di Vanni Santoni
[Nel febbraio 2025 Vanni Santoni ha intervistato László Krasznahorkai, che ieri ha vinto il Premio Nobel per la Letteratura. Riproponiamo l’intervista uscita sul nostro sito il 7 marzo 2025].
László Krasznahorkai, più volte candidato al Nobel [vincitore del Premio proprio ieri, ndr], è considerato il massimo scrittore ungherese vivente e uno dei maggiori al mondo. È stato ospite della fiera “Testo”, occasione in cui, grazie al lavoro d’interprete di Dóra Várnai, è stata realizzata quest’intervista, di cui è uscita una versione ridotta sul “Corriere fiorentino” del 27 febbraio 2025.
Krasznahorkai, cominciamo dall’inizio: quando ha deciso di mettersi a scrivere?
È successo durante la castrazione di un maiale. In quel periodo non volevo fare nulla e diventare nulla, tanto meno mettermi a scrivere e diventare uno scrittore. Quando avevo diciannove anni mi ero lasciato alle spalle la mia famiglia borghese, iniziando a vagabondare nell’Ungheria comunista. Ogni due o tre mesi cambiavo sia il mio luogo di lavoro sia la mia residenza: dovevo rendermi irreperibile per sfuggire al servizio militare comunista, non volevo essere costretto a fare il soldato. Fu così che mi ritrovai in una enorme stalla di vacche a fare il guardiano notturno. Abitavo in mezzo alla puszta, la grande pianura ungherese, e una mattina all’alba mi dissero di non andare a letto, perché avrei dovuto dare una mano in cortile a castrare dei maiali. Arrivò un tizio dall’aria spaventosa, di poche parole, con un lungo impermeabile addosso. In silenzio tracannò il solito bicchiere regolamentare di pálinka, dopo di che si inginocchiò tra il contadino-padrone e le zampe posteriori degli sfortunati porcellini che io gli avevo portato, e con un bisturi affilatissimo si mise al lavoro. Provavo una gran pena sia a sentire gli strilli acuti dei maialini sia a guardare quello che stava accadendo, per cui piano piano alzai gli occhi verso il soffitto del capannone. Tutto a un tratto su quel soffitto vidi comparire i primi raggi del Sole che albeggiava. Era un Sole marrone. Rientrato in casa d
ecisi di scrivere un libro. Quel libro divenne Satantango. A quel punto io non volevo scriverne altri, non volevo diventare uno scrittore, come ho già detto: all’epoca io non volevo proprio niente. Solo che poi il manoscritto cominciò a circolare, in buona parte grazie a Péter Esterházy, e alla fine venne anche pubblicato. E come se non bastasse, nel 1985, per colpa di Béla Tarr, dovetti andare a rileggermelo, e “vidi che non era cosa buona”. In un primo momento ci restai molto male, ma poi decisi di riprovarci ancora una volta. E da allora continuo a provarci. Ma sempre senza successo. Nessuno dei miei romanzi è il libro che mi ero prefissato di scrivere. Nel frattempo però hanno iniziato a chiamarmi scrittore, e così non c’è stato più modo di arrestare la discesa lungo questa china.
In Italia l’abbiamo scoperta grazie alla traduzione di Satantango, seguita alla vittoria del Man Booker Prize international. Per noi lettori era (ed è) freschissimo, ma per lei è pur sempre un libro di quarant’anni fa…
Satantango è un testo molto distante da me, oggi. Il che significa soltanto che oggi lo leggerei – se lo rileggessi, cosa che non faccio – più o meno come un lettore qualsiasi. All’epoca in cui scrissi quel romanzo vivevo in mezzo a persone molto povere, che pur percependomi come un estraneo, alla fin fine mi avevano accettato. Satantango è stato scritto in un’epoca, tra il 1980 e il 1985, in cui la povertà esisteva ancora. Oggi non esiste più. La povertà, che possedeva una propria cultura, è stata soppiantata dalla miseria. E la miseria non ha cultura, è pura privazione. In altre parole, il mio rapporto con questo romanzo è come quello che si ha con un ricordo: chissà fino a che punto corrisponde al vero.
Pure, da esso nacque il suo sodalizio con Béla Tarr…
Ebbene sì. Diciamo intanto che il cinema è un genere crudele, forse il più crudele di tutti. Ai suoi albori veniva chiamato “la settima arte”, ma oggigiorno sembra aver preso ben altre direzioni. Il cinema che facevamo Tarr e io era ancora definibile settima arte, all’epoca tale denominazione aveva ancora senso. Non a caso, Tarr in quei primi tempi non aveva ottenuto molto successo con le sue opere, perché il vento del cambiamento hollywoodiano aveva già iniziato a soffiare forte. Il successo gli arrivò solo con Satantango, dopo il 1994, a film ultimato, con nostra grande sorpresa. Ma arrivò giustamente: sia il film sia Tarr se lo meritavano. In seguito abbiamo lavorato insieme per circa vent’anni, abbiamo ideato tutto insieme, io gli davo i titoli, le atmosfere, i paesaggi, la pioggia, i personaggi, i soggetti, i nomi, le sceneggiature, e così via, gli ho dato tutto, e lo stesso faceva Mihály Víg, gli dava tutto, ora come attore principale, ora come compositore delle musiche, e lo stesso faceva Ágnes Hranitzky, gli dava tutto e come assistente alla regia e come montatrice, e anche il direttore della fotografia Gábor Medvigy gli dava tutto, e potrei continuare l’elenco dei collaboratori all’infinito, dagli scenografi fino al barista, che rivestiva un ruolo di straordinaria importanza durante le riprese. Il cinema, anche in quanto settima arte, è un lavoro collettivo, il regista arriva, raccoglie intorno a sé i collaboratori, li deruba, li depreda, e poi va a sfilare sul tappeto rosso. Chi non riesce a sopportare questo stato di cose è meglio che non si metta ad aiutare un regista. Bisogna accettare il principio che su una nave c’è un solo capitano. D’altra parte, lavorare con Béla Tarr significava anche coltivare un rapporto d’amicizia. E nel mio caso questa amicizia dura ancora.
Il suo ultimo libro uscito in Italia, Avanti va il mondo, è una raccolta di racconti. Come si muove tra le due forme?
Mi muovo con difficoltà, perché nel mio caso il romanzo e il racconto sono due forme molto diverse di prosa. Il romanzo traduce in realtà un mondo intero, mentre il racconto segue un’unica traccia, di solito con un unico protagonista al suo centro, in uno spazio circoscritto, in un arco di tempo circoscritto. In genere mi capita di scrivere un racconto quando vengo colpito da un impulso importante, che però non deve interferire con la stesura del romanzo in corso. In tal caso, per qualche giorno, stringendo i denti, metto da parte il romanzo, e butto giù velocemente il racconto. Per liberarmene.
Lei è famoso, tra le altre cose, per le sue frasi lunghissime. Herscht 07769 è addirittura composto da una sola frase.
Le parole e l’espressione musicale per me provengono dalla stessa fonte. Nei miei romanzi, quindi, la melodia, il ritmo, e soprattutto la velocità la fanno da padroni. Sono loro a decidere tutto. D’altra parte, provi a pensare a che cosa succede quando vogliamo dire qualcosa di veramente, ma veramente, ma davvero molto molto importante, come per esempio una dichiarazione d’amore che ci siamo sforzati di reprimere e soffocare per vent’anni, ed ecco che tutto a un tratto invece le parole erompono da noi come la lava da un vulcano, in questi casi nessuno userà delle belle frasette corte e ben curate, ma farà proprio come un vulcano in eruzione, quando c’è un’unica potente forza al lavoro: non farà pause. Allo stesso modo io metto per iscritto un romanzo solo se quel romanzo vuole raccontare qualcosa di veramente, ma veramente, ma davvero molto molto importante. Secondo me è la frase breve a essere artificiale, è una gran bella invenzione, ma è artificiale, l’abbiamo creata noi, mentre il discorso letterario che porto avanti io è in realtà un’unica frase ininterrotta, alla fine della quale il punto fermo sarà messo dal Signore. Se vorrà farlo.
Nei suoi romanzi ricorrono modulazioni e variazioni su alcuni temi, in un modo che può ricordare Bernhard e tutta una letteratura di lingua tedesca che partiva da un’idea molto musicale dell’arte della prosa…
Prima di tutto, se si parla di letteratura in lingua tedesca, è bene dire che senza Franz Kafka io non avrei mai pensato di mettermi a scrivere. Dopo l’episodio della castrazione dei maiali di cui ho parlato prima, nella mia decisione di scrivere un libro come Satantango Kafka ha avuto un ruolo primario. Un ruolo decisivo. C’era lui nella mia testa quella mattina, e l’intera scena della castrazione sembrava proprio un racconto infinito di Kafka. Anche l’arte della prosa di Thomas Bernhard è estremamente importante nella mia vita, il suo modo di parlare e di scrivere mi ha sconvolto, perché dal momento in cui l’ho letto ho sentito che quello che stavo facendo non era senza parentele. Una volta – eravamo a Ohlsdorf – arrivai anche a dirglielo, questo, al che lui fece una smorfia con tutto il volto, come se quella mia confessione gli risultasse una tortura insopportabile, dopo di che passammo velocemente a parlare di qualcosa d’altro. Mi ricordo anche di che cosa: della morte per impiccagione.
La verità però è che sono stato influenzato da tutti, da ogni grande artista. Mi permetta di aggiungere un nome, di una persona che voi non potete conoscere, né vi è data la possibilità di conoscerlo. Non perché fosse ungherese, ma perché il disgraziato era un poeta. Mi riferisco ad Attila József. C’è stato un periodo durante la mia adolescenza in cui per mesi e mesi non leggevo altro che lui, ancora e ancora. La sua è una poesia meravigliosa. È un vero peccato che esista solo per gli ungheresi. È intraducibile.
Un tema ricorrente nella sua narrativa è l’attesa, per lo più vana, di un salvatore. Perché continuiamo a sperare che qualcuno ci salvi?
Cos’altro potremmo fare? Noi non siamo in grado di salvarci. Le contingenze alle quali siamo esposti, dalle quali dipendiamo, tra cui la morte, ci appaiono troppo pesanti, troppo smisurate, perché non rientrano nella nostra visione causale del mondo. Quando riflettiamo sulla nostra esistenza, ci fermiamo ai limiti della comprensibilità, quando ci poniamo delle domande, queste non possono che essere sbagliate per il semplice fatto che formuliamo domande, mentre invece dovremmo rimanere in silenzio, fare ciò che facciamo, e basta. Tanto accade comunque ciò che accade, mentre per quanto riguarda la nostra salvezza, la forza della nostra immaginazione è enorme. Da molto, ma molto, ma davvero moltissimo tempo non aspettiamo più dei profeti, perché ciò di cui abbiamo bisogno sono i falsi profeti. Abbiamo bisogno che ci mentano dicendo che abbiamo motivo di sperare. Di questo abbiamo bisogno. Tanto lo sappiamo benissimo di non avere alcun motivo di speranza. Che ci mentano e ci dicano che andrà meglio, che sarà tutto più luminoso, che sarà più lungo ciò che è breve, che sarà più lento ciò che è veloce. Preghiamo Dio e temiamo il Male. Non ci lasciamo mai alle spalle l’infanzia. Oltre tutto, da adulti, non siamo altro che bambini malvagi, depravati, miserabili, perdenti, o amaramente vittoriosi.

Si è definito un melancolico. Ma più la si legge, più emerge anche una certa ironia.
Direi piuttosto che sono triste. Sono pieno di compassione. Anche quando il lettore percepisce dell’ironia nei miei romanzi, è un’ironia piena di compassione, di empatia.
Qual è il suo metodo di scrittura?
Non la organizzo. E non la chiamo mai lavoro. Il mio cervello lavora fin da quando sono nato. Sono sensibile, e anche se ho imparato a non darlo a vedere, sono estremamente concentrato. Sono un artista ventiquattro ore al giorno. Succede qualcosa intorno a me, e anche se si tratta di un evento, un personaggio, un’azione, o un mero stato all’apparenza insignificante, ne vengo attratto come da una calamita. All’improvviso tutto il resto della mia vita passa in secondo piano. Riesco a vedere solo quell’unico, a volte minuscolo, punto. E mi ci concentro con tutto me stesso, ci sprofondo dentro. Poi dalla nebbia cominciano a emergere alcune parole. A quel punto so che sto seguendo la traccia giusta. Continuo poi a custodire nella mia testa quelle poche parole, che a mano a mano diventano una frase, o più frasi, e infine le scrivo, le scrivo, ma inutilmente. Sono destinato a fallire con le mie parole. Forse con il mio silenzio sarei meno destinato a fallire. Ma non ho un gran carattere, e la forza magica delle parole prevale sempre sul mio buon senso, secondo il quale c’è un’unica cosa che dovrei fare con le parole. Tacerle.
~
Grande
stupenda
La differenza tra povertà e miseria è fondamentale. Ho conosciuto persone che erano state povere ma a vevano una cultura collettica
Che meraviglia di scrittore, armonia pura, musicalità delle parole.
Nobel!
STORIA E LETTERATURA E ANTROPOLOGIA CULTURALE: IL “SANAPORCELLE”.
+
A OMAGGIO E A ONORE di László Krasznahorkai ( Premio Nobel per la Letteratura – 2025 ), e, come “invito alla lettura” della sua opera “Satantango” ( https://www.bompiani.it/catalogo/satantango-9788845283291 ), che rimanda a un tempo e a un mondo contadino, quasi “mitico” (“una mattina all’alba mi dissero di non andare a letto, perché avrei dovuto dare una mano in cortile a castrare dei maiali”),
+
degne di una rilettura (e, forse, utili) alcune pagine sulla figura del “sanaporcelle”, presente nel “Cristo si è fermato ad Eboli” di Carlo Levi:
+
« Una sera che un vento selvaggio aveva portato qualche squarcio di sereno, udii squillare la tromba del banditore, e rullare il tamburo; la strana voce del becchino ripeteva, davanti a tutte le case, con la sua unica nota alta e strascicata, il suo appello. – Donne, è arrivato il sanaporcelle! Domattina, alle sette, tutte al Timbone della Fontana con le vostre porcelle. Donne, è arrivato il sanaporcelle! – La mattina il tempo era incerto, ma fra le nuvole basse appariva qualche lembo di cielo. La neve era quasi tutta sciolta: restava, a chiazze, qua e là, nei luoghi dove il vento l’aveva accumulata. Uscii presto di casa, e mi avviai.
+
Il Timbone della Fontana era un largo spiazzo, quasi piano, fra i monticelli di argilla, nei pressi dell’antica sorgente, un po’ fuori del paese, a destra della chiesa. Quando ci arrivai, nella luce ancora grigia lo vidi già pieno di folla. Quasi tutte le donne, giovani e vecchie, erano là; e molte tenevano al guinzaglio, come un cane, la loro scrofa: le altre le accompagnavano, e venivano ad assistere alla sanatura. Veli bianchi e scialli neri ondeggiavano al vento: un gran sussurrio, un frastuono di voci, di grida, di risa, di grugniti, si spargeva nell’aria tagliente. Le donne erano tutte eccitate, rosse in viso, piene di apprensione e di appassionata attesa. I ragazzi correvano, i cani abbaiavano, tutto era movimento.
+
In mezzo al Timbone stava ritto un uomo alto quasi due metri, e robusto, col viso acceso, i capelli rossi, gli occhi azzurri e dei gran baffi spioventi, che lo facevano assomigliare a un barbaro antico, a un Vercingetorige, capitato per caso in questi paesi di uomini neri. Era il sanaporcelle. Sanare le porcelle significa castrarle, quelle che non si tengono a far razza, perché ingrassino meglio, e abbiano carni più delicate. La cosa, per i maiali, non è difficile, e i contadini la fanno da soli, quando le bestie sono giovani. Ma alle femmine bisogna togliere le ovaie, e questo richiede una vera operazione di alta chirurgia.
+
Questo rito è dunque eseguito dai sanaporcelle, mezzi sacerdoti e mezzi chirurghi. Ce ne sono pochissimi: è un’arte rara, che si tramanda di padre in figlio. Quello che io vidi, era un sanaporcelle famoso, figlio e nipote di sanaporcelle; e passava di paese in paese, due volte all’anno, a eseguire la sua opera. Aveva fama d’essere abilissimo: era ben raro che una bestia gli morisse dopo l’operazione. Ma le donne trepidavano ugualmente, per il rischio e l’amore per l’animale familiare.
+
L’uomo rosso si ergeva possente in mezzo allo spiazzo, e affilava il coltello. Teneva in bocca, per aver libere le mani, un grosso ago da materassaio; uno spago, infilato nella cruna, gli pendeva sul petto; e aspettava la prossima vittima. Le donne esitavano attorno a lui: ciascuna spingeva la vicina o l’amica a portare per prima la sua bestia, con grandi esclamazioni e deprecazioni.
+
Anche le scrofe pareva sapessero la sorte che le aspettava, e puntavano i piedi, o tiravano sulle corde per fuggire, e strillavano come ragazze impaurite, con quelle loro voci così umane. Una giovane donna si fece innanzi con la sua bestia, e due contadini che facevano da aiutanti afferrarono subito la maialina rosea, che si dibatteva e gridava di spavento. Tenendola ben ferma per le zampe, che legarono a dei paletti conficcati in terra, la sdraiarono a pancia all’aria. La scrofa urlava, la giovane si fece il segno della croce, e invocò la Madonna di Viggiano, fra il mormorio di partecipe consenso di tutte le altre donne; e l’operazione cominciò.
+
Il sanaporcelle, rapido come il vento, fece un taglio col suo coltello ricurvo nel fianco dell’animale: un taglio sicuro e profondo, fino alla cavità dell’addome. Il sangue sprizzò fuori, mescolandosi al fango e alla neve: ma l’uomo rosso non perse tempo: ficcò la mano fino al polso nella ferita, afferrò l’ovaia e la trasse fuori. L’ovaia delle scrofe è attaccata con un legamento all’intestino: trovata l’ovaia sinistra, si trattava di estrarre anche la destra, senza fare una seconda ferita. Il sanaporcelle non tagliò la prima ovaia, ma la fissò con il suo grosso ago, alla pelle del ventre della scrofa; e, assicuratosi così che non sfuggisse, cominciò con le due mani a estrarre l’intestino, dipanandolo come una matassa. Metri e metri di budella uscivano dalla ferita, rosate viola e grige, con le vene azzurre e i bioccoli di grasso giallo, all’inserzione dell’omento: ce n’era sempre ancora, pareva non dovesse finir più. Finché a un certo punto, attaccata all’intestino, compariva l’altra ovaia, quella di destra.
+
Allora, senza usare il coltello, con uno strattone, l’uomo strappò via la ghiandola che era uscita allora, e quella che aveva appuntata alla pelle; e le buttò, senza voltarsi, dietro a sé, ai suoi cani. Erano quattro enormi maremmani bianchi, con le grandi code a pennacchio, i rossi occhi feroci, e i collari a punte di ferro, che li proteggono dai morsi dei lupi. I cani aspettavano il lancio, e prendevano al volo, nelle loro bocche, le ovaie sanguinanti e poi si chinavano a leccare il sangue sparso per terra. L’uomo non si interrompeva. Strappate le ghiandole, rificcò, pezzo a pezzo, spingendolo con le dita, l’intestino dentro il ventre, ricacciandolo a forza quando quello, gonfio d’aria come un pneumatico, stentava a rientrare.
+
Quando tutto fu rimesso a posto, l’uomo rosso si cavò di bocca, di sotto i gran baffi, l’ago infilato, e con un punto, e un nodo da chirurgo, chiuse la ferita. La scrofa, liberata dai ceppi, restò un attimo come incerta, poi si rizzò in piedi, si scrollò, e strillando si mise a correre per lo spiazzo inseguita dalle donne, mentre la giovane padrona, liberata dall’ansia, cercava nella tasca, sotto la sottana, le due lire di compenso per il sanaporcelle.
+
L’operazione non era durata in tutto che tre o quattro minuti; e già un’altra bestia era afferrata dagli aiutanti, e coricata con la schiena a terra, pronta al sacrificio. La scena di prima si ripeté: e, una dopo l’altra, per tutta la mattina, senza interruzione, le scrofe furono sanate. Il giorno era chiaro ormai, con un gran vento freddo, che portava qua e là degli stracci di nuvole. L’odore del sangue gravava nell’aria: i cani erano ormai sazi di quella carne ancor viva. La terra e la neve erano rosse; le voci delle donne si erano fatte più alte, le scrofe sanate e quelle ancora da sanare strillavano insieme, ogni volta che una era buttata in terra, rispondendosi e commiserandosi, come un coro di lamentatrici. Ma la gente era allegra, nessuna bestia pareva dovesse morire.
+
Era ormai mezzogiorno; il meraviglioso sanaporcelle si rizzò in tutta la sua statura, e disse che avrebbe rimandato al pomeriggio quelle poche bestie che restavano da sanare. Le donne cominciarono ad andarsene, con i loro animali al guinzaglio, commentando: il sanaporcelle, seguito dai suoi cani, contando le monete del suo guadagno, si avviò alla casa della vedova per mangiare; e anch’io me ne andai dietro a lui. Per qualche giorno, in paese, non si parlò d’altro: si trepidava al pensiero che qualche complicazione potesse far morire qualcuna delle scrofe sanate: ma tutto andò bene, i cuori si rassicurarono e ogni apprensione sparì. Il sanaporcelle era partito la sera stessa per Stigliano, coperto di benedizioni, con i suoi baffi rossi da sacerdote druidico, e il coltello del sacrificio. » ( cfr. Carlo Levi, “Cristo si è fermato a Eboli, Giulio Einaudi editore Torino, 1945: https://web.archive.org/web/20150528184951/http://lnx.polocorese.it/phpnuke/upload/ebook/Carlo-Levi-CRISTO-SI-E%27-FERMATO-A-EBOLI.pdf ).
+
Federico La Sala
P. S. – “SANANTANGO” E LA CASTRAZIONE DEI MAIALINI. UNA “CITAZIONE” dalla “Intervista a László Krasznahorkai: ‘Questa società è il risultato di 10.000 anni?’ (di Riccardo Lea):
“[…[ Racconta di come ha iniziato a scrivere Sátántango, un cupo ritratto della vita nella campagna ungherese, innescato dall’imminente arrivo di un membro rinnegato della polizia segreta di nome Irimiás; un truffatore, un burlone, o forse il salvatore del villaggio. Suscitato un grande successo quando fu pubblicato nell’Ungheria comunista nel 1985, nel 1994 il suo amico, il regista Béla Tarr, ne ha tratto un’epopea in bianco e nero di sette ore e mezza . Ora il romanzo è finalmente stato pubblicato in inglese.
Krasznahorkai non ha mai voluto fare lo scrittore, dice, “… non perché non ammirassi gli scrittori ungheresi o della letteratura mondiale. Ero un grande ammiratore delle più grandi personalità della letteratura mondiale, è normale, ma non riuscivo a immaginarmi in questo ambiente…” Dopo aver letto il sonetto di Rilke “Archäischer Torso Apollos” a 18 anni e aver reagito al messaggio urgente dell’ultimo verso (“Devi cambiare vita”), si diresse verso “i piani bassi della società, in cantina…”. Una serie di lavori a breve termine lo condussero in una fattoria, a lavorare come guardiano notturno; una mattina, dopo una notte trascorsa nella stalla, andò a letto “… e la gente del posto disse: ’Per favore, non andare a dormire, perché qualcuno verrà a castrare i maialini’. Aspettammo quest’uomo – per me era assolutamente sconosciuto – c’era un’atmosfera pessima, le notizie sul suo conto erano pessime, ma nessuno sapeva bene il perché. Arrivò. Era alto, aveva un grosso naso, era quasi senza parole, indossava un cappotto lunghissimo. La gente del posto lo invitò a bere una tazza di pálinka , che era assolutamente d’obbligo lì, e dopo, quest’uomo alto si sedette e dovemmo tenere i maialini. Fu terribile, la mattina presto, prima che sorgesse il sole, e i maialini soffrivano così tanto, strillavano e si dimenavano, e dovetti schiacciarli. L’uomo era totalmente insensibile, senz’anima, senza emozioni, e fece questo taglio ed era pronto per il successivo…” Krasznahorkai apre le braccia per liberare il maialino mutilato “… senza dire una parola. Dopodiché prese altre due tazze di pálinka, dei soldi e se ne andò. Il suo nome era Irimiás. Soffrii moltissimo per la sofferenza dei maialini…”
Questo incubo ad occhi aperti è stata la fonte di Sátántango, continua, non questa scena, ma la sua atmosfera, la sua essenza “… Ho pensato allora, devo scrivere qualcosa sul mondo, non sull’Ungheria comunista , non sull’Ungheria, non su questo paesaggio con le persone molto povere e le loro circostanze, ma davvero sul mondo a un livello più profondo…” […]” (cfr. “The Guardian”, 24 ago 2012: https://www.theguardian.com/books/2012/aug/24/laszlo-krasznahorkai-interview)