di Ugo Morelli
Che la vergogna, e non solo la vergogna, sia un fenomeno caratterizzato dall’ambiguità, che si manifesta e comprende a livello transoggettivo e relazionale, è quanto ha evidenziato efficacemente la psicoanalisi, in particolare con Silvia Amati-Sass [Ambiguità, conformismo e adattamento alla violenza sociale, Franco Angeli, Milano 2020], sulla scia delle ricerche di José Bleger [Simbiosi e ambiguità, (1967), Libreria editrice Lauretana, Loreto 1992]. Un’ulteriore prova che, nonostante l’imperante individualismo in ogni campo, sempre più si verifica la necessità di considerare il livello relazionale e socio-anticipatore dell’esperienza umana.
Inatteso, ma allo stesso tempo prevedibile, proveniente com’è dall’acume metodologico di un grande storico, giunge a noi “una definizione di individuo come punto di convergenza di più insiemi” [p. 12] [Carlo Ginzburg, Il vincolo della vergogna. Letture oblique, Adelphi, Milano 2025]. Confermata dalle più recenti scoperte scientifiche in neuroscienze e psicologia quella visione dell’essere umano attraversa come un filo di Arianna i saggi di quest’ultimo libro di Carlo Ginzburg. Guardando in maniera obliqua, o come ha scritto in più occasioni, prendendo gli eventi “contropelo”, Ginzburg ci propone, con questo libro, esemplari analisi di microstoria dell’umano e lezioni spesso implicite e di certo non esibite di profondo rigore metodologico. Non potendo escludere l’effetto lector in fabula, pare che un filo conduttore, tra gli altri, di questi raffinati saggi sia la scomparsa dell’individuo come centro dell’analisi e fattore focale dell’esperienza. Nel primo saggio, infatti, mentre va alla ricerca delle radici della vergogna, Ginzburg sottolinea l’interazione tra identità e identificazione più o meno consapevole. Di fronte alla pluralità delle appartenenze e dei percorsi di identificazione “un individuo non può essere identificato con le caratteristiche che lo rendono unico” [p. 26]. L’analisi del principio dialogico di Martin Buber e l’insistenza di questo autore sulla reciprocità, da quella prenatale e corporea tra madre e feto, a quella consapevole su cui si fonda il principio comunitario, diventa la base per un’estensione del dialogo all’interiorità. Riferendosi all’osservazione di Roman Jakobson sul dialogo interiore come caratteristica universale del linguaggio umano, Ginzburg sostiene che quella prospettiva può aiutare ad analizzare il dialogo interiore in quanto fenomeno storico, collocato in un contesto specifico. L’elemento dialogico assume così le connotazioni di una distinzione di noi esseri umani che “possiamo parlare col mondo e del mondo grazie alla capacità del linguaggio di parlare con sé stesso e di sé stesso” [p. 50].
Con la sua “traiettoria che respinge a priori qualsiasi tentazione sistematica” [p.13], l’autore mostra quale sia stata e sia quella rivoluzione paradigmatica a cui in buona misura si può ascrivere il suo lungo e originale percorso di ricerca. Una rivoluzione emblematicamente riconducibile alla esplorazione della condotta intellettuale come strutturazione dell’esperienza comune proposta in modo indimenticabile da Aldo Giorgio Gargani in Il sapere senza fondamenti, Einaudi, Torino 1975. Una proposta di interpretazione del sapere scientifico e filosofico, non nei termini di una progressione lineare e cumulativa di conoscenze, né di un patrimonio di tecniche intellettuali certe e inesorabili, ma come una raccolta di strumenti concettuali e di moduli interpretativi revocabili, aventi la loro matrice negli ambiti di decisione e nei modi di operare propri delle forme di vita degli uomini e delle donne. Questo orientamento a guardare alla scienza e alle attività intellettuali, per così dire, “dal basso”, riconduce le strategie del sapere scientifico-filosofico alle matrici costruttive operanti nelle forme di vita umana, ritrovando la funzione che storicamente hanno esercitato sui modelli di sapere le presunzioni di probabilità derivanti non tanto e non solo dalla conoscenza dell’insieme, ma dall’analisi di un dettaglio, per poi avvicinarsi all’insieme sulla base del percorso di analisi di quel dettaglio.
Originale in Ginzburg è il modo di avvicinarsi e di accedere all’evento per poi far emergere l’insieme, ponendosi di fronte all’evento come osservatore coinvolto e distaccato allo stesso tempo, secondo l’anticipatrice analisi di Alfonso Maurizio Iacono, in L’evento e l’osservatore. Ricerche sulla storicità della conoscenza, Lubrina Editore, Bergamo 1987; ETS, Pisa 2013].
Nessi contestuali emergenti, contesti in cui quei nessi si esprimono e singolarità individuale come federazione di istanze, popolano i saggi di questo libro, decisamente all’altezza del livello a cui Carlo Ginzburg ci ha abituati. Ognuno dei saggi delle quattro parti in cui il libro è suddiviso riporta a quella evoluzione del metodo storico, che ha aperto a tanti esiti anche in altre discipline, della quale Ginzburg fu autore, in particolare con Spie. Radici di un paradigma indiziario, un saggio pubblicato per la prima volta nel 1979 all’interno della raccolta Crisi della ragione. Nuovi modelli nel rapporto tra sapere e attività umane (a cura di A. G. Gargani, Einaudi, Torino) e ripubblicato dall’autore nel volume Miti emblemi spie. Morfologia e storia, Adelphi, Milano 2023. Il paradigma indiziario indica un modo di conoscenza della realtà fondato su “un metodo interpretativo imperniato sugli scarti, sui dati marginali, considerati come rivelatori. Considerati di solito senza importanza, o addirittura triviali, ‘bassi’, essi forniscono la chiave per accedere ai prodotti più elevati dello spirito umano”. Su tale metodo, dotato di “uno stato scientifico debole” ma adatto all’analisi di dati qualitativi, si basano le scienze umane. Il rapporto fra questa istanza ologrammatica e la fenomenologia degli eventi singoli come elementi analizzatori di processi e fenomeni di ampia scala, è una costante della ricerca di Ginzburg, confermata in questo ultimo libro. Mai questo orientamento metodologico ha trascurato il rigore della verifica e la giustificazione fattuale, come l’autore non si è stancato di ripetere, spesso richiamando gli insegnamenti del suo maestro Arnaldo Momigliano, e in particolare quella “ermeneutica della reticenza” che si propone come un valido antidoto alla spesso frettolosa e superficiale interpretazione dei fenomeni.
In quest’ultimo libro, uno dei saggi intitolato I lettori di Proust, oltre a contenere delicati riferimenti autobiografici, riprende con dovizia di particolari uno dei contributi che ha fatto epoca sul paradigma indiziario, appunto Spie, e lo riconnette al suo rapporto con la Recherche, letta per la prima volta a vent’anni: “Oggi […] penso inevitabilmente alla triade Morelli-Freud-Sherlock Holmes con cui aprivo il mio saggio Spie: e mi rendo conto di quanto fosse profondo sin da allora il mio debito nei confronti di Spitzer – e soprattutto, naturalmente, nei confronti di Proust” [p. 70]. Il richiamo al rapporto “vero falso finto” mostra l’importanza di accostarsi alla realtà, ai paesaggi, alle persone, rinunciando alle spiegazioni precostituite che ci propone l’intelligenza astratta. Si tratta insomma di assumere un metodo che, richiamando un personaggio della Recherche, Elstir, fa scrivere a Ginzburg: “E se volessimo supporre che la storia fosse scientifica, bisognerebbe dipingerla come Elstir dipingeva il mare, alla rovescia” [p. 74].
L’ultimo saggio del libro mostra come lo scavo su un singolo evento, in quel caso le fake news, possa fare dell’analisi storica così condotta una fonte decisiva per l’analisi del presente. Convocando i modi di noi umani di abitare il doppio, l’esoterico e persino l’esercizio dell’illusionismo e della magia, riconosciamo noi stessi dentro gli eventi della nostra esistenza e i modi in cui i contesti mettono in forma le nostre menti. Scopriamo che persino i percorsi individuali di importanti ricercatori come Robert Merton, l’ebreo dell’Europa orientale che di cognome in realtà si chiamava Schkolnick, che da ragazzo aveva iniziato una carriera da mago dilettante, giunge alla formulazione del costrutto dell’ipotesi che si autoconferma, gettando un ponte tra la funzione dell’illusione, la self-deception e la propria ipotesi di ricerca. Ginzburg nel proprio percorso risale fino a Tacito e al suo fingunt simul creduntque, – “lo creano e al tempo stesso ci credono” -, mettendo in evidenza il ruolo delle istituzioni per contenere gli effetti di questa disposizione di noi umani, confermando così l’insufficienza di un approccio individualistico all’analisi e alla comprensione dei fenomeni. Anche per procedere verso un’analisi critica delle ideologie dominanti e chiedersi perché la folla è “pronta ad accettare “un’affermazione…concisa, senza prove e senza dimostrazione”, e per questo “sarà pronta ad accettare le fake news” [p. 257]. Ginzburg riprende in proposito una citazione di Delio Cantimori riguardante la critica che Adolf Hitler mosse alla propaganda tedesca che secondo lui era meno efficace di quella inglese. Da quel confronto Hitler ricavò una lezione di natura generale: le azioni e pensieri della maggior parte degli uomini sono condizionati dalle emozioni e dal sentimento, non dal ragionamento. In Mein Kampf Hitler, infatti, scrive: “L’azione della propaganda deve essere sempre diretta più al sentimento, e solo molto secondariamente al cosiddetto intelletto” [citato da Delio Cantimori in Appunti sulla propaganda, in politica e storia contemporanea. Scritti (1927-1942), Einaudi, Torino, 1991; p. 685]. Ginzburg volge l’analisi delle fake news ad un obiettivo quanto mai attuale: “Dobbiamo imparare a leggere tra le righe ogni sorta di testo; dobbiamo imparare a dimostrare la falsità delle fake news. La filologia elettronica ha (speriamo) un futuro” [p. 258].
Eppure è difficile immaginare che la filologia elettronica, per quanto efficace, possa mirare a risolvere l’insinuante ambiguità delle fake news. L’autonomia tende a essere porosa con la dipendenza e richiede un continuo esercizio di elaborazione che in primo luogo impone di non negare la dipendenza e la sua funzione. Il saggio su Hobbes e il suo interlocutore invisibile, risuona con questo problema. Ginzburg mette in evidenza, mediante un’accurata analisi delle fonti, il rapporto fra Il Leviatano di Hobbes e Il discorso sulla servitù volontaria di La Boétie. A rimanere aperta è la questione della disposizione delle masse ad appoggiare i regimi totalitari, mentre il loro consenso è la condizione stessa dell’origine dello Stato. Tenendo alta la tensione propria di questa contraddizione, si può comprendere quanto sia importante l’analisi storica per la comprensione dei fenomeni e delle esperienze della contemporaneità. Questo aspetto è bene evidenziato nel saggio La libertà è fragile, dove Ginzburg partendo da un libro dimenticato scritto da un allievo del premio Nobel Ivan Pavlov, Wladimir Drabovitch, Fragilité de la liberté et séduction des dictateurs, [Mercure de France, Paris 1934], si impegna a mostrare come il coinvolgimento delle folle possa produrre l’annullamento dell’autonomia, della volontà e della libertà individuale. Emergono così non solo alcune delle ragioni che hanno prodotto l’affermazione dei totalitarismi in Europa nel corso del Novecento, ma anche una domanda di particolare importanza riguardante il nostro presente: “la persistenza del linguaggio della propaganda commerciale e politica, in contesti profondamente diversi, può aiutarci a comprendere il successo dell’ondata di destra che da tempo investe paesi tanto differenti tra loro, dall’Europa alle Americhe? La coppia Trump/Musk è già una risposta” [p. 88].
È nel capitolo dedicato a Primo Levi, Calvino e la zona grigia che Ginzburg si confronta con questa complessa questione. L’incertezza, da fattore disturbante da neutralizzare con la conoscenza scientifica intesa come specchio della natura, si fa strada nel fitto confronto che Ginzburg stabilisce tra Primo Levi, Italo Calvino e la zona grigia, quella zona che si conferma sempre esistente e attiva nello spazio incerto e ambiguo tra dominatore e dominato. Andando oltre il progetto con cui si proponeva una presa di posizione nei confronti dell’ambiguità, nell’evoluzione esistenziale di Primo Levi a un certo punto si presenta una considerazione che conferma l’intuizione sulla zona grigia, che lui aveva tratto dalla tremenda esperienza dei campi di sterminio. “È un errore stupido”, scrive Levi, “il vedere tutti i demoni da una parte e tutti i santi dall’altra. Invece non era così… Il dividere in bianco e nero vuol dire non conoscere l’essere umano”. Ancora di più l’immutabilità eburnea di un soggetto umano sempre uguale a sé stesso, identificato dall’individuo, dall’inseparabile, viene messo in discussione dalle serrate analisi di questi importanti contributi di Carlo Ginzburg. Fino alle concessioni più inattese contenute nel capitolo Leggere tra le righe, scrivere tra le righe, laddove l’autore si pone una questione singolare, ovvero l’incidenza di quel che ci precede al di là delle nostre singole volontà, nel costruire i percorsi di individuazione e di scelte di noi esseri umani. L’autore considera il paradosso in base al quale la propria formazione intellettuale è stata basata principalmente su autori ebrei. Autori che sostiene di non aver scelto per il fatto di appartenere a quella tradizione e che pure rappresentano il mondo intellettuale da cui ha tratto e trae le principali basi del proprio percorso di ricerca. Tra dissimulazioni involontarie e influenze in buona misura indecidibili, noi finiamo per essere non solo la nostra ontologia ma anche la nostra filogenesi. In una certa misura, qualcosa di analogo accade a proposito delle somiglianze di famiglia, laddove, come mostra nel saggio relativo, Ginzburg si confronta con il rapporto tra un orientamento a ricondurre ogni anomalia ad una legge generale, ed un orientamento basato sulle anomalie di ogni genere, ponendosi ancora una volta una questione di metodo, forse la sua ossessione. L’autore conclude il saggio Somiglianze di famiglia e alberi genealogici con una considerazione che descrive bene molta parte del suo lavoro di storico: “Il rapporto tra norme e violazioni delle norme è – da un punto di vista cognitivo – asimmetrico. Nessuna norma può prevedere la gamma delle violazioni; le violazioni e le anomalie, invece, implicano la norma, e quindi ci costringono a fare i conti con la norma. Per questo una ricerca basata su errori, anomalie, e fenomeni dai contorni sfuocati mi sembra, almeno potenzialmente, molto più ricca” [p. 149].
I particolari apparentemente secondari, come nel caso della funzione del rudimentum per fare il giglio a partire dal convolvolo, che consente a Darwin di trasformare la morfologia in storia [p. 132], o la rilettura “in maniera obliqua attraverso una tortuosa traiettoria” [p. 151] per “afferrare qualcosa” che apparentemente è sfuggito a uno studioso come Walter Benjamin, sono aspetti del paradigma indiziario che, come un continuo assillo metodologico, accompagnano e guidano la ricerca di Ginzburg. Certamente è costantemente viva nell’attenzione dell’autore la consapevolezza che nessuna interpretazione realistica può fermarsi alla superficie del testo. Come egli sostiene nel saggio Calvino, la formica e la nuvola, è necessario distinguere tra il punto di vista del personaggio, il punto di vista dell’io narrante, il punto di vista dell’autore, il giudizio retrospettivo dell’autore, e il giudizio formulato dal lettore, nell’interpretazione di un testo. A rifuggire dalla superficialità e dalle tautologie contribuiscono anche le indicazioni emergenti dal saggio dedicato a L’ambigua eredità di Mircea Eliade. In modo caustico, Ginzburg evidenzia la fallacia che consiste nell’imporre proprie categorie alla documentazione e alle fonti, in un’analisi storica, soprattutto quando la documentazione è di seconda mano. “Da tempo gli storici si sono liberati della categoria dell’homo oeconomicus;” scrive Ginzburg, “l’homo religiosus di Eliade è una categoria altrettanto superflua, e non meno dannosa. Gli scritti di Eliade non ci aiutano a orientarsi nel mondo incantato, e reincantato, in cui viviamo. Per comprendere i fenomeni religiosi -come qualsiasi fenomeno storico – abbiamo bisogno di distanza critica, non di tautologie” [p. 237]. Questo non vuol dire non prestare attenzione alle verità soggettive e ai pensieri dei protagonisti. “Per gli storici”, scrive Ginzburg, in un altro saggio di questo suo ultimo libro, Letture di Mauss, “(ma anche per un antropologo come Mauss) la verità soggettiva degli attori può e deve entrare a far parte della ricostruzione complessiva, sollecitata dalle domande dell’osservatore. La soggettività di quest’ultimo deve essere continuamente corretta, ma è ineliminabile. È un veleno, ma anche una risorsa – un dono. Gift/Gift.” [pp. 198-199]. Come Ginzburg mette in evidenza nell’analisi della vergogna, oggetto del primo saggio del libro, Il vincolo della vergogna, con la sua critica a Bernard Williams che, “s’ispira ad un metodo che spiega i fenomeni culturali concentrandosi sull’individuo” [p. 19]. L’individuo, insomma, al di là di essere un punto di partenza si mostra un punto di convergenza di una molteplicità di fattori. Cosa significa allora la scomparsa dell’individuo? Trascurare la soggettività nella ricerca storica? No, certo. Non vuol dire che la singolarità che rende unico ogni essere umano non esista. Bensì che quella singolarità si individua nelle relazioni e nei contesti in cui emerge e si genera. E non solo si genera, ma continuamente si rigenera.
Una riflessione profonda: ciò che resta dell’esperienza universitaria va oltre lo studio, tra ricordi e crescita personale, come raccontato anche da Telkom University Jakarta.