di Filippo Zorzi. Prefazione di Luigi Pellizzoni
Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di
Emanuele Leonardi e Giulia Arrighetti
[E’ appena uscito per Agenzia X La fabbrica e il quartiere. Conflitti ambientali a Brescia” di Filippo Zorzi. Presentiamo la prefazione di Luigi Pellizzoni].
Prefazione
di Luigi Pellizzoni
Il caso dello stabilimento chimico Caffaro, a Brescia, è tra i più noti non solo a livello nazionale per più di una ragione. Si tratta, innanzitutto, di uno dei siti più inquinati del mondo. Alcune sostanze velenose hanno concentrazioni superiori a quelle dell’Ilva di Taranto e dell’area coinvolta nell’incidente di Seveso del 1976. Si tratta poi di un’area cresciuta dentro e con la città, che con lo stabilimento ha intrecciato un rapporto complesso, spaziale, sociale, politico, economico e ovviamente ambientale, che dura da più di un secolo. I residenti nell’area sono famosi loro malgrado per la concentrazione di inquinanti riscontrate nel loro sangue, esito di esposizione prolungata, diretta e indiretta, attraverso gli alimenti prodotti e consumati in loco. Si tratta infine di un’area cui, nonostante quanto precede, sono arrivati fondi tutt’altro che abbondanti per gli interventi di bonifica e rigenerazione urbana; interventi che sono inoltre proceduti a rilento, attraverso fasi di inabissamento e riemergere della questione a livello politico e di opinione pubblica.
Il libro di Filippo Zorzi (“La fabbrica e il quartiere. Conflitti ambientali a Brescia”, Agenzia X, 2022) offre una dettagliata e appassionata ricostruzione della vicenda, partendo dalle origini ormai lontane (i primi riconoscimenti di un problema di inquinamento risalgono agli inizi del Novecento!) fino ad aprire squarci su un futuro tuttora incerto. La stretta connessione tra fabbrica e quartiere, industria e città, determina anche la struttura del libro.
Nei primi capitoli si incontrano, si può dire, tutti i tropi dell’“(in)giustizia ambientale”, di cui la vicenda della Caffaro costituisce dunque un esempio da manuale. Il tema della giustizia ambientale, vale la pena ricordare, è nato negli Stati Uniti, con l’esplodere di problematiche analoghe a quella bresciana. Spesso citato è il caso di Love Canal, nei pressi delle cascate del Niagara, i cui abitanti scoprono, nel 1979, di vivere sopra una discarica piena di pesticidi. L’idea di giustizia ambientale identifica una specifica declinazione della questione ecologica: gli effetti ecologici e sanitari dell’industrializzazione non si distribuiscono uniformemente su territori e popolazioni ma colpiscono sistematicamente aree marginali e gruppi svantaggiati. Negli USA si parla anche di “razzismo ambientale” in quanto tali gruppi sono spesso di colore, ispanici o nativi americani. Nel Sud Globale, attraversato dai flussi estrattivi o deiettivi del capitalismo e in cui vanno ricompresi i molti Sud che si trovano dentro il Nord, l’ingiustizia colpisce una varietà di soggetti in un assortimento di circostanze, sempre però coniugando sfruttamento sociale e sfruttamento ambientale. Contrariamente al mantra ripetuto negli anni e di recente alimentato dalla narrativa dell’Antropocene (la presunta nuova era geologica ingenerata dagli impatti antropici sulle dinamiche planetarie), non siamo tutti sulla stessa barca: qualcuno sta su una zattera che galleggia precaria sulle onde; qualcun altro su un panfilo. O, se la barca (il pianeta) è alla fine la stessa, i posti occupati differiscono per responsabilità sulle cause della crisi ecologica e per conseguenze sofferte. Gli oneri al riguardo dovrebbero distribuirsi proporzionalmente, ma così non è, anzi succede l’opposto.
Vediamo allora i tropi dell’ingiustizia ambientale che l’analisi svolta nel libro pone sotto gli occhi del lettore e la cui persistenza nel tempo è testimoniata dal lungo dipanarsi della vicenda di Brescia attraverso il secolo scorso e dentro il presente.
Primo tropo è lo scambio tra salute e lavoro, implicitamente e talvolta esplicitamente riconosciuto su entrambi i lati dei rapporti di produzione: il lavoro si dà solo se l’accumulazione capitalista procede a gonfie vele, dicono gli uni; meglio morire di lavoro che senza lavoro, dicono gli altri. Un’alternativa che risale ai primi opifici e che incredibilmente troviamo ripetuta pari pari nella vicenda di Brescia come in quella di Taranto e molte altre. Solo da pochissimo i sindacati sembrano star acquisendo consapevolezza che lavoro e salute si salvano o si perdono assieme. Quanto al mondo imprenditoriale, con poche eccezioni ambiente e salute sembrano interessare solo se offrono nuove occasioni di profitto.
Secondo tropo è la presenza di pesanti conflitti di interessi, che rendono i controllori particolarmente pigri e riottosi nel riconoscere l’esistenza di problemi, nell’analizzarne gli aspetti e nel fornire ai cittadini informazioni che pur sarebbero tenuti a dare.
Terzo tropo è l’“(in)sufficienza dell’evidenza”. Essa ha due declinazioni, distinte ma intrecciate: scientifica e legale. Nel caso Caffaro, come in innumerevoli altri, gli esperti locali e nazionali non solo procedono con rilevazioni lente e lacunose, ma quando le evidenze sulla presenza di inquinanti si fanno macroscopiche oppongono la mancanza di connessioni causali sufficientemente conclusive circa i loro effetti sanitari. A ciò si allineano i tribunali, con due strategie argomentative che incontriamo a Brescia e in molte altre vicende, come quella dell’Enichem di Marghera: o l’evidenza scientifica non è ritenuta sufficiente a stabilire responsabilità penali e oneri civili, oppure, quando si ammette che lo sia, il consenso raggiunto dalla ricerca scientifica arriva sfortunatamente troppo tardi per produrre effetti legali. I responsabili, dicono quasi tutte le sentenze, hanno agito alla luce di ciò che si sapeva al momento in cui le azioni (o le omissioni) sono state compiute; nulla può essere loro imputato.
Dietro a ciò si cela non solo malafede ma anche un meccanismo più sottile. Come vari studi hanno dimostrato, la sufficienza dell’evidenza non è qualcosa di scolpito nella pietra ma è legato alla posta in gioco: più è alta la seconda e più schiacciante deve essere la prima. Ricordiamo per esempio che indizi della pericolosità dell’amianto risalgono almeno al periodo tra le due guerre mondiali, ma il suo bando (tuttora non completo a livello mondiale) è avvenuto da pochi anni e sostanzialmente lo si deve al fatto che il suo effetto sanitario principale, un tumore chiamato mesotelioma, è rarissimo nella popolazione non esposta, offrendo quindi una evidenza epidemiologica difficilmente oppugnabile. Si fosse trattato di un tipo di tumore più comune, saremmo ancora pieni di amianto dappertutto. E non a caso: si tratta di un materiale assai utile e difficile e costoso da rimpiazzare. Il legame inconfessato tra evidenza scientifica e posta in gioco chiama in causa innanzitutto gli esperti, che come il libro documenta a volte fanno fatica a riconoscere i risultati delle proprie stesse ricerche. Per loro, come per gli amministratori pubblici, il management aziendale, i tribunali e gli organi di stampa, la preoccupazione principale sembra essere di “rassicurare” i cittadini, sostenendo fin oltre i limiti della decenza che il problema non c’è oppure non è grave, oppure lo è ma non ci si può fare più nulla, però faremo meglio la prossima volta. Altrimenti, dice il sottotesto (e qualche volta lo dicono dichiarazioni esplicite, come mi è capitato di ascoltare con le mie orecchie più di una volta), il legame industrializzazione-benessere o tecnica-progresso verrebbe messo in discussione, con chissà quali esiti sull’ordine sociale. C’è insomma, con le parole dell’autore, “un confine tra la verità ‘dicibile’ e la realtà dei fatti” che pochi tra coloro che hanno le leve del comando (politico, economico, cognitivo, giurisdizionale) sono disposti a valicare.
Lo valicano però i cittadini, o alcuni di essi. Quarto tropo della vicenda bresciana è infatti il ruolo cruciale dei comitati locali. Sono le loro iniziative, a volte animate da poche persone particolarmente motivate – o per lutti subiti o per acuto senso civico – e tenute vive nel tempo, a spingere le autorità a intervenire: senza di esse, come il libro documenta, è probabile che nulla sarebbe mai stato fatto, o chissà quando. Il caso Caffaro offre insomma un esempio dell’“epidemiologia popolare” (ricerca e assemblaggio di dati su problemi sanitari cui le autorità teoricamente vigilanti risultano sorde) di cui sono punteggiati i conflitti per la giustizia ambientale.
Quinto tropo, speculare al precedente, è la rimozione o minimizzazione dei rischi da parte di molti di coloro che vi sono esposti. Ciò si deve a due ragioni principali: da un lato la necessità di convivere quotidianamente con il rischio, gestendo in qualche modo il conflitto interiore tra consapevolezza del problema e impossibilità di sottrarvisi; dall’altro la cultura della fabbrica e l’orgoglio del proprio lavoro: la difficoltà di ammettere di fronte a se stessi che qualcosa che assorbe gran parte della propria vita e produce risultati socialmente utili produca anche danni enormi.
Se la prima parte del libro racconta una storia contrassegnata dall’affacciarsi, inabissarsi e riaffiorare di questi tropi, la seconda si distacca dalla narrazione rinvenibile in altri resoconti di conflitti per la giustizia ambientale. L’autore fa immergere il lettore nella realtà materiale, spaziale e sociale del sito inquinato e delle zone circostanti, proponendo un’etnografia che è anche, per usare un’espressione di Michel Foucault, un’ontologia del presente: uno squarcio sull’attualità che non cancella ma anzi si fonda sulla sua genealogia. Scopriamo qui che la fabbrica e l’area che le sta intorno sono state riplasmate dalla crisi che attanaglia da decenni la società italiana e il mondo globalizzato. La cifra della crisi, non più momento decisivo ma condizione che perdura nel tempo senza apparente possibilità di soluzione, è ciò che unisce gli spazi degradati e quelli che si sta cercando di recuperare, i vuoti urbanistici e il loro riempimento da parte di una socialità al tempo stesso vitale e marginale, come quella che originariamente ha popolato l’area ma composta ora da immigrati irregolari o persone che vivono le numerose condizioni di svantaggio e difficoltà prodotte dal turbocapitalismo.
La cifra della crisi è anche ciò che unisce i tempi fuori sincronia della vita quotidiana e dei piani di recupero edilizio, delle iniziative sociali e dei progetti di bonifica a lunga e incerta gittata, creando quella che l’autore descrive come una sospensione temporale. Si percepisce, leggendo queste pagine, che anche il non agire, il lasciar andare istituzionalizzato, sia un fare, e che questo (non) fare pur peggiorando il degrado apra anche, involontariamente, varchi e opportunità per nuove forme di vita, sociali e ambientali.
L’impianto Caffaro e le aree circostanti sembrano insomma costituire uno di quei “nuovi ecosistemi” di cui parla una letteratura attenta a come anche la distruzione ecologica e il degrado urbano non producono solo morte e deserto ma anche nuove esistenze, umane e oltre che umane, biologiche e materiali, trasformando e risignificando quelle preesistenti. L’esempio più emblematico è offerto forse dai campi, i casolari e i loro abitanti che ancora oggi punteggiano il paesaggio ai margini della città, sopravvissuti all’industrializzazione fordista e al suo crollo, mai risarciti di nulla, schiacciati da processi più grandi di loro ma in qualche modo hanno saputo resistere a tutto, in una forma minimale e sottrattiva.
C’è questo e molto altro nelle pagine che seguono, testimonianza della passione e dell’impegno dell’autore, simile in ciò a tanti della sua generazione, cui quelli della mia guardano con la fiducia di lasciare il testimone in buone mani.
[Prefazione a Filippo Zorzi, “La fabbrica e il quartiere. Conflitti ambientali a Brescia”, Agenzia X, 2022]