di Pietro Polverini e Francesco Ottonello
[E’ uscito qualche giorno fa per Interlinea, nella collana LyraGiovani diretta da Franco Buffoni, La vacanza celeste. Dieci anni di poesia di Pietro Polverini (2012-2021), a cura di Francesco Ottonello. Proponiamo la prefazione di Ottonello e alcune poesie di Polverini].
Prefazione
di Francesco Ottonello
Che cosa significa curare un libro di poesie postumo di un autore, pressoché coetaneo, con cui si è condivisa una parte sostanziale del cammino, e che è scomparso prematuramente? E come iniziare a introdurre il lavoro che si è condotto su un corpus di centinaia di testi, datati dal 2012 al 2021, tramandato da carte autografe, dattiloscritti postillati a mano e vari documenti digitali? Forse, prima di addentrarci, con un’ulteriore sospensione interrogativa espressa da una sua terzina (da Corpo II): «che vivere non sia altro / che un lungo apprendistato / per imparare ad andare via?».
Pietro Polverini (1992-2023) è una delle voci poetiche italiane più intense e vertiginose di quella che si potrebbe definire una ‘generazione-arcipelago’, composta da coloro che hanno respirato gli ultimi soffi di Novecento e si sono trovati a maturare in un universo-metaverso in transito dall’analogico al digitale: un globo di isole singole connesse in una rete cui aderire, e non unificate in una comunità cui appartenere e in cui, dantescamente, ‘infuturarsi’, oppressi da un monito di crisi perpetua: economica, politica, ambientale.
Il suo esordio come poeta per l’anconetana Pequod con Indice sommario di sbiadimento, stampato il 30 maggio 2022, risale ai trent’anni; e segue un intenso periodo di formazione: estetico-filosofica, filologico-letteraria e da critico soprattutto di poesia contemporanea.
Il libro che qui si presenta è composto di 124 testi inediti (esclusi dal computo quelli posti in epigrafe e gli accorpamenti, per cui si rimanda alla nota critico-filologica), ordinati per volontà del curatore secondo uno sguardo retrospettivo, dal 2021 al 2012, e suddivisi in quattro macrosezioni che indicano diverse fasi dei progetti poetici dell’autore. L’intento è quello di fornire un ‘ritorno’ da quella vacanza celeste ossessivamente profetizzata dai versi del poeta. Il volume attraversa il denso repertorio polveriniano a ritroso, ricominciando da dove Pietro lo aveva interrotto, per dedicarsi all’uscita del primo libro: «steso a desiderare stagioni d’astri e scritture, / chino sui brogliacci a contare come un ragioniere» (Indice, p. 14).
Prima di compiere qualche osservazione nel merito, ritengo utile fornire alcune informazioni sulla figura di Pietro Polverini. Egli ha operato nel mondo della poesia tra anni dieci e venti del Duemila in una sorta di penombra fruttifera, con estro e meticolosità, all’insegna della pacatezza e senza furie arriviste, concentrandosi in primis su lettura e studio: con pubblicazioni di articoli in sedi accademiche[1] e su litblog, in particolare «MediumPoesia», di cui è stato redattore dal 2020[2].
Il poeta-critico di natali marchigiani si è dedicato specialmente alla poesia di autori e autrici novecenteschi, da Clemente Rebora ad Amelia Rosselli – oggetto della sua tesi di laurea magistrale in Teoria dell’arte presso l’Università degli Studi di Macerata (Un’estetica dattilografica. Appunti su Amelia Rosselli) – alle amatissime contemporanee Antonella Anedda e Patrizia Valduga – con cui ha intrattenuto corrispondenze dirette – a varie altre voci che permeano a livello intertestuale la sua poesia. Oltre a interessarsi di narrativa contemporanea[3], spaziando negli interessi dalla latinitas classica e medievale alla poesia barocca, è stato uno dei più acuti e attenti lettori della poesia della sua generazione, come dimostra uno degli articoli incentrato sugli esordi in poesia dal 2016 al 2021, che ha acceso un prolungato dibattito in rete e sui social[4], con tanto di polemiche su inclusione/esclusione, come se implicitamente fosse stato riconosciuto un valore ‘canonizzante’ al contributo critico di Polverini[5].
La questione di ‘Polverini poeta’ merita però ancora di essere promossa e valorizzata, per il valore intrinseco della sua poesia e oltre il suo primo libro[6]. Dunque, al di là della vicenda personale che gli ha impedito di accompagnare e sostenere il proprio esordio, per l’entrata in coma pochi mesi dopo l’uscita, nell’autunno 2022, fino alla scomparsa nel novembre dell’anno successivo. Proprio questo mese compare sorprendentemente in numerosi testi, risalenti anche alla fase del 2012-2015, come nell’emblematico Accasciati Pietro che arriva novembre.
L’opera di Polverini consiste anzitutto in una profonda meditazione sul senso di scomparsa individuale: anche il suo esordio è un libro anzitutto sullo sbiadimento – da intendersi come progressiva ‘perdita del blu’ – e sulla memoria come ricerca ossessiva della parola fino alla dissoluzione. Più che un itinerario, una ‘vacanza’ da cui non tornare, intesa nel senso etimologico di vuoto (vacuum): «Chi va in vacanza spera sempre / di non tornare, di vedere la pelle / sciogliersi in una lingua di cloro. / Mancare è una veste chiara, / un altare infuso in acqua, / un chiodo da cui cominciare» (Indice, p. 27). E il termine ‘vacanza’ compare con il medesimo senso anche in altre poesie qui raccolte, come in Riconsegnato tutto alla destinazione, che si conclude con «lo spazio di un’imprevista vacanza».
Come emerge dal materiale messo a disposizione dalla famiglia – di cui rendo conto nella nota critico-filologica alla fine del libro – e come l’autore stesso ha dichiarato in un’intervista pubblicata sul portale online della Treccani, Polverini ha lavorato per una decina d’anni ai suoi versi prima di congedare la sua esile e calibratissima opera d’esordio, ripartita in tre sezioni e arricchita da illustrazioni di ambito entomologico. Si considerino le sue parole[7]:
Fin dalle prime prove di composizione, riconducibili oramai a una decade fa, durante i primi anni universitari in Filosofia, il desiderio embrionale era di scrivere un libro di poesia, cercando di valicare il perimetro della raccolta. Per molto tempo ho accatastato con solerzia lacerti, testi, componimenti ma ne riconoscevo la natura eterogenea e sincretica. Poi, due anni fa, in una circostanza avulsa dagli uffici letterari, in me si è condensata in maniera non deliberata la locuzione “indice sommario di sbiadimento”. L’appuntai su un foglietto e lo lasciai in tasca. Più in là mi resi conto che questa sequenza sintagmatica aveva aperto, forse spalancato, un nuovo “campo di senso”, una regione semantica da perlustrare.
Premesso ciò, il nuovo libro di Pietro Polverini consiste in un viaggio a ritroso all’interno di un corpus che, al di là della dichiarata natura eterogenea e sincretica, manifesta in realtà una poetica ben definita, come mostrano le ossessioni tematiche e le scelte stilistiche che la percorrono.
La poesia di Polverini è caratterizzata da acribia e nettezza geometrica del verso, ma anche da un estro barocco-manierista: il lettore rimane così al contempo inchiodato al dato tecnico-concreto e sospinto verso l’alto o l’inusitato, trovandosi di fronte a una lingua singolare e ricercatissima, che alterna arcaismi e preziosismi lessicali a dizione piana e registro colloquiale, con ordine sintattico perlopiù irregolare, smosso continuamente da anastrofi, iperbati e inarcamenti.
I versi del poeta hanno una meticolosità costitutiva – come rivelano gli avantesti e i dattiloscritti postillati – cui si accompagna una propensione allo slancio onirico e aereo: elementi che insieme forgiano una poesia logico-matematica e vertiginosa, senza dispersioni in usurati fonosimbolismi o attardati maledettismi.
Già dai testi del 2012, di un ragazzo appena ventenne, emergono le ossessioni ‘polveriniane’ esplorate nei successivi cantieri poetici: il tema-chiave del sonno, l’interesse per il dettaglio e in particolare per il mondo degli insetti (aspetto che lo avvicina a un rinnovato gusto barocco 2.0), e la tensione spasmodica verso una dimensione celeste (Polverini parla ad esempio di «orbita celeste» oltre che di «villeggiatura celeste», e già nella fase giovanile intitola un suo progetto Medicamentum in caelum; non manca una dimensione spirituale, anch’essa originale, poiché contamina ‘politeisticamente’ universo cristiano e classico-mitologico). Tutti aspetti che si riflettono nello stile, volutamente astruso e straniante, mediante la ricerca di lemmi inattesi, ma teso alla comunicazione: proprio di una poesia contemporanea all’altezza dei tempi. Polverini si dimostra infatti consapevole della tradizione, dialogando con personalità eccentriche quali Lutazio Catulo, Giambattista Marino e Leonardo Sinisgalli, posti in epigrafe nelle sezioni di Gennaio, ed è in grado di declinare con originalità il proprio Io attraverso una costante osservazione del mondo circostante: da una prospettiva stralunata e sospesa nel sonno.
Ma inoltriamoci nella struttura quadripartita e a ritroso di questo libro. La prima macrosezione, che si è voluto intitolare Ingrediamur, presenta poesie scritte nel 2020-2021, ripartite in tre differenti progetti così denominati dall’autore: Ingrediamur in caliginem (2021), Folate (2021) e Nuove Pasque (2020). La seconda, dal titolo autoriale Gennaio, è un progetto unitario su cui Polverini ha lavorato a lungo, elaborando numerose versioni tra il 2017 e il 2019, ed è presentato con una suddivisione in cinque sezioni: Appunti sparsi e persi, Sinisgalliana, Ecloghe del sonno, Gennaio, Madrigali invernali. Questa prima parte del libro, costituita da 62 poesie (32+30), potremmo definirla ‘invernale’ per i comuni colori e i motivi poetici di cui è intessuta: il poeta si rivolge a un imprecisato destinatario da una prospettiva siderale, post mortem, giocando tra un auspicato ritardo del sonno e un risveglio in cui pare immerso. I toni sono perlopiù tragici, ma non privi di sarcastica ironia, e riproducono un attraversamento sospeso tra varie dimensioni, spesso accomunate dal gelo, ma a tratti rivolte a una speranza di rinascita attraverso il ‘disseppellimento’ (come in Infossati in una bianca gora, da Nuove Pasque), se non di vero e proprio ‘reset’, lemma che ricorre nella sezione Sinisgalliana.
La terza macrosezione consiste in una selezione di 42 testi da un corpus privo di datazione che si ipotizza possa risalire al periodo 2015-2017. Corpo II, come appare nel dattiloscritto che lo tramanda, è un singolare canzoniere amoroso: memore dei classici e soprattutto della linea Saba-Penna-Bellezza, ambientato in diverse stagioni e per lo più nelle Marche (da Macerata, a Treia, al proprio paese: Fiastra). L’amore instabile è vissuto con tormento nella prospettiva di un ricordo passato che resta in qualche modo ancorato al presente; eppure all’elemento elegiaco più tradizionale si alterna quello, dal gusto ovidiano, giocoso e finzionale del dramma inventato, in una chiave tipicamente polveriniana. È dato così spazio alle meditazioni esistenziali sul tempo e sull’onnipresente sonno, al punto che il poeta dice di conoscere «solo la mia proterva sonnolenza».
Nella quarta e ultima macrosezione, Iuvenilia, incontriamo una scelta di 20 testi scritti in una fase ancora precedente (2012-2015), che mostra la verve ironico-tragica e fumista dell’autore. Le poesie sono ripartite in tre sezioni: Iuvenilia sine titulo; La terra; Medicamentum in caelum. Si evincono in nuce, elaborati in modo più spontaneo ma non del tutto naïf, i nuclei fondanti della poesia polveriniana, che combina scompiglio, attesa, sonnolenza, precisione, matericità e tensione aerea.
Se nel testo di apertura di Ingrediamur in caliginem il poeta si rivolge direttamente al sonno, durante il libro si rivolge anche a un Tu mai identificato con chiarezza, che può parere in alcuni casi un doppio di sé, un interlocutore futuro o una persona del passato. E nel testo di chiusura si configura come un Tu con cui è andato costituendosi un «carteggio degno / di lievitazione come il pane»: un Tu-interlocutore non condannante. L’Io resta invece sempre sospeso: un «giudice senza tempo» che non riesce ad avere «nervi / saldi», i cui versi e le cui intenzioni «vanno diretti alla deriva» come i «continenti». Un Io che, durante il viaggio a ritroso delineato lungo le pagine di questo libro, si è ritrovato talvolta in spazi chiusi – stanze di casa, ospedali, alberghi –, talaltra errabondo per spazi naturali o urbani, scrutando formiche, api, microlepidotteri, effimere, mosche, zanzare, moscerini, tornando anche indietro nel tempo (come in 1931, un testo di Folate che termina con un verso che darà titolo al suo esordio: «indice sommario di sbiadimento»), facendosi egli stesso corpo vegetale e minerale, e persino immergendosi in una immensa vertigine spaziale.
Si congeda così questo carteggio poetico, sospeso tra cielo e terra, definito nei versi di Pietro Polverini «una storia appuntata in faldoni» o «un florilegio di appunti» per cui il poeta, con pudore, chiede perdono per non avere concluso il racconto. Si affida dunque a questo nuovo libro il compito di arginare, almeno in parte, il naturale moto di deriva che minaccia ogni memoria. Rimanga a lungo aperto, nella voce del poeta, questo varco spaziotemporale: un ponte tra la veglia e il vigile sonno della sua e nostra villeggiatura celeste.
Note
[1] Tra le varie pubblicazioni su rivista e in volume mi limito qui a ricordare Pietro Polverini, Vivian Lamarque negli anni Ottanta: Teresino (1981) e Il signore d’oro (1986), in La poesia italiana degli anni Ottanta, vol. III, a cura di Sabrina Stroppa, Pensa Multimedia, Lecce 2022, pp. 43-62.
[2] Oltra alla partecipazione attiva a www.mediumpoesia.com, motivo per cui entrai in contatto con Pietro, si ricorda anche quella al litblog «Nuova ciminiera», che ha raccolto un insieme di testimonianze sulla sua scomparsa: AA. VV., Gli amici maceratesi ricordano Pietro Polverini, «Nuova Ciminiera», 26 gennaio 2024 (https://www.nuovaciminiera.it/2024/01/26/gli-amici-maceratesi-ricordano-pietro-polverini/).
[3] I contributi vanno da Pier Vittorio Tondelli fino all’ultimo romanzo di Gilda Policastro: Pietro Polverini, Il discreto fascino delle vie di fuga. Il viaggio in Italia nell’opera di Pier Vittorio Tondelli, «Quaderns d’Italià», 24, 2019, pp. 127-136; Id., “Non si dovrà dire che amen”. Sopravvivenze gaddiane in “La parte di Malvasia” di Gilda Policastro, «MediumPoesia», 17 dicembre 2021 (https://www.mediumpoesia.com/non-si-dovra-dire-che-amen-sopravvivenze-gaddiane-in-la-parte-di-malvasia-di-gilda-policastro/).
[4] Come è noto, negli ultimi anni, il dibattito polemico nel mondo poetico italiano si è spostato dai blog a Facebook, sviluppandosi non tanto nei commenti in coda agli articoli di un litblog ma in risposta a post sul social. Questo pone anche una questione filologica sulla possibilità di documentare in futuro tali ‘dibattiti’, data la precarietà del medium.
[5] Pietro Polverini, Per una precaria storiografia degli esordi in poesia (2016-2021), «MediumPoesia», 21 Febbraio 2022 (https://www.mediumpoesia.com/per-una-precaria-storiografia-degli-esordi-in-poesia-2016-2021/).
[6] Come è stato osservato, la poetica di Polverini appare incredibilmente solida e matura: ci si trova davanti «a uno studio metrico e stilistico e a un’attenzione e un rispetto verso la forma poetica che rifuggono le ingenuità degli esordi», Anita Orfini, “Indice sommario di sbiadimento” di Pietro Polverini, «Culturificio», 2022 (https://culturificio.org/indice-sommario-di-sbiadimento-di-pietro-polverini/).
[7] Lucia Copparoni, Ricordare e sbiadire Esordi poetici. Conversazione con Pietro Polverini, «Treccani», 22 giugno 2022 (https://www.treccani.it/magazine/chiasmo/extra/SSSGL_Copparoni_Intervista.html).
Poesie
di Pietro Polverini
È sempre all’altezza di questo bagliore
È sempre all’altezza di questo bagliore
che mi reclama lo sbaglio di un sonno
oscuro incontro in cui si dissolve e si
trapianta in verginità di capo sfaldata
una storia appuntata in faldoni
in cui si sgrana la vecchia tinta che ti fece
protagonista e vuoto palcoscenico.
Mi copriva non un sogno
Mi copriva non un sogno:
ma un nevischio che accolsi
tempo fa quando era storia
di copertura, precipitazione
che inceneriva la visione ad
una macula bianca d’acquario,
– retina senza redini –
ora sei strada da battere di nuovo,
cesello di muro dove ripormi
sono ora dove prima non c’ero.
Nessuno ha fede in un eterno ritorno
Nessuno ha fede in un eterno ritorno:
la steppa del nostro fiato costeggia
l’insegna scolorita del cinema
nel paese della casa al mare: lo scirocco
invade la cuspide del cielo, la stanza
dell’albergo è un lavabo dove
sempre saremmo rimasti a bagno.
Immersi in una miscela d’azoto
appunto sul taccuino
l’ultima migrazione.
Persino grumi di mosche hanno volontà
Persino grumi di mosche hanno volontà
forse di crescere, nutrirsi o mutare
come se ogni cataclisma fosse una sorta di carnevale
quanto a me, per dire, vorrei un bottone
non che s’unisca alle asole,
ma un tasto dietro,
piantato sul collo,
con su scritto
reset.
Vorrei raccontarti del mio universo
Vorrei raccontarti del mio universo
fatto tutto di microbi e pulviscoli,
mostrarti i sentieri colmi di lavanda
dove strappavo gli arbusti
da avvicinare tenui al naso.
O magari di quando taglio le bucce
dei mandarini per cavarne l’odore aspro.
Forse tu annebbiato dagli uffici,
dagli impegni e dal tuo amore,
nemmeno immagini si possa campare
così, con un cumulo di briciole
senza il minimo clamore.
Nota biografica
Pietro Polverini (1992-2023), poeta e critico letterario, ha vissuto a Macerata dove ha conseguito la laurea magistrale in Filosofia con una tesi dal titolo Un’estetica dattilografica. Appunti su Amelia Rosselli. È stato redattore di «MediumPoesia» e la sua attività critica si è rivolta alla letteratura italiana moderna e contemporanea, spaziando da Clemente Rebora a Pier Vittorio Tondelli, da Antonella Anedda a Patrizia Valduga e Patrizia Cavalli. È stato incluso nell’antologia Lo spazio e l’onda. Una teoria di giovani poeti marchigiani (Seri, 2021) e nel 2022 ha pubblicato la silloge Indice sommario di sbiadimento (peQuod). Il nuovo libro La nostra villeggiatura celeste. Poesie 2012-2021 (Interlinea, 2025), a cura di Francesco Ottonello, raccoglie il meglio della sua produzione poetica.