di Vito Teti. Prefazione di Sandro Abruzzese e Alessandro Cannavale

 

[Pubblichiamo la prefazione di Sandro Abruzzese e Alessandro Cannavale alla nuova edizione del saggio di Vito Teti La razza maledetta. Antimeridionalismo, separatismo, razzismo, uscita per Meltemi].

 

Trent’anni di razza maledetta

di Sandro Abruzzese e Alessandro Cannavale

Riproporre, a distanza di trent’anni, La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale di Vito Teti è necessario e doveroso per varie, troppe ragioni, il cui elenco non basterebbe in questa sede. Volendo in sintesi citarne due, la prima riguarda il contributo dell’antropologo calabrese alla capacità di comprendere il presente attraverso l’indagine sulle radici culturali di lungo e medio periodo del paese. La seconda ragione, conseguente, è che La razza maledetta risulta un libro in grado di restituire la cornice della travagliata storia culturale italiana, entro cui si colloca – anche se sapientemente occultata da partiti politici, tv e giornali – la questione meridionale.

 

1. Corsi e ricorsi

 

Come scrive Teti nella prefazione alla seconda edizione, con la caduta del muro di Berlino e il susseguente crollo sovietico, la deflagrazione della Prima Repubblica, la concomitante grave crisi economica dei primi anni Novanta, insieme a Tangentopoli e lo stragismo, in un contesto nuovo e inedito in cui alle forze politiche in campo non occorreva più concorrere sul piano sociale con i temibili partiti progressisti del paese nel contendersi l’appoggio delle masse del Sud, in Italia avvenne una violenta sterzata, tuttora in corso, rispetto alla precedente storia repubblicana. Nonostante Milano e la sua Procura ebbero un ruolo principale nel sancire lo stato di corruzione sistemico della classe politica, una campagna mediatica orchestrata dalla Lega Nord di Umberto Bossi attribuiva al Meridione e a “Roma ladrona” il fallimento del paese, riportando in auge il pregiudizio antimeridionale. Si apriva così in Italia, in maniera convulsa e repentina, l’epoca neoliberista. Un periodo di crisi che, sul piano dell’immaginario, come un fiume carsico, ha prestato il fianco non alla ricostruzione razionale degli avvenimenti, bensì ai fantasmi dell’inconscio collettivo, dalle cui ferite è riemerso un vecchio capro espiatorio della nostra storia. Trent’anni di occultamento ci dicono che, come ricordava nel 2015 Alessandro Leogrande su “Internazionale”, “la questione meridionale è stata sempre l’altra faccia della storia unitaria e, negli ultimi decenni, della storia repubblicana. Ma da almeno un ventennio si assiste alla progressiva scomparsa della parola ‘sud’ dalle agende dei governi che si sono succeduti alla guida del paese”. Questa assenza, legata anche alla crescita di interesse verso la cosiddetta “questione settentrionale” e al nuovo assetto internazionale, si è accompagnata alla riduzione della spinta propulsiva del meridionalismo storico, che in passato era stato capace di elaborare precise analisi critiche e di raccontare efficacemente la complessità non monolitica del Sud nel contesto nazionale. In passato, continuava Leogrande, il meridionalismo storico “ha saputo anche individuare le responsabilità delle classi dirigenti locali, della ‘borghesia lazzarona’, dei tanti ‘luigini’ (per usare un’espressione cara a Carlo Levi) annidati tra le pieghe dello status quo. Non perché le colpe siano solo ‘nel’ sud, ma per il semplice fatto che ogni critica dell’esistente deve sempre partire da sé, dalla necessaria anticamera dell’autocritica”. La sterzata della politica italiana verso le sole ragioni della questione settentrionale (la sofferenza dei ceti produttivi per la concorrenza delle tigri asiatiche, la massiccia e soprattutto disorganizzata immigrazione, ecc. sono state nel frattempo indagate da sociologi come Aldo Bonomi), ha prodotto l’esatto contrario: una stagione irrazionalista determinata da una campagna d’odio tesa a balcanizzare l’Italia proprio mentre a pochi chilometri dalle nostre coste si assisteva increduli alla deflagrazione violenta della Jugoslavia.

 

È a questo contesto e all’humus sub-culturale conseguente che La razza maledetta fornisce una risposta chiara. Nel frattempo, il dibattito sul Sud e sull’Italia si polarizzava al punto da produrre speculari posizioni “sudiste”, anch’esse carsicamente preesistenti fin dalla storica delusione post-unitaria, per riemergere con una mistura di orgoglio rivendicativo e ricostruzione identitaria, soprattutto dopo le celebrazioni del secolo e mezzo dall’Unità. Da molte parti, dunque, alla stregua del nascente leghismo settentrionale, si invocava la definizione di un’identità meridionale, ma, si badi bene, non rifacendosi alla più recente storiografia – Salvatore Lupo, Emilio Gentile, Carmine Pinto, solo per fare alcuni nomi – bensì attraverso sensazionali pamphlet di giornalisti prestati alla storia, come Pino Aprile. Il discorso identitario, se è sempre sintomo di una profonda e latente crisi di prospettiva e direzione – essendo l’idea di nazione, stando a Max Weber o Étienne Balibar, un progetto politico precedente a qualsiasi identità –, è però la risposta speculare al pregiudizio antimeridionale del Nord. Una risposta magari vetero-razionalista, apparentemente più colta, e tuttavia sintomo di un problema culturale nazionale di fondo.

 

2. Divari

 

Venendo all’oggi, qualche dato comparativo può aiutare a comprendere meglio l’attuale stato delle cose. Innanzitutto, il divario tra Nord e Sud, espresso da molti parametri e sistematicamente rilevato negli anni da istituti di ricerca come Svimez, Istat ed Eurostat, attesta che tuttora il sud Italia resta la più grande area di sottosviluppo continentale. Lo confermano per esempio i dati Eurostat su base regiona­le del 2022, laddove si evidenzia che il tasso di occupazione tocca il 73,4% in Lombardia, il 72,9% in Veneto e il 74,8% in Emilia-Romagna, mentre nel Sud il valore rilevato scen­de al 53,4% in Puglia, al 47,3% in Campania e al 46,2% in Sicilia. Analoga prospettiva scopriamo incrociando la serie di dati che rende conto del numero di posti letto in ospedale per 100.000 abitanti, che, se nel 2021 erano 362,8 in Lombardia, 363,9 in Emilia-Romagna e 355,6 in Piemonte, diminuiscono drasticamente in Puglia e Calabria con rispettivamente 277,8 e 193,7 posti letto.

 

Ne consegue il divario prodotto nell’aspettativa di vita tra i cittadini italiani: se una donna nata in Lombardia ha un’aspettativa di vita pari a 86,2 anni (82,2 per i cittadini di sesso maschile), tale dato scende a 83,6 in Campania (79,5 per i maschi). Infine, il Pil pro capite secondo Eurostat (dati del 2023), su base regionale, ponendo pari a 100 il valore medio del Pil pro capite dell’Unione Europea, vede la Lombardia (con 134), l’Emilia-Romagna (con 118) e il Veneto (con 111) ben al di sopra della media europea, mentre ancora una volta le regioni meridionali finiscono al di sotto della soglia fissata: la Puglia riporta 64, la Calabria 58 e la Campania 63.

 

Quanto sopra descritto, al di là delle ragioni storiche, è il prodotto di una doppia spinta: da un lato la distrazione indebita di risorse destinate al Sud che vengono riportate verso il centro-nord del paese, dall’altro l’incapacità della classe dirigente locale di attingere ai fondi europei destinati alle aree sottosviluppate. Tuttavia, come qualche anno fa ricordava il giornalista Marco Esposito in Fake Sud, in Italia “i Conti pubblici territoriali dimostrano almeno a partire dal 2000 una persistente differenza a favore del Centro-Nord: in media 26 miliardi all’anno pur depurando il dato delle pensioni, che sono reddito differito”, per poi chiosare:

 

[…] non soltanto dal 2000 al 2017 la spesa pubblica continua ad andare nella medesima direzione della ricchezza privata, ma addirittura gli investimenti, cioè gli interventi per costruire infrastrutture e servizi dove mancano, si orientano verso i territori già più ricchi, al punto che si è dovuta scrivere una legge nel 2016 per obbligare lo stato a spendere il 34% degli investimenti ordinari nel Mezzogiorno. Legge di cui peraltro si è rinviata l’attuazione.

 

3. Il fallimento del regionalismo

 

I numeri forniti riflettono tre decadi di neoliberismo in cui le istanze leghiste hanno permeato l’intero arco costituzionale, finendo per egemonizzare il discorso politico italiano e condurre dalla confusa e folcloristica minaccia di secessione del Nord al più cauto e concreto progetto federalista di autonomia regionale. Dette istanze hanno pure prodotto un’alleanza trasversale inedita, prova ne sia il fatto che la riforma del Titolo V della Costituzione italiana fu opera di un governo di centro-sinistra, da cui, strada facendo, è arrivata una parziale adesione all’attuale progetto di autonomia differenziata, le cui tappe andremo, seppur brevemente, a definire.

 

Il progetto di autonomia regionale, definito dall’economista Gianfranco Viesti una vera e propria “secessione dei ricchi”, muove i suoi primi passi nel 1999, anno in cui fu approvata la legge costituzionale che prevedeva l’elezione diretta dei presidenti di regione, definiti dai media nazionali, impropriamente, “governatori”. Col nuovo millennio, le già citate modifiche al Titolo V della Costituzione italiana consentivano la possibilità di estendere “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia” (articolo 116). La legge 42 del 2009 ha infine precisato il nuovo assetto dei rapporti tra lo Stato e le regioni in materia di federalismo fiscale. Questa legge introduce il principio secondo cui gli enti devono essere finanziati mediante compartecipazioni al gettito tributario, piuttosto che mediante trasferimenti statali, come avveniva in precedenza. Gli stessi attori di questo lungo iter legislativo si sono contestualmente resi protagonisti della mancata definizione dei Livelli essenziali delle prestazioni (Lep) – previsti dall’articolo 117, lettera m –, ossia dei livelli di servizi da garantire ai cittadini, per erogare i diritti sociali e civili in modo omogeneo sul territorio nazionale, attraverso l’individuazione dei cosiddetti “fabbisogni standard”. Abbiamo dunque finora assistito al sabotaggio dei meccanismi perequativi previsti dal legislatore onde evitare che gli enti sub-statali con minore capacità fiscale fossero soggetti a un aggravio dei divari preesistenti. Con un ritardo più che ventennale, non stupisce che i Lep non abbiano ancora trovato una definizione. Nonostante quanto previsto dal decreto attuativo della legge 42/2009 – il d.lgs. 68/2011 – il meccanismo della spesa storica nel finanziamento delle regioni non è mai stato superato. E, a dispetto della sentenza della Corte costituzionale numero 220 del 2021, che ha apertamente censurato il ritardo nella definizione dei Lep, tre regioni a statuto ordinario (il Veneto, la Lombardia e l’Emilia-Romagna), nel 2017, si sono affiancate nella comune richiesta di maggiori autonomie, giungendo, il 18 ottobre dello stesso anno, a sottoscrivere una dichiarazione di intenti con il governo di centro-sinistra presieduto da Paolo Gentiloni. Infine, il 28 febbraio del 2018, la stipula delle pre-intese con il medesimo governo sanciva, attraverso la trasversalità politica delle tre amministrazioni regionali (due di centro-destra e una di centro-sinistra), il comune consenso parlamentare, dando ulteriore propulsione all’iniziativa.

 

Per concludere questa doverosa disamina, il 23 gennaio 2024 il Senato ha approvato il disegno di legge d’iniziativa governativa, collegato alla manovra, sull’attuazione dell’autonomia differenziata delle regioni a statuto ordinario. Da più parti provengono preoccupazioni sul nuovo assetto amministrativo che potrà scaturire dall’iter sopra accennato. “L’Italia diverrebbe un paese arlecchinesco, con quattro regioni a statuto speciale, due province autonome e quindici regioni a regionalismo differenziato”. Quali gli effetti delle nuove attribuzioni di poteri sui cittadini delle diverse regioni? Materie come il servizio idrico, l’istruzione scolastica e la sanità richiederebbero riflessioni più approfondite. La fondazione Gimbe ha espresso apertamente perplessità sul rischio che possano aumentare ulteriormente le disuguaglianze negli accessi alle cure, nonché nella relativa qualità. L’estensione delle competenze sembra configurare delle piccole realtà statali, create in modo surrettizio. Lo Stato rischia di perdere il proprio ruolo nelle grandi programmazioni infrastrutturali, come il Piano nazionale di ripresa e resilienza, che sarebbe stato oggetto di veti di ogni presidente di regione, configurando il rischio di una babele istituzionale, una condizione di elevata entropia istituzionale. Il livello di diseguaglianza interna accumulato nel paese non permetterebbe di esporsi a questo livello di rischio. Come scrive Francesco Pallante:

 

L’espansione incontrollata dei poteri regionali va fermata e le regioni devono tornare a essere strumenti al servizio della Repubblica e del suo disegno di emancipazione di tutti i cittadini: a prescindere dal territorio di residenza.

 

4. Il virus del pregiudizio

 

Al ginepraio politico nazionale, La razza maledetta, sulla scia di una lunga tradizione intellettuale otto-novecentesca, replica sottolineando come il razzismo antropologico si nutra dell’incapacità di comprendere le differenze ma anche dell’incapacità del paese di fornire risposte a necessità storiche come l’omogeneizzazione del tessuto produttivo e socioeconomico italiano e l’effettiva democratizzazione del paese. Dunque, il virus del pregiudizio non solo è parte integrante della storia unitaria italiana, ma produce alibi utilizzati ad arte dalla classe politico-burocratica per coprire e giustificare le responsabilità delle classi dirigenti locali e nazionali.

 

La questione meridionale, in questo modo, non solo sopravvive e si alimenta, ma diventa il vero vulnus, in quanto nulla sembra realmente comprensibile della storia d’Italia se non si parte dai suoi storici divari territoriali. Dalla mancata o parziale industrializzazione e infrastrutturazione di una parte del paese sembra derivino l’endemica e annosa disoccupazione giovanile, un’emigrazione costante (al netto dei rientri, secondo il Rapporto Svimez del 2023, le regioni meridionali hanno perso 1,1 milioni di residenti, di cui soprattutto giovani sotto i 35 anni), nonché un circolo vizioso che porta al blocco storico delle classi dirigenti, allo strapotere dello scambio politico-clientelare, alle holding globali della criminalità organizzata (organica e interdipendente con l’economia legale del paese), al depauperamento del capitale sociale meridionale, allo spopolamento, alla perdita del patrimonio pubblico e privato immobiliare. Da questa prospettiva si è arrivati all’esodo di centinaia di migliaia di giovani che affollano le università del Centro-Nord, e di migliaia di pazienti che per ricevere cure ritenute più efficaci migrano nelle aziende ospedaliere settentrionali. Sempre secondo i dati della fondazione Gimbe, pubblicati nel 2025, la cifra associata alla mobilità sanitaria interregionale avrebbe rag­giunto 5.037 milioni nel 2022, il valore più alto rilevato dal 2010, con tre regioni in grado di accogliere oltre metà della mobilità attiva: Lombardia (22,8%), Emilia-Romagna (17,1%) e Veneto (10,7%). Si tratta delle tre regioni che occupano posizioni alte nella graduatoria che riporta la percentuale di adempimento dei Livelli essenziali di assistenza.

 

In definitiva, in una parte significativa del paese – che va dalle aree depresse montane alle isole, dalle periferie alle zone periurbane metropolitane, aree molto diverse ma spesso genericamente accomunate – l’emergenza sociale coinvolge strutture e istituzioni nazionali e statali, dai partiti ai sindacati, dagli ospedali alle scuole e università, in ruoli suppletivi, per sopperire alla fragilità territoriale. È quindi nella questione sociale e istituzionale italiana che si annida la frattura che rende questa parte d’Italia vittima due volte: delle circostanze storiche e di una narrazione parziale, che alimenta il pregiudizio come forma autoassolutoria per chi governa, giustificando politiche estrattive ai danni del Meridione. Ciò che spesso viene taciuto è che le conseguenze della grave disomogeneità nazionale rendono le pratiche democratiche un percorso incerto, rischioso, impervio per la cittadinanza. I divari territoriali svuotano la democrazia, producendo contrasti eccessivi tra interessi individuali e generali. Le ragioni della persistenza di una politica clientelare e trasformistica, il mercimonio di tessere e i continui commissariamenti governativi dimostrano che un territorio fragile è più permeabile ed esposto alle distorsioni del sistema. Stiamo parlando, come ricordava Leonardo Sciascia con la metafora della “linea della palma”, di un sistema in grado di svuotare il senso dell’impalcatura democratica: lo dimostrano le infiltrazioni criminali a ogni livello dell’economia legale, di cui il mondo politico, tranne che per rare eccezioni, ha quasi sempre preferito beneficiare.

 

5. Televisione cattiva maestra

 

La razza maledetta resta un libro fondamentale anche per decolonizzare l’immaginario degli italiani dalla capziosa rappresentazione mediatica prodotta in questi anni da televisioni e giornali nazionali. Come dimostra lo studio di Valentina Cremonesini e Stefano Cristante, l’immagine del Sud restituita dai media è principalmente fondata sull’estetica criminale e la retorica della miseria. Questa raffigurazione influenza in maniera determinante l’opinione pubblica sul Mezzogiorno, con una “programmatica alterazione dell’universo notiziabile che fornisce unicamente informazioni sul lato oscuro della vita sociale”. Secondo gli autori, “l’esposizione costante e ossessiva al fatto criminale prelude alla narrazione di un carattere al contempo antropologico e storico, quasi inscritto in una natura data una volta per tutte, come cioè se il Sud fosse forzatamente perimetrato da una cornice di degrado malavitoso”. Il saggio indaga, tra l’altro, lo “spazio” dato al Sud nei titoli del Tg1 delle 20:00, dal 1980 al 2010. “Su un totale di 1.844 servizi televisivi esaminati, il 9% è riconducibile al Sud, mentre il restante 91% di Sud non tratta”. In più, dall’analisi è scaturito che

 

la rappresentazione del Sud attraverso le notizie del Tg1 avviene dunque prevalentemente attraverso quattro aree tematiche (in ordine di ampiezza: cronaca, criminalità, welfare e meteo). All’interno dell’area cronaca, i servizi giornalistici hanno dato spazio soprattutto alle notizie di cronaca nera (93%). Rispetto all’area criminalità, le news hanno affrontato prevalentemente fatti riguardanti le mafie (70%). Nell’area welfare sono dominanti i servizi sulla sanità (63%), mentre nell’area meteo prevalgono le notizie relative al maltempo (66%).

 

Questa maldestra narrazione del Mezzogiorno, che fa pensare ai più recenti problemi discriminatori legati alla profilazione etnica (islamofobia, africo-fobia, ecc.) o alla indimenticata lezione sull’orientalismo di Edward Said, è causa o effetto della percezione stereotipata di quest’area del paese? È forse questo un capitolo occulto o una propaggine del romanzo antropologico italiano smascherato da Vito Teti ne La razza maledetta?

 

6. Una proposta per il Sud

 

Tutta l’opera di Vito Teti forse può essere vista come un unico discorso nazionale intorno a un’Italia sì disomogenea, ma anche largamente interdipendente e interconnessa tra le sue parti, nonché con l’altrove dei suoi migranti, dei suoi doppi, all’estero. In questo contesto, il concetto di restanza, da lui coniato e problematizzato in diverse opere, acquista un carattere sempre più attuale, proponendosi come motore di una riconfigurazione etica dell’esistenza meridionale. A tal proposito, l’antropologo chiarisce:

 

Il mio non è un elogio del restare come forma inerziale di nostalgia regressiva, non è un invito all’immobilismo, ma è solo il tentativo di problematizzare e storicizzare le immagini-pensiero del rimanere come nucleo fondativo di nuovi progetti, di nuove aspirazioni, di nuove rivendicazioni. […] Perché per restare, davvero, bisogna camminare, viaggiare negli spazi invisibili del margine.

 

Se la ricostruzione dell’intellettuale calabrese si ferma consapevolmente di fronte all’assenza di interlocutori e referenti strutturati, all’assenza di modelli e riferimenti politici – dunque di essenziali mediatori di motori propulsivi in grado di dar luogo, soprattutto nella società meridionale, a una cultura della restanza, ovvero di una cittadinanza attiva che rielabori il proprio rapporto con i luoghi di residenza – la sua antropologia fornisce tuttavia un lessico che, benché ancora allo stato di utopia, resta il principio di qualsiasi progetto. Nel tentativo di raccogliere l’invito di Teti, oggi che l’interdipendenza di regioni e nazioni in un mercato globale è pressoché totale e che l’intervento pubblico diventa l’unica strada per sostenere missioni di rilevanza strategica, ci piacerebbe pensare al Sud in relazione alla transizione energetica, alla limitazione delle emissioni climalteranti, alla salvaguardia della biodiversità. In questo contesto, non manca solo una politica industriale per il Mezzogiorno, ma, ancora una volta, una vera visione nazionale nel contesto europeo.

 

Se, come scrive Salvatore Settis, la tutela dell’ambiente in Italia assume “valore costituzionale” e “ambiente, paesaggio, beni culturali formano un insieme unitario e inscindibile la cui estensione corrisponde al territorio nazionale; fanno tutt’uno con la cultura, l’arte, la scuola, l’università e la ricerca”, allora le molteplici locuzioni impiegate nel testo della Costituzione licenziato nel 1948 – come “interesse generale”, “interesse della collettività”, “funzione sociale”, per citarne alcune – convergono strutturalmente in un assetto di valori che sottendono il concetto di “bene comune”. Nel Titolo III, in particolare all’articolo 43, si parla di “interesse generale” con riferimento a servizi pubblici ed energia. E allora energia, acqua, beni comuni impongono, nell’intento di decarbonizzare il continente europeo per scongiurare i disastri legati al cambiamento climatico, riflessioni approfondite. Gli Stati occidentali dovranno assumere un ruolo guida, favorendo innovazione e trasformazione sociale, attivando e coinvolgendo i cittadini. Sarà indispensabile proteggere salute, ambiente ed energia dalla speculazione. Se cento anni fa era Francesco Saverio Nitti a proporre la nazionalizzazione dell’energia elettrica, al fine di sostenere un progetto di espansione produttiva del Mezzogiorno, contemperando interessi imprenditoriali e pubblici, oggi siamo di fronte a importanti scelte strategiche che possono affidare un ruolo preciso al Mezzogiorno, talora candidato al ruolo di crocevia energetico.

 

Ma il discrimine è rappresentato dalla risposta alle domande: quale energia? Fossile o rinnovabile? Quale secolo abbiamo come riferimento in questo momento di scelta? E soprattutto: con quali attori locali e nazionali? Guidare questo processo offrirebbe l’opportunità di attivare comunità energetiche, trasformando l’energia rinnovabile da oggetto di speculazione a nuovo collante sociale. E, come scrive Livio De Santoli, tra i primi a studiare il tema in Italia, “oggi una persona su sette non ha accesso completo all’elettricità, tre miliardi di persone dipendono da legno, carbone o concime animale per cucinare e per riscaldarsi; l’energia è la principale responsabile del cambiamento climatico, rappresentando più dell’80% delle emissioni di gas serra globali, è causa diretta o indiretta di tutte le guerre in atto nel pianeta, è causa di migrazioni di massa”.

 

Le comunità dell’energia rinnovabile sono modelli innovativi di partecipazione a complessità crescente, soggetti giuridici basati sulla partecipazione di cittadini che producono e consumano energia pulita con altri cittadini che si trovano in vicinanza, ma anche Pmi o soggetti pubblici, con l’obiettivo di garantire benefici sociali, economici e ambientali alla comunità. I cittadini-prosumer (produttori e consumatori) di energia diventano attori principali di una radicale trasformazione sociale ed economica, una nuova “democrazia energetica” che riabilita e attiva, in chiave generativa, il protagonismo delle comunità. La politica generativa richiede l’attivazione dei cittadini: le comunità energetiche rappresentano in questo senso un’occasione preziosa di cambiamento. La riflessione sul concetto di “bene comune” richiede un nuovo coinvolgimento della cittadinanza, capace di percorrere e includere gli spazi della marginalità. Le comunità dell’energia potrebbero essere l’ennesima occasione di speculazione per le grandi compagnie energetiche o, d’altro canto, una grande sterzata in chiave generativa e partecipativa, verso la produzione di energia pulita in modo diffuso e policentrico. È questa una riflessione e, se vogliamo, una suggestione, che cerca un dialogo con la restanza.

 

7. Restare umani

 

Tuttavia, nel tirare le somme, la ragione ci impone di guardare al processo storico e culturale che abbiamo descritto finora – all’Italia che va dagli anni Novanta a oggi – come a una piccola parte delle più generali vicende globali in cui il nostro paese si inserisce. Sotto questo profilo, uno sguardo comparativo conduce alla consapevolezza che la recente storia d’Italia altro non è che una storia certamente dalle fattezze peculiari, ma anche del tutto conseguente alla messa in opera di un modello, ovvero del sistema economico e dell’immaginario capitalistico neoliberista mondiale. Dunque, è attraverso la precarizzazione del lavoro, la finanziarizzazione dell’economia, le politiche di austerità, il conseguente collasso dei beni comuni e del senso comune dell’umano che, dagli anni Ottanta a oggi, si è prodotto un inedito e più esteso pregiudizio antimeridionale, che a sua volta ha condotto, attraverso l’uso discriminatorio di media e tv e con l’impiego di algoritmi nei motori di ricerca, alla demonizzazione di classe, alla condanna della povertà, nonché all’ossessione normativa (la quale ha reso clandestine o immorali alcune primarie forme di bisogno individuale e sociale). Ne è nato un conflitto tra prerogative nazionali e diritti umani, in cui la soggettività di masse numerosissime è stata vieppiù negata e i diritti universali respinti. Un mondo di campi di concentramento e stragi, di confini e frontiere, di profughi ed esuli, ha infine trasformato il Sud e l’Europa in un Occidente ostile alla vita.

 

In questo contesto, un libro come La razza maledetta acquisisce nuova linfa e finisce per fornire risposte alla questione sociale non più meridionale, bensì globale. Il Sud, in questo quadro, in quanto ponte geografico e culturale, resta prigioniero di un ossimoro italiano e mediterraneo: in assenza del ruolo dello Stato, non può agire quale promotore di pratiche democratiche, di produzione di beni comuni e comunità inclusive; tuttavia, suo malgrado, si vede costretto nel ruolo di termometro e testimone di una deriva, ovvero dell’allontanamento dell’Europa dai principi umani più alti e saldi di alcuni suoi inderogabili valori fondanti.

 

In fondo, chi scrive ritiene che la stessa restanza di Teti rappresenti un contraltare culturale a quel neoliberismo che limita il ruolo dello Stato e che tende alla de-umanizzazione, alla de-privazione dei diritti umani, diretta ancora una volta contro le aree fragili non più dell’Italia, ma del pianeta. Mentre il neoliberismo, abbandonando la cura dei luoghi, del comune, ha distrutto il già flebile filone illuministico delle comunità, producendo ovunque identitarismo e xenofobia, privatismo e individualismo, la restanza è un’istanza di ri-socializzazione e una riscoperta del comune, dei luoghi come tramite di intersoggettività, della cura e della presenza come ricostruzione di nuova collettività e soggettività, su basi morali e spirituali che attingono ai pur vasti orizzonti umanistici della nostra civiltà.

 

In questa prospettiva, è sintomatico che la risposta più coraggiosa e innovativa al fenomeno migratorio, in passato, sia arrivata proprio dalla regione più povera d’Italia, la Calabria, da quel “modello Riace” di Mimmo Lucano, a pochi passi da San Nicola da Crissa, il paese natio dove l’antropologo Teti ha scelto di restare. L’azione di Lucano, nella sua semplicità, è stata un esempio, certamente perfettibile, di resistenza costruttiva, di rigenerazione, un’altra piccola utopia concreta in grado di indicare altre vie, temporaneamente negate dall’insipienza delle classi dirigenti che ne hanno decretato la conclusione. Ancora una volta, dal margine e per contrasto, i territori fragili, sofferenti – oltre al negativo, al contrasto che produce deprecabili ma sintomatiche contro-condotte – forniscono paradigmi per una modernità consapevole, priva della barbarie a cui un certo tipo di globalizzazione ci ha purtroppo, finora, abituato.

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