi del Novecento con Svegliarsi negli anni Venti. I cambiamenti, i sogni, le paure da un secolo all’altro (2020) e soprattutto sugli anni Novanta, quel decennio che chiude un secolo, e un millennio, e si proietta verso il successivo. Lo ha fatto con il romanzo Dov’eravate tutti (2010), con il testo teatrale L’alba dopo la fine della storia (2025) sullo smarrimento seguito al crollo della Jugoslavia, e con il recentissimo «non-romanzo» 1999. Un attimo prima del mondo com’è. Protagonisti di quest’ultimo testo sono quattro adolescenti, e l’adolescenza è l’età di passaggio per antonomasia, in sintonia con quel secolo ormai agli sgoccioli che è il 1999 in cui si trovano. Alle prese con le prime esperienze, le delusioni più cocenti e le passioni dirompenti, i personaggi di 1999 non hanno pirandellianamente nome: il muscoloso, l’artista, il solitario, Lei; e il testo racconta anche del progressivo avvicinamento dell’autore alle sue figure. Perché 1999 è un «esperimento narrativo», come si legge nell’introduzione al primo capitolo:
Il nuovo esperimento narrativo di Paolo Di Paolo è un romanzo, in forma di newsletter gratuita settimanale, che sarà scritto in tempo reale, lasciando spazio alle interferenze del presente e del dialogo con chi lo leggerà.
Queste poche righe riassumono già il carattere dell’avventura letteraria e la nota distintiva dell’attività di Paolo Di Paolo: la sperimentazione. Di forme, di modi, di linguaggi. Ha organizzato una passeggiata letteraria per le vie di Firenze sui versi protagonisti del suo saggio Rimembri ancora. Perché amare da grandi le poesie studiate a scuola (2024); ha ideato un nuovo format – i ritratti di parole ispiratogli dal Mr Gwyn di Baricco – per il Festival del Pensare Contemporaneo; e adesso si è cimentato con un feuilleton multimediale, 1999 appunto, in collaborazione con La nave di Teseo.
Da fine maggio ai primi di ottobre del 2025, Di Paolo ha scritto 1999 avendo per modello Balzac, o meglio il Balzac interpretato da Carver. Ogni puntata è anche letta (la prima dall’attore Filippo Scotti, le altre da Di Paolo stesso), diversi sono i collegamenti ipertestuali a clip o a pagine web, e c’è persino uno spazio libero per i commenti dei lettori. A introdurre ogni “episodio” (perché il modello sono naturalmente anche le serie) c’è l’immagine di una futura copertina del volume pubblicato: un bastoncino scintillante che si consumerà progressivamente con l’avanzare della storia, in accordo con il dinamismo accelerato dei nostri tempi. Insomma, 1999 è un testo al crocevia di tanti testi, che si inserisce perfettamente in quella che Jenkins definisce «era della convergenza»[1].
Accanto a sperimentazione, l’altra parola chiave del progetto di Di Paolo è interferenza, come si evince dalla dichiarazione, prima citata, sull’intento di scrivere «lasciando spazio alle interferenze del presente e del dialogo con chi lo leggerà». Cominciamo dalla seconda: la ricezione è una – calviniana – preoccupazione dell’autore, quel pensare per chi scriviamo, quell’immaginare il momento in cui i lettori riceveranno la notifica dell’arrivo della puntata: «Mentre beviamo il caffè, mentre siamo in bagno, andiamo al lavoro, portiamo i bambini a scuola, aspettiamo un autobus». E ancora: «Ma soprattutto mi interessa stabilire una dialettica concreta con gli sconosciuti e le sconosciute che decideranno di seguire questa vicenda e questi personaggi». Lo farà, ad esempio, per ribattere al commento di una lettrice che ha trovato forzata un’espressione che l’autore mette in bocca al protagonista sedicenne («Una sorta di cataclisma che è arrivato e ha scosso quella specie di muro ghiacciato che circonda il mio io»): e la risposta diventa una riflessione sulla difficoltà di scrivere i dialoghi.
Pensando alle contraintes che Di Paolo si autoimpone (la cadenza settimanale della newsletter in un periodo circoscritto di 5 mesi), viene in mente il progetto di quel cinico editore che nella Parigi degli anni ’20 propose a Simenon di scrivere un libro intero in una settimana sulla terrazza del Moulin Rouge, rinchiuso in una gabbia di vetro. Ma con Di Paolo la gabbia diventa una cassa di risonanza del presente, privato e collettivo, che può influire anche sull’orario in cui si ricevono le puntate (si tratta della prima interferenza evocata nelle righe introduttive). E così un episodio arriva in ritardo di un giorno, perché «l’intenzione di scrivere viene disintegrata dal sonno e dalla scomodità. Ma poi si arriva in un luogo di montagna che, come si vedrà a fine puntata, offre un ottimo pretesto – come scoprirete – per portare la storia dove non era previsto». Ma soprattutto è l’urgenza del presente a scompaginare i piani della scrittura e la tragedia di Gaza porterà Di Paolo a sospendere il racconto dei quattro adolescenti per pubblicare dei passi tratti dal suo articolo uscito sull’«Espresso». Un pezzo incentrato su I sommersi e i salvati di Levi, «il grande e disperato libro sull’offesa all’umano in ogni epoca e a ogni latitudine», come chiave di lettura della «vergogna del mondo» contemporanea.
Ed eccoci così arrivati alla terza interferenza, mai esplicitata nel libro, eppure essenziale: l’incontro dei diversi Di Paolo, che è a un tempo scrittore, firma sui giornali e voce radiofonica. Sono tutti questi “io” ad essere evocati in 1999: dagli articoli scritti per i settimanali, alle partecipazioni ai Festival letterari (l’ultima puntata sarà letta da Di Paolo stesso alla Festa del Racconto di Carpi), alle dirette Instagram in cui riflette sull’esperimento in corso. Tra io tradizionali e io digitali, tra primi, secondi e terzi mestieri.
Se passiamo adesso dai cappelletti introduttivi di ogni puntata, dai margini del testo (che però qui sono già testo occupando una parte importante di molte sezioni) alla vicenda raccontata, continuiamo a rintracciare delle interferenze, stavolta con il cinema.
La storia dei quattro adolescenti è scandita da cinque film che hanno segnato gli anni Novanta: American Beauty, Tutto su mia madre, Matrix, Magnolia, Eyes Wide Shut. Il cinema interviene come tema (racconto di scene iconiche come quella dei petali di rosa di American Beauty o del ballo di Liv Tayler in Io ballo da sola nel tentativo di cogliere, di vivere «lo splendore del presente di lei»), ma anche come struttura (il montaggio frenetico della prima puntata). E soprattutto il cinema si fa infratesto visivo con le locandine o i fotogrammi che interrompono il flusso delle parole, come quella di Matrix che porterà Di Paolo a ribadire, attraverso il suo personaggio alter ego, la protesta contro il catastrofismo tecnologico: «Il film – ecco, il film mi è sembrato tutto impostato su una dimensione di catastrofe. Lo sviluppo della tecnologia come qualcosa che poi ci distrugge, ribellandosi ai creatori. Da Frankenstein in giù non è questa gran trovata…».
Non sono solo le locandine dei film a comparire in 1999, ma anche dei materiali personali (foto del passato e del presente dell’autore, temi in classe, disegni di «PDP») cosicché il romanzo sconfina nella scrittura del sé e diventa quello che Orecchio definisce un «sistema narrativo aperto»[2]. E che in Di Paolo diventa anche un modo per inverare la frase pronunciata da Magris sulla realtà che «fa una concorrenza sleale alla letteratura».
Anche il senso dell’udito è mobilitato da 1999: e se un personaggio canta My Heart Will Go On di Céline Dion, il titolo della canzone diventa cliccabile. A fine puntata c’è poi una colonna sonora specifica: una per tutte l’iconica I saved the world today che esprime bene il senso delle prime conquiste adolescenziali, importanti eppure incerte e spesso temporanee. Non manca neppure la voce degli scrittori: e quando il solitario ritira con Lei la copia tanto attesa di Lamento di Portnoy, si può aprire una finestra con l’intervista a Philip Roth. Il rimando intertestuale si fa intermediale.
Ma com’è il 1999 di Di Paolo? Come il 1984 di Orwell? O il 2001 di Odissea nello spazio? Innanzitutto, è un 1999 visto dalla specola del 2025. Da chi conosce bene il «luogo aereo, impalpabile» dei social con cui quei ragazzi, diventati adulti, si dovranno confrontare, di chi sa come diventeranno Elon Musk o Zuckerberg, adolescenti nel 1999. Frequenti sono i dialoghi impossibili fra l’io del futuro e l’io del passato, fra gli adulti che i personaggi sono diventati e i ragazzi che erano nel 1999. Nel tentativo di indagare «l’orfanezza novecentesca che segna le vite di molti adulti e anziani sbarcati da laggiù, dal ventesimo secolo in questo, come da un’altra era». Vengono così messe a confronto le pratiche di scrittura e di lettura dell’era social quando «Scriviamo tutti, scriviamo malissimo» e questa «colla di scritturaccia» ci «ruba il tempo di leggere» con quelle del 1999, quando per il solitario scrivere era un’arma per vincere l’insicurezza e la lettura un’avventura che iniziava in mansarda a recuperare vecchi libri appartenuti ad altre generazioni. Ma recuperare vecchi libri è un modo per recuperare il tempo non vissuto: «Gli piace [al solitario] l’idea che si siano impregnate d’aria di sole magari anche pioggia di giornate lontane, giornate in cui non ha messo piede, giornate in cui lui non era neanche un’ipotesi vaga. Così il tempo – il passato! – si estende, si protrae, vive oltre sé stesso. In qualche modo resiste». E la riflessione sul passato si accompagna a quella sul presente, in cui la citazione martellante di Goethe – «Fermati, attimo, sei bello!» – interagisce e si completa con la frase di Bernardo Bertolucci: «La nostalgia del presente che ti muore fra le mani». Con 1999 Di Paolo aggiunge così un nuovo tassello all’indagine sul tempo e sui suoi labirinti che conduce ormai da anni. Un’indagine che, in questo esperimento, fa dell’interferenza di linguaggi il suo principio costitutivo. E della ridefinizione dei confini del letterario il suo indubbio interesse.
Note
[1] H. Jenkins, Cultura convergente, pref. di Wu Ming, trad. V. Susca e M. Papacchioli, Apogeo, 2007.
[2] Davide Orecchio, Le voci degli altri, L’Indice dei Libri del Mese, 7 gennaio 2025.