di Antonio Francesco Perozzi

 

Tracce. Quaderno di esplorazioni sonore,
rubrica a cura di Antonio Francesco Perozzi

 

[Con questo pezzo inauguriamo Tracce. Quaderno di esplorazioni sonore, una rubrica musicale a cura di Antonio Francesco Perozzi].

 

1.

 

Dicevamo, quindi: una forma di scrittura sulla musica che provi a essere personale e stratificata insieme; che trascriva un’esperienza d’ascolto ma offra anche l’occasione per ragionare sul contemporaneo. Nell’articolo precedente a questo mi sono concentrato sul nature recording, che vuol dire prendere il discorso dalla collottola, visto che il sottotesto culturale e filosofico di quel mondo ha a che fare direttamente con la fonte sonora: le registrazioni d’ambiente – provavo a dire – sollecitano una serie di operazioni tra loro contraddittorie. Possono provare a nascondere le cuciture e tessere in un arazzo compatto i suoni naturali con quelli artificiali; oppure possono isolare i primi e sistemarli in una cornice didascalica (come avviene per i campionamenti dei canti di balena); oppure, ancora, possono provare a far emergere in primo piano la nudità del suono naturale fino a mostrarne la presunzione, fino al parossismo. In ogni caso – cioè tanto nelle soluzioni più new age quanto in quelle più concettuali – emergeva come la stessa pratica di registrazione d’ambiente generasse un cortocircuito forse insanabile: la presenza compromettente del registratore/compositore, lo slittare continuo dell’elemento registrato da naturale ad artificiale e viceversa. Ecco, per esplorare il genere musicale di questo secondo episodio bisogna attraversare un territorio simile. Ma imboccando un’altra strada.

 

2.

 

Quando ho scoperto la vaporwave, il fenomeno si trovava in piena ascesa. Era tra il 2013 e il 2014, e sebbene i dischi pionieristici si presentassero già storicizzati, almeno nell’ambito della nicchia, ci si avviava verso la stagione d’oro del genere, il biennio 2014-2015. Posso dire quindi di aver visto – insieme a tutti quelli che bazzicano un po’ il deep internet (e neanche troppo deep) – il fenomeno strutturarsi in diretta. Questo dettaglio non è solo una notazione biografica, vorrei entrasse nel racconto con un suo ruolo specifico: la vaporwave è, innanzitutto, un genere che abbiamo visto nascere in diretta. Il primo, anzi, che abbiamo visto nascere in diretta, cioè sullo schermo: il primo genere musicale a prodursi letteralmente attraverso gli strumenti della memetica, attraverso la natura collettiva e inafferrabile degli autori, il reimpiego ironico, i layer e l’intervento su materiale preesistente. Per questo la diretta – nel senso: la collocazione da cui si guarda il fenomeno – ha un ruolo. E non va trascurato, infatti, che la fantasmagoria della vaporwave, per giunta, esplode prima del Covid: scrivere del 2015 dieci anni dopo aggiunge un livello interpretativo ulteriore e inquietante, rappresentato dal fatto che Macintosh Plus e gli altri avevano restituito – in un modo nuovo, efficace e disposto a caricarsi di tutte le contraddizioni del caso – le forme e i percorsi tramite cui l’Occidente (almeno) si stesse muovendo verso un’invasione virtuale massiccia, estremamente condizionante, e l’evaporazione dell’esperienza a quella correlata. Il Covid – mi concedo questo azzardo – spettralizzando la malattia e le relazioni, e insieme appesantendo l’ingerenza delle istituzioni nella vita quotidiana, dilatando il raggio dell’allarme psichico e al contempo rivelando d’un tratto le violenze strutturali del capitalismo, è stato per certi aspetti un realizzatore di quel sentore di presenza e assenza che era già tutto nella vaporwave, cinque anni prima.

 

3.

 

Ma torno appunto alla vaporwave. Riassumo al massimo la storia (e per approfondire rimando al recente Exit reality di Valentina Tanni, uscito per Nero): tra il 2010 e il 2011, nel serbatoio di internet, vengono immessi alcuni album di musica elettronica dal carattere assolutamente alieno. Musicalmente, si presentano come manipolazioni allucinate, rallentate, in loop, di musica rétro, legata soprattutto agli anni ’80 e alle sue manifestazioni più patinate, consumistiche e depensanti. L’uso e la manipolazione massiccia di sample, ovviamente, non era una novità – lo era la sua combinazione, semmai, con questo insistito riferimento, tra il nostalgico e l’affascinato, al postmoderno eighties, al consumismo nipponico e al retrofuturismo, che se in musica si articolava, dicevo, in una manipolazione dreamy e ossessiva di brani synthpop, funk e disco, visivamente restituiva improbabili e dechirichiane commistioni tra le epoche e gli spazi fisici e virtuali. In questo senso, la copertina di Floral shoppe (2011) di Macintosh Plus, con scacchiera, skyline di grattacieli, busto greco e scritte in giapponese su sfondo rosa, ha fatto scuola. Se poi accanto a Floral shoppe mettiamo Chuck Person’s Eccojams Vol. 1 di Chuck Person (2010) e Far side virtual di James Ferraro (2011), abbiamo la triade pionieristica, destinata a fondare un’estetica tra le più influenti degli anni ’10. Per dire, se qualche anno dopo anche Succo di zenzero della Dark Polo Gang (non esattamente un album concettuale) metterà in copertina ideogrammi, neon e sfondi viola, si capisce come la vaporwave sia stata qualcosa di molto più trasversale e incisivo di una “semplice” sottocultura musicale o internettiana.

 

4.

 

È importante tuttavia parlare di bolla internet. In questo momento ho nello stereo Fragmented memories, un lavoro collettivo del 2014 che combina e coinvolge t e l e p a t h テレパシー能力者, Hong Kong Express, Cat System Corp., General Translator e molti altri, e che si presenta come una ricca e composita collezione di modalità compositive della vaporwave (dura sei ore, del resto). Ecco, visto qualche dato storiografico essenziale per inquadrare il genere, vorrei provare ora a seguire alcune strade interne, perché dal riconoscimento della loro specificità, mi sembra, si possono individuare alcuni nodi essenziali e fare dei ragionamenti anche a dieci anni dalla stagione d’oro. Prima, però, un’ulteriore appunto di carattere generale: l’intera vaporwave non avrebbe le caratteristiche che ha se non equivalesse, anche, a una radicale liofilizzazione dell’identità. Lolli lo spiega in relazione ai meccanismi memetici in generale, ne La guerra dei meme («Nella storia dei meme si è verificata una vera e propria presa di posizione ideologica contro i personalismi e l’idea di autore, in favore di un collettivo senza nome, inafferrabile e incontrollabile»), e Tanni in riferimento alla vapor nello specifico («gli album vengono rilasciati perlopiù in maniera anonima oppure usando pseudonimi dal sapore criptico […] una scelta che sottolinea il carattere volutamente impersonale di questo tipo di musica, e che allo stesso tempo rafforza il senso di mistero e sospensione»): sia Chuck Person (che sarebbe Daniel Lopatin/Oneothrix Point Never) sia Macintosh Plus (che è Ramona Andra Xavier, Vektroid e mille altri nickname) scelgono questo moniker per un solo disco (il loro più importante, in relazione alla vapor); t e l e p a t h テレパシー能力者 è anche Virtual Dream Plaza, Taihe Zhiheng, nonché 2 8 1 4 quando in tandem con HKE – ovvero un “giallo” identitario su cui ha scritto, per esempio, Riccardo Papacci. Se a questo, poi, aggiungiamo la produzione sterminata degli artisti e la distribuzione affidata spesso direttamente a internet, tramite Bandcamp, SoundCloud o YouTube, diventa chiaro come ciò a cui bisogna subito guardare, discutendo di vaporwave, è un vuoto centrale: non c’è un artista che si sta esprimendo personalmente, non c’è neanche una firma che sia davvero affidabile, e non ci sono una distribuzione e una programmazione editoriale organizzate in maniera efficace, dal punto di vista del marketing; tutto sembra accadere automaticamente, i cerchi nell’acqua che si allargano dopo il lancio del sasso, ma senza il sasso.

 

4.

 

Il vuoto d’identità è del resto già nelle prime espressioni del genere, nei prodromi. E non solo per l’uso sregolato dei nickname e delle commistioni autoriali; soprattutto per le tecniche, proprio, con cui Lopatin, per esempio, costruisce Chuck Person’s Eccojams Vol. 1. L’album, che prosegue il lavoro già svolto dall’artista sul suo canale YouTube sunsetcorp (altrettanto fondativo), eredita a tutti gli effetti un principio già modernista, quello del riuso e del patchwork sonoro, filtrato però dagli interventi di taglio e rallentamento del tempo che DJ Screw aveva applicato all’hip hop (da cui il nome del genere da lui inaugurato, chopped and screwed). La copertina dell’album, poi, realizzata con frammenti del gioco per Mega Drive Ecco the Dolphin (che ispira anche il nome del lavoro) anticipa con evidenza il gusto retro-tecnologico di tutta la corrente. Musicalmente, tuttavia, se uno arriva a Chuck Person a ritroso, partendo dal più noto Floral Shoppe, trova qualcosa per certi aspetti molto diverso da quanto proposto dalla maggioranza della vaporwave: qualcosa di molto più spigoloso, glitchato, frantumato. Il grosso degli artisti successivi smusserà queste componenti, evidenziando invece la parte allucinatoria e rallentata, al punto che con eccojams si indica oggi un filone in certa misura autonomo dalla vaporwave. Un filone che proprio per la sua postura più avanguardista, più palesemente rivolta al collage, permette di vedere come tutta la questione ruoti intorno – anche – a una domanda sull’identità: se consideriamo il compositore come il soggetto dell’espressione artistica, ne viene fuori una situazione in cui la sua comunicatività sembra limitata al collazionare e modificare un già esistente, che è il già esistente delle merci e il già esistente della storia (che diventa un serbatoio da cui attingere per comporre – il solo serbatoio da cui attingere). E benché, a livello musicale, appaia per molti aspetti diverso, Far side virtual di James Ferraro (già tra i fondatori dell’hypnagogic pop, altra forte influenza per la scena) condivide col lavoro di Chuck Person proprio questa consapevole regressione espressiva: lavorando su superfici più pulite, ricorrendo a meccanismi che avvicinano il lavoro di Ferraro più alla midi music (la musica dal sapore preconfezionato dei file midi) che al collage, Far side virtual trasmette da un altro angolo l’impressione di comunicare per via di suoni già introiettati, già attraversati, che possono proporsi all’interno dei brani, così, solo nella loro versione renderizzata e a grana grossa. Un senso di “già visto” di cui l’immaginario tecnologico (sia quello videoludico di Lopatin sia quello domotico di Ferraro) sembra essere causa e controprova.

 

5.

 

Anche se la carica più esplicitamente eversiva delle eccojams continuerà a ricomparire negli anni (ne condivide del resto la filosofia il sottogenere successivo broken trasmission, in cui vengono utilizzati frammenti e jingle di programmi televisivi – così nelle 360 tracce di ひまわり画像, pubblicato da Weather Forecast nel 2019), la linea maggioritaria della vaporwave evidenzierà gli aspetti più allucinatori e, pur conservandolo come principio e metodo, farà evaporare il chopped and screwed in (sic) una nuvola di vapore. Principi e metodi vicini al collage si intuiscono infatti ancora in vari passaggi di Floral shoppe, che però, se sicuramente deve spartirsi il ruolo di apripista con altri attori, altrettanto sicuramente si colloca tra i lavori più influenti del genere. Un’influenza che va soprattutto in direzione del rallentamento coatto, della fabbricazione di un flusso sonoro che riprende e imita l’easy listening, il pop e il funk postmoderni ma li dilata fino a straniarli completamente, facendo incupire le voci, in maniera più smaccatamente plastificata rispetto alle eccojams. Più plastificata e, di conseguenza, più ironica. Questo è un altro punto nodale del discorso – che l’esplorazione del passato della vaporwave è condotta tenendo insieme un pervasivo, malinconico senso della perdita (che si lega d’altronde all’hauntology di cui parlava Fisher) e la sua caricatura. Da qui, la catena memetica a cui il genere musicale si è a un certo punto completamente sovrapposto, e di cui è stata miccia fondamentale quella distorsione di Diana Ross presente nella seconda traccia di Floral shoppe, che ha prodotto, contemporaneamente, un loop di musica da ascensore diventato il meme vapor per eccellenza e l’ormai celebre misunderstanding del verso della cantante: a velocità normale Diana Ross dice «do you understand? / It’s all in you hands», a velocità vapor «do you understand? / It’s all in your head».

 

La sottolineatura dell’elemento dreamy e creepy al contempo, quindi, è un po’ l’essenza della vaporizzazione delle eccojams. Con cui questa seconda stagione mantiene, però, forte continuità non solo per le tecniche compositive, come detto, ma anche per una forma di animismo tecnologico che, da un punto di vista estetico e concettuale, attraversa ogni sottogenere della vapor. Non l’ho specificato prima ma conviene farlo ora: la stessa parola vaporwave ha in realtà una radice tecnologica, in quanto distorsione di vaporware, termine informatico riferito a prodotti informatici annunciati ma poi non più usciti sul mercato. Gli oggetti, e massimamente gli oggetti tecnologici – per la loro peculiare forma di animazione, per la loro antropizzazione monca – si accendono; da una parte (la parte inerte, materiale) rappresentano ancora qualcosa su cui l’umano può pretendere un dominio, ma nel momento stesso in cui ingaggiano l’umano, essi lo spaventano con l’altra parte, quella parzialmente autonoma, attivata, che sfugge in maniera enigmatica al suo controllo. Non sono mostri, ed è questo il fatto: sono oggetti, oggetti tangibili e utilizzabili, ma con dentro una funzione non calcolata. Ed è da questa sfuggevolezza che si aprono almeno altre due direzioni. Una è quella che rafforza appunto il sentore di un’esperienza che non può che darsi perennemente incompiuta, rivolta a un altrove fantasmatico che si annuncia ma non viene mai afferrato. Il lavoro di t e l e p a t h テレパシー能力者 (forse il più significativo artista vaporwave) si muove per lo più all’interno di questo orizzonte: il già citato Fragmented memories, per esempio, è un gigantesco affresco delle possibilità esplorative della memoria da parte della vaporwave, in cui sono abolite le discontinuità tra i piani temporali e gli eventi sembrano riprodursi, assemblarsi e disassemblarsi continuamente in un universo non localizzabile senza avere effetti sul soggetto. Soggetto che, anzi, anche quando alluso, coinvolto per emotività e nostalgia, pare farsi ectoplasmatico a sua volta, a tutti gli effetti oggetto-non-oggetto di queste meccaniche: così nel notturno e ipnagogico Interstellar intercourse (2015), il vertice di t e l e p a t h テレパシー能力者, o nell’altrettanto notevolissimo I’ll try living like this (2015) del trio death’s dynamic shroud.wmv. Proprio di fronte a questa interpretazione della soggettività – che non si mostra né “piena”, epica, consolidata né però del tutto feticizzata e derealizzata – si individua poi il legame tra questa direzione (più calda, se si vuole) e quella che invece spinge sulla centralità degli oggetti. La costola del sottogenere mallsoft – a rappresentanza del quale citiamo l’omonimo di Virtual Dream Plaza (2015) e Palm Mall Mars di Cat System Corp. (2018) – ambientando i propri brani in fantasiosi e placidi supermercati, costruisce universi che hanno tutte le caratteristiche spersonalizzanti dei non-luoghi e tutte le implicazioni feticistiche, consumistiche e oggettivistiche del mondo delle merci. Palm Mall Mars, in particolare, distribuendo le tracce secondo un ideale itinerario nel centro commerciale, e integrando annunci da supermercato nella musica, costruisce una vera e propria eterotopia virtuale in cui le uniche esperienze possibili sembrano essere quelle dello shopping contemplativo e della rêverie nel non-luogo.

 

6.

 

Certo, l’ampia articolazione della vaporwave non esclude zone in cui la sua strana forma di dérèglement viene, almeno in certa misura, fatta rientrare. Si tratta delle zone in cui gli aspetti più indigeribili (come le frantumazioni delle eccojams o i loop distesi della seconda ondata, nonché l’elefantiasi degli album, pubblicati in gran numero nello stesso anno e/o costituiti da un numero spropositato di tracce) vengono cassati, oppure assorbiti in una maniera tale da riproporre qualcosa di simile alla forma-canzone. Anche da questo punto di vista, possiamo riconoscere diversi approcci. Viene chiamato utopian virtual, ad esempio, un genere di cui Far side virtual può considerarsi anticipatore e che riduce gli elementi eterei per insistere su suoni più puntuali, riconoscibili – talvolta anche schizoidi – e magari legati più frequentemente al mondo della midi music e della musica per videogiochi. Se confrontiamo già solo la copertina di Seed & Synthetic Earth (2017) di Vektroid e quella di Floral shoppe, tenendo ancora presente che Vektroid e Macintosh Plus sono la stessa persona, si capisce il discorso: il dialogo dechirichiano tra il busto greco e la scacchiera, in Floral Shoppe, si trasforma qui in un David di Michelangelo renderizzato su sfondo grigio accompagnato da altre figure fluo e in 3D. È la versione squadrata della vaporwave, insomma, e i brani infatti sono strumentali elettroniche prive dei collage di Chuck Person e delle ipnosi di t e l e p a t h テレパシー能力者, più scattose, e comunicanti con aree dell’elettronica esterne alla vapor quali il progressive electronic e la digital fusion. Il rientro è ancora più evidente, poi, con la vaportrap, che mescola le atmosfere evanescenti del genere con gli hi-hat tipici della trap (come fa Blank Banshee in Blank Banshee 0, del 2012, e negli album successivi), o, ancora di più, nel future funk: Hit Vibes di Saint Pepsi (2013), per dirne uno, trasferisce lo straniamento ipnagogico della vaporwave all’interno di una forma che è a tutti gli effetti continuazione, più che sabotaggio, del funk, del synthpop e della disco – solo di una specie sottilmente ossessionata e inquietata. Si tratta delle zone del genere in cui più esplicitamente, insomma, si riconosce come il gioco della vaporwave si sia sempre compiuto sul crinale dei generi parodiati, nella costante ambiguità di appartenere oppure no alla musica pop (e del resto la radice hypnagogic pop non si eclissa mai del tutto; teste la forte influenza che ne riceve, ancora nel 2017, un album come 200% Electronica di ESPRIT 空想/George Clanton).

 

7.

 

Al netto delle possibili normalizzazioni – e del fatto che, chiaramente, anche la vaporwave ha iniziato presto a produrre un proprio manierismo, al punto da partorire presto un meta-meme, esemplato dal punk, per cui Vaporwave is dead veniva dichiarato da Sandtime/HKE già nello stesso 2015 – ad attraversare tutti i sottogeneri rimane la componente fondamentale del sample alienato, che è la vera e propria filosofia della storia della vaporwave. A questo proposito, prima di chiudere, trovo utile richiamare un’ultima linea #a e s t h e t i c, per usare il famoso tag del genere. Fin dagli inizi (basta vedere, ancora, Floral shoppe), l’uso dei loop e delle dilatazioni ha portato una frangia della vapor a confluire costantemente nell’ambient. Questa tendenza ha dato vita a una modalità di musica ambientale come il dreampunk, in cui a farla da padrone sono scenari notturni ed esotici: una sorta di rovescio della medaglia del mallsoft, come si può intuire dalla silenziosa e buia città cyberpunk esplorata da 2 8 1 4 in 新しい日の誕生 (2015). Ma è soprattutto con lo slushwave che la dimensione ambient della vaporwave acquisisce un valore concettuale del tutto peculiare, e più interessante. Al di là delle eredità new age o addirittura delle registrazioni naturali che possono essere integrate in questa forma di vaporwave all’estremo del rallentamento (penso a The binary ocean di Mindspring memories, del 2017, o a ここに彼女が来ます di Virtual Dream Plaza, 2015), i momenti più significativi della linea slush sono quelli che non tradiscono del tutto la fonte, ovvero recuperano, al pari delle espressioni più canoniche del genere, musiche e voci del pop anni ’80 e le stirano al punto da renderle ora del tutto irriconoscibili, puri rigonfiamenti del suono. Le quattro, oscure tracce di 25 minuti che compongono 夢の砂漠 di desert sand feels warm at night (2022) fanno questo, e ciò che in Floral Shoppe era tentato – il nastro della storia che viene riavvolto e riavvolto – qui è estremizzato, con il tempo dei sample tagliato al punto da produrre un liquido nero, il residuo che rimane dopo aver percorso in lungo e in largo, fino a perdersi, il quadrante ovest del capitalismo.

 

8.

 

Ecco, questo è ciò che avevo voglia di sollevare con questo articolo. Il fatto, cioè, che anche quello della vaporwave sia in fin dei conti un discorso sulla fonte: ascoltando registrazioni naturali avevo assistito a una contraddizione che si faceva viva proprio nello scambio continuo tra naturale e artificiale, il registratore che da trasparente si rendeva opaco e finiva per mettere in discussione la stessa distinzione tra naturale e artificiale, almeno nella sua interpretazione più automatica. Ciò che si esperisce, in questo caso, è invece un’assoluta irraggiungibilità dell’elemento naturale: l’universo della vaporwave è un universo che tende all’oggettificazione, e anche la sua dimensione animistica si attiva a partire dall’esperienza della tecnologia e delle merci. La musica, anzi, diventa la merce animistica per eccellenza, in quanto prodotto di consumo e, insieme, oggetto impalpabile, vapore, appunto, che per di più può essere manipolato e dilatato senza che perda la sua natura di feticcio e fantasma. Se in questo contesto agisce il naturale, lo fa semmai nel modo di una nostalgia insopprimibile, che non prende però mai le caratteristiche del rimpianto di un passato perduto, di un’epoca d’oro, e si configura semmai come consapevolezza di una différance, per dirla alla Derrida, connaturata all’esperienza della vita. È nostalgia del passato (gli anni ’80) ma anche del futuro (la tecnologia, il cyberpunk) – di tutti i passati e i futuri che potrebbero essere. Il presente, anzi, che storicamente è un presente di merci e non-luoghi, cioè di tracce, sembra esso stesso nient’altro che l’esperienza continua del riverbero dei passati e dei futuri possibili e di una soggettività indefinita che li desidera. Da due angolazioni e con due temperamenti differenti, nature recording e vaporwave parlano entrambi di questo, come dire, disincanto incantato verso il reale. Che forse è la nostra epoca.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *