di Andrea Cortellessa
Ignoro chi programmi l’ordine di ripubblicazione delle opere di Franco Cordelli presso La nave di Teseo, quale ragionamento segua. Certo è che riproporre Pinkerton, a quasi quarant’anni dalla sua prima pubblicazione (identico ad allora, al netto dei troppi, talora insidiosi refusi aggiunti), è un passaggio chiave. Anzitutto perché consente di misurare plasticamente la distanza, non meno che siderale, fra quel mondo e il nostro. Nell’86 per Pinkerton Mondadori strappa il suo autore alla Rizzoli, lo vende all’estero, gli fa un lancio di prim’ordine (impressionano le interviste programmate per la circostanza). Nel 2016, in pieno prime time televisivo, una scrittrice già di successo, ma che anni dopo diverrà popolarissima per la più triste delle circostanze, irritualmente si rivolgerà all’Einaudi, che aveva pubblicato Una sostanza sottile di Cordelli, intimandole (è la parola) di non azzardarsi più a stampare libri incomprensibili come quello. Si misurava così, pure, la mutazione antropologica dell’intellettuale in influencer: trent’anni prima per la sua polemica letteraria Michela Murgia, come facevano (con accenti non meno violenti, anche se un minimo più argomentando) Sanguineti Fortini o Pasolini, avrebbe impiegato un medium accessibile anche all’avversario. Con lei Cordelli, poco tempo dopo, avrebbe “fatto pace” (lo ha raccontato, dopo la sua morte, su «Snaporaz»); ma questa – forse – è un’altra storia.
In una delle suddette interviste promozionali, il baldanzoso Cordelli quarantenne sosteneva che chi scrive un romanzo è convinto che «sotto la trama dei fatti, sotto la trama apparente, ve ne sia un’altra segreta, misteriosa indecifrabile. Ecco perché esistono gli Ingravallo e i Pinkerton. Per tornare a stabilire ogni volta daccapo se davvero sotto la trama visibile ci sia quella invisibile. Eventualmente, la vera e unica trama è quella del senso. Il romanzo poliziesco torna ad essere alla fine ciò che doveva essere: un romanzo metafisico». Proprio questa è la distanza fra cosa s’intendeva allora per «romanzo», e cosa s’intende adesso con la stessa parola: nel saggio del ’97, La democrazia magica, spiegherà Cordelli come lo «scrittore» (cioè, più o meno, uno come lui) sia uno sviluppo post-avanguardistico di quello che il mentore Moravia chiamava il «romanziere», contrapponendolo al semplice «narratore» (il fabulatore naturale, il Leskov di Benjamin): il «romanzo» è quello che, al di là dell’inventio (o fabula, appunto), ordisce una «trama». Non però quella dei fatti (o fatterelli) esteriori, come appunto s’intende (si pretende, anzi) adesso, bensì la «struttura» inapparente che, con Wittgenstein, Cordelli chiama «significato». Non troppo diversamente, nelle arti visive, negli stessi anni Arthur C. Danto cominciava a parlare di «aboutness», ovvero «significato incarnato». E del resto Cordelli (piegando ai suoi intenti, come diversamente aveva già fatto Pasolini, un concetto di Eric Auerbach) chiama quella struttura anche «figura», per sottolinearne il valore «iconico» (contro quello solo «musicale» dell’écriture d’avanguardia): «l’affresco, la trama, consiste in come sono collegate le idee, chiamiamole così, che scaturiscono dai fatti e non già in come sono collegati i fatti in sé».
Il romanzo è un lavoro col tempo: a contare non sono le azioni, bensì i loro moventi e le loro conseguenze. Mentre la poesia tendenzialmente nega il tempo come agente di mutamento, il romanzo lo esalta. Il romanzo è in sé modificazione (per dirla con Michel Butor – altro maestro oggi, pour cause, fuori moda). È il caso di precisare: non si parla tanto dei moventi dei personaggi (secondo quanto dettava il vecchio romanzo psicologistico), quanto di quelli dell’autore. È lui, diceva Gadda, a perquisire la «trama criptosimbolica delle cose».
E non a caso, al di là della «musica» diversissima, c’è proprio il fantasma del Pasticciaccio dietro a Pinkerton. Come Ingravallo il commissario Moroni, che indaga sulla misteriosa scomparsa dell’attore Mario Bastiani nel corso di una tournée a Berlino della sua compagnia, è sempre «apparentemente assonnato», ma si rivela presto «un pensatore solitario» (come Ingravallo che, a dispetto dell’«aria un po’ assonnata», «nella sua saggezza interrompeva talora codesto sonno e silenzio per enunciare qualche teoretica idea (idea generale s’intende) sui casi degli uomini: e delle donne»; un altro dettaglio curioso è il «bozzo in fronte», anzi proprio il «corno», che sfigura la fisionomia di Oscar Comaro, anima “teorica” della comnpagnia, forse memore dei «due bernoccoli metafisici» che spuntano «dalla metà della fronte» all’investigatore di Gadda…). La sua indagine, metafisica, deve dipanare il garbuglio di segreti che si cela dietro al «Molinelli» (il nome della compagnia in questione allude al «vortice» di «causali», simile ai «sedici venti della rosa dei venti quando s’avviluppano a tromba in una depressione ciclonica», che nel Pasticciaccio soggiacciono agli eventi), prima di puntare il dito contro uno dei personaggi (come, «quasi», parrà fare alla fine).
Dovrà capire, Moroni, come quella compagnia, che una tormentosa Madre-ideologa ha messo assieme accogliendo in un palazzo di Monte Mario, a Roma, un’accolita di orfani (in parte anche handicappati; chi racconta, «Agostino», solo in età adulta ha imparato a scrivere), e l’ha tirannicamente organizzata come un convento di iniziati, anzi di «cospiratori» (insistente, come nel precedente I puri spiriti, è la metafora di matrice religiosa – al pari di quelle di Danto… – della «qualità spirituale» di quella «vita in comune»), sia una fortezza che si protegge psicotica dal «mondo che c’è là fuori, dove tutti ci detestano» (il nome «Bastiani» allude al Deserto dei tartari di Buzzati).
Perché Pinkerton è, anzitutto, un’allegoria politica. La compagnia del Molinelli opera una «rivolta all’ordine stabilito» di carattere artistico (l’avanguardia teatrale di Artaud e Adamov) che simboleggia però un’altra, parallela e contigua rivolta. Non a caso lo sfondo dell’azione, che si svolge nella primavera del ’78, è «il terrorismo che ha invaso l’Europa in questi ultimi anni»; non a caso (si accorse Giovanni Raboni recensendo il libro) il rapito – o piuttosto il fuggiasco, l’eretico – si rivolge agli ex-compagni in una serie di lettere enigmatiche e beffarde; non a caso il Molinelli si trova a pochi passi da Via Fani; non a caso, certo, l’investigatore si chiama Moroni. L’equazione che accomuna ideali e aporie dell’avanguardia artistica a quelli del terrorismo politico è classica (l’ha studiata meglio di ogni altro Daniele Giglioli), e Cordelli – facendo sua una definizione di Geno Pampaloni – non a caso si proclamava, allora, «un moralista dell’avanguardia». Ma ragionando in modo specularmente inverso a come, a caldo, aveva affrontato l’affaire per antonomasia Leonardo Sciascia (col quale s’era confrontato in Partenze eroiche). Non gli interessa la psiche, o l’anima, del rapito (né i suoi razionali, ancorché misteriosi, intenti: come nella Scomparsa di Majorana), quanto il rapimento in sé.
In copertina, allora come oggi, vuole un’illustrazione del ratto di Ganimede: è una Potenza superiore a portare via con sé il rapito, non semplicemente un potere (o anti-potere) politico. La potenza dell’arte e dunque, parlando di parole, della poesia. Ogni membro del Molinelli è un puro spirito, un infiammato di assoluto (alla fine il teatro berlinese che li ospita andrà appunto in fiamme, come un novello Reichstag). Per questo la loro disputa senza quartiere si deve svolgere in Germania, la terra che mette a morte Kleist e fa impazzire Hölderlin (l’anonimo autore dell’eccezionale risvolto di allora, forse Alcide Paolini, si spingeva sino a citare il «neoromantico» Landolfi).
C’è poi un ulteriore livello (chissà se è l’ultimo!). Pinkerton non è solo lo stereotipo dell’investigatore; è anche l’invasore fedifrago (L’invasione di Adamov è il dramma messo in scena da quelli del Molinelli) che si eclissa, nella Madama Butterfly di Puccini, lasciando ad attenderlo chi lo ama (con la stessa spietatezza con cui può abbandonarci l’ispirazione). Lo «yankee vagabondo» è un Ulisse degradato, privo di nobiltà e fedeltà, che da invasore si trasforma in evasore. Ma soprattutto è un personaggio da melodramma. Perché il Molinelli è attratto dalla Germania, sì, ma ahilui si trova in Italia: il paese «che fa la vita vaga / ma che intristisce il cor». Quando Cordelli passerà al romanzo esplicitamente politico, con Un inchino a terra, l’emblema di questa declinazione (e di questo inesorabile, interminato declinare) si chiamerà Il Duca di Mantova.
Franco Cordelli, Pinkerton, postfazione di Giovanni Barracco, La nave di Teseo, 2025, 272 pp., € 20.
[Una versione più breve di questo articolo è uscita sul «Corriere della Sera»].