Riflessioni a partire da Emilia Marra, Corpi Dispensabili. La frontiera sperimentale e la sperimentazione alla frontiera
di Antonio Ricciardi
Ecologie della trasformazione, rubrica a cura di
Emanuele Leonardi e Giulia Arrighetti
La figura del migrante costituisce oggi un punto di snodo fondamentale per indagare, con mezzi e scopi filosofici, tanto l’economia politica quanto il quadro giuridico e normativo contemporaneo. Da questo punto di vista, il corpo migrante è in una relazione costitutiva con un’altra nozione fondamentale della modernità: quella di frontiera. Sandro Mezzadra e Brett Neilson, come giustamente fa notare Emilia Marra all’interno del suo Corpi Dispensabili. La frontiera sperimentale e la sperimentazione alla frontiera (Orthotes Editrice, 2025), hanno già ampiamente messo in luce la co-appartenenza di queste due figure che, lungi dal costituire delle semplici zone d’eccezione del diritto, sembrano funzionare più alla maniera dei tagli agenziali di Karen Barad. La fisica e filosofa americana, prendendo a prestito le intuizioni di Niels Bohr elaborate nell’ambito dei suoi studi di meccanica quantistica, ama infatti parlare di intra-azione: una forma di relazione che, piuttosto che mettere in contatto due termini già perfettamente individuati, si fa essa stessa produttrice di individuazione. I termini, in sostanza, prima di entrare in relazione sono sempre indeterminati, guadagnando una determinazione reciproca solo a valle di questo incontro intra-attivo. Così come l’apparato tecno-sperimentale del fisico quantistico si determina solo attraverso l’incontro con l’elettrone, allo stesso tempo non ha senso parlare di particelle all’infuori di questo specifico setting laboratoriale che crea le condizioni a partire dalle quali quel fenomeno può emergere e informarsi.
È in questo stesso senso che, secondo Marra, così come per Mezzadra & Neilson, va anzitutto pensata la natura del rapporto tra frontiera e migrante: i due termini sono in un rapporto di presupposizione reciproca e necessitano l’uno dell’altro per determinarsi. Gli apparati di sorveglianza di frontiera, i cosiddetti techno-borders, funzionano allo stesso modo degli apparati strumentali dei fisici: nell’incontro con i loro oggetti di indagini essi scoprono quel taglio agenziale, quella frontiera, che assegna ruoli e funzioni, diritti e privazione di diritti, umanità e bestialità. Il peso specifico del testo di Marra, lungi dall’esser riducibile a questa sola presa di posizione, ha il pregio di utilizzarla come punto di partenza per rileggere – con lo sguardo acuto della genealogista – tutta la vicenda storica del corpo dispensabile.
È infatti dentro il perimetro della frontiera pensata come una fabbrica che produce individuazione che prende corpo la genealogia del corpo dispensabile. Frontiera mobile, che attraversa il corpo sociale seguendo dei percorsi che, per essere controeffettuati, necessitano di uno sguardo storico-filosofico attento. In che senso un corpo può esser detto dispensabile? A partire da quali condizioni? E per quali fini? È mediante la storia della medicina che possiamo recuperare il bandolo della matassa. L’ipotesi, allora, è quella secondo la quale “la medicina sia in effetti una scienza del confine, dove con questa espressione si intende la necessità metodologica di fissare di volta in volta il margine lungo il quale il corpo, oggetto della pratica, diventa corpo dispensabile, quindi condizione di possibilità della sperimentazione in quel campo” (Marra 2025, p. 72).
È dentro il quadro dell’elaborazione della scienza medica, perciò, che fa il suo ingresso questa idea di corpo qualsiasi sul quale è possibile condurre ogni sorta di sperimentazione. È anzitutto il corpo del moribondo – e il suo corrispettivo sovrano: il condannato a morte – ad incarnare per primo questo statuto: terreno di conquista di una scienza medica che, in nome della sua stessa costituzione, è libera di sperimentare tecniche e rimedi per averla vinta su quella morte che, in ogni caso, sarebbe giunta inevitabile anche senza l’intervento del medico. Difatti:
nel moribondo il medico trova allora un luogo privilegiato di esercizio della propria pratica, uno spazio di lavoro in cui il suo rispondere all’imperativo della vita a tutti i costi gli permette di passare […] dall’attendismo all’interventismo. Il moribondo è la figura intorno alla quale i medici si raccolgono, l’evento ogni volta unico, la singolarità sulle spalle della quale la scienza medica allarga i propri orizzonti, il punto in cui umano e disumano convergono, e con essi i contorni di ciò che è lecito e di ciò che non lo è si assottigliano (Marra, pp 25-26).
Il moribondo e il condannato a morte sono due siti di svuotamento, sia ontologico che giuridico. Entrambi posti al di fuori del diritto, entrambi in possesso di un’umanità degradata, offrono un corpo sul quale ogni sperimentazione diventa possibile. La sperimentazione medica, in questo senso, non costituisce solo una prassi che va ad inscriversi all’interno di una corporeità ridotta. Al contrario, essa, proprio come la frontiera, istituisce il proprio oggetto: è infatti solo e soltanto nel quadro della sperimentazione medica che il moribondo o il condannato sono recuperati alla dinamica sociale, esattamente mediante la propria dispensabilità. Si tratta di un passaggio di cruciale importanza. Non è più infatti questione di circoscrivere una parte di popolazione all’interno di perimetro di marginalità, quanto piuttosto di mettere a lavoro questa marginalità, trasformando i corpi dei moribondi o dei condannati in una risorsa preziosissima per l’intera quota non-marginale della società. Si tratta, a tutti gli effetti, di dare vita ad una macchina che, attraverso l’instaurazione di una soglia – una frontiera, tanto ontologica quanto giuridica -, si occupa di produrre un’umanità seconda immediatamente recuperata alla dispensabilità. Infatti, “nella pratica della sperimentazione clinica, farmaceutica e […] digitale, non si tratta solo ed esclusivamente di individuare di volta in volta il corpo dispensabile sul quale sperimentare, ma di riprodurre costantemente […] corpi dispensabili” (p. 80). Ma quello che ha al suo centro la figura del condannato a morte (per malattia o per giudizio) è solamente il prototipo di una macchina il cui phylum macchinico è lungi dall’arrestarsi. Come mette in luce l’autrice a partire dal secondo capitolo del testo – “Il corpo produttivo” – sono il vagabondo e l’internato che, dall’inizio del diciannovesimo secolo, diventano la materia grezza prodotta e lavorata da questa macchina. Mutatis mutandis è lo stesso codice epistomologico della macchina a trasformarsi. A venire convocata è una vera e propria disciplina del tempo, che irrompe e si configura come interfaccia di produzione della dispensabilità. Il vagabondo è criminalizzato proprio a partire dalla peculiare relazione con il tempo, il lavoro e la produzione che egli instaura.
Il territorio dal quale i vagabondi dipartono si impoverisce, perché la diminuzione dei lavoratori disponibili agisce in funzione contraria alla concorrenza: […] la mancanza di braccia disponibili a lavorare per poco meno di niente costringe i produttori ad alzare i salari, con il rischio di travolgere l’intero sistema economico di un territorio già in affanno. Inoltre, i superflui che si mettono a vagare fanno sì che il debito in termini di imposte da loro non saldato venga ripartito sulla popolazione che rimane su quel territorio, portando all’aumento dei tributi. La colpa del vagabondo non sta allora nel suo consumare senza produrre, bensì nel suo perturbare la produzione. […] Altra conseguenza non secondaria di questo modello è l’accostamento tra il vagabondo e il risarcimento che egli deve alla società. […] In virtù della legge del taglione, questo debito potrebbe essere espresso nella forma del lavoro spossante o dei lavori forzati in assenza di salario, se non espressamente in un recupero della schiavitù (pp. 64-65)
Se il vagabondo è colpevole, lo è perché rifiuta il lavoro. Il suo crimine, perciò, deve esser pensato come un debito verso la società. Egli non ha solo infranto una legge: ha sottratto qualcosa al corpo sociale, cioè lavoro, produttività, imposte, ordine economico. La sua figura, fintantoché non arriva ad essere iscritta all’interno di questa peculiare dimensione debitoria, resta in una posizione di pura esteriorità nei confronti della società. Una volta inquadrato sotto la lente di un debito già da sempre contratto, egli può essere recuperato al circuito economico ed in questo senso prodotto come soggetto vagabondo, all’interno – e non più all’esterno – della dimensione socio-economica. È perciò a partire da questa iscrizione che è chiamato a risarcire la società.
Ma è proprio la contiguità tra forma-salario e forma-prigione messa in evidenza da Foucault che permette di avanzare ulteriormente lungo la riflessione sul corpo dispensabile. La prigione, un tempo misura detentiva e non direttamente punitiva, si trasforma anch’essa nel XVIII secolo, costringendo il detenuto a risarcire la società con il proprio tempo di vita. Essa risponde quindi allo stesso ordine economico del lavoro salariato, facendo della quantità di tempo estratta «dalla vita degli uomini» una misura economica e insieme morale. Non più sul corpo o sul patrimonio, ma è sul tempo di vita che ci si può rifare come società sul singolo. Si apre così lo spazio per […] il passaggio dalla norma come principio di esclusione a principio di integrazione nel circuito economico (pp. 65-66).
Il richiamo alla riflessione foucaultiana fatto da Marra è decisivo, e mostra bene quanto detto più sopra riguardo l’assemblaggio di questa macchina: la prigione, ben al di là di qualsiasi intento punitivo, persegue uno scopo più raffinato, che consiste nella reiscrizione del recluso all’interno del circuito della produzione. Il vagabondo, che dava luogo ad un vero e proprio processo di deterritorializzazione, viene riterritorializzato dentro l’apparato di reclusione e recuperato alla dimensione economica che in un primo momento pareva mettere in crisi. È infatti all’interno dell’istituzione carceraria che, negli Stati Uniti del secondo dopoguerra, si diffonde la prassi secondo la quale le grandi società farmaceutiche iniziano a sperimentare i loro prodotti sui corpi dei carcerati.
Durante gli anni del boom farmaceutico che seguirono la Seconda guerra mondiale, le prigioni americane hanno rappresentato la più grande risorsa di soggetti per la sperimentazione di farmaci e cosmetici: scienza accademica, industria farmaceutica e sistema carcerario statale si sono così alleati in nome del profitto. Quello dei soggetti coinvolti nella sperimentazione umana è lavoro coatto per eccellenza, giuridicamente e spazialmente escluso dal lavoro fordista e sindacalizzato (p. 76).
Questa che, con un lessico non direttamente impiegato da Marra, potremmo chiamare una macchina della dispensabilità, si evolve perciò attraverso un processo che il filosofo francese Gilbert Simondon definiva di “risonanza interna”. Le parti che la compongono, che in un primo momento formano una mera collezione priva di una reale circolarità, entrano in un sistema di richiami e recuperi che le configura nei termini di una vera e propria macchina. Se il corpo moribondo veniva accolto nell’ambito della sperimentazione medica sotto il segno della scommessa, che poteva o non poteva consegnarlo alla salvezza, il sistema della cattura del tempo inventa un dispositivo perfettamente circolare, che pare procedere senza scarti e senza interruzioni. In questo senso, se la produzione di marginalità è garantita dal funzionamento della macchina infernale del capitalismo novecentesco, la messa a valore di questa stessa marginalità è regolata mediante gli apparati di internamento e del tempo di vita di cui questi possono disporre.
Una macchina che dunque evolve, ed evolvendo riconfigura gli elementi che la compongono, legandoli assieme dentro delle temporalità sempre più sincronizzate. A dettare i tempi di questa evoluzione è sempre lei, la figura che abbiamo individuato in apertura: la frontiera. Questa, che Denise Ferreira da Silva, opponendola al concetto di differenza, chiama separabilità, si preoccupa di distinguere tra un’umanità prima e un’umanità seconda, tra chi ha il diritto di dare forma e chi invece è chiamato ad accoglierla, a subirla.
Una macchina della dispensabilità dunque, che separa e recupera senza sosta i corpi che essa stessa elegge ad oggetto delle sue cure, che trova la sua perfetta disposizione attorno a quel perimetro che definisce la figura del migrante. Marra lo mostra in maniera inequivocabile all’interno del terzo capitolo del libro, mettendo bene in evidenza le modalità attraverso le quali – in maniera certo paradossale – sia la stessa macchina giuridica a definire le soglie e gli spazi attraverso i quali spogliare il migrante di qualsiasi tutela. Nel 2024 l’Unione Europea ha definito il quadro normativo (denominato AI Act) chiamato a regolare l’utilizzo delle tecnologie di intelligenza artificiale, distinguendo quattro diversi livelli di rischio: minimo o nullo (ad esempio i filtri antispam); rischio limitato (dove si rende semplicemente necessario esplicitare che si sta avendo a che fare con una AI, come nel caso dei chatbot); rischio elevato (sotto il quale sono racchiuse molteplici tipologie di interazione e di utilizzo delle tecnologie AI); rischio inaccettabile. Riguardo l’ultima casistica, Marra spiega come
Il quadro normativo europeo vieta in particolare otto pratiche:
- Manipolazione e inganno dannosi basati sull’IA;
- Sfruttamento dannoso delle vulnerabilità basato sull’IA;
- Social scoring;
- Valutazione o previsione del rischio di reato individuale;
- Pesca a strascico di materiale Internet o CCTV per l’implementazione di dataset di addestramento al riconoscimento facciale;
- Emotion detection nei luoghi di lavoro e d’istruzione;
- Categorizzazione biometrica per dedurre determinate caratteristiche protette;
- Identificazione biometrica remota in tempo reale a fini di contrasto in spazi accessibili al pubblico. (p. 89)
Le garanzie disposte all’interno del regolamento sono però attenuate nel momento in cui il soggetto che dovrebbe disporne è un soggetto migrante. È mediante l’annesso III che l’AI Act si trasforma in un meccanismo perverso, che produce diritto per poi creare una zona di dispensabilità, un ripiegamento in seno al quale ritagliare la figura del migrante come colui che di questi diritti “può non godere”. Così Marra:
L’annesso III […] prevede delle deroghe rispetto all’uso di sistemi prima ritenuti a rischio inaccettabile. Due momenti di questo annesso coinvolgono il migrante: già nel punto 1, l’impiego della biometria viene consentita nei casi in cui occorra confermare che una persona fisica è la persona che dice di essere; ma è al punto 7 che l’annesso tratta esplicitamente di «migrazione, asilo e gestione del controllo delle frontiere», dove un rischio per la sicurezza, un rischio di migrazione irregolare o un rischio per la salute posto da una persona fisica che intende entrare o è entrata nel territorio di uno Stato membro vengono equiparati come condizione sufficiente alla deroga nell’impiego di sistemi di IA a rischio inaccettabile. […] la legge che dovrebbe vietare la discriminazione attraverso l’uso degli algoritmi, in nome dei principi della Carta, si fa teatro di un rovesciamento comico dei principi ai quali si appella, e che pone la discriminazione all’inizio del proprio esercizio. In principio era il corpo dispensabile, a partire dalla cui dispensabilità il verbo si fa legge. (p. 114)
È all’interno di questa faglia aperta more iuridico che trovano giustificazione ultima tutta una serie di pratiche abbondantemente messe in atto dentro i confini dell’Unione già da diversi anni, che prevedono l’uso estensivo di tecnologie di tracciamento biometrico, riconoscimento facciale, emotion e lie detection, speech-to-text e così via, molte delle quali AI-based. Marra mette correttamente in luce la fallibilità, ampiamente documentata, di queste tecnologie (ben analizzate anche in un altro recente bel libro, a firma di Fabio Chiusi, emblematicamente titolato La Fortezza Automatica), la cui applicazione indiscriminata sui corpi e le vite delle popolazioni migranti lascia emergere la natura profondamente sperimentale di queste procedure. Insomma, proprio come si è visto in relazione alla storia della medicina, si tratta di costruire le condizioni a partire dalle quali possa emergere un corpo minore, una vita meno-che-umana che funga da terreno sperimentale per delle tecnologie che necessitano di addestrarsi senza sosta. Se dal punto di vista del diritto si tratta senza dubbio di una zona e di un principio di “inclusione escludente”, da un punto di vista tecnico – nel senso simondoniano – si tratta invece di cogliere la dimensione macchinica che presiede questa speciale produzione. Una macchina, questa della dispensabilità, che si assembla a partire da numerose componenti (giuridiche, tecnologiche, razziali, metafisiche, e così via) e che ha lo scopo di produrre una popolazione (una non-classe, come dice Marra citando Balibar) spogliata di qualsiasi determinazione: pura materia organica nelle mani di una soggettività sovrana chiamata a disporne in vista di qualsivoglia scopo. Ma se di sperimentazione si tratta, allora non possiamo sottrarci dal trarre la logica conclusione secondo la quale il migrante non costituisce nient’altro che il prototipo di una serie industriale più ampia:
Il corpo dispensabile è quindi una dimensione avanguardista, ma non nel senso in cui Arendt e Agamben pensano il profugo come avanguardia di tutti i popoli europei, come punto di enunciazione di una nuova coscienza politica: al contrario, la datizzazione del corpo del migrante permetterà l’estensione a venire di pratiche al momento ritenute a rischio inaccettabile all’interno dei confini europei, sulla base di quanto sancito dall’AI Act. Il cittadino europeo vi si trova allora implicato non solo come soggetto decisionale o spettatore della tempesta dalla terraferma, ma anche come destinatario finale di quelle stesse pratiche di controllo e sorveglianza (p. 100).
Sebbene non sia tra gli obiettivi dichiarati del testo di cui mi occupo in questa recensione, mi sembra necessario chiedersi se esiste un rapporto tra questa produzione di dispensabilità e l’economia politica dentro alla quale questa macchina viene ad iscriversi. In quest’ottica, è importante sottolineare come il capitalismo, a maggior ragione nella sua versione pienamente sviluppata, sia animato da molteplici contraddizioni. Di queste, come mette bene in luce Antonio Di Stasio nel suo recente Denaro e Potere (2026), la strutturale incapacità di dare seguito alla piena valorizzazione del plusvalore prodotto costituisce certamente la più insormontabile. Tale crisi perenne ha incontrato sul suo cammino numerosi correttivi, più o meno efficaci, di certo sempre operanti tramite una macchina del debito che non fa che spostare più avanti il punto di caduta della contraddizione stessa: debito estero, debito pubblico, debito privato. La macchina della dispensabilità costituisce, in questo senso, il modello più aggiornato tra i dispositivi in dotazione al capitale mediante i quali fare fronte alla sua costitutiva impossibilità. Il razzismo ad essa inerente non costituisce, dunque, il retaggio di un passato coloniale ormai vinto. Al contrario, esso incarna una simondoniana “tecnicità” necessaria alla presa di consistenza della Macchina Capitale (Pascucci 2022). Il normativo e l’economico si saldano in un processo macchinico più ampio dentro il quale la produzione di dispensabilità dei corpi esegue i dettati di una metafisica dell’ilemorfismo, dentro alla quale il vivente si definisce nei termini di un sostrato privato di qualsiasi qualificazione, infinitamente declinabile, malleabile, formabile in base al comando di una intelligenza trasparente, pura e sovrana. La non-classe dei dispensati – composta non solo dai migranti, ma anche dai lavoratori a cottimo del Mechanical Turk di Amazon, dai rider delle piattaforme di delivery, dai magazzinieri della logistica in appalto, dai braccianti agricoli reclutati tramite caporalato, dalle badanti e colf irregolarizzate, dai moderatori di contenuti esposti alla violenza delle piattaforme, dai micro-lavoratori dell’intelligenza artificiale incaricati di etichettare dati, e così via – viene così a giocare, sul terreno dell’economia politica, un doppio ruolo: da un lato, essa è convocata a produrre, senza nessuna tutela o garanzia, in maniera illimitata, nella speranza di ricavarne un salario appena sufficiente alla sua mera riproduzione; dall’altro, è chiamata ad indebitarsi ben oltre le proprie effettive possibilità – si pensi alla necessità per i rider di dotarsi di mezzi di trasporto e smartphone efficienti per poter stare al passo con le richieste delle piattaforme – così da poter assorbire il plusvalore in eccesso costantemente prodotto dal Capitale stesso. Il corpo dispensabile funge così da terreno di sperimentazione non solamente per le ridicole aspirazioni di venture capitalist che si prendono per filosofi, ma per il capitalismo nel suo complesso, che saggia così il limite fino al quale può spingere lo sfruttamento. I corpi morti in mare, quelli morti nelle carceri libiche o quelli suicidi nei CPR costituiscono delle perdite collaterali di un processo di ottimizzazione più ampio, interamente proteso verso la scoperta della soglia oltre la quale non è possibile spingere ulteriormente la contraddizione. Sarebbe un errore, in questo senso, interpretare le mostruosità normative partorite in sede europea come un mero riflesso della inesauribile propaganda razzista prodotta dall’intero spettro politico-mediale contemporaneo. Al contrario, è la propaganda a servire uno scopo più profondo, che è esattamente quello della dispensabilità, vale a dire della produzione di un numero sterminato di corpi ininterrottamente esposti ad un comando schizofrenico. È in questo senso che il testo di Marra, sebbene non prenda direttamente in carico questa dimensione più strutturalmente economica, ha il pregio di contribuire ad aprire uno spazio fondamentale, dentro il quale diviene possibile iniziare a pensare alla messa in crisi della sovranità capitalista proprio a partire dalla categoria di dispensabilità. Se, infatti, questa non costituisce un residuato di processi ormai archiviati ma, piuttosto, un elemento immanente alla macchina e necessario alla sua riproduzione, il suo superamento non sarebbe una semplice istanza riparativa, ma il punto d’attacco di una critica radicale dell’intero ordine che la produce. È forse da qui, da questa zona di apparente scarto, che può riaprirsi la possibilità di una politica capace di sottrarre il vivente alla sua riduzione a materia disponibile per la valorizzazione.
Bibliografia
Barad, K., Meeting the Universe Halfway. Quantum Physics and the Entanglement of Matter and Meaning, Duke University Press, Durham-London 2007.
Balibar, É., Noi cittadini d’Europa? Le frontiere, lo Stato, il popolo, manifestolibri, Roma 2004.
Chiusi, F., La fortezza automatica. Se l’IA decide chi può varcare i confini, Bollati Boringhieri, Torino 2024.
Di Stasio, A., Denaro e Potere. Da Marx al Comune come modo di produzione monetario, Orthotes, Napoli, 2026.
Ferreira da Silva, D., Toward a Global Idea of Race, University of Minnesota Press, Minneapolis-London 2007.
Foucault, M., Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, tr. it. di A. Tarchetti, Einaudi, Torino 1976.
Marra, E., Corpi dispensabili. La frontiera sperimentale e la sperimentazione alla frontiera, Orthotes, Napoli 2025.
Mezzadra, S. – Neilson, B., Confini e frontiere. La moltiplicazione del lavoro nel mondo globale, tr. it. di G. Roggero, il Mulino, Bologna 2014.
Pascucci, M., Macchina Capitale. Genesi e struttura dello sfruttamento, Mimesis, Milano-Udine 2022.
Regolamento (UE) 2024/1689 del Parlamento europeo e del Consiglio del 13 giugno 2024, “Artificial Intelligence Act”, Gazzetta ufficiale dell’Unione europea, 12 luglio 2024.
Simondon, G., Del modo di esistenza degli oggetti tecnici, tr. it. di A. S. Caridi, Orthotes, Napoli-Salerno 2021.