di Andrea Cortellessa
È la trecentesima della sessione. Alla catena di montaggio degli Esami è rimasto, della Cattedra, l’ultimo degli avventizi: quasi cinquantenne e senza prospettive di carriera (se tutto va bene, entrerà di ruolo alle soglie della pensione); pingue e dai baffi piangenti, non si può certo dire un adone (se n’è fatto una ragione quando un amico gli ha spiegato che il suo errore è considerarsi antropomorfo); in quell’interminabile pomeriggio, con la luce declinante dalle veneziane, è sfatto, esausto, nervoso. Più nervosa di lui la studentessa seduta dall’altra parte del tavolo, si torce le mani. «Va bene, mi parli di Keats». Per un secondo interminabile lei lo fissa negli occhi e poi, come duecento prima di lei, scandisce la formula imparata a memoria sull’antologia: «la poesia di Keats è un pino che si specchia in un laghetto alpino». A quel punto, racconta Guido Davico Bonino, «Giorgio prese carta e penna e si dimise all’istante». Nella mitobiografia di Manganelli l’episodio è meno gettonato dell’altro, più o meno coevo, secondo il quale nel corso dei sofisticati alpeggi ai quali invitava i suoi più o meno prestigiosi consulenti, come uno sposo al pranzo di nozze Giulio Einaudi passava di tavolo in tavolo, armato di forchetta, per infilzare a tradimento un rigatone dal piatto di ciascuno. Soavemente conversando di Keats, magari. Anche in quel caso, il Manga avrebbe preso il piatto coi rigatoni, si sarebbe alzato, e avrebbe rotto ogni rapporto con la casa editrice del divo Giulio.
Rovesciati a chiasmo, i due episodi si assomigliano. In entrambi i casi, al sedicente pavido Manganelli, riesce intollerabile la posizione d’autorità: tanto quella dell’autocrate coi suoi sottoposti quanto quella del presunto detentore di un certo sapere nei confronti della materia intellettualmente informe che, con quel rito umiliante per entrambi, gli toccherebbe plasmare («insegnare è una delle truffe più stupende […]. I giocatori delle tre tavolette, a confronto, sono dei santi», dirà in un’intervista: «l’insegnare una letteratura […] è una malvagità perché la letteratura non è insegnabile, assolutamente, come non ti posso insegnare la morte, non ti posso insegnare l’amore, non ti posso insegnare l’anima, non ti posso insegnare niente di ciò che conta»). La maschera tormentosa dell’«avventizio», che indossa Manganelli negli affaticati, troppo direttamente autobiografici racconti scritti prima del sospirato esordio di Hilarotragoedia, è stimmate di una derelizione esistenziale prima che sociale, di una diminutio d’origine («ha il carattere di una esclusione religiosa»; scrive ancora, in Ti ucciderò, mia capitale: «era un incaricato, niente più che un incaricato, un uomo cui ogni anno il provveditorato dava un incarico, il permesso di vivere un anno ancora; poi, l’anno prossimo, si sarebbe visto. Aveva trentatré anni, ed era incaricato. Come tutti gli incaricati, era un vigliacco, un pezzo di merda, il paria di una società di vili: era puntualissimo, era scrupoloso nei suoi doveri, veniva a scuola con la febbre, sì signor preside, sì signor preside, sì signor vice preside»; «il paternalismo di Saturno» del preside resterà sempre un’icona tormentosa: nel Lunario dell’orfano sannita è lui a ridurre «il fanciullo […] in suddito», con «quella vaga presunzione di colpevolezza che contrassegna l’indifeso di fronte al potere»).
Nel caso delle dimissioni dall’Università, a quanto risulta dai documenti dissepolti dagli archivi dall’infaticabile Graziella Pulce, non fu però la sua una decisione repentina come la descrive Davico Bonino; fu anzi un bradisisma interminabile. Era stato l’amico Gabriele Baldini (sopraffino musicologo e scrittore raro quanto prezioso, oltre che traduttore di Shakespeare e titolare della famosa Cattedra d’inglese al Magistero della «Sapienza») a cercare in ogni modo di attirare all’Università Manganelli, che da anni insegnava Inglese commerciale – sempre da «avventizio», si capisce – alle signorine degli Istituti tecnici di periferia. Nel ’56 c’era quasi riuscito, i colleghi convinti, le carte in ordine. Mancava solo la firma dell’interessato; e continuò a mancare. Sette anni dopo, ultraquarantenne, Manganelli finalmente “entra” come «Lettore ordinario»; tiene dei corsi suoi (su Defoe, Fielding, Milton, Donne, ovviamente Shakespeare), ma certo gli tocca pure la tonnara degli esami e, ancora meno tollerabile, quella delle tesi di laurea («un finto libro […] che spesso non viene scritto e di rado viene letto»). Nel ’68, un soprassalto. Ricorda Viola Papetti, l’altra avventizia di Cattedra che col Manga finisce avvinta da un decennale affair, tanto carnale quanto stilnovistico (nottetempo ha pubblicato le Lettere senza risposta di lui), che nel corso di un’assemblea tesa e affollata a un certo punto inopinatamente si alzò Manganelli con un discorso fiammeggiante in favore del movimento degli studenti, fra gli applausi dei colleghi che non lo avevano mai sentito aprire bocca («Sono come il vecchietto che carica il cannone nei film western», ridacchia poi; istigato dalla moglie Natalia Ginzburg, agli studenti durante l’occupazione Baldini porta supplì caldi e fiaschi di vino rosso).
La compagna Ebe Flamini da un pezzo lo ha convinto a insegnare (sì, non si può dire che così) agli adulti del Movimento di Collaborazione Civica, un’emanazione del Partito Radicale (vi si era iscritto nel ’55), dove in quel ’68 approva le «proteste» contro le «mediocri vessazioni intellettuali» di un’Università ridottasi a veicolo di «una cultura dimezzata […] che è uno strumento di potere e che per ciò stesso ha cessato di essere una cultura» (le lezioni sono state pubblicate da Emanuele Dattilo sul numero 44 di «Riga»). Ed è un’istituzione programmaticamente antiautoritaria, il DAMS di Bologna, che nella persona di Luciano Anceschi lo tenta nel ’72. Anche stavolta pare tutto apparecchiato, lui prende congedo dalla «Sapienza», ma alla fine declina l’offerta con la scusa che lì «si mangia troppo male». Le dimissioni definitive dall’Università (le quali, scrive Pulce, «semplicemente formalizzarono una situazione diventata non più sostenibile») arrivano nel ’74: evaso da quel meccanismo «autofagico, autoperfezionantesi e autodenigrantesi», incapace di «inventare» e anzi «strumento della disinvenzione più oculatamente amministrata», il Manga si tuffa nel giornalismo dove, dirà in un’altra intervista, almeno si prova a «inventare la realtà».
Il suo eroe, si capisce, non poteva che essere Pinocchio: gli dedica saggi brillanti (uno appunto nel ’68, in Laboriose inezie) e nel ’77 un libro intero, il fantasmagorico Pinocchio: un libro parallelo. E Pinocchio torna spesso anche negli Improvvisi per macchina da scrivere destinati appunto ai giornali. In uno di loro però (Ha ragione Pinocchio, 1981) pare indicare una dialettica malgrado tutto formativa: «se la scuola delude, se la scuola copre di noia discorsi densi di inesauribile letizia dell’anima», ebbene le sue storture anticipano quelle della vita “fuori”: da quel «labirinto» si esce «oscuramente offesi, pronti alle ulteriori offese degli anni a venire». È per questa via contorta, per questa selva oscura che davvero l’insegnamento involontario di Manganelli ha nutrito e continua a nutrire (per esempio gli scrittori venuti dopo di lui, come ampiamente illustrato da Emiliano Ceresi).
P.S. Nelle Note di qualifica dei professori di ruolo, le scartoffie che Manganelli deve compilare all’atto di prendere servizio all’Università (riprodotte da Graziella Pulce in appendice al suo saggio), in pratica ogni voce – «dati anagrafici e di famiglia, servizi militari e civili prestati» –, in quello straordinario «Lettore ordinario», pare fatta apposta per indurre pensieri e ricordi spiacevoli. In particolare lascia in bianco la voce «Partecipazione alla lotta per la liberazione» (obliterando deliberatamente, come sempre farà in pubblico, la diserzione dal Regio Esercito, l’adesione al Partito Comunista, la presidenza del Comitato insurrezionale, il ruolo di sindaco del paese d’origine Roccabianca per il C.L.N.). Chissà come riconsiderava, nella circostanza, l’episodio-chiave. Quando nel marzo del ’45, catturato e messo al muro dalle Brigate Nere, fu salvato da un loro ufficiale che all’ultimo momento riconobbe l’insegnante d’inglese di sua figlia: «L’è miga lù, l’è miga lù; lù l’è al profesor ad me fiòla!»
Contiene saggi, ricordi, materiali inediti e rari il volume La lezione di Manganelli, originato da una serie di incontri occasionati dal centenario dello scrittore (15 novembre 2022): dalla riproduzione delle dediche, alcune delle quali veri e propri poemetti verbovisivi, apposte ai libri donati alla collega (e amante) Viola Papetti, che li commenta a tanti anni di distanza, all’inedito commento a un’intervista televisiva allo scrittore di fantascienza Arthur C. Clarke, artefice della parabola che aveva originato 2001: Odissea nello spazio di Kubrick, andato in onda nel 1984 e recuperato da Emiliano Ceresi. Dal Manganelli docente, anche nei ricordi d’una sua studentessa all’Istituto Professionale negli anni Cinquanta, al complice degli artisti del suo tempo (Novelli e Baruchello, Melotti e Serafini) esposti alla mostra Illustrazioni per libri inesistenti, tenutasi nel 2023 al Museo di Roma in Trastevere: scorrono in queste pagine alcune delle facce meno note di un poliedro dai riflessi inesauribili.
La lezione di Manganelli, a cura di Andrea Cortellessa e Giovanni Sampaolo, Prospero, 2025, 384 pp., € 30
[Una versione più breve di questo articolo è uscita sul «Corriere della Sera»].