di Paola Giacomoni

 

[E’ uscito in questi giorni per Mondadori Università La Terra siamo noi. Una filosofia per il pianeta di Paola Giacomoni. Pubblichiamo una presentazione del testo scritta dall’autrice per Lplc]

 

 

 

La filosofia si trova oggi di fronte a nuovi oggetti di riflessione, poco frequentati finora. Uno di questi è il tema del nostro rapporto con la Terra. La quale non può più essere considerata come qualcosa di solido e inanimato, uniforme e inerte sotto i nostri piedi; se la vediamo come pianeta ci appare come oggetto globale, unità dinamica di diversi aspetti, in stretta relazione reciproca. Il suo carattere siderale non è estraneo alla vita e al suo divenire. La Terra come suolo è un mondo: attivo, generativo, intelligente, ricco di vita ed enorme repertorio di biodiversità, non tabula rasa a nostra disposizione, da sfruttare ai nostri fini. La sua storia è lunghissima e non facilmente decifrabile, un divenire complesso e dinamico: si svolge a una scala diversa da quella umana, ma ha con essa un’interrelazione profonda, su cui il romanticismo storico fornisce una originale ispirazione poetica e scientifica, e i miti si affollano. Un’alleanza con la Terra in chiave non antropocentrica è possibile, e forse necessaria.

Nella nostra storia abbiamo sempre dato per scontata la Terra come qualcosa di duraturo, stabile, a nostra disposizione, come solida base della nostra incerta azione nel mondo, come fondamento inalterabile della nostra imprevedibile avventura storica. La Terra come suolo o come roccia era semplicemente un fatto, una datità indifferente, silente, recalcitrante, roba da geologi. Come pianeta appariva alieno, astratto, lontano, non corrispondente alla nostra percezione quotidiana che sente la Terra sicura e non problematica sotto i piedi: il pianeta interessava agli astronomi e non ai filosofi. Finché non ci si accorse che questo quadro non bastava più a spiegare i cambiamenti rilevanti che sono in atto, non riducibili a uno dei tanti cicli del passato recente. Anche nelle zone temperate, da sempre più tranquille meteorologicamente, la Terra ci sorprende sempre più spesso con eventi estremi e difficilmente riconducibili alle solite “pazzie” del tempo, alle imprevedibilità stagionali. Qualcuno oggi dice: la Terra è “suscettibile”, reagisce alla nostra azione, non sembra più essere quel dato non problematico che abbiamo a lungo dato per scontato.

Le prime immagini della Terra vista dallo spazio provenienti dalle missioni spaziali degli anni Cinquanta e Sessanta contribuirono a determinare una svolta percettiva di enorme portata. Anzitutto il pianeta non è più il suolo fidato di Madre Terra, concreto e stabile ma invisibile sotto i nostri piedi: diventa un’immagine, la si può guardare da fuori, e mostra un corpo celeste forse fragile ma colorato e pieno di vita che si staglia nel buio infinito e sconosciuto dell’universo. Queste immagini ispirano un’idea di unità cosmica che corrisponde a una civilizzazione universale, rispetto alla quale i conflitti tra nazioni e culture appaiono ristretti e contingenti. E corrisponde anche a ciò che oggi emerge dagli studi sul Sistema Terra: l’unità di connessioni reciproche che nella biosfera mette in relazione viventi e non viventi in chiave trasformatrice e dinamica.

La Terra non è più considerabile come inerte e passiva, semplice macchina cosmica o sasso ruotante nel cielo: è un ente fornito di agency, vibrante e attivo come laboratorio in cui abbonda la vita e come potente fucina chimica. È capace di azione pur senza avere un piano, un’intenzione o una teleologia; è impersonale, non ha un’anima e non è un vero organismo. Ha una storia complessa e movimentata cui non siamo abituati a prestare attenzione, i suoi ritmi avvengono a scala non umana, sono l’esito di un percorso nell’«oscuro abisso del tempo», le cui trasformazioni violente e i momenti di equilibrio si sono susseguiti fino a noi. Molti oggi ci invitano a non separare la storia dell’umanità dalla storia profonda della Terra, a tener presente che non siamo estranei alla storia del pianeta, di cui facciamo parte nella sua lunghissima vicenda.

Intesa come suolo la Terra appare come un’enorme officina artigianale, come ambiente in cui sono attive molte forme viventi poco visibili, umili, che sono tuttavia in grado di trasformare, produrre e assimilare energia ed elementi chimici che costituiscono il presupposto di ogni forma di vita organizzata sulla Terra.  È un enorme deposito di biodiversità, ancora poco studiato ma essenziale anche per i servizi gratuiti che fornisce, per i farmaci che si sono potuti ricavare e per la capacità di regolazione dei gas serra, essendo un importantissimo “stoccatore” di carbonio.

Forse si può affermare che «il futuro è sottoterra», se sappiamo ragionare nella prospettiva del protagonismo plurale degli elementi e delle specie e se si fuoriesce dalla “logica estrattiva” che considera la Terra come una semplice risorsa da sfruttare. Anche il mondo delle pietre, base rocciosa del suolo, può essere visto in una prospettiva dinamica e relazionale. Le pietre non sono sostantivi, ma verbi, scrivono oggi i geologi, non sostanze ma azioni, esiti di processi e non oggetti inerti e senza storia. L’idea che la pietra sia indifferente e silenziosa, ‘reticente’, è legata al punto di vista antropocentrico da cui la guardiamo, se ignoriamo la sua lunga e creativa vicenda dinamica che ci sorprende con le sue non uniformità e le sue discontinuità.

I Romantici possono essere una fonte di ispirazione: avevano compreso il carattere creativo e generativo della natura e della Terra in analogia con l’arte e la poesia, e dunque ne avvertivano la prossimità. Al tempo stesso avevano colto l’ombra che accompagna l’aspetto frammentato e conflittuale della modernità, che pure adoravano. Possono funzionare da catalizzatori per ragionare in modo nuovo, suggerendo punti di vista inconsueti, mostrando che l’instabilità può avere un effetto creativo e che il cambiamento anche minaccioso può essere foriero di ripensamenti innovativi.

Collegato a queste prospettive, riemerge oggi un mito cosmogonico antichissimo, quello della Madre Terra, che parla delle origini femminili del mondo, ispira nuove immagini, riprese in chiave eco-femminista e proposte oggi da alcuni in vista di un maggior rispetto della Terra. Il mito porta con sé una dimensione normativa, istituisce regole, suscita timore riverenziale che sconsiglia gli eccessi. Viene riproposto oggi in vari modi dalle filosofie ecofemministe, come immagine capace di ispirare nuove interpretazioni del presente, come stimolo a vedere vita organica lì dove percepiamo molteplicità disorganiche, con non indifferenti spunti etici. Regolare la comprensione del mondo in base a un’immagine-guida può avere un valore solo ideologico oppure, se ben formulata, è un’utile idea della ragione che ci consente una visione orientata e non neutra dei nostri rapporti con la natura e con la Terra?

In conclusione: l’enfasi sui rapporti con il tempo profondo della Terra, con i nuovi protagonisti del pianeta, non vuole essere l’elenco delle cose che perdiamo, non vuole avere un carattere apocalittico o decadente, non è l’ennesimo ammonimento catastrofista intorno a un inevitabile declino. Accanto al venir meno della centralità umana, evento che ha avuto luogo più volte nella storia dell’umanità senza che la nostra vicenda finisse, si possono intravvedere, ancora per frammenti e in controluce, forme di relazioni più ampie, affinità nuove, consapevolezze più estese, senza che sia possibile definirne con precisione le regole e i valori, senza che un nuovo set di concetti e di norme si prospetti già con nettezza. L’alleanza con il pianeta è tutta da costruire e la filosofia ha un nuovo oggetto di riflessione.

1 thought on “La Terra siamo noi

  1. Occorrerebbe che anche noi capissimo l’amore degli aborigeni per gli spazi, il movimento e i ritmi della natura – amore ridotto in brandelli dall’aggressione della società consumistica – così simile all’amore che noi rivolgiamo al nostro paese e al suo passato, ai suoi monumenti di marmo, ai suoi altari, alle sue pagine di storia; e così anche noi udiremmo il silenzioso urlo di disperazione delle popolazioni native precipitate dalla sovranità orgogliosa alla passività e anche al parassitismo e all’alcolismo.
    Gli indigeni americani: un popolo ridotto a un’ombra di ciò che fu, e del quale il potere si dimostra incapace di capire le esigenze, la psicologia, e il rapporto particolare ch’essi hanno avuto per millenni con la terra.
    Introduco una nota personale: “Noi non possediamo la terra. La terra ci possiede.” è un loro detto che mi ha profondamente marcato, rivelandomi la verità profonda che tormenta l’animo degli esuli.

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