di Alberto Casadei
[Domani alle 16 a Pordenonelegge sarà presentato il libro di poesia di Alberto Casadei La macchina infinita (collana “La Gialla” di Samuele editore). Proponiamo un testo ricavato dall’ultima sezione, Ripercorrere il mondo].
Estrapolazioni al di fuori dell’intervallo
Non stai pensando come uno scienziato, non lo credere.
I tuoi esperimenti mentali conducono senza eccezione
a un’incertezza di parole e cose, perché non sai quanto contino
i tuoi gesti lontani, le opere compiute e quelle abbozzate,
la mano che si è fermata un’inezia prima di stringere
l’altra mano in attesa,
………………….e tuttavia questi eventi si sono riversati
nel tuo futuro, determinato a posteriori, irreparabile
come il tuo passato, in gran parte sperso
……………………………………..e tuttavia
circolante nella tua neuralità.
Non ci sono due anime che combattono, non lo credere.
Se ti guardi durante la TAC cerebrale, se diventi
il medico di te stesso e individui la malformazione pericolosa,
gioisci forse ma poi torna lo stupore, osservando
i legami di legami di legami che fai e disfi in un punto
di tempo, ne hai colto un aspetto, e intanto
indeterminati restavano i pensieri,
come quando
hai provato la paralisi, il rigore della morte,
e non smettevi di ragionare sul perché
il tuo tiro era uscito di poco, il sasso scagliato a caso
ti aveva colpito in fronte, le sue labbra
si erano chiuse al tuo bacio,
e anche questo, adesso, determina
la miriade di scarichine elettriche
che ti fanno funzionare.
Non stai dipingendo nulla, non lo credere.
Eppure sei affezionato a quel discendere cinque
braccia piene stando in superficie, al seguire gli sgocciolamenti
di tempere e oli e salive e umori
che stanno impastati lì, in quel tuo corpo-equivalente
bidimensionale,
………………e insieme sei affezionato
alla figura urlante sulla sedia elettrica, ai girasoli immersi nel cemento
o nell’oro o nel buio, al fuoco che si genera col fuoco,
è un apparato di tempo che cerchi in queste vere icone
di quanto si può pensare, quindi esiste, quindi interagisce
col pulsare nelle tue arterie, il grande scoppio
si è fatto carne, e lo sai quando osservi le pieghe sottili
della pelle, e ugualmente quando t’immergi
nell’inesauribile meccanica celeste,
e ugualmente quando getti con Jackson il colore,
la materia, l’essenza spuria e immensa,
perché vivi.
“Stai scrivendo, sì, ti stai scrivendo”
Non conosci l’inizio, né la fine, non lo credere.
In te si fondono vorticose immagini di viaggi e perlustrazioni
con attese e con simboli che alludono all’essere,
alla materia che cambia incessantemente stato,
alla vita stessa che forse è illimitata e periodica,
ma il tuo indice non tocca quello divino, tocca
la tastiera nera da cui può uscire il magma l’esplosione il sogno
che ricapitola l’essere e il non.
Puoi provare a introdurre l’aleph con zero, e poi avrai l’uno,
il due, un infinito e poi un altro e poi un altro, infiniti di infiniti che
provi a collegare al tempo esatto dell’indovarsi,
ma non riesci, la costante lambda fallisce, il delta è indeterminabile,
vedersi da ogni punto nell’universo
non serve a comprendersi, non sei quel volto,
non sei quella polvere, non osservi da una stanza
metà ta physikà sperando nel possesso senza tempo
di una vita interminabile.
Sai che finirai come un’ondina azzurra, forse lei trasmetterà
l’informazione che hai raccolto, le probabilità che hai incarnato,
non si disperdono i momenti che ti costituiscono,
non solo l’alpha della fecondazione, non solo l’omega dell’energia
che cessa, ma sono punti di quel trattino ondulato,
approssimato, aggregato,
………….. connesso e connettore,
titulus e abbreviatore,
la tua piccola tilde.
Non stai viaggiando fuori del sistema solare, non lo credere.
Sperare di vedere gli altri, capendo grazie a loro ciò che non siamo,
è insensato, come parlare alla lumaca che scala lenta il muro,
o aspettare che arrivi 3I/atlas, o sostenere
che tra un dio e noi non c’è più niente.
Eppure hai controllato cosa c’è nel disco d’oro, compendio
dell’umanità e della vita sulla Terra, lontano un giorno-luce,
e non trovi nulla di strano per noi, per gli altri tutto,
i saluti in accadico o in hindi o in mandarino, linguaggi-casa o forse
piuttosto condominio dell’essere, e Mozart e Chuck Berry,
i canti aborigeni australiani e il folk bulgaro, rideranno di questi
uomini e donne che si davano da fare, erano così
ben mezzo secolo fa.
Il dio-biologia lo insegui ovunque, ti immagini servo inutile
ma consapevole, per eternità intendi l’esistenza stessa
inesplicabile nel tempo e nel durare, e accumuli prove,
sono gli atomi del tuo vivere, l’arabesco che ora scorgi
sul muro bianco è il loro probabile tragitto,
cambia colore e adesso viaggi nella fuga sfrenata,
ti legherai ad altro, l’onda-particella eri tu passato dalla cruna,
a lungo piega di piega, adesso tensione in abstracto…
Cede la memoria, l’unica prova della tua esistenza,
finisce la luce degli intervalli
della tua durata.