di Maria Paola Guarducci

 

Da decenni autore di spicco nel panorama letterario anglofono sudafricano, Ivan Vladislavić (1957) nasce a Pretoria da genitori di origine croata e si sposta negli anni Settanta a Johannesburg, città-tropo centrale in tutta la sua scrittura. Attraversa gli anni dell’apartheid (1948-1991) manifestando il suo dissenso presso giornali e case editrici che esercitano la loro critica in modo incisivo, non sfuggendo alla censura e talora al carcere per chi ci lavora. In anni durissimi, grazie al lavorio puntiglioso di creativo da un lato e di editor dall’altro, Vladislavić sviluppa una prosa ibrida che comprende romanzi, racconti, memoir, reportage, saggi, autobiografie. In questo corpus eterogeneo si fatica a tracciare i contorni di un preciso genere letterario o, nei testi più squisitamente letterari, a stabilire il confine che separa la fiction dalla realtà. Proprio a rimarcare quanto più possibile l’insofferenza verso frontiere e forme che escludono, la produzione di Vladislavić si realizza spesso in collaborazione con artisti che operano in ambiti diversi dal suo: ricordiamo qui l’architetto Hilton Judin, i designer berlinesi Jorg Adam e Dominik Harborth, il fotografo inglese Roger Palmer, l’artista concettuale Joachim Schönfeldt, il più celebre fotografo sudafricano David Goldblatt, che collaborò anche con il Nobel Nadine Gordimer. Architettura e fotografia sono le discipline nelle quali la scrittura di Vladislavić fa più frequenti incursioni producendo balenii distopici che poggiano su complesse nozioni, appunto, di spazio e di sguardo. In questi incroci in cui il vero si deforma per rivelare nuovi paesaggi (interiori ed esteriori), egli trova la cifra per raccontare le incongruenze del suo paese, ancora bloccato in posture innaturali nonostante l’archiviazione dell’apartheid.

 

Sebbene nel novero delle migliori penne del paese sin dagli anni Ottanta, lo scrittore arriva nelle nostre librerie relativamente tardi: Johannesburg. Uno stradario, tradotto da Carmen Concilio per Tirrenia, esce in Italia nel 2007 e Doppia negazione, nella traduzione di Maria Baiocchi per Contrasto, nel 2012. Sono dunque benvenute le proposte dei due romanzi, La distanza (2023, pp. 219, €18,00; ed. or. 2019) e L’insieme delle parti (2025, pp. 147, €18,00; ed. or. 2004), per le edizioni Utopia, che hanno affidato le traduzioni a Carmen Concilio, esperta di Sudafrica e fine conoscitrice di questo autore che ci restituisce senza ricorrere a stravolgimenti stilistici: cioè in tutte le complessità della sua lingua, l’inglese, nella quale si innesta sottilmente l’afrikaans, l’altro idioma di discendenza europea parlato in Sudafrica.

 

La distanza è un romanzo familiare in cui si alternano i punti di vista di due fratelli molto diversi: Joe e Branko. Joe è un sognatore ossessionato sin da piccolo da Cassius Clay/Muhammad Ali, sul quale va ricostruendo un archivio che diventa via via progetto sempre più caleidoscopico e sfuggente. Fatta di ritagli di giornale sul pugile raccolti nella stampa locale dal 1971 al 1975 (anno in cui in Sudafrica arriva la televisione), la biografia che Joe vorrebbe comporre è in realtà anche il racconto della sua famiglia, nel quale si sovrappongono scorci autobiografici dello stesso Vladislavić. Indirettamente, La distanza è però anche uno spaccato sul paese e sugli anni dell’apartheid, così come questi sono riportati negli scampoli di notizie sul retro dei ritagli. I frammenti di cronaca compaiono come epigrafi nelle sezioni del testo e sono anche disseminati nel corpo della narrazione, come tarsie verbali evidenziate da un colore più chiaro che produce un effetto ottico straniante su chi legge. A voler rimettere insieme il quadro, ci si accorge che la distanza tra Sudafrica e resto del mondo si accorcia. Le grandi manovre internazionali che ricostruiamo dai vari tasselli coinvolgono Cina, America, Russia, Vietnam e via dicendo, in scontri diretti e guerre fredde. Si tratta di eventi che ebbero un ruolo cruciale nel tenere in vita l’apartheid, in tutto il suo anacronismo, per oltre quarant’anni così come lo ebbero nel determinarne la fine, con la spettacolare liberazione di Nelson Mandela, all’indomani del crollo del Muro di Berlino. Insomma, emerge dal racconto di Vladislavić il ritratto di un Sudafrica sì provinciale e reazionario, ma politicamente molto meno isolato di quanto non lo si sia voluto rappresentare.

 

In questo contesto che intreccia storia collettiva e storie individuali, Branko, il fratello maggiore di Joe, tiene i piedi saldi a terra coltivando passioni misurate per cinema e musica, lontano dalle riflessioni politiche che per Joe sembrano ineludibili se si cresce in una famiglia bianca working class con aspirazioni piccolo borghesi in epoca di discriminazione razziale. Non è un caso, infatti, che la passione di Joe si coaguli su uno dei più ‘politici’ tra gli atleti di tutti i tempi: un uomo che ha usato il suo potere mediatico per attirare attenzione sull’Islam, convertendosi, sull’obiezione di coscienza, disertando il Vietnam, sulla schiavitù, cambiando nome. La ricostruzione della storia di Muhammad Ali diventa l’improbabile collante che tiene insieme romanzo familiare, storia di formazione e ritratto storico sia del Sudafrica del piccolo fan del peso massimo, sia degli Stati Uniti a cui il campione ‘appartiene’, sia dell’Africa intera in cui la sua storia è radicata. Nella lotta per i diritti civili di Ali, gli Stati Uniti si allineano, solo in maniera meno eclatante, al Sudafrica nella discriminazione ed esclusione dei neri.

 

La raccolta e il progetto di Joe si interrompono, però, con la morte di quest’ultimo e toccherà a Branko rimettere insieme i pezzi di quella che, nell’adolescenza, a lui era sembrata solo una mania inutile e ossessiva. La distanza è un romanzo che si interroga sui meccanismi della composizione creativa, soprattutto quando ha fondamento storico e vuole esprimersi sulla storia. Si interroga anche sul ruolo del punto di vista, sulla contaminazione tra generi e sull’incontro postumo di due individualità differenti che poi alla fine forse così diverse nemmeno sono.

 

L’insieme delle parti, che precede di quindici anni La distanza, si compone di quattro capitoli/racconti – “Villa Toscana”, “Salsa Afritudine”, “Curioser”, “Crocodile Lodge” – che si leggono però come fossero un romanzo grazie a una serie di riferimenti comuni a luoghi e oggetti tra i quali si muovono personaggi che migrano da una storia all’altra pur non conoscendosi tra loro. In anni in cui la letteratura sudafricana rielabora ciò che la Commissione per la Verità e Riconciliazione (1995-1998) ha portato in superficie – memorie, confessioni, perdono – questo atipico romanzo di Vladislavić ruota invece attorno alle nozioni di “ricostruzione” e “sviluppo”, concetti-chiave meno ovvi da declinare, ma altrettanto cruciali nella riformulazione del Sudafrica democratico. Lo scrittore è testimone attento dello smantellamento dell’architettura dell’apartheid e di quella ristrutturazione dello spazio che voleva fare da contraltare concreto alla costruzione della democrazia. Il progetto che investe e stravolge le città sudafricane e Johannesburg in particolare si ispira ad un’idea di “africanità” intesa come multiculturalità, eclettismo, globalizzazione ma anche difesa e promozione della tradizione locale. Democratica e inclusiva, Johannesburg aspirerebbe ad essere lo specchio della Nazione Arcobaleno che dovrebbe abitarla. Ma le pratiche posticce di “africanizzazione” degli spazi, in parte nate sulla scorta dell’African Renaissance invocata da Thabo Mbeki, successore di Mandela alla presidenza nel 1999, non convincono Vladislavić, che infatti le chiama in causa con taglio ironico in questo romanzo.

 

L’insieme delle parti è ambientato in varie aree della Johannesburg residenziale suburbana: qui le strategie edilizie si rivelano ambigue, contraddittorie, reazionarie e finanche pericolose. Collocati là dove il veld (la desertica wilderness sudafricana) viene addomesticato in spazio urbano, i nuovi luoghi vorrebbero offrire uno stile di vita lussuoso ai loro residenti alto-borghesi (all’epoca del romanzo ancora per lo più bianchi) o, nel caso di aree un tempo riservate ai neri, migliorarne le condizioni.

 

In “Villa Toscana”, il primo dei quattro racconti, il protagonista è uno statistico in visita di lavoro presso un complesso residenziale fuori città ispirato alle ville toscane. Nel secondo episodio, seguiamo un ingegnere idraulico che supervisiona la riqualificazione di Hani View, un tempo quartiere per soli neri. La terza storia, il cui titolo si ispira ad Alice nel paese delle meraviglie, ruota attorno ad un noto artista che costruisce sculture/istallazioni sui genocidi smontando e ri-assemblando rarità africane. La quarta parte è dedicata alle vicende di un pubblicista che progetta i cartelloni illustrativi delle aree costruite o ri-qualificate degli episodi precedenti. Tre dei quattro protagonisti sono bianchi; l’artista è l’unico nero. I personaggi delle quattro storie non si incrociano, ma luoghi e oggetti ricorrono tra i racconti. Ad esempio, nel secondo episodio, il ristorante in cui l’ingegnere si reca con alcuni impiegati comunali (neri) espone le opere dell’artista del terzo episodio. Con sottile ironia Vladislavić descrive l’ingegnere bianco che indossa una camicia in stile Mandela, mentre gli impiegati neri sono in giacca e cravatta. L’arredo del locale è afrochic ma il menu fusion (kebab zulu, ravioli xhosa, riso e bisi ugandese, paella malawiana) non soddisfa i desideri degli ospiti che vorrebbero una banale bistecca. L’ennesima discordanza investe la conversazione attorno al tavolo, che dopo essersi spostata dal cibo ai water e alle fogne, complice l’alcol, scivola sempre più, per i neri, verso la lingua sotho, che il bianco non parla né comprende.

 

 

Il quarto episodio ci riporta invece alla storia di apertura, perché Villa Toscana è uno dei progetti sponsorizzati dai manifesti del pubblicista. Grottesca dislocazione per cui accanto ad essa e alla sua sfacciata non-africanità, tutto sembra fuori luogo, Villa Toscana è il finto Medioevo sul cui sfondo lo statistico vagheggia la cavalleresca seduzione della donna che ci abita, un’algida annunciatrice televisiva a cui deve sottoporre noiosi questionari per un censimento nazionale.

 

Sulla scorta della “sua” idea di architettura, Vladislavić ritrae in quest’opera le rifrazioni dei progetti di un Sudafrica ideale che però non funziona a dispetto della superficie (e le fogne intasate di cui si lamenta la gente ne sono correlativo oggettivo). Il titolo del romanzo si riferisce al diagramma di un oggetto scomposto, in cui le parti sono sospese/esplose nell’aria ciascuna a distanza proporzionale dal resto, in attesa di essere riassemblate per acquisire unità, senso e funzionalità. La visione scomposta è utile e indica la necessita di decostruire se si vuole comprendere e poi ricostruire. Tra tutti i personaggi ossessionati da precisione e completezza spicca l’artista (non a caso l’unico africano nero) che, nell’episodio che allude al disordine costruttivo di Lewis Carroll, è il solo interessato a ciò che tutti temono: l’incompletezza, il caos, la dislocazione, l’incoerenza. Lui non sente disagio nel confronto con il passato, di cui cerca ed espone la sofferenza attraverso la materialità degli oggetti che scompone e ricompone con la sua arte. Forse avvicinandosi alla realtà attraverso numeri, traslazioni, diagrammi e riproduzioni, i personaggi de L’insieme delle parti non empatizzano con luoghi e persone per cui lavorano. Rincorrendo modelli utopistici e astratti essi perpetrano la desolazione. Nell’arte, invece, che contiene la storia ma anche la trascende, si schiude una possibilità di comprensione del passato, opportunità per il presente e progettualità vera per il futuro.

 

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