di Massimo Raffaeli

 

[E’ appena uscito per Vidya Editore Katà leptón. Trascrizioni da Catullo, Liber I-XXIII, un libro di versioni da Catullo di Massimo Raffaeli. Proponiamo quattro testi e, in coda, la premessa di Enrico Testa].

 

V.

Vivamus mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum;
dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.

 

V.

Godiamoci la vita, Lesbia mia, e l’amore
e non diamo una lira di credito a tutte
le chiacchiere dei troppo austeri vecchi.
Il sole, lui sì che può tramontare e risorgere;
noi, una volta passata la breve luce,
dobbiamo dormire una sola perpetua notte.
Tu dammi mille baci e poi altri cento e
poi ancora mille e poi ancora cento e
poi altri mille senza fermarti e cento.
Alla fine, quando ne avremo sommati a migliaia
scombineremo il conto per non saperlo
mai o perché qualche invidioso non ci
tiri addosso il malocchio, a conti fatti.

 

VI.

Flavi, delicias tuas Catullo,
ni sint illepidae atque inelegantes,
velles dicere nec tacere posses.
Verum nescioquid febriculosi
scorti diligis: hoc pudet fateri.
Nam te non viduas iacere noctes
nequiquam tacitum cubile clamat
sertis ac Syrio fragrans olivo,
pulvinusque peraeque et hic et illic
attritus, tremulique quassa lecti
argutatio inambulatioque.
Nam nil stupra valet, nihil, tacere.
Cur? Non tam latera ecfututa pandas,
ni tu quid facias ineptiarum.
Quare, quicquid habes boni malique,
dic nobis; volo te ac tuos amores
ad caelum lepido vocare versu.

 

VI.

Flavio, se quel tuo tesoro di ragazza
non fosse così noiosa e grossolana
a Catullo tu ne parleresti e non potresti tacere.
La verità è che ti è entrata nella testa
non so che puttana impestata e ti vergogni a dirlo.
Ma che tu non dormi la notte da solo è
lì a gridarlo il letto invano silenzioso
tutto odoroso di fiori e profumi siriaci
e il cuscino schiacciato da entrambe le parti
e il cigolio del letto tremante nel moto
ondulatorio e sussultorio.
Serve a niente tacere certe imprese, a niente.
Mi chiedi perché? Se non facessi qualche sciocchezza
non ti trascineresti dietro le reni tanto sfiancate.
Perciò le cose belle o brutte che mi devi dire
dimmele; voglio proprio trovarvi un posticino
in cielo a te e a quella che ami, con i versi arguti.

 

VIII.

Miser Catulle, desinas ineptire,
et quod vides perisse perditum ducas.
Fulsere quondam candidi tibi soles,
cum ventitabas quo puella ducebat,
amata nobis quantum amabitur nulla.
Ibi illa multa tum iocosa fiebant,
quae tu volebas nec puella nolebat:
fulsere vere candidi tibi soles.
Nunc iam illa non volt: tu quoque inpotens, ,
nec quae fugit sectare, nec miser vive,
sed obstinata mente perfer, obdura.
Vale, puella. Iam Catullus obdurat,
nec te requiret nec rogabit invitam;
at tu dolebis, cum rogaberis nulla.
Scelesta, vae te, quae tibi manet vita?
quis nunc te adibit? cui videberis bella?
quem nunc amabis? cuius esse diceris?
quem basiabis? cui labella mordebis?
At tu, Catulle, destinatus obdura.

 

VIII.

Povero Catullo, basta con le follie,
e quel che è perso dallo pure per perso.
E dire che hai visto giorni radiosi
e venivi agli incontri che la ragazza fissava,
quella che ho amata come nessuna amerò.
E là si susseguivano i giochi d’amore
che tu pretendevi e lei non rifiutava
(davvero li hai visti quei giorni radiosi).
Ormai li rifiuta; e tu lo stesso, se non puoi altro,
e non cercarla se sfugge e non vivere da pazzo
ma sopporta con ostinazione e tieni duro.
Ciao, bambina. Catullo adesso tiene duro
e non ti cerca e se non vuoi non ti prega.
Ma te ne accorgerai quando nessuno ti pregherà.
Guai a te, disgraziata! Che vita ti aspetta?
Chi ti cercherà, ora, e a chi sembrerai carina?
Con chi farai all’amore, ora, a chi morderai le labbra?
Ma tu, Catullo, deciso, tieni duro.

 

XVI.

Pedicabo ego vos et irrumabo,
Aureli pathice et cinaede Furi,
qui me ex versiculis meis putastis,
quod sunt molliculi, parum pudicum.
Nam castum esse decet pium poetam
ipsum, versiculos nihil necesse est,
qui tum denique habent salem ac leporem,
si sunt molliculi ac parum pudici,
et quod pruriat incitare possunt,
non dico pueris, sed his pilosis
qui duros nequeunt movere lumbos.
Vos, quod milia multa basiorum
legistis, male me marem putatis?
Pedicabo ego vos et irrumabo.

 

XVI.

Ve lo schiafferò in bocca e nel didietro
a te, Aurelio rottinculo e a te, Furio frocio
che mi avete preso per uno sfacciato perché
i miei poveri versi parlano sempre d’amore.
Il poeta consacrato alle Muse, quello sì
deve essere casto, ma non certo chi scrive
dei versi d’amore; e se questi sono mordaci
o risibili oppure scabrosi o poco pudichi
è perché riescono a dare prurito non solo
ai fanciulli ma anche agli uomini irsuti
che più non sanno muovere i fianchi rattrappiti.
E voi che avete letto di migliaia di baci,
voi mi avete preso per uno effeminato?
Sì, ve lo schiafferò in bocca e nel didietro.

 

Premessa

di Enrico Testa

 

«Ma io i ricordi / non li amo» scriveva Giorgio Caproni nel Congedo del viaggiatore cerimonioso. Un sentimento paradossale in quanto parole così nette chiudono una lunga rievocazione di figure del passato. Anch’io non amo particolarmente i ricordi, tanto più se aromatizzati dall’ingannevole spezia della nostalgia, ma, quando, invece del «vino» che – dice sempre Caproni – «aizza la memoria», mi viene offerta un’occasione o un’esca come questo libretto, l’afferro o, come certi pesci delle favole, abbocco all’amo. Le versioni da Catullo che s’incontrano nelle pagine che seguono mi riportano alla memoria i miei primi incontri con l’autore del Liber. Ricordi che, in quanto tali valgono assai poco se non come frammenti documentari di un’epoca, ma che forse possono fare da controcanto alla ricca Postfazione del traduttore. Dopo alcune fuggevoli letture al liceo, Catullo era l’argomento del corso di Letteratura latina tenuto da Francesco Della Corte, che, aveva appena pubblicato, agli inizi del 1976, Personaggi catulliani presso La Nuova Italia. L’affabilità del tono espositivo con cui affrontava questioni filologiche, scansioni metriche, aspetti storici e spiegava le passioni e le pene d’amore, le parole oscene e le invettive del poeta latino, contrastava con l’atmosfera genovese di quel tempo. Nei miei anni universitari Genova era infatti una città livida e cupa (ne è una trasfigurazione letteraria Il filo dell’orizzonte di Antonio Tabucchi): la crisi stava investendo i settori industriali portanti della città; il centro storico, destinato a una fatiscenza che pare irreversibile, era devastato dall’arrivo dell’eroina e dal suo seguito di criminalità; l’Autonomia già rivelava, con aspetti maneschi, un volto truce; il cosiddetto Movimento del ’77 non era affatto gioioso ma aggressivo e impelagato in mille distinguo; mentre alcuni docenti di fama più o meno chiara coltivavano il sogno della rivoluzione armata. Per dare un’idea dell’aria che allora si respirava in città, basta ricordare due date: l’8 giugno 1976, quando il procuratore Coco e i due agenti della scorta furono uccisi in una via, Salita Santa Brigida, a poche centinaia di metri dall’Università; e il 24 gennaio 1979, quando l’operaio Guido Rossa fu assassinato dalle BR. Per uno che, come me, era incline alla malinconia, non coltivava, colpevolmente inetto, sogni di rivolta e che, soprattutto, doveva trovare il modo di pagarsi gli studi, tutto questo era un valido motivo per «fare parte per sé stesso» e tenersi lontano da quella che gli appariva una «compagnia malvagia e scempia». A farmi compagnia – e chi vuole scandalizzarsi faccia pure – bastavano un paio d’amici e i libri. E tra, questi, appunto le poesie di Catullo, oggi in parte ritrovate e rilette nella bella e mordace versione di Raffaeli. Che mi pare si caratterizzi soprattutto per la sua decisa adesione al parlato e ai moduli lessicali e morfosintattici di un italiano rasoterra. Sul piano dell’ordine della frase, la preferenza va a inversioni, anacoluti, dislocazioni e scompaginamenti delle forme standard del discorso con restaurazione, peraltro, di parallelismi che talvolta recuperano, più fedelmente di altre anodine versioni, l’anda-mento dell’originale. È il caso dei seguenti tre versi tratti da V: «Il sole, lui sì che può tramontare e risorgere; / noi, una volta passata la breve luce, / dobbiamo dormire una sola perpetua notte». Già da questo esempio si può dedurre che, delle due possibili strade della modulazione della lingua, individuate dalla scuola ginevrina post-saussuriana, si sceglie quella del rafforzamento a scapito di quella della mitigazione (così è per «Ve lo schiafferò…» in XVI) spingendo, in sintonia con il modificarsi dell’italiano di quegli anni, il pedale sul trattamento ‘orale’ e materico della scrittura. Ma quale significato dare alla volontà di riproporre nel 2025 queste traduzioni? Che sia, nella congiunzione tra un tempo (i ‘Settanta’ del secolo scorso) che appare oggi remoto e un tempo (quello di Catullo) che, se è lontanissimo, sembra per tanti versi prossimo, o simile, al nostro, una scommessa con l’inesorabile passare degli anni? Forse è troppo. Meglio pensare che rileggere adesso, da vecchi o ‘diversamente giovani’, Catullo – il poeta per eccellenza della giovinezza – sia un giocare a rimpiattino col tempo che, destinato a vincere tutta la posta, consente però, con l’aiuto della scrittura, di testimoniare una continuità tra momenti diversi della propria vita e di portare un sassolino in memoria dei giorni che ci sono stati concessi e di coloro (ogni traduzione come ogni testo nasce da plurimi incontri) con cui ci siamo imbattuti, nell’avversione o nell’affetto.

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