di Orientina Di Giovanni

 

 

Questa non è una recensione. Non parlerò dell’allestimento di Pelléas et Mélisande – unica opera completata da Claude Debussy su libretto di Maurice Maeterlinck – che ha segnato il debutto scaligero di Romeo Castellucci, lo scorso 22 aprile. Non potrei mai giudicare assolutamente nulla di questo lavoro. Non ho il metro.

Invece vorrei parlare di Mélisande, questa Mélisande – diversissima dall’altra che avevo visto nell’allestimento di Vitez, con Abbado sul podio, nell’86: fredda e ieratica, nel ricordo probabilmente deforme che ne serbo, è quasi una sagoma, una figurina di carta incollata accanto alle altre di quel teatro di simboli.

Questa, invece, si è fatta subito presente sulla scena come un cuore espiantato che ancora palpita sul tavolo operatorio. Da cosa animato, non si sa.

Mélisande non fa che lamentarsi e piangere. Quel che sente agisce – prostrandosi e ripiegandosi su se stessa, e prostrandosi di nuovo – come nella scena d’apertura quando Golaud, perdutosi mentre inseguiva una belva nella foresta, la sorprende a frignare protesa sopra uno specchio d’acqua.

Quel che Mélisande sente, Mélisande dice, pur con ineffabile indolenza: je ne suis pas heureuse – dice a Golaud che subito se ne innamora e la sposa. Je suis bien heureuse, mais je suis triste – dice al fratello di Golaud, Pelléas, che pure si accende di desiderio innescando tutto il plot che porterà al fratricidio e alla morte di lei. Ma Mélisande non ti risponde quando le chiedi da dove viene, quanti anni ha, chi l’ha fatta piangere, perché è infelice o che cosa voglia: sembra non avere storia, identità, desideri, ma ne suscita di fortissimi (Golaud e Pelléas la vogliono senza riserve) e di tenerissimi (Arkel, Yniold, il dottore la proteggono, la assolvono di tutto).

E mentre i maschi sono indaffarati a conquistarla, sbandierando la loro identità, la loro storia e il loro desiderio (Pelléas a un certo punto se ne va in giro con una enorme bandiera recante l’iscrizione “Moi”), tutti intenti a ripetere la traiettoria dei loro destini, lei rimane immobile e volubile come gli specchi di acqua scura dentro cui lascia cadere capelli, corone, anelli – pegni del desiderio maschile che non ha senso provare a ripescare. Non serve, lascia stare. Perché Mélisande non ordisce trame per conquistare nessuno: lei si limita a perdere, a lasciare andare, a sciogliere e a lasciarsi prendere.

Un amico con cui me ne lamentavo l’altra mattina al bar, ha però obiettato: c’è la scena d’amore con Pelléas, la scena centrale, in quella non si può dire che lei non desideri a sua volta Pelléas: lo corrisponde, lo bacia! Sì, però, dico io: intanto Castellucci li ha vestiti da Pierrot, li ha messi dentro una scatola bianca di pixel accecanti (una TV?) dove si muovono come marionette in uno sceneggiato. Così quando l’amore è finalmente corrisposto, quando i due desideri si incontrano ecco che si scopre che è tutto un teatro! Del resto già nel libretto, quando Mélisande conferma a Pelléas che anche lei l’ama, il poveretto non se ne può far convinto: tu m’aimes? Tu m’aimes aussi? – le grida incredulo. In effetti mentre lui tuonava il suo je t’aime, la risposta di Mélisande – come da indicazioni di regia di Maeterlinck: à voix basse – è quasi un sussurro. Sì lo ama, ma ne è già esausta.

Non lo so. Mi sbaglierò ma questa infelicità senza nome, senza causa e senza ragione, questa prominenza del sentire, del cuore e dell’ineffabile interiorità – tutti i più consumati luoghi comuni del femminile – non solo si svuotano di causa, desiderio o intenzione (questo è Maeterlinck) ma nella versione di Castellucci acquistano la perentorietà di una parresia: quel gesto che è parola ma anche e soprattutto testimonianza resa con il proprio corpo, con la propria vita, di quel che si è e che non si può non essere. Un discorso che somiglia a un verso, al latrato di un cane o al fischio di un petit oiseau (nel quinto atto, Arkel ne paragona la morte a quella di un piccolo uccello).

Non c’è psicologia del personaggio, carattere, vicenda, trauma o passato a motivare l’insopportabile farsi presente della sensibilità di Mélisande: il suo essere tutta lì, nient’altro che palpito, lamento, impressione, superficie di contatto.

In nome di tutte le Elene e le Bovary, Mélisande ci vendica. Possiamo finalmente dire senza vergogna e senza spiegazioni: no, non sono felice. Anzi, sono felice, ma sono triste. E soprattutto, di nuovo e sempre: ne me touchez pas! Ne me touchez pas! Ne me touchez pas!

 

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Per i tanti che non saranno riusciti a vedere nessuna delle sei repliche andate in scena tra il 22 aprile e il 9 maggio, ecco due brevi finestre sullo spettacolo: il trailer ufficiale e un’intervista a Castellucci.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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