di Angelo Calemme

 

[E’ uscito da poco per Orthotes La variabile legittima della storia. Per un meridionalismo critico, multipopolare e a portata di territori, di Angelo Calemme. Pubblichiamo la Premessa al volume].

 

Premessa

 

Il presente volume è il felice esito di una serie di dibattiti scientifici, politici e culturali condotti nel contraddittorio contesto di quell’intellettuale collettivo che oggi OttolinaTV è ormai diventata. La dialettica di questa concordia discors viene inaugurata a partire dal febbraio 2024, sotto forma di alcuni contenuti televisivi da me curati per il canale web Ottosofia, principalmente dedicati all’approfondimento e alla divulgazione delle marxiane Storia critica della tecnologia e Critica dell’economia politica, della Questione meridionale alla luce del Regionalismo asimmetrico e dei nazionalismi marginali. Nel corso di circa cinque mesi, la lavorazione dei contenuti compie un salto qualitativo irreversibile a cavallo della seguente catena di eventi: 1) il clamore provocato dalla presentazione del mio ultimo volume La Questione meridionale dall’Unità d’Italia alla disintegrazione europea[1], svoltasi durante l’intervist8lina Chi ha rapinato il Mezzogiorno: una storia coloniale, scritta e prodotta da Giuliano Marrucci, con la collaborazione mia e dei meridionalisti Lorenzo Terzi e Marco Esposito, andata in onda sui canali social network di OttolinaTV il 30 maggio[2]; 2) lo svolgimento del panel “Un partito duale per un Paese duale”, insieme a Francesco Campolongo e Cristiano Sabino, durante i lavori della quarta edizione della Festa Nazionale di OttolinaTV (Fest8lina), dal 4 al 7 luglio, presso il Circolo Arci di Putignano di Pisa; 3) in cooperazione con Sabino, la creazione in Ottosofia e in Multipopolare (l’associazione degli amici di OttolinaTV) di un gruppo di lavoro di ispirazione freudo-marxista per lo sviluppo di un nuovo «meridionalismo critico»[3], multipopolare e a portata di territori.

 

L’idea di dedicare nella sede di Fest8lina un seminario alla questione di “Un partito duale per un Paese duale” viene escogitata non da me, ma da Marrucci, in seguito alle polemiche web e di redazione scatenate dalle mie dichiarazioni a proposito dell’urgenza di una teoria separatista rivoluzionaria, esposta con dovizia di particolari già nel volume summenzionato, e ispirata innanzitutto all’opera che il marxista e meridionalista calabrese Nicola Zitara pubblica nel 1972, sulla scorta di un lungo lavoro di studio delle storie economica, sociale e politica meridionali, inaugurato negli anni Sessanta del Novecento e che, ad un certo punto, quest’ultimo condivide con altri compagni socialisti e libertari, in quel laboratorio politico che è prima il Circolo Salvemini e poi la redazione della vibonese rivista Quaderni calabresi, fondata dal magistrato Francesco Tassone.

 

Questo libro è ovviamente Il proletariato esterno[4], il quale riflette: a) la storia di una classe a portata di territori, marginalizzata, colonizzata, soggiogata dal potere dello Stato italiano; b) da limiti interni dello Stato unitario, l’Italia meridionale e la Sicilia divengono qualcosa di esterno alla Toscopadana, alla civiltà italiana risorgimentata; c) per tutto il corso della storia unitaria, il proletariato esterno territorializzato rappresenta il diviso, il vuoto, lo spazio bianco, il destino incosciente che definisce la personalità statuale dell’Italia non meno dei suoi valori, i quali sono definiti a loro volta, e nella forma a loro più essenziale, proprio «respingendo nell’oscurità delle terre limitrofe e già straniere tutto ciò che [la] disturba»[5]: Italia meridionale e Sicilia appunto, poi sinteticamente chiamate Mezzogiorno. Nella Nota alla nuova edizione de Il proletariato esterno si precisa, tuttavia, come il Mezzogiorno sia un neologismo irriducibile alle espressioni geografiche alternative di Italia meridionale e Sicilia oppure di Meridione continentale e insulare, e come esso sia piuttosto la denominazione di comodo che le classi dirigenti italiane concepiscono per mistificare la dura e complessa realtà di sfruttamento coloniale dei Sud, perpetrata dalla conquista regia in avanti[6]. La stretta connessione tra subordinazione semicoloniale e sottosviluppo indotto negli anni Sessanta e Settanta del Novecento è denunciata da imponenti mobilitazioni culturali e di piazza, ma l’affermazione secondo la quale l’Unità ha nell’Italia dei Meridioni, operato un fenomeno neocoloniale è nel dibattito pubblico del secondo dopoguerra da considerarsi come un tabù, un impossibile oggetto di predicazione, nonostante le evidenze storiche. A dispetto di queste ultime, le istituzioni non vogliono riconoscere che il Mezzogiorno non è rimasto semplicemente arretrato, ma è stato ridotto scientemente all’infelice condizione di colonia bianca:

 

«Compreso l’esproprio forzato degli istituti di credito da parte dell’Italia unitaria a favore delle banche piemontesi e toscane, compresa inoltre la formazione di una classe borghese “compradora” […], che [ha] trasformato la classe contadina povera a miserevole, operazione tipica da borghesia agraria. Il passaggio dalla povertà alla miseria traccia la storia del proletariato contadino meridionale sotto l’onda del capitalismo dello Stato unitario che necessitava di una colonia a portata di mano. Ben lungi da nostalgie […] borboniche, [per Zitara] occorreva vedere che [l’Unità] pose sul Mezzogiorno un giogo tipicamente coloniale, il Mezzogiorno non entrò [nell’Unità]: iniziative famigliari, imprenditoriali, comunitarie, creditizie furono interrotte. Sulla censura di questa catastrofe, nel secondo dopoguerra, durante il momento di maggior sviluppo, i poteri economici e politici del Paese-Italia volevano “sviluppare” il Meridione con le Cattedrali industriali. Questa storia oggi è nota. Solo che all’epoca aver censurato la genesi coloniale del Mezzogiorno fece ancor meno capire il presente e i nuovi misfatti. Così la prima edizione de Il proletariato esterno si trovò nello scontro diretto con le mire industriali del Nord che cercavano bassi costi [del lavoro] e aiuti fiscali, con la regia governativa e disgraziatamente anche con molta politica sindacale convinta di poter sviluppare nel Sud una classe operaia»[7].

 

Intelligente interprete dell’invenzione del Mezzogiorno come una questione da parte dello Stato unitario, Zitara è allora più che consapevole dei fondamentali economici ineguali della retorica sviluppista nel Meridione, e di come essa rappresenti solo una novella espressione ideologica dei vecchi e consolidati rapporti tra classi sociali italiane, che vedono favorire gli interessi industriali e finanziari della metropoli toscopadana e danneggiare quelli delle sue periferie. Il divario di sviluppo tra il Centro-Nord e il Sud entro il contesto del mercato nazionale del secondo dopoguerra acquisisce una diversa configurazione grazie a una nuova accumulazione originaria di tipo selvaggio ai danni del Mezzogiorno, finalizzata a consentire un più celere sviluppo grande-industriale del capitalismo toscopadano. Come in quello manifatturiero della fine dell’Ottocento, lo sviluppo grande-industriale della seconda metà del Novecento è tuttavia sì un processo diretto dalle classi dirigenti centro-settentrionali, ma esso non sarebbe stato possibile fino in fondo senza la rinnovata disponibilità delle classi dominanti meridionali a mediare consapevolmente il sottosviluppo indotto delle proprie economie, in cambio ovviamente della salvaguardia del proprio dominio di classe sul proletariato esterno.

 

«Compresero subito le analisi di Zitara due studiosi internazionalmente noti per le loro pubblicazioni sullo scambio ineguale e sul colonialismo come indispensabile condizione del capitalismo: l’egiziano Samir Amin e il britannico Hosea Jaffe. In un incontro a Milano con […] Zitara i due economisti proposero per il Mezzogiorno il termine di “semi-colonia, e non per affievolire la visione di Zitara, ma per spiegare che le truppe italiane che invasero il Mezzogiorno, non prendevano possesso di un mondo “altro”, come avvenne nelle Americhe o nelle Indie, rispetto allo sviluppo dell’economia occidentale, ma espropriarono il Meridione rispetto alle sue stesse energie imprenditoriali, lavorative e creditizie. In altri termini ciò che andava potenziato fu arrestato: [una prima industrializzazione, il pieno impiego dei contadini proletarizzati dalle privatizzazioni delle terre e lo sviluppo del loro potere d’acquisto, il completamento e l’ampliamento dell’integrazione del mercato duosiciliano con quello internazionale]. Il Nord aveva bisogno di una colonia domestica. Amin e Jaffe, troppo esperti di scambi ineguali e di rapporti coloniali, non potevano non riconoscere la pertinenza della lettura di Zitara»[8].

 

La complessità dei problemi trattati nel libro edito nel 1972 spinge il suo Autore ben oltre gli esiti di una mera Critica dell’economia politica, rendendo indispensabile affiancare allo studio storico dello sviluppo delle classi sociali meridionali una Critica ai socialismi italiani, imputando a questi ultimi tutta una serie di errori teorici e di tradimenti politici a danno del Mezzogiorno. La Critica dei socialismi italiani sviluppata da Zitara risale da Palmiro Togliatti fino ad Antonio Gramsci, Gaetano Salvemini e Filippo Turati, tutti più o meno colpevoli, più o meno intenzionalmente, di non aver compreso le due seguenti questioni: 1) dopo decenni di disintegrazione economica e sociale, causata dalla loro condizione semicoloniale, i proletariati napoletano e siciliano sono soltanto in minima parte composti da forza lavoro di tipo agricolo, mentre il resto è una plebe, ovverosia un esercito industriale di riserva per le industrie del Centro-Nord e dell’estero; 2) la convinzione di una sostanziale uniformità e compattezza di interessi politici tra i due proletariati italiani, quello interno e quello esterno allo sviluppo dell’Italia toscopadana, si rivela essere soltanto un pregiudizio, frutto di carenti analisi economiche, prodotto di deformanti indagini sociali, esito fallace di analogie non pertinenti con le esperienze delle rivoluzioni francese e bolscevica.

 

Nella sua Storia critica dei socialismi italiani, delle loro equivocazioni e delle loro slealtà, Zitara riserva un posto speciale ai meridionalismi di Gramsci e dei suoi successori sia per la loro raffinatezza teorica sia per gli effetti disastrosi che essi più di altri ebbero sulla fiducia del proletariato esterno nella realizzabilità del fine ultimo della lotta di classe: la Rivoluzione. Nei Quaderni del carcere, Gramsci allarga infatti la riflessione sulla Sardegna come colonia di sfruttamento dei governi piemontesi alla Sicilia e all’Italia meridionale[9]. Tuttavia, è da precisare che le analisi di Gramsci su quelle realtà «non sono mai analisi di strutture, ma di forze socio-politiche, che non vengono mai inquadrate in una base economica analiticamente studiata. La struttura è la grande assente nelle analisi gramsciane»[10]. In altre parole, Gramsci sviluppa astrattamente le analisi sulle classi sociali meridionali e sulle loro alleanze politiche senza un’indagine critica delle storie economiche siciliana e napoletana[11]. Pertanto, è più che mai giusto sostenere che la teoria di Gramsci sulla Questione meridionale di Sicilia e Mezzogiorno continentale si fonda su una serie di pregiudizi economici, alterate interpretazioni sociali ed errate scelte politiche, tra cui ricordo il «presupposto del carattere pre-capitalistico del Sud»[12] e l’opinione presumibilmente esposta nella quinta tesi di Lione secondo la quale «l’essenza del capitalismo è l’industrialismo»[13] e non il sistema della produzione per il plusvalore, che utilizza agricoltura e industria a questo scopo. Di conseguenza, per Gramsci:

 

«Dove le industrie mancano o sono poche, non ci può essere capitalismo ed agricoltura capitalistica […]. L’equazione […] industria-capitale lo porta a vedere il Sud come una realtà [semi-feudale] e non integrata, sicché il blocco agrario-industriale non è “omogeneo”, la struttura sociale italiana è “disunita”, l’industria del Nord non si integra unitariamente col Sud, ma è una realtà parassitaria, [eccetera]»[14].

 

Per quanto concerne la teoria del colonialismo dello Stato italiano a danno dei suoi Mezzogiorni, dunque, del meridionalismo tradizionale sulla rapina e il parassitismo del Nord ai danni del Sud, il Marxista di Ales non è il primo e il solo socialista a sostenerla[15], ma questa sua opinione teorica diventa una convinzione politica (collettiva) nel Partito Comunista d’Italia soltanto dal 27 settembre del 1925, cioè a partire dai lavori del V Congresso del Partito Sardo d’Azione, precisamente in seguito all’appello dell’Internazionale contadina che Gramsci scrive per Ruggiero Grieco e che quest’ultimo legge ai contadini sardi convenuti[16]. Rivolgendosi ai lavoratori della terra presenti al Congresso, per interposta persona, Gramsci denuncia la povertà della Sardegna e fa risalire le sue cause al sistema capitalistico italiano che ne ha fatto una colonia di sfruttamento. Lo Stato italiano saccheggia i minerali, la lana, il latte, il pesce della Sardegna per lavorarli nel Centro-Nord e all’estero, ingrassando i capitalisti forestieri. Questo sistema “estrattivo” impedisce qualsiasi accumulazione originaria locale, ostacola lo sviluppo industriale di una borghesia e di un proletariato, taglieggia il risparmio, costruisce un sistema di governo regionale che preclude qualsiasi iniziativa politica autonoma da parte delle classi sociali dominanti e subalterne. La svolta decisiva per lo stabilimento di questi ineguali rapporti di sviluppo tra Centro-Nord d’Italia e Sardegna sono le Leggi doganali del 1887 che fanno crollare il commercio di esportazione, provocano il fallimento delle banche locali e disperdono i risparmi dei contadini, dei pastori e dei pescatori: questi si indebitano fino al punto di dedicarsi al distruttivo disboscamento di Ichnusa, responsabile della drastica riduzione delle piogge e della desertificazione dei terreni agricoli e per il pascolo.

 

Sulla base di queste riflessioni, Gramsci sostiene le rivendicazioni dei sardisti, tra cui si ricordano la «costituzione di un parlamento regionale, al quale solo spettasse il diritto di imporre le tasse, di autorizzare le spese e di contrarre patti doganali, e la costituzione di una milizia regionale»[17]. Inoltre, invita il Partito Sardo d’Azione all’espulsione dei “capi opportunisti”, gli unici a frenarlo nella fondazione di una Repubblica autonoma di Sardegna inserita in una federazione soviettista italiana. La posizione gramsciana per la creazione di una “Federazione delle Repubbliche Socialiste e Soviettiste d’Italia” diventa egemone con le Tesi di Colonia del 1931[18], ma dopo la morte di Gramsci, nella sede del V Congresso del Partito, Togliatti contraddice la linea sardista e chiarisce come i comunisti italiani d’ora in poi non sarebbero stati più federalisti, ma antifederalisti. L’unità politica e morale dello Sato nazionale italiano è un bene che non deve essere perduto e va protetto dalle contrapposizioni tra Nord e Sud, dai secessionismi regionali, dalle interferenze straniere[19].

 

Nonostante le sue carenze, le sue contraddizioni, le sue analogie, la teoria del Filosofo, Giornalista e Politico sardo è a suo modo perfetta, un’opera d’arte, sublime, un trionfo per il marxismo dei comunisti d’Italia, eguagliato soltanto dal suo monumentale fallimento. L’inevitabilità del suo destino ci è ora più che evidente quale conseguenza dell’imperfezione intrinseca della sua analisi sociale e cioè quella che considera lavoratori interni ed esterni allo sviluppo italiano, così diversi tra loro dal punto di vista economico, sufficientemente omogenei dal punto di vista politico, fino al punto da essere presumibilmente assimilabili a un unico fronte di lotta[20].

 

Una volta estromesse di fatto dalla lotta di classe da parte dell’egemonia delle masse lavoratrici interne allo sviluppo delle grandi concentrazioni industriali della Toscopadana, una volta ricacciate nel circolo vizioso delle arcaiche lotte per la terra prima e per le cattedrali industriali nel deserto poi, innanzitutto dal PSI e PCd’I, successivamente dai PSIUP e PCI, le masse lavoratrici esterne di Sardegna, Sicilia e Italia meridionale, non hanno modo alcuno di contribuire in misura determinante all’orientamento della politica economica dello Stato unitario, affinché quest’ultimo emancipasse finalmente, con un impegno costante e diffuso, i Meridioni dal sistema del sottosviluppo indotto, voluto e guidato dallo Stato piemontese nei confronti della Sardegna già prima dell’Unità e dallo Stato toscopadano nei confronti delle province sarde, siciliane e napoletane a partire dalle annessioni.

 

Sostiene Zitara, nel secondo dopoguerra non è che nelle Sinistre italiane mancasse la coscienza economica del modello di sviluppo di tipo ineguale vigente in Italia, ma sul piano politico si continua a negare l’esistenza di più proletariati, diversi e antagonisti, per paura di eventuali spinte secessioniste di Destra. La negazione dell’esistenza di più classi lavoratrici italiane, non solo con interessi e obiettivi disomogenei, ma anche reciprocamente conflittuali, da parte dei partiti riformisti italiani, contrariamente a come sostenuto anche di recente da Carlo Formenti e da Rosario Marra, non possiede alcun fondamento sia dal punto di vista strutturale sia da uno di tipo sovrastrutturale; anzi, essa trascende qualsiasi rigorosa e completa applicazione del metodo marxista all’analisi delle società italiane, preferendo a quest’ultimo l’atteggiamento olimpico dello storicismo[21].

 

L’attività intellettuale di questi sedicenti compagni universalizza e depura dai suoi elementi materiali e geograficamente situati, le masse esterne dei Mezzogiorni di Sardegna, Sicilia, Italia meridionale e le riduce al silenzio in una «forma di esasperazione unitaria»[22]. Il lavoro «degli intellettuali “olimpici” […] è fondamentale per capire il silenziamento dei subalterni»[23]. La teoresi dell’universalizzazione storicista troppo spesso scade in una specie di «ossessione unitaria»[24], in un genere di «fanatismo unitario»[25], in una paranoia della «unità politico-territoriale del Paese»[26] che espunge da sé qualsiasi elemento di giustizia sociale e si ostina in una «permanente atmosfera di sospetto contro tutto ciò che può arieggiare a separatismo»[27]. A questo proposito Sabino scrive:

 

«Il “fanatismo unitario” rappresenta dunque un aspetto saliente della narrazione egemonica degli intellettuali che puntano a inibire la possibilità dei subalterni di affermare la propria soggettività, inclusa la specifica territorialità sacrificata e resa marginale, quindi di dispiegare pienamente il proprio “spirito di scissione” nella lotta per l’egemonia, “cioè il progressivo acquisto della coscienza della propria personalità storica»[28].

 

I marxisti olimpici inoltre, a sostegno delle loro astrazioni, e con quella «violenza epistemica»[29] tipica della «ideologia dell’unitarietà statale in un unico “corpo di nazione”»[30], adducono anche l’ulteriore tesi, priva di alcun fondamento concreto nella storia italiana dei gruppi sociali subalterni[31], secondo la quale l’attuale conflitto fra centri e periferie interne al blocco euro-statunitense ha eroso qualsiasi schema bipolare su base geografica[32]. In altre parole, secondo questi presunti marxisti, il processo di ristrutturazione capitalistica della Toscopadana, precisamente di deindustrializzazione, terziarizzazione e finanziarizzazione dell’economia del Centro-Nord, avviato a partire dalla fine degli anni Sessanta del Novecento, precisamente dall’inizio della cosiddetta Questione settentrionale[33] (di cui oggi la riforma del Regionalismo asimmetrico, secondo Guglielmo Forges Davanzati, non è altro che una ulteriore formalizzazione)[34], avrebbe esternalizzato il fu proletariato interno toscopadano, fino al punto tale da renderlo indistinguibile da quelli esterni di Sardegna, Sicilia e Italia meridionale.

 

In altre parole, secondo Formenti:

 

«Oggi l’opposizione centro-periferia tende ad assumere una configurazione a pelle di leopardo, per cui i Sud (al plurale) europei (a partire dal nostro, ma vedi anche la colonizzazione della Germania Est da parte della Germania Ovest) non sta più solo al Sud, ma anche nei sobborghi delle metropoli gentrificate, nelle province tagliate fuori dai flussi del capitale globale […]»[35].

 

Se la tesi neoidealista di Formenti corrispondesse alla realtà, tornerebbe di attualità la questione già turatiana o salveminiana e gramsciana o togliattiana, non solo dell’omogeneità politica dei proletariati italiani, sia nella prospettiva federale di Gramsci sia in quella unitaria di Turati, Salvemini e Togliatti, ma anche il più subdolo progetto post-berlingueriano per l’astratta e falsa ricomposizione sociale dei lavoratori italiani in un’unica classe proletaria. Contrariamente a quanto sostenuto da intellettuali come quelli di cui sopra, e come invece dimostrato persino da studiosi di indirizzo liberale del calibro di Vittorio Daniele, Carmelo Petraglia e Luca Bianchi, le nuove dinamiche di sviluppo ineguale, a “pelle di leopardo”, contrariamente a quanto presume Formenti, non omogeneizzano o equiparano i proletariati italiani del Centro-Nord con quelli di Sardegna, Sicilia e Italia meridionale, bensì li polarizzano ancor di più, riscrivendo la subordinazione dei Mezzogiorni alla Toscopadana all’interno dei nuovi rapporti di subalternità di questi ultimi ai capitali franco-tedeschi prima e statunitensi poi[36].

 

Da questo punto di vista, la riproposizione da parte di Marrucci di politicamente immaginare la possibilità di “un partito duale per un Paese duale”, come fecero già PSI, PCd’I, PSIUP e PCI, rimane una subordinata e posticcia formula di replicazione degli stessi malintesi scientifici e frodi politiche che, da Turati a Salvemini e da Gramsci e Togliatti ai nuovi corifei dottrinari, contribuiscono a schiacciare i colonizzati sardi, siciliani e napoletani sotto il “suprematismo unitario”, un aspetto questo più che rilevante della narrazione egemonica dei pennivendoli che puntano a ostacolare la possibilità dei subalterni di affermare la propria soggettività, inclusa la specificità territoriale. Questo “misticismo unitario”, presente anche nelle più insospettabili forme di “sciovinismo rosso”, ideologia organica a quella del “regime toscopadano di apartheid”, va allora considerato ormai come nient’altro che un’idea morta la quale, come tutte le cose morte, «produce più fanatismo di un’idea viva: anzi soltanto quella morta ne produce. Poiché gli stupidi, come i corvi, sentono solo le cose morte. E sono tanti, e talmente brulicano sulle cose morte, da dare a volte l’impressione della vita»[37].

 

Premesso tutto questo, contro l’ideologia mistificatrice dei “necrofagi”, in questa e precedentemente prima di essa, affermo che: 1) se non è possibile per un Paese duale sviluppare realmente un partito duale, capace di riconoscere ad entrambe le realtà coinvolte sì un traguardo comune di emancipazione, ma a partire da percorsi distinti e separati, poiché in definitiva non si possono mai servire contemporaneamente due altari, i proletariati interno ed esterno devono preferire percorsi alternativi di lotta, organizzati e guidati da partiti rivoluzionari, volti alla creazione di Stati nazionali di tipo funzionale, autonomamente in transizione verso socialismi indigeni e cooperativi in senso internazionalista o multipopolare[38]; 2) per ritrovare la via maestra verso un eguale e territorializzato sviluppo nazional-popolare, Sardegna, Sicilia, Italia meridionale devono abbracciare prassi rivoluzionarie di tipo separatista, volte ad anticapitaliste secessioni dallo Stato unitario, per l’autodeterminazione integrale delle singole comunità esterne e la loro cooperazione multipopolare[39].

 

Detto in altri termini, se l’Unità d’Italia, come oggi l’Unione europea, non è mai stata altro che un progetto di sfruttamento, perché dovremmo noi persistere nella suprematista e coloniale o semicoloniale o neocoloniale idea di un unico partito duale per un’Italia e un’Europa duali? E ancora, se nel sistema-mondo attuale ci sono Stati nazionali oggettivamente privati delle loro sovranità dalle oligarchie superimperialiste e neocoloniali e per questo meriterebbero l’emancipazione politica, sociale ed economica, analogamente, per quali ragioni dovremmo noi continuare a ignorare le società politiche marginalizzate e subalterne a questi Stati, deprimendone le forze realmente rivoluzionarie?

 

Occorre allora sviluppare nuovi nazionalismi di tipo marginale e subalterno, capaci al contempo di sintetizzare le questioni economica delle classi, geografica dei confini, politica dell’organizzazione. Tutte queste sintesi dovranno inoltre tener conto non tanto (e non più) del mito del Risorgimento mancato ovvero della fallita italianizzazione delle masse sarde, siciliane e napoletane, ma della realtà della negazione delle loro soggettività. In questa negazione, a sardi, siciliani e napoletani è stato scientemente impedito qualsiasi accesso alla rappresentazione politica, qualsiasi margine di libertà teorica e d’azione. Volendo allora evitare al XXI secolo le stesse cantonate e voltabandiera del passato, nelle prossime pagine sostengo che un neonato meridionalismo, di tipo critico, dovrà ripartire ad ascoltare e interpretare i subalterni senza eludere le questioni separatista, nazionalista e socialista e dovrà farlo direttamente a partire dai territori in cui lo Stato italiano colonizza e spoliticizza sardi, siciliani e napoletani.

 

Per poter svolgere tutto questo urgono due uffici tanto preliminari quanto imprescindibili: 1) l’elaborazione di nuovi strumenti di analisi sociale e politica da affiancare a quelli tipici della Critica dell’economia politica, a partire anche, e soprattutto, dagli specifici contesti marginali e subalterni; 2) l’abbozzo di nuove pratiche interpretative e trasformative dei conflitti sociali in atto, finalizzate alla progettazione politica delle secessioni anticapitaliste delle società sarda, siciliana e napoletana dallo Stato unitario, ricostituendone le condizioni di libertà imprescindibili per l’autodeterminazione integrale e la cooperazione multipopolare, in coerenza con le proprie storie territoriali e antagonisticamente a qualsiasi suprematismo di Destra e di Sinistra, borghese e neocoloniale, sia esso di tipo toscopadano sia esso di tipo franco-tedesco, soggiogati entrambi dal neofeudalesimo finanziario statunitense.

 

Note

 

[1] A. Calemme, La Questione meridionale dall’Unità d’Italia alla disintegrazione europea. Contributo alla teoria del socialismo di mercato, Guida, Napoli 2023.

[2] La videointervista è consultabile al seguente link: https://yuoutu.be/09UmpZI6zmM?si=UWNq2s9NJU3DW4M.

[3] «In pieno ventunesimo secolo, abbiamo bisogno di un nuovo meridionalismo, un meridionalismo critico che parta da un punto essenziale: non ci può essere trasformazione d’Italia senza la trasformazione del Sud» (A. Leogrande, Fumo sulla città, Feltrinelli, Milano 2013, p. 190).

[4] N. Zitara, Il proletariato esterno, Jaca Book, Milano 1972. Il titolo dell’opera è suggerito a Zitara da una pagina de Il mondo attuale di Fernand Braudel: «Le ineguaglianze dell’accesso alla civiltà create dalla vita economica fra le varie classi sociali esistono anche fra i vari paesi del mondo. Una gran parte del mondo costituisce oggi quello che un brillante saggista ha definito “il proletariato esterno”, quello che nel linguaggio corrente viene chiamato Terzo mondo: un’enorme massa di uomini per i quali l’accesso al minimo vitale si pone prima dell’accesso alla civiltà – spesso ignota loro – del loro proprio paese». (F. Braudel, Le monde actuel, Librairie classique Eugène Belin, Paris, 1963; tr. it. Il mondo attuale, Einaudi, Torino 1966, p. 39).

[5] Ivi, p. 39, p. 50; le parentesi quadre sono mie.

[6] N. Zitara, Il Mezzogiorno e le sue classi. Il proletariato esterno, Jaca Book, Milano 2018, p.10.

[7] Ibidem; le parentesi quadre sono mie.

[8] N. Zitara, Il Mezzogiorno e le sue classi. Il proletariato esterno, cit., p. 11; le parentesi quadre sono mie. In difesa delle tesi di Zitara, come di quelle di Edmondo M. Capecelatro e Antonio Carlo, nel 1979 scrive Amin: «Trasponendo il problema centro/colonia alle relazioni Nord-Sud, e ricordando la natura dell’alleanza socialdemocratica e la complicità del proletariato del Nord, in solidarietà con la borghesia nello sfruttamento eccessivo del “proletariato esterno” del Sud, un proletariato dei piccoli produttori sottomessi al dominio formale del capitale, i meridionalisti non tradiscono Gramsci; ma danno fastidio ad alcune persone» (S. Amin, Classe et Nation. Dans l’histoire et la crise contemporaine [1979], NENA, 2015, p. 111).

[9] A. Gramsci, Quaderni del carcere, Einaudi, Torino 2001, p. 2038; per approfondimenti si veda C. Sabino, Gramsci sardista popolare, in S. Ghisu, A. Mongili (cur.), Filosofia De logu. Decolonizzare il pensiero e la ricerca in Sardegna, Meltemi, Milano 2021, pp. 51-68. Sulle origini sardiste del meridionalismo gramsciano si veda G. Fresu, Questioni gramsciane. Dall’interpretazione alla trasformazione del mondo, Meltemi, Milano 2024, pp. 17-95.

[10] E.M. Capecelatro – A. Carlo, Contro la “questione meridionale”. Studio sulle origini dello sviluppo capitalistico in Italia [1972], Savelli, Roma, 1975, p. 226, n. 5.

[11] Tra le errate analisi economiche di Gramsci si vedano A. Gramsci, Il Mezzogiorno e la guerra, Il grido d’Italia, 1 aprile 1916, in Id., La Questione Meridionale, F. De Felice, V. Parlato (cur.), Editori Riuniti, Roma 1966, p. 56. Tra le errate analisi sociali e politiche di Gramsci si vedano A. Gramsci, Operai e contadini, L’Ordine nuovo, 3 gennaio 1920, in Id., La Questione Meridionale, cit., p. 73; A. Gramsci, Il Mezzogiorno e il fascismo, L’Ordine nuovo, 15 marzo 1924, in Id., La Questione meridionale, cit., pp. 83-88.

[12] E.M. Capecelatro – A. Carlo, Contro la “questione meridionale”. Studio sulle origini dello sviluppo capitalistico in Italia [1972], cit., p. 226.

[13] Ivi, p. 231

[14] Ivi, p. 231-232; le parentesi quadre sono mie. Prima di Zitara, il solo a sollevare dubbi sulla comprensione della storia economica dell’Italia meridionale e della Sicilia prima e dopo l’Unità da parte di Gramsci è Amedeo Bordiga. Insieme a Zitara, a sviluppare i dubbi di Bordiga sono Edmondo M. Capecelatro e Antonio Carlo. Per approfondimenti si vedano A. Bordiga, Il rancido problema del Sud Italiano, «Prometeo», II serie, n.1, novembre 1950; E.M. Capecelatro – A. Carlo, Contro la “questione meridionale”. Studio sulle origini dello sviluppo capitalistico in Italia [1972], cit.

[15] A precedere Gramsci nella teoria del colonialismo interno dello Stato italiano ai danni di Sardegna, Sicilia e Italia meridionale è Attilio Deffenu. Indipendentista, meridionalista, antiprotezionista, Deffenu rinnova la riflessione sardista, rifondandola a partire dalle analisi economiche e sociali sullo sviluppo ineguale italiano, e riscrivendone la proposta politica tutta attorno alla costituzione di un fronte unico delle regioni (meridionali) che hanno subito il processo squilibrato di costruzione dello Stato unitario. Per approfondimenti su Deffenu si vedano A. Deffenu, Scritti Giornalistici. 1907-1916, Il Maestrale, Nuoro 2008; Id.,  Epistolario. 1907-1918, Fossataro, Cagliari 1972; A. Rojch, Attilio Deffenu. Un genio spezzato, Edizioni Sardegna Varie, Cagliari 2020; C. Bellini, Attilio Deffenu e il socialismo in Sardegna, Edizioni della Fondazione Il Nuraghe, Cagliari 1925; A. Del Piano, Attilio Deffenu e la rivista “Sardegna”, Gallizzi, Sassari 1963; M. Brigaglia (cur.), Sardegna. La rivista di Attilio Deffenu, Gallizzi, Sassari 1976.

[16] L’appello dell’Internazionale contadina viene pubblicato prima sull’Unità di Milano e successivamente ne Lo Stato operaio nel 1927. Si veda G. Melis (cur.), Antonio Gramsci e la questione sarda, Edizioni della Torre, Cagliari 1975, pp. 191-193.

[17] Appello dell’Internazionale contadina, Lo Stato Operaio, n. 2, 1927, in Il Movimento Autonomistico in Sardegna, Editrice Sarda Fossataro, Cagliari 1975, p. 457.

[18] Il IV Congresso del Partito comunista d’Italia (Aprile 1931). Tesi e risoluzioni, Edizioni di cultura sociale, Parigi 1931, pp. 32-33.

[19] Rapporto di Palmiro Togliatti al V Congresso del Partito, Roma 29 dicembre 1945 – 6 gennaio 1946, in D. Pugliese – O. Pugliese (cur.), Da Gramsci a Berlinguer. La via italiana al socialismo attraverso i congressi del Partito Comunista italiano, Edizioni del Calendario, Milano 1993, pp. 77-117.

[20] A. Gramsci, Alcuni temi della quistione meridionale, in Id., La Costruzione del Partito comunista 1923-1926, Einaudi, Torino 1978, p. 158.

[21] C. Formenti, A proposito del proletariato esterno. Meriti e limiti del pensiero di Zitara, Sinistrainrete.it, 13 aprile 2024 (https://www.sinistrainrete.info/teoria/27893-carlo-formenti-a-proposito-del-proletariato-esterno.html); R. Marra, Autonomia differenziata e/o tassello per la Terza repubblica?, Contropiano.org, 28 giugno 2024, (https://contropiano.org/news/politica-news/2024/06/28/autonomia-differenziata-e-o-tassello-per-la-terza-repubblica-0173807).

[22] A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 2039.

[23] C. Sabino, Le tasche cucite. Il sardismo meticcio di Gramsci, in G. Cherchi – F. Pau (cur.), Logu e Logos. Questione sarda e discorso de coloniale, Meltemi, Milano 2024, p. 92.

[24] A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., p. 45.

[25] Ivi, p. 46.

[26] Ivi, p. 45.

[27] Ivi, p. 46.

[28] C. Sabino, Le tasche cucite. Il sardismo meticcio di Gramsci, G. Cherchi – F. Pau (cur.), Logu e Logos. Questione sarda e discorso de coloniale, cit., p. 92.

[29] Ivi, p. 95.

[30] Ibidem.

[31] A. Gramsci, Quaderni del carcere, cit., pp. 2279-2294.

[32] Su questo aspetto scrive anche Zitara, precisando nella consapevolezza dell’impossibilità reale di una politica dualistica: «Dopo il crollo dell’URSS, il capitalismo sente molto meno il bisogno di blandire i suoi operai e in genere i suoi dipendenti. Il privilegio delle aristocrazie operaie va affievolendosi. Sempre più largamente i padroni esternano le loro fabbriche nei paesi sottosviluppati. A questo si aggiunge che gli stessi richiamano all’interno fette dell’esercito del lavoro mondiale di riserva. La curva dei salari, le condizioni di lavoro, la sicurezza del posto, vanno abbassandosi, quantomeno in termini reali (i salari, mi pare pure in gretti termini monetari). In Germania, Francia, Austria, Svizzera, Italia, la spinta xenofoba si allarga fra i lavoratori subalterni, i quali mal sopportano l’omologazione in basso. L’avversione, forse l’inimicizia tra proletariato esterno e interno va crescendo» (N. Zitara, Il proletariato esterno, 21 ottobre 2000, https://www.eleaml.org/nicola/politica/introduzione.html).

[33] A. Calemme, La Questione meridionale dall’Unità d’Italia alla disintegrazione europea. Contributo alla teoria del socialismo di mercato, cit., pp. 240-265. Dopo la riforma del Titolo V della Costituzione, ultima formalizzazione giuridica della Questione settentrionale è il Regionalismo asimmetrico, di cui il federalismo fiscale della Lega del Po (1975) prima e l’etnofederalismo della Lega Nord (1991) poi sono le espressioni politiche trasversali.

[34] Si veda l’intervista a Davanzati di A. Cannavale sul quotidiano Basilicata24 del 22 luglio 2022 al seguente link: https://www.basilicata24.it/2022/07/autonomia-differziata-storia-recente-teoria-economica-e-evidenza-empirica-smentiscono-lassunto-liberista-dello-sgocciolamento-115490/.

[35] C. Formenti, A proposito del proletariato esterno. Meriti e limiti del pensiero di Zitara, cit.; di una opposizione centro-periferia a “pelle di leopardo” Formenti parla già dal 2016. Per approfondimenti si veda C. Formenti, La variante populista. Lotta di classe nel neoliberismo, Derive Approdi, Roma 2016, p. 185.

[36] A proposito della tesi di un’ulteriore polarizzazione tra Nord e Sud si veda l’analisi di L. Bianchi, direttore generale della SVIMEZ, esposta nell’intervista di A. Bas., Territorio frammentato, serve un progetto. La priorità è rafforzare le infrastrutture, Il Messaggero, 21 agosto 2024: «C’è un problema di identità. È in corso una nuova polarizzazione tra Nord e Sud […]» (https://Inx.svimez.info/svimez/territorio-frammentato-serve-un-progetto-la-priorità-e-rafforzare-le-infrastrutture/); si veda anche V. Daniele – C. Petraglia, L’Italia differenziata. Autonomie regionali e divari territoriali, Rubbettino, Soveria Mannelli 2024.

[37] L. Sciascia, Nero sul nero, Adelphi, Milano 2018, p. 97.

[38] Sul rifiuto sia di Lenin sia di Gramsci di applicare un unico e fisso schema di modernizzazione e transizione del socialismo alle più diverse realtà storico-territoriali e ai protagonismi dei più specifici soggetti politici di emancipazione sociale, dunque, sull’importanza dello sviluppo di modelli sempre indigeni (e non universali, deterministici, trascendentali o essenzialisti) di modernizzazione e di transizione al socialismo, si ricordano le riflessioni di Domenico Losurdo in Id., Antonio Gramsci. Dal liberalismo al comunismo critico, Gamberetti Editrice, Roma 1997, pp. 241-242. Si veda anche G. Fresu, Questioni gramsciane. Dall’interpretazione alla trasformazione del mondo, cit., pp. 122-136.

[39] Analogamente, il nuovo proletariato esterno toscopadano dovrà separarsi dal “non-Stato” dell’Unione Europea, altrimenti, riportando le parole di Giulio Tremonti, i franco-tedeschi faranno fare ai toscopadani «la stessa fine che i piemontesi hanno fatto fare al Regno delle Due Sicilie dopo l’Unità» (Si veda il link seguente: http://www.raiplay.it/video/2017/01/In-12-h-a97a3801-8eb9-4cef-a2fl-4cae8da1e2b3.html). Si precisa inoltre che con il termine “multipopolare” non intendo il federalismo di matrice gramsciana, ma un nuovo genere di internazionalismo concreto dei Meridioni che, pur riconoscendo la cooperazione tra popoli, non implica mai una soggettivazione politica federale di tipo “sostanziale”.

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