di Luigi Trucillo

 

Per fortuna possiamo dire, parafrasando Kafka, che ancora appaiono testi capaci di spezzare a colpi d’ascia lo stagno ghiacciato dell’offerta editoriale. Parlo del nuovo libro di Wanda Marasco, Di spalle a questo mondo, (Neri Pozza Editore) che per ampiezza di visione e slancio plastico si impone come uno dei risultati letterari di questi anni. E’ tanto più significativo  che una tale riuscita  avvenga attraverso un processo di auscultazione della fragilità del tessuto umano, condotto fin dentro i nuclei di quella realtà parallela che intesse la sostanza delle ossessioni e i pensieri. L’originalità del libro infatti consiste proprio nel muoversi controcorrente rispetto alle semplificazioni epistemologiche del presente fondate sul culto positivistico delle evidenze, muovendosi invece alla ricerca dei “materiali invisibili” che animano e modellano le vite, soprattutto quelle velate dalla sofferenza. In tal senso è un testo dolentemente eretico, che rielabora la linearità delle dinamiche storiche attraverso lo sgocciolio delle incertezze e le ferite che sfilacciano i percorsi individuali fino a configurarsi come un destino. La storia di Ferdinando Palasciano, chirurgo napoletano del risorgimento che per primo evocò il principio di neutralità dei feriti di guerra, e si identificò con la sorte dei fragili al punto di cadere nella follia, adombra la sottigliezza del diaframma tra l’ideale e l’ossessione, tra la caduta e la salvezza. Anzi, mette sotto il microscopio proprio il tessuto infinitesimale di questo diaframma costantemente esposto all’erosione.

 

La Marasco ci dice che ciò che avvolge le vite in un sistema immateriale è tanto più presente delle presunte certezze della realtà convalidata. L’elaborato della psiche è il nostro ambiente personale, il respiro che emettiamo, e il tessuto segreto dell’anima del mondo. Massimamente poi nelle esperienze empatiche degli individui segnati dal dolore, dove le visioni alterano e creano una più acuta percezione delle cose. Ecco: “creano”. Questo verbo fa risuonare uno dei fili dell’ordito del libro, l’assonanza tra la scrittrice e i suoi personaggi, uniti dal medesimo sforzo visionario di trovare riparo e nutrimento contro l’irreversibilità del male, la persecuzione del disfacimento. La vocazione al salvataggio che possiede Palasciano è anche quella della Marasco, regista invisibile di un teatro di ombre, così come appartiene a ogni scrittore, alle prese con l’intrinseca caducità del proprio universo. Questa lotta contro il precipitare delle cose, all’interno della sua scrittura viene espressa in un alone che è intorno alle parole e le immagini, una specie di aura sospesa in una bolla plastica di densità. La lingua che ne consegue è l’elaborazione dei corpi resilienti negli spazi, dei movimenti che come una scia producono segni nel vuoto. Le frasi che sgorgano l’una dall’altra dall’orlo di se stesse in un’osmosi panica, si sporgono verso una comprensione sensibile che riapre e trasforma i contorni degli oggetti. Esposto alle correnti del tempo un tale dinamismo emorragico sembra sospeso su una vertigine di precarietà che smussa le parole come se fossero illusioni, scie irreparabili di un urto avvenuto contro le forme della vita troppo squadrate. Così le rappresentazioni interne dei personaggi si inoltrano in una frana progressiva dei confini che soltanto uno stoicismo quotidiano agito a mò di diga contro il senso dell’erodersi può preservare dalla fatalità della dissoluzione. “La forma di Annunziata che si disfaceva come una vecchia nuvola”,  scrive ad esempio la Marasco; cosi come fa dire a Gemito in un manicomio: “Noi dobbiamo menare colpi contro il muro per trovare la salvezza”. In questa possessione psichica esperita da personaggi esiliati per la propria tensione verso l’interezza, sembra agitarsi l’eco della definizione di Auerbach: “Il realismo rappresenta la storia come conflitto e trauma, è espressione dei mutamenti della percezione della realtà”. Ma su una frequenza più sottile e alterata, in una percezione divergente dove l’ossessività di un’utopia a contatto con lo sciogliersi delle cristallizzazioni della realtà dissolve l’identità del proprio stesso portatore. Parlo di cristallizzazioni e osmosi non a caso: Di spalle a questo mondo sotto il suo tema centrale dell’empatia umana vissuta come cura e pericoloso sporgersi contro la ferocia biologica, è colmo di significati occulti che si protendono panteisti verso una simbiosi alchemica tra i personaggi e il paesaggio. Attraversando l’elemento mitopoetico di una Napoli impigliata e consunta dal proprio passato di povertà, e in esso destinata a vagare, Wanda Marasco ha attivato l’analisi del profondo di un genius loci che inclina un campo energetico verso la perdita, e dei suoi sistemi di aggregazione materica. In questo codice, l’interrogazione destrutturante della “Nigredo” del testo è se la sofferenza aggrumi le figure del mondo e i destini irrigidendole, o le solva consumandole dall’interno. La scrittrice napoletana sembra anche rivolgersi agli insegnamenti ermetici sulla coppia perfetta che ricerca in sé l’antico androgino quando tratteggia la bellissima storia d’amore, a tratti medianica, tra Palasciano e la moglie russa. Il suo personaggio femminile, infatti, è segnato anch’esso da una ferita metaforica, la zoppia, che lo trattiene e aggroviglia (come il marito) alla medesima essenza “fatta di separazione e intimità” che dà le spalle al mondo. In un crescendo di aspirazione alla verità che sfocia nella vastità dell’amore, anche all’interno di Olga la forma sognatrice smarrisce a poco a poco la vita nei presagi e nel senso dell’invisibile, finendo per esserne assorbita più che dal pensiero. Ma cosa resta oltre le barriere difensive delle categorie razionali, davanti alla consapevolezza della vulnerabilità e degli spettri che scorrono all’interno delle forme che sbandano? Per Palasciano e Olga permane l’aspirazione a una comunione non risentita, a una salvezza dell’esistere che faccia della ferita una possibilità di conoscenza. Proprio come accade nella storia di Filottete, un altro possibile alter ego della scrittrice, di Palasciano, e forse dell’umanità intera.  Nella parabola traumatizzata dell’arciere esiliato in un’isola a causa del lezzo della sua ferita che recupera il senso dell’appartenenza a una comunità grazie alle parole accudenti di Neottolemo, scorre la stessa importanza del curare e di essere curati che rende così essenziale questo libro.  E la medesima attenzione risanante nei confronti della totalità del mondo e della scrittura che Wanda Marasco è riuscita a far risuonare nelle sue pagine.

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