di Paolo Costa

 

[LPLC si prende qualche giorno di pausa. Dal 24 dicembre agli inizi di gennaio pubblicheremo senza rispettare la nostra solita cadenza quotidiana. Naturalmente il 31 arriverà la tradizionale playlist. Auguriamo a tutte le nostre lettrici e ai nostri lettori feste serene, buona fine d’anno e buon inizio di 2026!].

 

Zarathustra sull’altopiano

 

In ogni epoca – e non credo che la nostra sia diversa sotto questo rispetto – esistono persone che prendono la vita di petto. Mi riferisco a quel gruppo di uomini e donne che non si accontentano del “senso” che gli viene fornito dalle pratiche quotidiane (lavoro, tempo libero, affetti), ma si interrogano, per così dire, sul “senso del senso”. Sono coloro che si domandano con veemenza come si faccia a non sprecare la propria esistenza; o se abbia veramente senso vivere se non si dedicano il proprio talento e le proprie energie a qualcosa di nobile; che soffrono al pensiero che la vita sia tutta “qua”, nel trantran giornaliero e nei suoi miseri affanni. Teste, cuori, budella in subbuglio, insomma.

Non saprei dire in quale bacino culturale peschino oggi persone del genere, ma immagino che Nietzsche sia ancora un autore che parla a individui che, quando si tratta di fare i conti con l’esistenza, preferiscono il martello allo scalpello. D’altra parte, l’inventore dell’avatar moderno di Zoroastro è stato un caso di studio fin dalla nascita del suo culto postumo. Ne scrisse con tempestività, ad esempio, Ferdinand Tönnies, uno dei padri della sociologia moderna e lettore precoce e simpatetico dei testi giovanili del teorico del superuomo.[1]

 

Nietzsche, in effetti, ha inventato un nuovo modo di essere una persona che prende di petto l’esistenza. La novità sta più nel tono che non nei contenuti – non diversi, tutto sommato, dai capisaldi del controilluminismo, sorto nel grembo stesso del razionalismo e dell’utilitarismo moderni. Il dionisiaco, la morale degli schiavi, la fedeltà alla terra, l’oltreuomo, il nichilismo, la morte di Dio, le amicizie stellari: se i suoi eredi detenessero il copyright delle Denkfiguren memizzabili che sono state estratte dalle sue opere vivrebbero una vecchiaia serena.

L’enfasi nietzschiana è proverbiale: per lui tutto è o potente, vitale, crudele, siderale, mostruoso, abissale o, al contrario, vile, debole, malato, servile. L’esasperazione è la Stimmung in cui prendono forma i suoi pensieri. C’è qualcosa nell’animale umano che lo fa uscire dai gangheri. Il più classico dei rage baits nietzschiani è l’incapacità degli individui moderni di essere all’altezza delle parti migliori di sé: la facilità, cioè, con cui cedono al risentimento, al disincanto, alla comodità – a un benessere che non vale nulla (erbärmliches Behagen).[2] Contro la fiacchezza di un io diviso o “specchiato” Nietzsche sprona i suoi lettori a “divenire ciò che si è”. Un simile imperativo implica fedeltà assoluta alla terra, la dedizione a una vitalità incontenibile che reclama continuamente più vita e, lungo la strada, scopre la propria natura di volontà di potenza – la brama di uno stato di incessante generatività – mostrando così di che stoffa sia fatta la vera “nobiltà” (Vornehmheit).

 

La montagna è l’ambiente più propizio per intuire e metabolizzare verità così abissali. Non a caso Zarathustra si ritira sui monti tra i trenta e i quarant’anni per godere, senza stancarsi, del suo spirito e della sua solitudine.[3] Ed è solo perché si sente come un calice traboccante che sceglie, a un certo punto, di scendere dalle vette e tornare temporaneamente umano prima di spezzare il cavo che lo lega alla bestia per trasformarsi definitivamente in un superuomo: un essere capace di rinunciare una volta per tutte alla propria natura gregaria.

È in Engadina, in effetti, che Nietzsche viene fulminato dall’immagine dell’eterno ritorno dell’identico. In un tempo infinitamente ciclico – più precisamente: nell’“attimo immenso” che lo ingloba – lo scarto tra essere e divenire si annulla e chi dimora in una temporalità del genere può non solo accettare senza dubbi o retropensieri che sia tutto qua, ma rallegrarsene con il cuore colmo. Un uomo che ama a tal punto la vita smette di desiderare e si inebria di questo suggello divino dell’esistenza, dicendo sì a tutto – senza eccezioni.

 

Dove Nietzsche e Marx si davano la mano…

 

Ma come campava Nietzsche? E che ci faceva sulla riva del lago di Silvaplana nell’estate del 1881?

Oggi diremmo che era un baby pensionato. La sua salute era quella che era. La sua cerchia di amici, ammiratori e famigliari era benestante e relativamente solidale. Solo così poteva permettersi di vagabondare nel “mezzogiorno europeo” (e, per suo tramite, nel profondo Oriente di cui, ai suoi occhi di uomo del nord, il Meridione era l’erede), sfogando creativamente il suo stato di costante esasperazione. Per usare una categoria resa popolare da Raffaele Alberto Ventura, Nietzsche è stato uno dei primi membri della classe disagiata, ignaro dei rischi esistenziali a cui si espone chi si atteggia a ventriloquo di Zarathustra nel mercato del lavoro moderno.[4]

 

Comprensibilmente, quando si entra in contatto con questo tipo di retorica roboante può venire voglia di rimettere saldamente i piedi per terra e riportare il discorso su un piano meno astrale. Impressionati dal carattere schiettamente sovrastrutturale delle speculazioni sul senso del senso, può capitare allora di riprendere in mano gli scritti di Karl Marx e dare una spiegazione banalmente materialistica degli epinici fuori tempo massimo sulla nobiltà spirituale.

È esattamente quello che ha fatto Andrea Membretti nel suo ultimo libro – Diventare montanari: viaggio tra i nuovi abitanti delle terre alte – riflettendo, con il brio che si possono permettere solo gli studiosi navigati, su uno dei fenomeni sociali più interessanti degli ultimi decenni: la rinascita culturale, simbolica e persino demografica, delle terre alte in tutti i paesi dell’arco alpino.[5] Membretti studia da anni empiricamente questa trasformazione e, malgrado l’evidente passione per l’ambiente naturale in cui svolge le sue ricerche, lo fa cercando di mantenere un atteggiamento neutrale, avalutativo, prudenzialmente disincantato rispetto all’entusiasmo stabilmente sull’orlo dell’ebbrezza che caratterizza invece i testi della maggioranza degli autori che hanno posto la montagna al centro della loro attività artistica, letteraria, intellettuale (incluso – è inutile nascondersi dietro un dito – lo scrivente)[6].

 

Al pari di Marx, Membretti non si fa intenerire dalle dichiarazioni di principio. Sì, certo, le parole sono importanti, ma uno stomaco pieno o vuoto resta un fattore decisivo quando si tratta di spiegare i comportamenti delle persone. “Stomaco”, qui, è una metonimia. Sta, cioè, per patrimonio o dichiarazione dei redditi. Non è soltanto che l’idea dell’eterno ritorno dell’identico può apparire meno inquietante se uno sa già che rinascerà benestante anziché pitocco. Ancora più importante è stabilire se il pensiero che ti ha folgorato sulla via di Damasco ti è venuto in mente a Sils Maria o a Cartignano. Consapevole di ciò, Membretti si munisce della pazienza indispensabile in montagna, si mette in marcia e viaggia lungo l’Alpenland (e oltre) per disegnare l’identikit delle persone che cercano, se non la salvezza, almeno un ricovero temporaneo nelle valli o tra le vette, anche in un tempo storico in cui i ripari sembrano irrimediabilmente perduti.[7]

 

La prima cosa da capire è chi migra verticalmente?

Non stiamo parlando di folle, ben inteso. Il trend è comunque da almeno un decennio statisticamente rilevante in tutti i paesi dell’arco alpino. La tendenza al ripopolamento delle cosiddette aree interne è ancora a macchia di leopardo, ma non riguarda un’unica tipologia di località montane. Com’è sempre accaduto nella storia, anche quando si dirige verso le vette, la gente si sposta per cambiare in meglio la propria vita. La natura di questo “meglio”, ovviamente, dipende dal punto di partenza. Fa una bella differenza, infatti, se quello che ti lasci alle spalle è un affitto troppo oneroso, una vita stressante o una fase della tua esistenza che ti è venuta a noia. A seconda dei casi la montagna può assumere un aspetto fatato, essenziale o semplicemente spartano.

 

A Crans-Montana, per dire, il principale problema può essere il collegamento con l’aeroporto. Ai Piedi delle Alpi Cozie una connessione Internet traballante può rivelarsi un impiccio considerevole per chi, dopo la pandemia, ha optato per il telelavoro. Ma per Ali, cinquant’anni, fuggito dal Pakistan, Pettinengo è chiaramente un rifugio i cui pregi si misurano con standard molto meno raffinati.

Una domanda forse ancora più interessante, poi, è chi parla più volentieri della propria scelta di migrare verticalmente. Non sorprendentemente, nelle indagini di Membretti chi ha meno da perdere ha cose più interessanti da dire. Non i ricchissimi, cioè, né i poverissimi. Marx non ne sarebbe sorpreso. Ma nemmeno Nietzsche, suppongo. Il ceto medio è riflessivo proprio perché è la classe più sensibile al destino precario dell’animale esasperante. È composto, infatti, da chi, pur avvertendo il fascino dell’eterno – o, almeno, di qualcosa un po’ più solido di quella che Hartmut Rosa ha descritto recentemente come la “stasi frenetica” della forma di vita iperaccelerata e non risonante imposta dal nuovo capitalismo[8] – ha molto meno a cuore la ricorsività dell’identico. Si tratta di persone alla caccia di un’altra vita e con idee allo stesso tempo chiare e confuse. Scavando tra le righe del libro si intuisce che l’autore preferisce sospendere il giudizio circa il valore intrinseco di questo bisogno immateriale. Può darsi che alla base ci sia solo un moto dell’anima contrastivo – una fuga precipitosa da un mondo percepito come ostile che probabilmente non sopravviverà all’urto di una realtà che si conosce approssimativamente e a cui non si è pronti a dire un sì incondizionato – ma non si può escludere che il movente sia ben più solido, ad esempio il rifiuto motivato di una forma di vita alienata e alienante.

 

Se si assume una prospettiva nietzschiana sulla questione, le testimonianze di Roberta, Max e Nina raccolte nel secondo capitolo sono interessanti, ma dubito che Marx le avrebbe giudicate significative dal punto di vista di una topografia del conflitto di classe contemporaneo.[9] Penso che non si tradisca il succo dei loro racconti se le si descrive come persone impegnate a divenire ciò che sono, desiderose cioè di sanare o, quantomeno, tamponare le scissioni moderne, che rendono frustrante la ricerca dell’identità a chi non ha urgenze quotidiane assillanti o non può permettersi di agire da free rider nel paese dei balocchi allestito nelle gated communities del Mercato globale.[10]

 

Di conseguenza, sono soprattutto le reticenze speculari degli ultraricchi e degli indigenti a fornire lo spunto migliore per provare a riflettere sul peso che il cambiamento climatico sta già avendo nelle strategie individuali di gestione anticipata della policrisi contemporanea, incalzate dal sentore che un punto di rottura epocale si stia avvicinando più rapidamente di quanto non avessero pronosticato persino i futurologi più pessimisti solo un decennio fa. Quando l’orizzonte temporale si restringe, evidentemente, l’impulso conta più dei ragionamenti, sia esso l’istinto a rinchiudersi in una fortezza o quello a tirarsi fuori dai guai, costi quel che costi. Da questo punto di vista, la qualità “salvifica” dell’ambiente montano non presenta nessuna opacità o doppio fondo: è sotto gli occhi di tutti. In montagna fa più fresco e l’aria è migliore. C’è meno gente. Quasi ovunque – anche se non dappertutto – la vita costa meno. Non sarà quello che ha spinto Zarathustra a ritirarsi tra le vette, ma se ciò che più o meno tutti siamo è desiderio di più vita, prepararsi a diventare montanari potrebbe essere una scelta lungimirante se nel giro di pochi anni una casa in montagna cesserà di essere un bene posizionale e diventerà una merce primaria scarsa.

 

Asces(s)i

 

Non so se ci sia qualcuno, tra quanti leggeranno questo articolo, che è mai stato a Crans-Montana. Io non ci ho mai messo piede, ma Andrea Membretti descrive questa cittadina svizzera del Canton Vallese come una sorta di allegoria dell’informe tarda modernità in cui siamo impantanati, il cui motto, prevedibilmente, non ammette retropensieri: “Crans-Montana: Absolutely!”

La città, relativamente piccola ma chiaramente di impronta urbana, si estende su tutto l’altopiano, sfruttandone appunto per esteso la dimensione planiziale, costellata da alcuni piccoli laghi. Dimensione che ha consentito la costruzione di decine e decine di grandi edifici, in media a cinque o sei piani, le cui architetture – tutte diverse, a seconda dell’epoca di edificazione – sono però accomunate da un’idea (certo vaga e con ampio margine di interpretazione), da una sorta di archetipo socialmente inventato, ovvero quello dello chalet.

 

Tetti a doppia falda spiovente, balconi di legno, gerani alle finestre, rivestimenti esterni di larice o di abete sono gli elementi caratterizzanti di grandi condomini, realizzati per lo più in cemento armato e mattoni forati tra gli anni Sessanta del secolo scorso e i primi due decenni dell’attuale.

Lungo le vie, negozi che vendono grandi marchi della moda e del lusso ma anche baretti e supermercati tra cui il famoso Migros, dai prezzi quasi abbordabili anche per noi italiani. E poi, come scoprirò nei giorni seguenti, molti servizi: culturali, sanitari, per il benessere personale, per lo sport. E scuole (private ma anche pubbliche), centri linguistici, biblioteche, circoli e spazi di incontro. Quello che ci si aspetta di trovare in una città, insomma, molto meno in un centro turistico.[11]

 

Crans-Montana, di cui ammetto di avere una rappresentazione fantasiosa, io la associo a Dubai, un altro posto che non mi è mai passato neanche per l’anticamera del cervello di visitare. Sono entrambi luoghi in cui uno va, suppongo, per togliersi ogni residuo dubbio sul fatto che qualsiasi concezione “situata” della libertà sia ormai un atavismo. Immagino che, se Hegel volesse riformulare oggi la sua critica alla teoria e pratica della libertà assoluta cercherebbe i suoi esempi non tanto nel giacobinismo politico, quanto nel giacobinismo turistico. “La libertà universale”, d’altro canto, “è soltanto la furia del dileguare”.[12] Die Furie des Verschwindens: una sintesi efficace degli effetti del turismo globale sui modi contemporanei di abitare i luoghi.

 

Detto ciò, non serve abbracciare una forma di romanticismo massimalista, per chiedersi quanto sia esistenzialmente profonda la contraddizione portata a galla da Andrea Membretti giustapponendo modi diversi di cercare nelle terre alte una via di fuga dall’esistente. Può darsi che nel capitalocene diventare ciò che si è significhi sbarazzarsi una volta per tutte dei residui scrupoli morali e calarsi senza remore o retropensieri nella posizione a cui la sorte ci ha destinato. Forse, però, ascoltare cos’hanno da obiettare le persone intorno a noi che, malgrado il culto corrente per tutto ciò che è smooth, prendono ancora di petto la vita, potrebbe rivelarsi una scelta saggia sul lungo periodo.

Spostare la residenza a Crans-Montana come risposta al riscaldamento globale è un ottimo esempio del miserabile benessere che faceva infuriare Zarathustra. Eppure, Membretti, nel suo sano realismo marxiano, fa notare, con mirabile autocontrollo, come una fuga nei pur più affascinanti “villaggi Walser, che si trovano nella vicina valle di Anniviers”, dove “possono risiedere solo poche decine di persone, a molti chilometri di auto dai centri urbani”, non è detto che sia una scelta più sostenibile che vivere in agglomerati metromontani dove a fronte di interventi di efficientamento energetico, riduzione dei consumi e mobilità sostenibile, i grandi chalet-condominio di Crans-Montana possono giovarsi di economie di scala nella loro gestione, così come gli abitanti di questo luogo possono attivare strategie di sharing e condivisione di costi e consumi (ad esempio il teleriscaldamento), mentre i servizi di base o la logistica delle merci si possono configurare in relazione a numeri significativi di abitanti, riducendo gli impatti ambientali in termini di mobilità complessiva, spostamento delle merci, rifornimenti e così via.

 

Anche l’adattamento al cambiamento climatico o la prevenzione dei rischi idrogeologici potrebbero essere migliori […] grazie alla concentrazione delle risorse disponibili, alle sinergie tra i vari soggetti locali, alla riduzione dei costi di mitigazione in rapporto ai singoli abitanti: alle economie di scala, insomma.[13]

E tuttavia, volendo prendere di petto la questione, rimane un briciolo di curiosità per lo sdegno con cui Zarathustra osserverebbe questo tipo di migrazioni ascensoriali. Resta il dubbio, infatti, che il nodo sia altrove e che tocchi corde profonde della nostra stessa identità personale. Sto pensando, ovviamente, ai valori forti che usiamo, saltuariamente, per misurare il senso del senso delle nostre esistenze. Lo facciamo di rado, perché l’esasperazione di Nietzsche e la retorica roboante con cui si esprime sono il sintomo di uno stato d’animo che una persona che prenda sul serio l’obiettivo di diventare ciò che si è non può desiderare di mantenere a lungo. Chi mai vorrebbe vivere eternamente in un raptus di indignazione, tanto più se siamo sedotti dall’idea di poter un giorno “partorire una stella danzante”, essendo che “ogni piacere vuole eternità […] profonda, profonda eternità”?[14]

 

È verosimile che Marx, esasperato dalle ingiustizie economiche che aveva sotto gli occhi, avrebbe liquidato gli attacchi di bile di Zarathustra come paturnie piccolo-borghesi destinate a svanire in un lampo una volta escogitato un modo di produzione meno irrazionale di quello capitalistico. Siccome, però, molti di noi stanno perdendo fiducia nel fatto che la specie umana possa sopravvivere alla Grande Trasformazione moderna, viene da chiedersi se non sarebbe il caso di conservare il succo del radicalismo nietzschiano, quantomeno per ragioni prudenziali. Premesso che la retorica roboante certamente non serve né per arrivare a fine mese né per arginare la crisi climatica, pare più difficile rinunciare al pathos con cui misuriamo la magnitudine del pasticcio in cui ci siamo infilati. Mi spiego con un esempio ormai canonico e, poi, concludo il mio ragionamento. ChatGTP, senza dubbio, se la caverebbe benissimo se le chiedessimo di imitare lo stile oratorio di Zarathustra. Basta avere metabolizzato ogni parola del capolavoro di Nietzsche e aggiungere, in sovrappiù, le voci delle schiere di imitatori ed epigoni posteriori per produrre un pattern inconfondibile. Ma che dire del pathos? Per quello serve invece un nonsoché di non meccanizzabile. Occorre, cioè, un malmostoso baby pensionato che, seduto davanti a un incantevole lago alpino, dica un sì alla vita talmente risonante da fargli quasi perdere la ragione.

 

Per diventare montanari quel pathos non è indispensabile: questo è un dato di fatto. Ciò non toglie, però, che valga la pena rovistare nel desiderio cocciuto di cambiare vita che pungola almeno alcuni degli aspiranti montanari studiati con competenza e intelligenza da Andrea Membretti. L’obiettivo, alla fine, è capire se in esso si annidi almeno un embrione di quella forza d’animo di cui nei prossimi anni avremo un disperato bisogno per non cedere allo sconforto nei tempi duri e cupi che ci attendono appena dietro l’angolo.

 

Note

 

[1] Cfr. F. Tönnies, Il culto di Nietzsche. Una critica, a cura di E. Donaggio e D.M. Fazio, Editori Riuniti, Roma 1998. Un’anticipazione del testo è stata pubblicata nella sezione “Archivio” del primo numero della “Società degli individui” (1, 1998, pp. 87-140), insieme a un perspicace profilo filosofico-morale di Nietzsche scritto da Georg Simmel e a un saggio di Frederick Olafson sul volontarismo filosofico.

[2] Cfr. F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra. Un libro per tutti e per nessuno, a cura di M. Montinari, 2 voll., Adelphi, Milano 1985, vol. I, p. 7.

[3] Cfr. F. Nietzsche, La gaia scienza, a cura di F. Masini, Adelphi, Milano 1986, § 342, pp. 202-203.

[4] Cfr. R.A. Ventura, La conquista dell’infelicità. Come siamo diventati classe disagiata, Einaudi, Torino 2025.

[5] Cfr. A. Membretti, Diventare montanari: viaggio tra i nuovi abitanti delle terre alte, People, Busto Arsizio (VA) 2025.

[6] Cfr. P. Costa, L’arte dell’essenziale, Bottega Errante, Udine 2023 e, di prossima uscita presso lo stesso editore, Per amore dei monti.

[7] Cfr. G. Mazzoni, Senza riparo. Sei tentativi di leggere il presente, Laterza, Roma-Bari 2025.

[8] Cfr. H. Rosa, Perché la democrazia ha bisogno della religione, il Mulino, Bologna 2025, pp. 34, 41, 70, 81.

[9] Cfr. A. Membretti, Diventare montanari, cit., pp. 84-96.

[10] Cfr. P. Costa, Il sacro obliquo. La montagna come santuario delle antinomie moderne, in “Annali di Studi Religiosi”, 26, 2005, pp. 461-482.

[11] Cfr. A. Membretti, Diventare montanari, cit., pp. 20-21. Vale la pena di affiancare alla lettura del primo capitolo del libro che sto discutendo (“Upper class. La bon aire des Alpes”) il sesto racconto contenuto in D. Szalay, All That Man Is, Jonathan Cape, London 2016, pp. 198-232). “This is it. This is all there is. There is nothing else. … Everywhere he looks, he sees money. … The lush glow of everything. Outside, green slopes strive skywards, rich with evening sunlight, thickly gold” – è quello che passa per la testa di James, il protagonista della storia, mentre viaggia verso la località alpina dove dovrà valutare la redditività di un investimento immobiliare (ivi, pp. 199-200). Del libro esiste una traduzione italiana: Tutto quello che è un uomo, Adelphi, Milano 2017.

[12] Cfr. G.W.F. Hegel, Fenomenologia dello spirito, a cura di V. Cicero, Rusconi, Milano 1995, p. 791.

[13] Cfr. A. Membretti, Diventare montanari, cit., pp. 71-72.

[14] Cfr. F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra, cit., vol. I, p. 11 e vol. II, p. 278.

2 thoughts on “La lusinga di diventare ciò che si è. L’eterno ritorno dell’identico nel capitalocene

  1. “Il me fallait d’abord ces espaces retentissants et déserts qui précèdent les montagnes, puis monter et respirer enfin cet air argenté et limpide, dominer de brunes étendues. J’ai toujours détesté la foule. J’aime les déserts, les prisons, les couvents ; j’ai constaté aussi qu’il y a moins d’imbéciles à trois mille mètres d’altitude qu’au niveau de la mer. (Ce sont évidemment les réflexions d’un homme de cinquante-sept ans, resté timide et peu doué pour la galanterie, avec tous les regrets que ce triple état comporte.)”
    (Jean Giono, Voyage en Italie, 1953)
    Interessante soprattutto, per un raffronto con Nietzsche, il contenuto della parentesi.
    Sarebbe anche da indagare se il numero degli imbecilli è inteso in senso assoluto, per chilometro quadrato, o rapportato alla densità di popolazione.

  2. Coi miei ancora per poco 57 anni posso garantire che i romani scelsero bene il luogo per fondare l’Urbe, e l’intelligenza non decolla salendo cocuzzoli abitati da sparse comunità, le cui menti solo i moderni mezzi di comunicazione aprono, come pur dimostra questo mio interventuzzo sconclusionato scritto a metri 297 sopra il livello del mare, inane come del resto ogni commento parassitario che vive di luce riflessa.
    La montagna, il faro…si può vivere da misantropi meglio in città, senza Tv, leggendo un buon giornale, tanti libri e lasciando il tablet a casa e la funzione del telefono ivi installata sempre spenta.

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