di Ugo Morelli

Da quante personalità è abitato ognuno di noi? E chi può dirlo? Una, nessuna, centomila, avrebbe detto Pirandello. E sono presenti, passate, tornano come fantasmi o ci danzano intorno come ombre? Entrano ed escono da noi e modulano la nostra esistenza, gli umori e le varianti dei giorni della nostra vita. Se la metafora del teatro rende ampiamente il senso dell’esistenza, il cinema non è da meno. Soprattutto quando con leggerezza riesce a interpretare il limite e persino l’impossibile. Sì, perché è portando al limite dell’esperienza la lettura degli eventi della vita che se ne ricavano i sensi più reconditi. Se poi a caratterizzare la narrazione è la leggerezza, allora l’esito può assumere un valore estetico distintivo. In questo amalgama di particolare efficacia si può trovare una delle chiavi di lettura del film di Alessandro D’Ambrosi e Santa De Santis, RIP, interpretato tra gli altri da Augusto Fornari, Giulia Michelini, Valerio Morigi, Nina Pons. Si può giungere direttamente all’essenza delle cose, ma forse è meno interessante che giungervi per contraddizione. Dalle porte strette, l’estetica della vita e del mondo si distilla più sottilmente ma anche più densamente. Questa narrazione cinematografica si avvale di una pluralità di linguaggi tale da sembrare di avere un solo protagonista che ne include molti, e allo stesso tempo esplode nelle molte variazioni dell’esperienza che la vita ci propone, dal realismo acuto della morte, alla finzione fantasmatica, alla leggerezza passeggera delle presenze, alla potenza evocativa dell’assurdo, fino alla sottigliezza generativa del comico. Per associazione siamo condotti nell’articolazione esplorativa della poesia, come nel poeta fingitore di Fernando Pessoa: “Il poeta è un fingitore./ Finge così completamente/ che arriva a fingere che è dolore/ il dolore che davvero sente.” O come il “negro rosso” di Derek Walcott: “Io sono solamente un negro rosso che ama il mare,/ ho avuto una buona istruzione coloniale,/ ho in me dell’olandese, del negro e dell’inglese,/ sono nessuno, o sono una nazione”. La disillusione di fronte alla quale la vita ci pone ha sempre ancora un margine. Fuori dall’ordinario c’è lo straordinario in agguato e, senza che si possa stabilire se emerge dal mondo interno o se a proporcelo è l’insondabile e l’imprevedibile del mondo intorno a noi, fatto sta che l’inatteso accade. A rappresentare l’inatteso nel film ci pensano i giovani attori, con una forza drammaturgica e allo stesso tempo leggera, degna della tragedia greca, con vene articolate e irriducibili. L’inconfondibile codice dell’arte del teatro attraversa la loro recitazione e ne connota la cifra. La leggerezza e la grazia di queste attrici e di questi attori trascende decisamente la loro giovane età, promettendo risultati crescenti tra cinema e teatro. La vena drammatica del film si connota di un preciso richiamo esistenziale nel momento in cui ad irrompere nell’ordinario e a cambiare l’ordine delle cose, nel gruppo di fantasmi bizzarri e vivaci, appare il fantasma del padre. Porta con sé una paternità assente. È certamente carismatico, ma di un carisma egoistico. È senza memoria e senza responsabilità. Una presenza fredda e distaccata nei confronti del figlio e del mondo. Da un punto di vista scenografico, la qualità tecnica si fa estetica in questa narrazione filmica. Ci si ritrova cioè in una rappresentazione che richiama le migliori espressioni artistiche di Bill Viola, che appaiono spesso per associazione nel corso del film, anche grazie ad una fotografia e ad una sceneggiatura di particolare qualità espressiva ed emozionale.

Il viaggio del protagonista si propone come un cammino verso sé stesso, i cui attraversamenti sono allo stesso tempo assurdi e commoventi, comici e grammatici. Non è senza influenza sulla percezione complessiva della narrazione visiva lo sfondo della città. Un paesaggio dell’anima, dispersivo e coinvolgente, che ben rispecchia la condizione esistenziale dei protagonisti, umani e fantasmi, che entrano ed escono da sé stessi fino a perdere i confini del dentro e del fuori. Quali sono le strade da percorrere per giungere a sé stessi nessuno lo sa fino in fondo e, soprattutto, non lo sa prima. Nel legame con il padre, l’attrazione e la distanza, la dimensione fantasmatica e la presenza, una presenza che non smette mai di essere anche assenza, sono gli attraversamenti, tra gli altri, che il protagonista si trova a compiere, divenendo così ognuno di noi. Tra quello che abbiamo perduto e quello che non abbiamo mai avuto il coraggio di vivere, insieme a quello che abbiamo e magari non sappiamo riconoscere, si evolve la nostra umana avventura. L’immaginazione, così ben proposta e rappresentata dai fantasmi, dalla loro presenza concertante, riguarda la capacità umana di creare e narrare storie. Storie per un altro. La rete di relazioni reali e virtuali, immaginarie e fantastiche che il film mette in scena mostra come non sia l’individuo che crea le relazioni, ma le relazioni costituiscono lo spazio in cui le persone costruiscono la propria individualità. Le relazioni e l’empatia non sono una scelta, ma sono antecedenti evolutivi ed ontogenetici: noi esseri umani siamo esseri intersoggettivi e le nostre relazioni sono alla base della persona. Le relazioni ci precedono: l’individuo e la soggettività sono il risultato, non la premessa dell’intersoggettività. È controintuitivo: vediamo che il sole sorge ad est, ma tutti ormai sappiamo che non sorge, soltanto illumina diversamente il pianeta che ruota. I feti in utero già dalla 14a settimana sviluppano una relazione sistematica con la madre e con il mondo. Non è possibile concepire un io senza un noi. Abbiamo un fondamento intersoggettivo della soggettività, e ne abbiamo le prove sperimentali. Siamo empatici per natura. L’empatia, come ci fa capire quello che l’altro sente, ci pone anche dinanzi alla scelta dell’utilizzo di quello che sentiamo. Come facciamo allora ad essere indifferenti? Cerchiamo di anestetizzarci per non provare dolore bloccando la generatività con un adattamento edonico. Lo ribadisce Martin Buber in “Io e tu”: la relazione è originaria e costitutiva della persona. Dante in Paradiso Canto IX, 80-81 già aveva capito, costruendo anche neologismi, che la relazione è pre-intenzionale e pre-linguistica:
“Già non attendere’ io tua dimanda,
s’io m’intuassi, come tu t’inmii”.
RIP mostra ancora una volta che la relazione è il luogo di tutti i problemi e di tutte le possibilità, e letteralmente non si mai prima come la relazione, in quella circostanza, andrà a finire. La modulazione intenzionale è un processo relazionale con gli altri che ci vincola ad abitare la relazione. Come si vede nel film, dalla contingenza relazionale dipende anche l’efficacia della modulazione intenzionale. Siamo vincolati agli altri: l’interazione ha dunque una base fisiologica vincolante, ma il nostro cervello è plastico, e noi possiamo cambiare. L’abitudine governa la gran parte dei nostri comportamenti: quando dobbiamo scegliere, almeno nei due terzi dei casi tendiamo a mantenere l’abitudine, e questo deriva da grandi retaggi evolutivi maturati in centinaia di migliaia di anni, che ci hanno salvato durante la nostra evoluzione: la forza dell’abitudine e della reazione istintiva ha consentito la difesa dai predatori, riconoscendo i loro odori e le loro tracce. Noi utilizziamo tale conoscenza tacita pedissequamente ed in maniera routinaria, e questo ci consente di affrontare la gran parte della quotidianità, ma ci consegna alla ripetizione e alla routine. Il protagonista del film è incagliato nelle proprie ripetizioni e nelle proprie angosciose abitudini. Per cambiare dobbiamo, invece, scegliere consapevolmente di eccedere l’esistente, sapendo che abbiamo una estesa neuroplasticità cerebrale e siamo fatti anche per creare l’inedito, quello che prima non c’era. Arrivano i fantasmi e irrompono nella vita suscitando meraviglia, scomposizione degli ordini esistenti, stupore e sconcerto. Siamo nel regno dell’immaginazione e i fantasmi portano ognuna e ognuno aspetti tali da costituire un bricolage di emozioni. La cooperazione che prende piede tra loro e il protagonista tende a creare un mondo inedito in cui si creano nuovi significati. Noi esseri umani siamo naturalmente eusociali e cooperativi. Senza gli altri non sappiamo fare niente e siamo niente: per fare una mente ce ne vogliono almeno due. Ma, per fortuna, non siamo molteplicità alla maniera dei formicai, perché la nostra molteplicità è non solo condivisa ma capace di generare l’inedito: ed abbiamo la capacità di dire di no, di istituire una discontinuità, che spesso è generativa. Tre aspetti fondamentali caratterizzano le relazioni interpersonali nel film: l’immaginazione suscitata dall’inatteso e dall’indecidibile; la risonanza e i processi empatici; la modulazione delle intenzioni. Il nostro comportamento produce e induce reciprocità: la simulazione incarnata è una caratteristica funzionale del sistema cervello/corpo; il suo ruolo è fornire modelli delle interazioni che s’instaurano tra un organismo, gli altri e l’ambiente. Secondo questa specifica caratterizzazione della simulazione, la nostra comprensione delle relazioni interpersonali si basa sulla capacità basilare di modellare il comportamento altrui attraverso l’impiego delle stesse risorse neurali utilizzate per modellare il nostro comportamento. La nostra caratterizzazione di esseri umani non è egocentrica, ma noicentrica; lo spazio propriocettivo è noicentrico. Nel film si crea una molteplicità condivisa e una ibridazione di codici, reali, magici, comici, esoterici, eccetera. In quel crogiolo nasce il possibile del cambiamento di rotta e di vita. Quando osserviamo il comportamento altrui, e siamo esposti al potere espressivo del loro agire (il modo in cui gli altri agiscono, le loro sensazioni ed emozioni), grazie ad un processo corporeo di simulazione, si viene a formare un ponte interpersonale carico di significato. Gli stimoli, indipendentemente dalla loro natura esterna o interna, inducono forme di simulazione incarnata con la modalità di una reazione naturale, quasi riflessa. Se la relazione non è un accessorio, ma è costitutiva, la nostra identità evolve continuamente ed in realtà è “diventità”. Il principio etico ha trovato oggi una base scientifica: noi siamo soggetti eusociali capaci di cooperare. E la creatività è una diposizione a comporre e ricomporre in modi almeno in parte diversi e originali i repertori del mondo. RIP è un esperimento di composizione e ricomposizione della vita. Dietro ogni pensiero c’è un’emozione; possiamo distinguere emozioni e razionalità per capire, ma poi occorre ricomporre. Noi ci esprimiamo in termini di vincolo e possibilità: il vincolo è la condizione della possibilità (come le sponde del biliardo consentono il gioco che senza sponde non sarebbe possibile). È l’esperienza estetica, generativa di bellezza che estende il nostro mondo interno, ed è fondamentale per affrontare l’impoverimento depressivo che spesso caratterizza le nostre vite, come quella del protagonista di RIP. La relazione genera interdipendenza e quindi genera possibilità: è il vincolo generativo che crea possibilità. Sottrarsi all’angustia della depressione e della conservazione ad oltranza dell’esistente è quello che l’immaginazione e l’esperienza estetica ci possono consentire di fare. Gustav Mahler ha sostenuto che l’innovazione è la salvaguardia del fuoco, mentre la tradizione è l’adorazione delle ceneri. Le istituzioni che permangono sono quelle che sanno divenire e trasformarsi. E la capacità di dire no è importante, e caratterizza l’umano: la capacità di costruire si fonda sulla discontinuità. Il no è un vincolo generativo, soprattutto se recepito, e la pratica del cambiamento ha a che fare con l’anticipazione che spiazza, anche se sovente gli innovatori non se la passano bene. Il sé lo costruiamo con i materiali disponibili e lo facciamo comunque. Anche le abitudini e le cadute depressive ci possono cambiare, ma per farlo dobbiamo sviluppare anticipazioni immaginative di abitudini alternative. In un viaggio sospeso tra l’assurdo e il commovente, il protagonista di RIP si ritrova costretto a confrontarsi non solo con ciò che ha perduto, ma anche con ciò che non ha mai avuto il coraggio di vivere. Questo incontro imprevedibile lo spingerà a mettere in discussione le sue certezze e ad aprirsi, lentamente, alla possibilità di accedere alla felicità. Sarà proprio attraverso il contatto con l’aldilà che imparerà a vivere pienamente nel presente, superando la paura di esistere davvero. Siamo nella commedia della vita: una commedia brillante e poetica che affronta con leggerezza e profondità temi universali come la morte, il coraggio di vivere le proprie emozioni, dalla gioia al dolore più profondo, e la forza dell’amore capace di attraversare le barriere del tempo e di sfidare i limiti della vita umana. L’immaginazione e l’affettività, la leggerezza e la grazia sono in fondo la matrice di questo film che si propone come un esercizio riuscito di pratica del possibile.