di Alessandro Carrera
[E’ uscito da poco per Olschki il n. 69 di “Gradiva. International Journal of Italian Poetry”, rivista diretta da Alessandro Carrera. Proponiamo il suo editoriale].
Nel corso del 2025 mi è capitato di tenere vari incontri sulla poesia, in Italia come negli Stati Uniti (ogni tanto bisogna toccarle il polso per sapere se è ancora viva). I miei interventi erano in parte basati sull’editoriale del numero 67 di «Gradiva», in cui parlavo del mandato del poeta (da tempo ritirato) e del mandato di una rivista (che stranamente ha ancora una sua funzione), ma non mi limitavo a ripetere quello che avevo già scritto, le circostanze e il pubblico mi facevano venire in mente altre idee. In un’occasione mi è capitato di dire che oggi, visto che nessuno crede più che i poeti siano «i misconosciuti legislatori del mondo» (Shelley), lo scrivere poesie, più che il tentativo di bussare alle porte della letteratura, dovrebbe essere considerato un esercizio spirituale. Da alcune reazioni del pubblico ho capito che quel temine toccava una corda che forse aspettava di essere toccata. Sul momento non potevo approfondire il tema, l’espressione che avevo usato era solo il ricordo dei titoli di un paio di libri di Pierre Hadot che avevo in programma di leggere: Esercizi spirituali e filosofia antica (Einaudi 2005) e Ricordati di vivere. Goethe e la tradizione degli esercizi spirituali (Cortina 2009).
Pierre Hadot (1922-2010) è stato un eminente storico della filosofia e ordinario di pensiero ellenistico e romano al Collège de France. Molti dei suoi studi sono dedicati alle “pratiche” delle scuole filosofiche degli stoici e degli epicurei, che non corrispondono alle pratiche di meditazione orientale, ma non sono nemmeno agli antipodi. Per stoici ed epicurei la filosofia era un esercizio soprattutto mentale. Il suo fine era l’armonia della mente e del tutto, richiedeva postura e rilassatezza, ma non interveniva direttamente sulla corporeità. Anche in tali pratiche molto occidentali, però, la mente si doveva aprire, non tanto alla decifrazione delle insondabili entità metafisiche quanto a una partecipazione intensa con «l’anima del mondo» per usare il termine del Timeo di Platone, o con la «coscienza cosmica», come dice Hadot riferendosi agli stoici. La scelta di dedicarsi a tali filosofie non significava indifferenza rispetto al mondo circostante; anzi, costituiva la modalità privilegiata di contatto con l’universo nel quale e con il quale siamo coinvolti.
Per quelle scuole, sottolinea Hadot, la filosofia doveva servire soprattutto a vivere meglio. Non ci si incaponiva nella rincorsa dell’insondabile, nel tentativo disperato di possedere la verità di ciò che la limitatezza della mente umana può intravedere ma non afferrare. Più che nella ricerca della certezza, lo scopo del filosofo “praticante” stava nella ricerca della virtù. Da Zenone di Cizio a Marco Aurelio, lo stoico vuole trovare la propria dimensione in un mondo che la sua mente non potrà mai dominare. Fare filosofia significa così esercitarsi al controllo di sé, alla moderazione, alla coscienza dei propri limiti e alla consapevolezza della mortalità. Hadot però sostiene che in quelle antiche pratiche c’era ben più che una terapia contro la paura della morte. Esse erano, anche e forse soprattutto, una filosofia della vita, l’insegnamento che la vita va vissuta come una grande ed irripetibile occasione, come una festa.
(Chissà perché mi viene in mente l’ultima scena di 8½ di Fellini, quando Guido dice a Luisa, «È una festa la vita, viviamola insieme». Mi era sempre sembrata una battuta un po’ facile, visto che la dice un marito cronicamente infedele a una moglie che avrebbe buoni motivi per non fidarsi più di lui, ma chissà che Fellini o Flaiano non fossero freschi della lettura di Filone di Alessandria, De specialibus legibus, Libro II, § 45, dove appunto si dice che la vita dev’essere vissuta come una festa… D’accordo, è una fantasia…).
Ma la condizione del poeta può essere ricondotta a quella del meditatore stoico-epicureo? In tempi moderni, sarebbe difficile sostenerlo. Il poeta, da Keats in poi, non sa più veramente chi è, se mai prima lo sapeva. Oscilla tra il «conosci te stesso», massima tanto socratica quanto stoica, e l’esortazione del romantico Coleridge: «Ignora te stesso, e sforzati di conoscere il tuo Dio!». Nella poesia convivono l’eccesso di senso come l’eccesso di non senso. Il poeta vorrebbe riferire umilmente ai mortali ciò che le muse gli dicono, ma allo stesso tempo inflaziona il suo ego, vuole farsi lui stesso cosmo anche quando tratta di argomenti familiari, di affetti e occorrenze quotidiane. Non può bastare a se stesso. Se così fosse, non scriverebbe nulla. Praticherebbe la meditazione, forse, ma non sentirebbe il bisogno di scriverla.
Il modernismo, estremizzando Aristotele, ha fatto della poesia una poíesis suprema, un incessante “fare”. Pound soprattutto è stato l’alfiere della poesia come un fare, e la sua influenza sulle avanguardie italiane, dal Gruppo 63 in poi, non può essere sottovalutata. Finita anche quella fas3e, è possibile, è utile, è salutare ricondurre la poesia a una práxis? Sarebbe necessario un abbassamento dei toni, perché una práxis (Etica Nicomachea, Libro VII), ha il suo fine in sé, non fuori di sé. Faccio una passeggiata tutti i giorni perché mi piace e perché mi fa bene, ma passeggiando non “faccio” niente, non metto in opera chissà quale tecnica se non quella del camminare, non “produco” nulla. La concezione della poesia come un “fare”, come una poíesis che si serve di una téchne (o se ne fa dominare) sembra escludere la práxis. Anche il poeta poietico “fa pratica”, certo, ma perché ha di mira un risultato. Vuole il rinnovamento della lingua, del mondo intero, dei cieli e di se stesso – quel se stesso che sarà riconosciuto e onorato come colui che ha “fatto” tutte queste cose.
La poesia come esercizio spirituale si tiene lontana da tutto questo pianificare, costruire e macchinare. Il poeta che fa esercizio si rassegni; per citare Patrizia Cavalli, le sue poesie non cambieranno il mondo. E quello che la poesia come esercizio “fa” è una passeggiata nei suoni e nelle disposizioni della lingua, dalla quale il poeta dovrebbe ritornare, almeno si spera, un po’ stanco ma più sereno, meglio disposto a “fare” tutto quello che le restanti ore della vita gli richiedono. Certo, la meditazione stoica è più impegnativa di una passeggiata. Richiede di vivere in pace con se stessi e insieme di essere coscienti che in ogni momento dell’esistenza si chiude una porta che non potremo più passare. O, come scrive Borges, «C’è un verso di Verlaine che non ricorderò più, / c’è una strada vicina ch’è vietata ai miei passi…».
Ma chi può vivere nella coscienza incessante che ogni momento potrebbe essere l’ultimo? E perché dovrebbe? Come potrei fare la spesa pensando serenamente che quella sarà l’ultima volta in cui le porte automatiche del supermercato mi si apriranno davanti? Se fossi un poeta, non saprei più quello che devo comprare e mi fermerei ad esaminare la bellezza della buccia di ogni mela, giusto per non dimenticare nell’aldiquà che mi resta o nell’aldilà che mi aspetta quei fantastici incroci di colori generati dalla disposizione delle renette e delle golden, delle fuji e delle gala. Non solo: a dispetto del memento mori che vedrei aleggiare sopra l’insegna del supermercato, dalla contemplazione dei colori delle mele vorrei ricavare parole che sappiano far immaginare quegli colori a chi le leggerà in un futuro che sperabilmente ci sarà. Quale esercizio spirituale può mai essere la poesia, se invece di bruciare a fuoco lento deve accendere subito la sua fiamma più alta?
La vita come ricerca, la vita esaminata, la vita messa in questione, dice Socrate nell’Apologia, è l’unica degna di essere vissuta. Hadot ricorda Seneca, il quale si chiedeva quale sarebbe la condizione del saggio in solitudine, in prigione, in esilio o su una spiaggia deserta. La risposta è che la sua vita sarebbe quella della ragione universale, la vita di Zeus (o, aggiungiamo, con terminologia meno greco-romana e più tomistica, la vita del Dio che pensa se stesso). Se non fosse che un poeta non ha l’obbligo di diventare né saggio né santo. Invece di comprendere la ragione dell’universo deve prima di tutto sentire il suo fluire, il suo connettersi, le sue corrispondenze, le sue onde e le sue particelle, ma soprattutto i colori, i sapori, le visioni che l’universo gli propone, pur sapendo che tutto questo accade solo in una mente, la sua mente, perché non ci sono colori e sapori nell’universo se non per noi che li percepiamo. La terapia della morte non è l’unica preoccupazione della poesia; quel che è in gioco è la vita, anche nelle sue illusioni e nella sua caducità. Hadot, che non si avventura nel territorio degli esercizi cristiani di Ignazio di Loyola, preferisce volare dall’antichità a Goethe, del quale ama citare una poesia del 1825, Genio librantesi sopra la terra, scritta a commento di un dipinto nel quale un bambino alato indica il cielo con una mano e la terra con l’altra. Di Memento mori siamo già circondati, dice Goethe; perché dar loro ancora retta? Piuttosto, «ti raccomando, / caro amico, secondo il tuo modo, / Memento vivere, non altro».
Quando si alza il vento – per il Valéry del Cimitero marino – bisogna tentare di vivere. Che la poesia sia questo incessante ricordarsi di vivere, sforzarsi di vivere, è il suo fine ultimo, ma l’apprendista del verso come può metterlo in pratica? Per lui o per lei, è un fine sia molto vicino (perché già vive), sia immensamente lontano (perché ancora non sa come dirlo). Da dove cominciare?
Bisogna scegliere una scuola e seguire i suoi dogmi, diceva Epicuro. Lo stesso discorso vale per il poeta. Quando è alle prime armi (anche alle seconde, e alle terze…), il poeta non inventa il suo linguaggio, e nemmeno il suo stile. Dovrebbe mettersi al servizio delle scuole del suo tempo e umilmente imparare, se non che sono più di cinquant’anni che di scuole non ce ne sono più e la poesia è una stella esplosa i cui frammenti vagano per l’aere. In fondo, cosa si aspetta chi si iscrive a un corso di scrittura creativa se non l’illusione di trovare un maestro che gli dica quali regole seguire? Per scoprire poi, e ben presto, che non ci sono regole se non quelle dettate dal corrente mercato rionale della letteratura, così che dal corso esce solo come è entrato, con qualche buon consiglio che difficilmente saprà come mettere in pratica.
Nelle scuole antiche si usava presentare un tema generale da discutere insieme: la morte è un male o è un bene? Il saggio deve provare collera o mantenere la calma? Bisogna entrare nell’agone o tenersi in disparte? Padroneggiare le proprie idee, saperle difendere e all’occorrenza cambiarle: tali erano i gradini della scala che si doveva salire. La pratica parallela consisteva nella lettura e interpretazione dei testi che la scuola riteneva fondamentali. Nulla di strano, è il lavoro di ogni insegnante. La differenza sta nel fatto che lo scopo di quelle antiche dottrine non consisteva nell’acquisizione di conoscenze bensì nella conquista della saggezza, che si riassumeva nella padronanza di sé, nella capacità di moderare i propri desideri e nella calma rispetto ai colpi che la vita ci infligge, mentre il compito dell’insegnante incorporato nell’istituzione scolastica è quello di trasmettere conoscenze specifiche. È nell’arte di trasmettere un sapere, non il sapere, che deve trovare luogo l’educazione anche morale degli studenti, non viceversa. È diventato tristemente normale ritenere responsabili gli insegnanti di non formare moralmente quei giovani cittadini che la famiglia e la società si rifiutano di educare. Ma allora bisognerebbe rinunciare alla scuola come luogo di apprendimento per trasformarla in una scuola di saggezza. E chi mai lo saprebbe fare? Nessuno viene più educato a questo scopo, e la dura disciplina necessaria per salire anche il primo gradino della scala spaventerebbe a morte tanto gli studenti quanto i loro insegnanti, e più di tutti i genitori.
Ma il poeta, abbiamo già detto, non ha il dovere di diventare né erudito né saggio. Ovviamente, Goethe si sarebbe scandalizzato all’idea che il poeta non debba sapere, sapere il più possibile, perché tutto gli può servire. Per l’ideale di poeta che Goethe aveva, e che lui stesso era, poesia, conoscenza e verità (verità esistenziale e verità scientifica) non potevano essere disgiunte. Il poeta che scrive il Viaggio invernale nello Harz deve conoscere la geologia delle montagne che evoca. Anche se la competenza geologica non è l’argomento della poesia, ne costituisce comunque il terreno sul quale il componimento si fonda. Cura dei particolari, calmo e costante apprendimento, dominio delle passioni, felicità di esistere nel presente, nulla di eccessivo, nulla di scomposto, nulla di troppo “romantico”: questi sono gli esercizi goethiani (gli stessi, dobbiamo aggiungere, che risulteranno poi insopportabili a chi vorrà liberarsi dall’immagine scolastica del Goethe “olimpico”).
Ma, Goethe o non Goethe, il primo esercizio spirituale della poesia è il contenimento dell’ego. Petrarca, anch’egli tanto poeta quanto apprendista-maestro di esercizi spirituali (Hadot non lo prende in considerazione, così come il suo unico riferimento a Dante manca del tutto il bersaglio), nel 1359 così scriveva a Giovanni di Matteo Feo, detto Giovanni Aretino: «Non c’è bisogno di un esercito schierato, né di macchine da guerra poste contro le mura e di gallerie scavate di nascosto; ognuno tra i suoi piaceri ha il suo nemico e distruttore con sé. Gli obbedisce, per quanto strano possa sembrare, e lo favorisce con ostinazione contro se stesso» (Familiares XVII, 10, trad. nostra; il chiaro riferimento è San Paolo, Romani, 7, 19, «Non compio il bene che voglio, ma il male che non voglio»).
Non dico che Petrarca abbia sempre messo in opera ciò che predicava. Tutt’altro. Ma infatti non predicava; si tormentava di non riuscire a raggiungere la perfezione alla quale aspirava, e in questo era un maestro davvero moderno. Anche grazie a Petrarca, però, stiamo arrivando al punto cruciale: la poesia come esercizio spirituale deve mettere in conto, positivamente e non negativamente, la possibilità di non restituire nulla all’ego di chi l’ha scritta, né la soddisfazione di essere pubblicata, né di essere letta da nessuno al di fuori di una piccolissima cerchia, anzi andando magari perduta senza che per questo, però, sia venuta meno la sua validità come esercizio. Dopotutto, uno non pubblica le sue sedute di yoga, né il vuoto mentale che ha percepito durante la sua ultima meditazione. Perché mai la poesia dovrebbe sempre avere un destino pubblico, quando la sua natura è spesso così intensamente privata?
Così, all’incirca, ho risposto a una poetessa che tempo fa mi ha mandato una poesia molto toccante, molto vera, ma la cui natura era così personale che si sarebbe autodistrutta se l’avessi pubblicata. Scrivere è un modo coraggioso di restare in dialogo con chi non c’è più, di dare una casa al dolore senza lasciarsene travolgere. Ma ci sono poesie troppo intime, troppo nude e fragili perché si possano mettere in mostra. Alcune possono andare in giro per il mondo, altre no; devono rimanere protette, non reggerebbero l’impatto con un lettore ignaro della storia che a loro soggiace. È bene che restino come una lettera spedita a un amico.
La poesia può essere, se lo vogliamo, una terapia delle passioni, ma non è obbligata ad esserlo. La poesia non impone la moderazione, non idolatra il giusto mezzo. Non ci sono regole di buona creanza in poesia; uno può tornare la casa di sera e meditare in tranquillità sulla sua giornata, come consigliava Wordsworth, o può reagire sul momento, anche scompostamente, a ciò che lo colpisce al cuore. Ma, sia che si tratti di un coinvolgimento lucido con una passione, sia che si manifesti come un puro grido di dolore, ogni verso deve passare attraverso la coscienza della forma. Con tutto il rispetto per la sublimazione freudiana, sublimare il dolore, vaporizzarlo, dissolverlo, non è il compito principale del poema. Carducci non sublima il dolore per la perdita del figlio Dante scrivendo «L’albero a cui tendevi la pargoletta mano». Ungaretti non sublima il dolore per la morte del figlio Antonietto quando scrive «E t’amo, t’amo, ed è continuo schianto!». Per poter scrivere il loro dolore, entrambi i poeti hanno dovuto fingerlo, ponendosi tra ciò che intendeva Leopardi (finzione come immaginazione) e ciò che intendeva Pessoa (finzione come simulazione del vero).
Non c’è una scuola di scrittura che ci insegni come fingere il dolore che sentiamo davvero, ma c’è una pratica, un esercitarsi che consiste nello scrivere poesie come se si redigesse un rapporto circonstanziato, preciso ed essenziale su qualcosa che ci è accaduto o che si sembra di avere percepito di noi e del mondo. Per chi deve essere redatto questo rapporto? Non per un superiore né per un inferiore. Piuttosto, per chi ne sa quanto ne sappiamo noi, anche se a loro è accaduto diversamente. Se scrivo una poesia d’amore, devo presupporre che tutti coloro che la leggeranno si siano innamorati almeno una volta nella vita e che già sappiano di che cosa sto parlando. Non sto dicendo loro niente di nuovo, non li devo convincere, devo solo fargli vedere la questione, che è la stessa per entrambi, da un altro punto di vista e sotto altre circostanze.
Il poeta non è soddisfatto di questo accomodamento, si dispera, si sente un burocrate kafkiano costretto a riempire un memorandum dopo l’altro per un’organizzazione che lo ignora. Sì, ma anche se fosse? Giusto per dire una banalità, nessun medico ti ha ordinato di scrivere poesie. Quello che senti, lo senti, e quello che senti, se decidi di scriverlo, lo scrivi. È tutto qui. Non ti dimenticare, però, che una volta scritto sarà tutt’altra cosa da quello che sentivi. Ma se hai avuto la fortuna di esserti aggrappato a un’immagine, a una figura, a una particolare torsione della lingua, non lasciarla cadere. Esplora i suoi sei lati, davanti e dietro, destra e sinistra, sopra e sotto, più il settimo, quello che ti permette di vederne l’interno in trasparenza. L’esercizio mantiene il suo valore anche in assenza di ogni riconoscimento.
Perché prima di tutto è un abito, un’abitudine. Una routine, anche, dalla quale non possiamo aspettarci risultati immediati, così come non li possiamo aspettare da una dieta o da una routine atletica appena iniziata. Gli effetti saranno proporzionali alla costanza della pratica. E ci saranno, in ogni sfaccettatura della vita, anche se non saranno visibili né al mondo né, a volte, a noi stessi.
Ma come affrontare nel frattempo la massa di carte che abbiamo vergato, di files che abbiamo ordinato, le ore passate a combinare parole, modificarle, migliorarle – sicuri di esserci riusciti – o peggiorarle – senza sapere di averlo fatto? Cosa fare di tutto questo “fare”, anche se diciamo che è solo una pratica? Come giustificarlo, se solo una minima parte potrà lasciare i contorni della nostra stanza per raggiungere qualcuno là fuori?
Niente.
Lo si lascia andare, come si lasciano andare tante cose nella vita, altrettanto e anche più importanti, e che prima o poi, soddisfatti o delusi, ci mettiamo alle spalle. Se l’esercizio è stato condotto come si doveva, se il processo alchemico ha trasmutato in parole una sensazione, un ricordo, un’anticipazione, una passione, una scintilla del mondo, la poesia che ne risulterà sarà solo la punta di un iceberg, ma potrà galleggiare solo grazie al novanta per cento del ghiaccio rimasto sotto la cresta del mare.
Marco Aurelio proponeva tre esercizi desunti da Epitteto – uno stoico al quale anche Leopardi dedicò attenzione, traducendo il suo Manuale di massime trascritte da Arriano – ed erano questi: giudicare in accordo con la ragione dentro di noi, agire in accordo con la ragione comune, accettare il destino che il cosmo ci riserva.
Sta bene, ma quali possono essere, per analogia, gli esercizi spirituali del poeta? Proviamo a dare una risposta.
Si inizia da un grado zero, che consiste nell’imparare a leggere (non a leggere, ma a leggere). Senza questo fondamento, nient’altro può accadere. Il dialogo praticato dalle antiche scuole filosofiche non si adatta alla poesia. Il vero dialogo poetico si realizza nell’attenzione alla lettura. La poesia di chi non sa leggere le poesie altrui si riconosce subito: non si sofferma sulle parole, non le riconosce, non le scava, così come non si è soffermata, non ha riconosciuto e non ha scavato nelle parole degli altri. La lettura è una forma di meditazione; non mira a fare il vuoto nella mente, ma nemmeno a riempirla passivamente con i contenuti di ciò che viene letto. Si legge per creare una comunità tra il lettore e il testo, sapendo che quel testo, in quello stesso momento, viene letto da altri che non conosceremo mai, e che pure formano una comunità silenziosa di cui siamo parte anche noi. Nei suoi colloqui con Eckermann, Goethe diceva di avere impiegato la vita intera per imparare a leggere, e che all’età di ottant’anni non era ancora sicuro di esserci riuscito.
Una volta acquisita la consapevolezza del grado zero, il primo esercizio consiste nel dire a se stessi: io non ci sono, non sono nessuno, mi devo trovare e non so se ci riuscirò. Già questo esercizio può durare una vita. Il secondo consiste nell’individuare una guida. Può anche essere l’insegnante di una scuola di scrittura creativa, non si sa mai. Ma è meglio se è un poeta che quando l’abbiamo letto ha spezzato con un’ascia il ghiaccio che portiamo intorno al cuore (l’immagine è di Kafka). Ebbene, se lo troviamo, non dobbiamo solo leggerlo. Proviamo a imitarlo. Cerchiamo di scoprire la combinazione della sua cassaforte. Prendiamo le parole chiave che usa e usiamole anche noi. Il risultato sarà immensamente inferiore? Non importa, ciò che conta è impadronirsi di un congegno. Dopo l’imitazione, il terzo esercizio è la riscrittura. Partiamo da un testo lontano, scritto in un linguaggio che ci affascina ma che non potremmo più usare. Può essere un poeta classico, un poeta del Medioevo, dell’epoca barocca, il poeta di una cultura lontana, più è distante da noi e meglio è. Cosa accade se usiamo le sue parole chiave per ridurlo alla nostra dimensione? Il risultato sarà un ibrido, ma già al di là dell’imitazione. Il quarto esercizio consiste poi nel mettere il nostro stampo sul materiale che abbiamo raggruppato, riscrivendolo più e più volte così che infine ci appaia come nostro. Ma attenzione: questa era solo la propedeutica. Il vero esercizio comincia soltanto ora.
Ed è un esercizio di apertura di quel “nessuno”, che è il sé, a tutto ciò che non è sé. Quello che si “voleva dire” non conterà più nulla; conterà solo quello che si è scritto, e che ha sorpreso anche noi nel rileggerlo, come se nemmeno l’avessimo scritto noi. Una volti giunti a provare questa sorpresa, tutto è possibile. Ma bisogna essere precisi. La poesia è la cartina geografica del paesaggio interiore, e il lettore deve sapere che è affidabile, che non ti conduce a edifici vuoti o a strade senza uscita. L’ultimo esercizio, poi, consiste nel non illudersi mai sulla notorietà. Il poeta non è mai famoso, anche quando è famoso. Se è famoso, probabilmente lo è diventato per motivi sbagliati, e non lo deve mai dimenticare. Deve essere lui, o lei, il primo a non credere alla sua stessa fama. Può praticarla come un gioco di società, ma deve continuare a tenere ben presenti i tre doveri che la somma degli esercizi gli ha insegnato: guardare il fiume, scendere nel fiume, diventare il fiume.
In quell’incontro sulla poesia che ho menzionato all’inizio, avevo appena finito di dire che la poesia dovrebbe essere considerata un esercizio spirituale senza ansie da prestazione quando, al termine della conversazione e mentre stavamo per uscire dalla sala, una signora mi si avvicinò insieme alla figlia adolescente. La ragazza aveva ricevuto una diagnosi, mi disse la signora. Lo ripeté varie volte, una diagnosi, una diagnosi, prima di chiarire che il referto si riferiva a una condizione neurologica da non prendere alla leggera. La figlia sembrava ansiosa di dire qualcosa lei stessa, ma non riusciva a inserirsi nel discorso della madre. Avrei voluto sapere dalla ragazza, che mi pareva perfettamente in grado di spiegarsi, di che cosa voleva parlarmi proprio in quel momento, mentre il luogo si svuotava e anzi stava per chiudere, finché la signora brandì un telefono, lo aprì a una pagina di testo, mi fece vedere una poesia scritta dalla figlia, la prima che avesse mai scritto, e mi chiese immediatamente un giudizio.
Se la poesia è un esercizio, e se quella ragazza era l’apprendista di una pratica che forse poteva renderle più gestibile la sua condizione, non era opportuno che volesse vedere i suoi primi passi immediatamente giudicati. Non ero sicuro che le avrebbe fatto bene, indipendentemente dal “giudizio” che io o chiunque altro le potesse dare. Ma la poesia era lì, sotto i miei occhi, ed entrambe, madre e figlia, volevano una risposta. La lessi rapidamente e dissi alla ragazza che gli ultimi quattro versi non erano male. Le avrei detto la stessa cosa anche se l’avessi ricevuta come una proposta di pubblicazione. Ma la ragazza ebbe uno scatto, spalancò gli occhi e mi chiese ansiosa: «E gli altri?».
«Ma allora non mi ha ascoltato», le dissi. «Io parlavo di poesia come esercizio, non di qualcosa che deve subito ricevere un voto». Forse fui più brusco di come avrei voluto, ma ci stavano facendo segno di uscire, e continuare la conversazione diventava difficile. Le diedi il mio biglietto da visita e dissi alla ragazza di scrivermi quando voleva. Cosa che poi non ha fatto. Con chi voleva fare bella figura? Con me o con la madre che la stava spingendo sulla scena? Se avessi potuto parlarle anche solo per un minuto, con la madre discreta sullo sfondo, sono sicuro che ci saremmo chiariti. Non è andata così, ma potrei citare poeti di ottant’anni che indulgono in ingenuità ben maggiori che non mostrare la loro poesia al primo venuto, come uno che mi ha scritto recentemente, ed è tutt’altro che un novellino, affermando che se gli traducessi i suoi testi in inglese sarebbero un sicuro successo. Il consiglio che posso dare a entrambi, alla ragazza di sedici anni come al poeta di ottanta, è lo stesso: esercitatevi, esercitatevi sempre, siete ancora in tempo. L’esercizio della poesia non si misura dal numero delle ore ma dall’intensità che gli riservate. Un minuto di concentrazione assoluta, anche su una sola parola, vale cento ore di aerobica poetica.
[Immagine: Osvaldo Licini, Amalassunta, 1949, olio su tavola, Milano, collezione privata].
Gentile Alessandro Carrera,
Ho letto con interesse il suo testo, in cui lei tocca alcuni dei temi e dei problemi che mi paiono al centro del presente letterario italiano.
Baricco, per esempio, parla di letteratura e spiritualità usando proprio Hadot (ne ho scritto su “Argo”), e già negli anni ’90, benché con ironia, Scarpa proponeva degli “esercizi spirituali per poeti giovani e vetusti” (vado a memoria ma il testo si trova raccolto in “Cos’è questo fracasso?” ).
Mi permetto in questo senso di segnalarle i testi in cui mi sono occupato più diffusamente del tema: “Scritture postsecolari” (Franco Cesati 2023) e il piu recente “Religioni letterarie. Laboratorio su letteratura e post-secolarità (1990-2025)”, che ho curato (Peter Lang 2026).
Un saluto cordiale,
Marco Zonch
Per prima cosa, grazie del Suo articolo. Se ne avessi avuto la capacità l’avrei voluto scrivere io, che per anni ho scritto poesie troppo “nude” per trovare il coraggio di farle leggere a chicchessia. Consolante sapere che non è stato inutile! Ma mi consola anche non avere smesso fino ad oggi che con tutto l’esercizio, all’ ego “… si paga sempre pegno/ e sei di nuovo là dove non vuoi” ( un mio verso). Oggi è una festa perchè nell’itinerario di letture da lei citato, da Hadot, gli Stoici fino alla citazione di Kafka delle parole dei poeti che come ascie spaccano il ghiaccio intorno al cuore, non sono stata sola. Incoraggiata dall’affinità (come minimo di letture) vorrei chiederLe qualche suggerimento per la lettura della poesia sperimentale, che pur cercando di leggere con buona volontà, mi sa sempre di esercizio troppo linguistico e poco spirituale. A risentirLa o a rileggerLa
Ho letto con interesse il suo intervento, oltretutto molto articolato.
Lo rileggerò più volte cercando si assimilare alcuni suggerimenti. Sicuramente leggerò l’autore da lei citato.
Gentile Alessandro Carrera,leggendo il suo articolo mi sono molto appassionata riguardo alla spazialità di idee,di interpretazioni di esso sulla spiritualità della poesia fine a sé stessa o poesia come anche saper “fare”,creare, rendersi utile alla società o all’uomo nella sua individualità.Non vorrei uscire fuori tema ma a tal riguardo ho scritto una poesia su cosa sia per me essa.Gliela presento per testimoniare la mia visione del concetto poetico.Non me ne voglia,non è esibizionismo ma partecipazione verso un argomento da me sentito. “COSA È LA POESIA?”
La poesia è il luogo dove sono conservate
le parole,dove prendono vita
e creano un senso ad essa.
È sublimazione delle immagini,
è interpretazione.
È visione profonda
di eventi,di elementi che ci circondano,
della vita in tutte le sue forme.
La poesia è immaginazione, è creatività, è sensibilità.
È il luogo dove le bruttezze vengono
ripudiate ed i sentimenti innalzati.
Cosa è l ‘uomo senza sentimento?
E’ una macchina scarna
tendente all’ arido formata da
massa corporea e realtà fatiscente.
Il giudizio di”lei”?
È un giudizio insindacabile
poiché guarda nell’intimo dell’anima
mettendola a nudo di fronte alla verità.
Parole alte. Tuttavia c’è una contraddizione di fondo. Da quale pulpito ci edifica Carrera? Dall’editoriale di una rivista per addetti ai lavori (poeti e aspiranti). E secondo lei, Carrera, gli addetti ai lavori hanno il tempo di praticare esercizi spirituali con la poesia? Ma quando mai? Prima di ogni altra cosa, c’è da diventare un professionista: partecipare a premi importanti, avvicinare i poeti di peso, inviare materiale a riviste come quella che Lei dirige, stendere piani quinquennali per penetrare nel fortino della bianca Einaudi ecc. ecc. Guardo all’indice del numero della rivista da Lei diretta e vedo tutti poeti che disquisiscono di altri poeti, tra i quali Lei (Marco Bellini – S. Aglieco, Alberto Bertoni – M. Ferrari, Antonio Bux – P. Perilli, Roberto Carifi – A. Carrera, Pietro Civitareale – A. Macchia, Luigi Fontanella – A. Paganardi. Jorie Graham – A. Carrera, Mariangela Gualtieri – G. Blanco, Monica Martinelli – I. Mugnaini, Rita Pacilio – P. Perilli, Renato Pennisi – S. Aglieco, Patrizia Valduga – A. Borra, Paolo Valesio – E. Pretti, Gian Mario Villalta – A. Carrera). A parte l’estinzione quasi totale dei critici (ma i superstiti della categoria versificano in segreto e prima o poi verranno allo scoperto con la loro inattaccabile silloge), i poeti-poeti, i poeti poietici come li chiama Lei, vogliono con tutte le loro forze essere riconosciuti. Non prendiamoci in giro, gli esercizi spirituali lasciamoli alle poetesse in erba con mamma al seguito.
A proposito di sapienza antica, non è saggio guardare al poeta goethiano come a un relitto del passato. Dopotutto anche il poeta è un uomo, e come tale ha il dovere di diventare sapiente (che come si sa non vuol dire erudito). Ho il sospetto che fra i poeti riconosciuti ci siano assai pochi sapienti e molti gladiatori dell’arena poetica. Non sarà proprio questa la malattia, la scissione tra la vita e l’opera?
Un saluto
« Perché mai la poesia dovrebbe sempre avere un destino pubblico, quando la sua natura è spesso così intensamente privata?» (Carrera)
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« E’ difficile pensare a un giovane adolescente studente che non si sia cimentato, perlomeno una volta, con la scrittura di una poesia. Ecco, perché in ogni età, cultura e condizione si scrivono versi?
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Effettivamente con la successione delle tendenze letterarie e delle tendenze culturali o, diciamo ideologiche, degli ultimi due secoli a partire pressappoco dall’età della Rivoluzione francese, la scrittura in generale e la scrittura poetica in particolare sono diventate uno strumento di introspezione, sono diventate una via alla ricerca della propria identità. Insomma ogni scrittura che non abbia delle finalità puramente pratiche, sembra guidare alla scoperta di se stessi: allora scrivere versi diventa, in misura minore, anche tenere un diario o scrivere delle lettere reali o immaginarie. Scrivere versi diventa un modo rapido, un modo economico e, ahimé, un modo illusorio di risparmiarsi una crescita psicologica o un trattamento psicanalitico. Per esempio è diffusa l’idea che le scritture poetiche private siano alcunché di gratuito che uno può fare o può non fare, invece ci si accorge che questa è la conseguenza del fatto che le classi dominanti a partire dall’inizio dell’Ottocento avevano investito la categoria degli intellettuali di quelle funzioni che erano state nei secoli precedenti propri della casta sacerdotale, e esaltarono all’interno di questi intellettuali i letterati e i poeti come dei portatori di qualcosa di particolarmente rilevante, libero, gratuito, sublime e hanno continuato a mantenere questa sorta di illusione attraverso l’educazione di massa, attraverso i media audiovisivi, nonostante che appunto l’educazione di massa e i media audiovisivi, l’industria culturale dei nostri tempi, abbiano tolto ogni mandato sociale, ogni compito collettivo al letterato. So benissimo che mi si dirà che questo non è del tutto vero. Certo, fittiziamente vengono mantenuti, ma vengono mantenuti con una funzione analoga a quella che hanno i corazzieri al Quirinale. Il poeta si lascia adulare grazie ai suoi supposti rapporti col mondo dell’invisibile e dell’inconscio, come vedremo supposti, ma non del tutto falsi. Insomma per risolvere dei problemi affettivi, morali, psicologici, religiosi, metafisici è meglio non fare assegnamento sulla scrittura dei versi. Se si scrivono o se si leggono dei versi senza qualche coscienza critica o storica della tradizione letteraria per un verso e della loro destinazione, della loro collocazione nella realtà di oggi, si fa una strada falsa, non dimenticando che una letteratura di consumo di apparente immediatezza esiste ed è quella che troviamo per esempio in molte forme pubblicitarie, nell’uso della parola nei testi pubblicitari o nelle canzoni di consumo.»
(da Franco Fortini, Cos’è la poesia? Intervista a RAI Educational, 8 maggio 1993,https://moltinpoesia.blogspot.com/2010/10/proposta-di-lavoro-n1-ottobrenovembre.html#more)
Articolo Illuminante. Gratitudine.