di Maurizio Chiaruttini
Non cade luce sugli uomini e le cose, in cui non riaffiori la trascendenza. Inestinguibile nella resistenza al mondo fungibile dello scambio è quella dell’occhio, che non vuole che i colori del mondo siano annientati. Nell’apparenza è promesso il senza apparenza.
T.W. Adorno[2]
Fedeltà
Antonio Rossi — e questo libro (Quandoltre, Book editore 2025) lo dimostra una volta di più — è sempre rimasto fedele a un’idea alta dello stile e della poesia intesa non come trasmissione di contenuti “in forma poetica” ma come strumento speciale di conoscenza attraverso la lingua. Una conoscenza di cose non conoscibili e non comunicabili in altri modi.
Il suo primo libro, Ricognizioni, è uscito nel 1979. Da quella data ad oggi sono uscite altre quattro raccolte, una ogni dieci anni, con una quarantina di poesie ciascuna. E questo dato ci dice già molto sul suo modo austero, «quasi ascetico»,[3] di essere poeta.
Le poesie che leggiamo nei suoi libri sono il risultato della decantazione e della elaborazione interiore di esperienze che solo a un certo punto, e solo in rari casi, affiorano alla coscienza linguistica e trovano, lentamente e con pazienza, una loro forma essenziale e concisa. Essenziale e concisa come le nature morte di Morandi o i Klavierstücke di Schönberg.
E le esperienze di cui i testi rappresentano, per così dire, il “precipitato linguistico”, sono nella maggior parte dei casi esperienze di tipo visivo. Antonio Rossi è un poeta visivo: essere e vedere, pensare e guardare, per lui, sono quasi sinonimi.
Una tela cerata benché
danneggiata sia da grezza stoviglia
bendisposta i giorni a venire attende
convoglino essi sui disegni che la ornano
sparuti alimenti o un bagliore
tra le preponderanti ombre
fattosi largo.[4]
Dedizione
Ogni tanto un bagliore si fa largo tra le cose, per esempio quello dato da un riflesso di luce sul disegno di una tovaglia. Notarlo — e scorgere in quel bagliore la possibilità di un senso che vada oltre la contingenza — non è scontato: ci vuole attenzione e dedizione. La poesia di Antonio Rossi è fatta di attenzione e dedizione alle cose che circondano quotidianamente la nostra vita e di cui diamo per scontata l’esistenza.
Il mondo, per lui, sta lì davanti per essere guardato. Nel libro d’esordio, che sembra così diverso da quelli che seguiranno, ci sono già tutti i nodi tematici e esistenziali che verranno approfonditi nelle raccolte seguenti, e c’è già quello sguardo contemplante sulle cose e sulle presenze naturali che cerca la poesia nei luoghi periferici, negli spazi trascurati dove la vita vegetale incolta si mescola alla vita residuale degli scarti dell’industriosità umana.
Strano che le delicate figure
tuttora fra gli scadenti cespugli
si trattengano: nessuno più sfoltisce
fibre tessili o adatta ruote dentate
né attesa vi è di frutto accettabile
ma solo un deprivato habitat
che la loro vantaggiosa presenza
smentisce.[5]
È strano che in un «deprivato habitat», tra «scadenti cespugli», dove l’operosità dell’uomo si è interrotta, dove «nessuno più sfoltisce | fibre tessili» e non c’è più nulla da attendere, lo sguardo possa ancora essere investito da presenze «delicate» che con il loro essere (e forse con la loro melodia) riescono ad accendere, smentendola, la povertà del luogo. Anche qui, un «bagliore» è riuscito a farsi largo.
Ho parlato di melodia perché leggendo di quelle «delicate figure» che vivono tra «scadenti cespugli» in un «deprivato habitat», mi sono ricordato di alcuni uccellini — «passero fanello gazza» — che in una poesia di Sesterno traggono «felicità» da «fetide cataste» tra «serre» e «padiglioni».[6] E anche di un altro, memorabile uccellino che in Brevis altera,«ignorando il nome | che Linneo gli pose», «in logore buche | si strofina descrive | figure solo a lui note».[7]
In tutti questi casi, una presenza delicata e sfuggente viene a nobilitare e a «smentire» un «habitat» che ai nostri occhi appare marginale o degradato.
Contemplazione
Per definire il carattere dello sguardo di Antonio Rossi l’aggettivo che userei è contemplativo. Contemplativo è lo sguardo in cui si fondono visione e meditazione. Contemplare significa «guardare a lungo, osservare con attenzione cosa che desti meraviglia» (Treccani) ma anche «considerare, fissare il pensiero su qualcosa».
Il verbo contemplare deriva dalla parola latina templum. Con questo termine veniva indicata la porzione di spazio che l’augure ritagliava in cielo servendosi di un bastone arcuato all’estremità, il lituo. Con il lituo l’indovino tracciava i confini di una zona sacra entro la quale indirizzare lo sguardo per osservare la forma del volo degli uccelli.
Immagino che Antonio Rossi usi la sua poesia come un lituo che inquadra e separa dal resto del mondo visibile dei templa, delle piccole porzioni di realtà entro le quali ciò che appare sconnesso, disarticolato, divergente, disomogeneo acquista, grazie a quel gesto, forma e significato e mostra di obbedire a una «segreta legge».[8]
I templa che la poesia ritaglia nel visibile possono inquadrare, di volta in volta, dei «granelli di polline» caduti e sparsi sopra un tavolino,[9] le forme mutevoli di una nuvola in cielo,[10] un terreno abbandonato dove giacciono «sradicati arbusti»,[11] degli «spazi di lavorazione» circoscritti da «lampade di severa foggia»,[12] oppure l’intrico di linee orizzontali, verticali, ritorte di un bosco lasciato a sé stesso. È il bosco che si vede in una fotografia che Antonio Rossi ha mostrato qualche tempo fa durante un intervento alla galleria Areapangeart di Loredana Müller, per spiegare l’origine e la forma delle poesie raccolte nella prima sezione di questo libro, Aghifogli.
Siti del reticolo
in disomogeneo scenario
configgono e al suono di precaria
melodia sembrano le giunture
a lacerazione o strappo
votate; screpoli e righi
divergono e stentate
propaggini uno strato poroso
accoglie.[13]
Vedere ciò che non appare immediatamente, percepire una forma e un significato laddove sembra esserci solo casualità, disarticolazione, disomogeneità e nonsenso: il bastone che ritaglia dei templa nel visibile, serve precisamente a questo, a scoprire una «segreta legge» che tiene insieme le cose sconnesse.
Cose
Io credo che le poesie di Antonio Rossi vadano per prima cosa guardate con gli occhi della mente, come si guardano dei paesaggi o delle nature morte (in italiano si dice “natura morta”, in altre lingue si dice “vita immobile” o “vita silenziosa”: still live, Stilleben). Per prima cosa, di fronte a un quadro, non ci chiediamo: «qual è il significato di ciò che vedo?». Per prima cosa ci lasciamo catturare dalla semplice presenza delle figure che occupano lo spazio, dalla loro disposizione, dalle loro forme, dai loro rapporti reciproci.
Ciò che spesso vediamo nei templa di Rossi è la vita silenziosa di oggetti e presenze lasciate a loro stesse. Le cose stanno lì, sganciate da noi, dalla loro utilità per noi, dal loro essere mezzi per fare o ottenere qualcosa e dal loro essere fungibili.
«Un alloggio da sinuosa | fenditura illuminato», «Una tela cerata benché | danneggiata», «Una bilancia di precisione | tra sandali bianchi e garofani», «Un giacchettino usato ma non | trascurato», «Una consorteria di spaiati | laterizi e sghembi tralicci»:[14] le cose, in queste poesie, sono oggetti che diventano soggetti. Nel nominarle, il poeta si ritrae per lasciare che siano, per lasciarle apparire «svuotate» del loro «usato contenuto». Svuotate cioè della loro utilità per noi e quindi indecorose agli occhi dell’utilitarismo borghese.
Un alloggio da sinuosa
fenditura illuminato e contigue
dimore che ragionevolmente
sosta o abituro chiamare
si potrà e sgraziate vasche
dell’usato contenuto svuotate
percorre la linea che dall’assenza
separa.[15]
C’è una linea che percorre le cose e le separa dall’assenza restituendole a loro stesse. La poesia di Antonio Rossi vuole essere quella linea.
Paesaggi senza figura
Nei paesaggi con figura, la figura umana serve a mettere in scala e conferire narratività o emotività al quadro. In questo modo tuttavia il paesaggio, che dovrebbe essere l’assoluto protagonista, ha la tendenza a diventare sfondo: per un riflesso naturale la nostra attenzione cade sulla forma umana. È per questo che i paesaggi di Antonio Rossi sono per lo più “senza figura”: per lasciar essere le cose. Nei pochi casi in l’uomo appare, lo fa in forma del tutto impersonale e anonima, annullato in una funzione: «lavorano addetti nella tenuta | il superfluo eliminando», «Manifesti e locandine | con logoro pennarello affiatati | volontari elaborano», «qualcuno nell’orto | coltiva e reti di protezione | dal vortice strappate | sistema».[16]
Nell’universo di Antonio Rossi l’uomo non è al centro delle cose, il senso non emana a partire da lui. Il senso va cercato piuttosto nelle cose e nei luoghi spesso marginali, «dove | indugio non è pensato».[17] Per esempio nella cosiddetta “periferia diffusa”, tra depositi, zone artigianali e cantieri. È il paesaggio che ci viene incontro nella sezione intitolata Legacci.
Un ponteggio rudimentale
sminuito non è se per futile
motivo di un arredo si discute
né le sue graffiate antenne
con obliqui travetti e andatoie
al discordare si orientano; in sicura
custodia barre a coda di rondine
attendono e fori passanti o non passanti
colorate lanterne trattengono.[18]
Il senso (e il colore e la luce) emanano dalle cose che stanno lì, nella loro semplice presenza, incuranti di futili discussioni umane, non sminuite da esse. Loro, le cose, non discordano. E la loro consistenza immobile e silenziosa sembra ripetersi nella compattezza formale del testo che, come ogni opera riuscita, coniuga in sé l’immanenza della cosa e la trascendenza dello sguardo.
Come il «ponteggio rudimentale», le cui forme «al discordare [non] si orientano», anche la lingua di questa poesia è intrarmata di sottili richiami fonici interni che portano da rudimentale a sminuito, da futile e a discute e poi a discordare, a custodia e da qui a coda e colorate. E le andatoie conducono a rondine, a attendono e a lanterne e trattengono. Tutto, sul piano della musica testuale, è tenuto insieme da «legacci» (è il titolo della sezione) ben saldi. Ed è talmente fitta e sapiente la trama delle corrispondenze che ognuno può scegliere i percorsi che preferisce.
Animali
La più bella, più spericolata, più profonda sezione della raccolta si intitola Circospezioni ed è dedicata agli animali. Anche all’origine di queste poesie (sei in tutto) ci sono delle immagini: immagini notturne catturate da fototrappole a infrarossi che ci mostrano ciò che in presenza non potremmo mai vedere: l’animale assorto nel suo mondo, protetto dalla notte, completamente assorbito nei suoi movimenti, avvicinamenti, slanci, brame, circospezioni.
Nella bentornata pioggia
minutamente il suo nutrimento cerca
senza che un diseguale sfarfallare
ostacolo produca; in chioma
la frasca si trasforma per occhi
sottili che alle ombre un messaggio
consegnato nella macchia si dileguano.[19]
Da una parte c’è il «diseguale sfarfallare» delle foglie o delle gocce di pioggia illuminate dalla luce infrarossa, dall’altra ci sono gli «occhi | sottili», altrettanto balenanti, dell’animale che lasciano un messaggio prima di scomparire. È proprio questo che fanno gli animali: come degli angeli, ci consegnano messaggi. Da dove non si sa.
Vedere meglio
Ma se la poesia parla di ciò che si può vedere e non di qualche entità soprasensibile, perché il poeta non nomina il bosco o le piante quando parla di un bosco, o non pronuncia la parola «cantiere» quando parla di un cantiere o «cervo» quando parla di un animale? Perché omette i referenti primari e il contesto? Per partito preso stilistico? Per rendere più ardua la lettura? Per proporre enigmi? Per inibire le proprietà comunicative del linguaggio a favore di una poesia intransitiva, autoriflessiva, ripiegata su di sé?
Escludendo tutte queste ipotesi, la mia risposta è: per darci la possibilità di vedere meglio e vedere oltre.
Quando davanti a un bosco diciamo «bosco» o davanti a un cantiere diciamo «cantiere», abbiamo già in parte abolito la cosa mettendola sotto l’ombrello di un concetto. L’abbiamo ri-conosciuta assegnandola a una classe di cose. E abbiamo già posto un’ipoteca sulla possibilità di percepire davvero ciò che ha da dirci. La poesia di Antonio Rossi ha l’ambizione di abolire quel ri-. Uno sguardo che parte dal concetto della cosa è uno sguardo ordinatore: parte dall’insieme per giungere, eventualmente, al particolare. Lo sguardo di Rossi invece mira direttamente ai valori figurali, ai contrasti tonali, alle valenze percettive di ciò che sta davanti. In questo modo, del mondo e delle cose affiorano le giunture, le nervature, le sconnessioni e i punti di connessione, i «tratti discontinui».[20] Oppure semplicemente affiora il loro silenzio, il loro stare lì, la loro bellezza improvvisa.
Vedere oltre
Ma non vorrei, con quanto detto fin qui, aver dato l’impressione che ci troviamo di fronte a una forma sofisticata di realismo poetico. I luoghi e le cose che abitano la poesia di Rossi hanno in realtà una forte valenza simbolica e allegorica, tanto più forte quanto più sono nascosti i referenti diretti e quanto meno apparentemente partecipe è lo sguardo del poeta e impersonale la sua dizione.
Una fune affilata
nottetempo il prato
delimita; nessuna
lesione o suppletivo
assillo da essa procede
e oltre liste divelte
a uno sfuocato punto
di fuga si volgono
le componenti.[21]
È a quello «sfuocato | punto di fuga» che appare oltre «liste divelte» e oltre la fune che delimita il prato che dobbiamo volgere il nostro sguardo di lettori. Cosa c’è oltre quel punto di fuga non sappiamo. Così come non sappiamo dove conduce il ponte, anzi il «consigliato ponticello», che appare in un’altra poesia e che, invece di congiungere due luoghi, «differisce» il paesaggio: lo sposta avanti, lo rinvia a un oltre indefinito. E con esso differisce «una sagoma di stracci rivestita | o temibili abissi».[22]
Se la poesia è il luogo della parola che si fa immagine, non c’è parola più impoetica di «componenti» per designare cose concrete che cadono sotto il nostro sguardo. Ma a guardar bene non potrebbe esserci termine più accurato, poiché ci troviamo in un contesto in cui le cose si stanno allontanando verso uno «sfuocato punto di fuga» e, allontanandosi, perdono ai nostri occhi determinatezza, fino a dissolversi.
Oltre quel punto non c’è nulla, nulla almeno per il nostro sguardo. E io penso che sia lì che in ultima analisi intenda indirizzarci la poesia di Antonio Rossi: di là da noi. L’antica parola quandoltre significa appunto questo: «di là da sé».[23]
Note
Parte di questo testo è stata letta durante la presentazione, avvenuta a Lugano il 22 giugno 2025, della raccolta di Antonio Rossi Quandoltre, Riva del Po, Book editore, 2025.
[2] T.W. Adorno, Dialettica negativa, Torino, Einaudi, 1970, p. 365-36.
[3] Sara Murgia, L’itinerario poetico di Antonio Rossi, Firenze, Franco Cesati editore, 2015, p. 56.
[4] Antonio Rossi, Quandoltre, Riva del Po, Book editore, 2025, p. 33.
[5]Antonio Rossi, ivi, p.59
[6] Antonio Rossi, Sesterno, Castel Maggiore, Book editore, 2005, p. 54.
[7]Antonio Rossi, Brevis altera, Castel Maggiore, Book editore, 2015, p. 63.
[8] Antonio Rossi, Quandoltre, cit., p. 18.
[9] Antonio Rossi, Ricognizioni, Bellinzona, Casagrande, 1979, p. 105.
[10] Antonio Rossi, Sesterno, cit., p. 59.
[11] Ivi, p. 38.
[12] Ivi, p. 26.
[13] Ivi, p. 16.
[14] Ivi, pp. 19, 33, 46, 48, 61.
[15] Ivi, p. 19.
[16] Ivi, pp. 29, 34, 37.
[17]Antonio Rossi, Brevis altera, Castel Maggiore, Book editore, 2015, p. 67.
[18]Antonio Rossi, Quandoltre, cit., p. 27.
[19] Ivi, p. 54.
[20] Antonio Rossi, Ricognizioni, cit., p. 25.
[21] Antonio Rossi, Quandoltre, cit., p. 17.
[22] Ivi, p. 29.
[23] Ivi, p. 67.