di Luigi Toni

 

Siamo nella Londra del 1895: una città già attraversata dall’elettricità, dai battelli a vapore che solcano il Tamigi, dalla ferrovia che taglia in due la metropoli e dalla dinamite. Ogni domenica, a Trafalgar Square, gli anarchici di tutto il mondo si danno appuntamento per discutere, complottare, sognare un’altra società. Tra loro c’è Errico Malatesta, l’anarchico più ricercato del continente. “L’uomo dalle nove vite”, come lo chiamano gli agenti di Scotland Yard, ha già alle spalle quarantadue traslochi, evasioni leggendarie, identità multiple e attraversamenti clandestini di mezza Europa. È un anarchico senza dogmi, un rivoluzionario che si muove con la grazia di un dandy: capace di trasformare ogni gesto, ogni fuga, perfino ogni errore, in qualcosa che abbia forma, ritmo, senso. Anche nella vita privata, l’anarchico mostra sempre la sua umanità. È l’uomo che, quando prende la parola, trasforma la sua voce in “dinamite”, demolendo gli avversari senza perdere la calma e senza acrimonia.

 

L’amico spagnolo (Exorma, 2025), ultimo romanzo di Francesco Forlani, si colloca nella tradizione dei romanzi-inchiesta che va da Bolaño a Sebald, da Tabucchi a Carrère, dove l’indagine storica si intreccia alla deriva personale e il documento d’archivio dialoga con il sogno. Più che una ricostruzione storica in senso stretto, prende forma una narrazione fatta di incontri, spostamenti e deviazioni, in cui il passato resta sempre parzialmente inafferrabile, i suoi fantasmi diventano tracce da seguire.

 

Forlani costruisce un racconto che si muove tra luoghi, lingue e memorie, da Parigi a Saragozza, sulle tracce dell’uomo dalle nove vite. A condurre l’indagine, più di un secolo dopo, è Franck, intellettuale nomade e scrittore in residenza, chiamato a ricostruire la gira di propaganda che Malatesta compie in Spagna tra il 1891 e il 1892, insieme al fedele Pedro Esteve, “l’amico spagnolo” che dà il titolo al romanzo. Come nei Detectives selvaggi di Bolaño – dove Ulises Lima e Arturo Belano cercano la misteriosa poetessa perduta Cesárea Tinajero – o come in 2666, dove i critici inseguono il fantasma di Benno von Arcimboldi, anche qui la ricerca si sdoppia, si moltiplica, diventa labirinto. Perché Malatesta – questo “Cristo senza gli orpelli della fede in Dio” come lo definisce l’amico Esteve – è ovunque e in nessun luogo: a Londra nascosto in una cassa di macchine da cucire, a Lampedusa immortalato in una fuga rocambolesca, a Paterson nel New Jersey tra i tessitori italiani, in Patagonia a cercar l’oro.

 

Malatesta non è un rivoluzionario nel senso ottocentesco del termine, ma una sorta di dandy anarchico che fa della propria vita un’opera d’arte totale, dove non c’è distinzione tra privato e pubblico, tra gesto politico e scelta estetica. Come Franck stesso, trent’anni di nomadismo alle spalle, che attraversa l’Europa di residenza in residenza (Ponza, Cognac, la Corsica, Saragozza), musicista con la fisarmonica, professore precario, “saltimbanco” per stato civile, “chierico vagante” in patrie lettere per amore.

Il parallelismo tra l’anarchico storico e lo scrittore contemporaneo è continuamente suggerito, attraverso un gioco di riflessi che struttura la narrazione. Entrambi condividono il nomadismo come condizione ontologica (“il cammino si fa andando”, recitano i versi di Antonio Machado), l’avversione per il culto della personalità, una fedeltà incrollabile all’idea di libertà declinata come movimento perpetuo. Quando Franck si chiede ossessivamente “come fare per far durare l’amore”, sta in realtà interrogando la possibilità stessa di un’appartenenza che non diventi prigione, che non si trasformi in una gabbia. La risposta arriverà solo alla fine, attraverso Marioara, come Ma-ríoara Tiron, la poetessa, la “gitana” che deve sparire, rompere ogni legame per sopravvivere: non si tratta di far durare l’amore, ma di essere “liberatori di farfalle”, essere tramite, interregno anziché collezionisti.

 

Il romanzo è strutturato in cinque quaderni che si aprono e si chiudono, si interrompono e si riprendono, mescolando piani temporali, registri narrativi, voci narranti. È un “manoscritto trovato a Saragozza” contemporaneo, che dialoga esplicitamente con quello di Jan Potocki. La narrazione procede per digressioni e il romanzo presenta una struttura a scatole cinesi in cui il racconto principale è inframezzato da altre storie narrate da altri personaggi.

Ma il fulcro del romanzo resta l’Europa degli anarchici, fatta di reti clandestine, di riviste stampate in scantinati, di indirizzi cifrati, di solidarietà che attraversano le frontiere. Il romanzo restituisce con precisione documentaria questo universo: le conferenze a Paterson dove Malatesta distribuisce paste ai bambini poveri invece di venderle; le sere a Londra quando lui ed Emma Goldman e Maria Roda discutono di amore libero; i circoli anarchici di Barcellona e Jerez; le fabbriche di tabacco cubane dove un operaio legge ad alta voce Bakunin mentre gli altri arrotolano sigari. Emerge un mondo di ossessioni, dalla giustizia sociale a quella per le biciclette, per la tipografia, per l’amore libero inteso non come promiscuità ma come rifiuto della proprietà sui corpi. Le donne che attraversano queste pagine sono tutte creature “pericolosamente vissute”, per usare l’espressione cara a Malatesta. Donne che scelgono, che combattono, che pagano a caro prezzo la propria libertà. Maria Roda che a quindici anni tiene testa in tribunale al giudice; Ada Negri che scrive versi incendiari; Rosa, l’ex compagna di Franck, che torna in Corsica per ritrovare sé stessa.

 

C’è un’immagine che attraversa tutto il libro come un leitmotiv: “El sueño de la razón produce monstruos”. In spagnolo, come in napoletano, sueño significa sia “sonno” sia “sogno”. Il sonno della ragione genera mostri, certo, ma il sogno della ragione – quello degli anarchici, dei rivoluzionari, degli utopisti – cosa genera? Forse altre forme di mostruosità – il terrore, il dogmatismo –, forse semplicemente la consapevolezza che “l’anarchia non può avvenire che a poco a poco, crescendo, gradualmente in intensità e in estensione”. Malatesta difende sempre la “propaganda del fatto” ma la subordina all’amore per l’umanità.

Il romanzo mescola finzione e documento, inserisce foto, manifesti, estratti di rapporti di polizia. La lingua si muove tra italiano, francese, spagnolo, e persino napoletano “lingua universale” – Franck è uno scrittore “senza patria” o, meglio, con troppe patrie, che parla la lingua rizomatica degli europei nomadi. La domanda che Franck si porta dentro – “come fare per far durare l’amore” – è in realtà un pretesto per la vera domanda, quella che attraversa tutto il libro: come vivere liberi in un mondo di muri, confini, identità obbligate? Come restare fedeli a un’idea senza trasformarla in ideologia? Come possono orientarci nel mondo le nostre idee senza tradire la natura del destino? Come amare senza possedere, appartenere senza imprigionarsi? “Amare tutti” certo “è come non amare nessuno”, si ripete la frase di Malatesta, e ora Franck sa più che mai che con la perdita di Rosa, venendo meno lei, viene meno l’umanità tutta intera. Ma anche questa consapevolezza non può bastare per restare fedele all’unico comandamento che si è imposto: mourir vivant. “Qualunque cosa facesse, in qualunque paese si trovasse o lingua parlasse, la sua unica condizione sarebbe stata sentirsi vivo, sempre”. Attraversare fino in fondo l’inquietudine significa allora continuare a tenere aperta la domanda sul mistero dell’amore e dell’amicizia.

 

Malatesta, morendo nel 1932 dopo dieci anni di confino fascista, lascia un testamento morale in una frase: “Non si scrive la storia mentre il combattimento è in pieno corso”. Ma l’autore ci dimostra che forse è proprio questo che bisogna fare: scrivere mentre si combatte, raccontare mentre si fugge, testimoniare mentre si tradisce e ci si lascia tradire perché “il viandante ansioso di varcare il torrente getta pietre una sull’altra”.

L’amico spagnolo è una di queste pietre. E come le vite di Malatesta e dei suoi compagni, come quelle piramidi su cui Potocki trascrisse i versi del poeta Jacques Delille durante il suo viaggio in Egitto, “la loro massa indistruttibile ha affaticato il tempo”. Così Franck e Antoine – e con loro tutti i nomadi, gli anarchici, i viandanti senza patria – faranno con la distanza: resisterle, affaticarla, renderla impotente di fronte all’amicizia. Perché ci sono legami che nessun confine può spezzare, e memoria che nessun esilio può cancellare.

 

Francesco Forlani, L’amico spagnolo, Exorma Edizioni, 2025, pp. 244, € 18

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